A MARATEA UN PORTO PER IL PANFILO DEL DUCA DI WINDSOR

redazione
Giuseppe Berto

di GIUSEPPE BERTO – Il Giornale d’Italia, 18 luglio 1956

La nostra ignoranza del Meridione culmina nella Lucania, o Basilicata che dir si voglia, ed è un fatto perlomeno strano poiché́, grazie ai libri di Carlo Levi e di Rocco Scotellaro, alla demagogia imperante e ai film come “La lupa”, inesplicabilmente ambientato tra i “sassi” di Matera, la Lucania è una delle regioni di cui si è più̀ parlato e scritto negli ultimi anni. Ma tant’è: le nostre idee intorno ad essa continuano ad essere confuse. Prima di partire per questo viaggio nell’estremo Sud, ero andato a cercare informazioni a Roma, presso un importante Ente turistico. Lì, la signorina addetta alle relazioni col pubblico aveva una ben radicata convinzione che la Lucania non avesse sbocco sul mare Jonio. Era così serenamente ferma in questo suo preconcetto, che non osai contraddirla, benché dal fondo della mia memoria riaffiorassero alcune vaghe nozioni circa le rovine di Metaponto e la costa bassa, maledetta, devastata dalla malaria. Però lei era sicura e io no, perciò̀ la lasciai parlare, pur restando nel dubbio. Se invece avesse sostenuto che la Lucania non aveva sbocco sul Tirreno, sarei stato senz’altro d’accordo. Ma lei era del parere che col mar Tirreno la Lucania confinasse e, questa volta, era nel giusto: nonostante l’opinione contraria della maggioranza degli italiani, la Lucania arriva al Tirreno e ci arriva con trentadue chilometri di costa meravigliosa, disposti in fondo al Golfo di Policastro.

DIVENTERA’ FAMOSA

Quando si parla di coste belle, è obbligatorio il paragone con i luoghi più celebri della terra: la Costa Azzurra, la Riviera di Levante, la Penisola Sorrentina. Ebbene, non passeranno molti anni e la costa di Maratea, cioè̀ del Comune lucano che si affaccia sul Tirreno, diventerà̀ famosa. È facile crederlo, poiché́ quei trentadue chilometri danno immediatamente il senso panico, inebriante, che ci prende davanti ai miracoli della natura. Son tutto un susseguirsi di insenature ora ripide, ora dolci con la spiaggia in fondo, separate da promontori rocciosi, che portano in cima i ruderi delle torri saracene. L’acqua è limpida, subito profonda, di un azzurro cupo. La terra a tratti vi incombe con monti altissimi e a tratti si apre in valli straordinariamente verdi per gli ulivi, i carrubi, le querce che crescono fino in riva al mare. È una costa fantastica, di lusso. Chi vi passa col treno non se ne rende conto, perché non fa che entrare e uscire dalle gallerie e gli improvvisi squarci di mare e di scogli gli tolgono il fiato, finiscono per stordirlo. Bisogna andarci in automobile, ma sono pochissimi a farlo. L’Italia a sud di Paestum rimane ancora tagliata fuori dalle grandi correnti turistiche. Molto spesso chi va in Sicilia preferisce imbarcare l’automobile a Napoli e sbarcarla a Palermo, piuttosto che avventurarsi in un lungo viaggio che immagina, oltre che difficile, scomodo e noioso.

E anche chi si azzarda a fare il viaggio in automobile, di solito segue la strada interna che, seguendo il tracciato dell’antica Via Popilia, attraversa regioni interessanti sì, ma non così pittoresche come quelle costiere, e che arriva al mare soltanto al Golfo di Sant’Eufemia. Molti non sanno neppure che da Policastro a Reggio Calabria si snoda per centinaia di chilometri la più̀ lunga e bella strada panoramica che ci sia al mondo, non più̀ in disordine delle altre strade italiane della costiera amalfitana. Su quella strada si viaggia in solitudine. I rari turisti sono in maggioranza stranieri. Se s’incontra una macchina con la targa a nord di Napoli, si può̀ esser certi che, otto volte su dieci, è la macchina d’un commesso viaggiatore. È un peccato, perché i commessi viaggiatori non hanno né tempo né voglia di ammirare paesaggi e quella strada tutta curve, che non fa che salire sui promontori e scendere nelle insenature scoprendo continuamente panorami uno più̀ bello dell’altro, dev’essere per loro una sorta di maledizione.

Il paese di Maratea non sta sul mare, ma un po’ all’interno sulle pendici d’una montagna, a trecento metri. Molti paesi del sud hanno una posizione simile, determinatasi quando vivere in basso era malsano, oltre che pericoloso per le scorrerie dei saraceni. Ora da tempo corsari non ce ne sono più̀, e anche la malaria è dovunque sparita, ma gli abitanti continuano a costruire le loro case in alto, intorno ai caselli e alle numerose chiese. La gente del Meridione si evolve con estrema lentezza, a causa non tanto della indolenza, quanto della tendenza alla speculazione, intesa nel senso vecchio di indagine razionale e non nel senso moderno di ricerca di guadagno. Gli abitanti di Maratea guardano dall’alto la loro costa, ne comprendono la bellezza e ne sono innamorati, ma, francamente, ancora non hanno idee chiare sul suo valore commerciale. Eppure, oggi, sulla scogliera di Maratea sta accadendo qualcosa di nuovo e di concreto.

La cosa è cominciata, suppongo, per caso. Un grosso industriale del Nord, nel piano di aiuti della Cassa per il Mezzogiorno, aveva stabilito di piantare un lanificio a Maratea, in un posto presso il mare, evidentemente scelto perché vicino alla strada e alla stazione ferroviaria. Il lanificio è sorto, funzionale, modernissimo, tutt’altro che brutto nel suo genere, ma pur sempre uno stabilimento tessile. Soltanto dopo averlo costruito l’industriale si dev’essere guardato intorno e accorto di aver messo quella bella roba in un luogo meraviglioso, dove l’affare grosso non era la lana, bensì̀ il turismo. Perciò̀ a ridosso dell’opificio, appena altre le case per i tecnici, ha costruito un bellissimo albergo, l’unico albergo veramente turistico che ci sia nell’Italia continentale a sud di Amalfi, perché uno ci arriva e non se ne andrebbe più̀, tanto è comodo, signorile, ridente, pieno di pace, con le grandi finestre, che si aprono sul mare e sui giardini tirati su con cura e fatica. Purtroppo, è anche caro. Però così dev’essere: per me, ma per qualcuno che ha molti più̀ quattrini da spendere. Sognano che diventerà̀ una specie di “Eden Roc” del Sud, un rifugio per il bel mondo che, seccato dalle folle dopolavoristiche di Capri, finirà̀ per spostarsi più̀ lontano, in cerca di un posto esclusivo. Hanno calcolato che, da Capri a Maratea, i grossi motoscafi d’altomare impiegano soltanto quattro ore.

 

ERRORI INIZIALI

Ma ci vuole un porto. Non tanto grande, tuttavia capace di accogliere almeno i panfili dei più̀ illustri naviganti del Mediterraneo: Onassis, il principe Ranieri con la bella moglie, il duca di Windsor. Basterebbe che arrivasse il duca di Windsor, e la fortuna del luogo sarebbe fatta. Perciò̀ ci vuole il porto. Se avessi abbastanza pratica di queste faccende, mi metterei a fare l’albergatore, invece del faticoso e scarsamente redditizio mestiere che faccio. Quindi non voglio far previsioni, che sarebbero di sicuro sbagliate. Però una mia ferma convinzione è che l’albergo lussuoso mal si combini col lanificio, con le case dei ferrovieri e soprattutto con uno scatolone giallo, che dicono destinato a sanatorio per bambini tubercolotici, sorto nelle immediate vicinanze.

Non vorrei essere frainteso: anche per me sanare i bambini tubercolotici è molto più̀ importante che non dare degna ospitalità̀ ai signori della terra, ma a Maratea c’è tanta abbondanza di luoghi bellissimi, che si poteva ben costruire altrove l’albergo, o altrove il sanatorio. Infine, bisogna anche considerare che se a Maratea prendesse davvero piede il turismo ricco che le si addice, probabilmente diminuirebbe il numero dei bambini bisognosi di quelle cure. Comunque, nonostante questi che per me sono errori iniziali, l’impresa per lo sfruttamento turistico della zona è ormai avviata con serietà̀ d’intenti e larghezza di mezzi. Benché́ l’albergo sia la unica cosa finora costruita, non si tratta solo dell’albergo. Se uno, attratto dalla particolare bellezza d’una punta o d’una rada, chiede di acquistarne un pezzettino, si sente invariabilmente rispondere: “Quella terra l’ha già̀ comprata la Società̀”. Oppure: “Non la vendo: anche la Società̀ voleva comprarla, ma io non la vendo”.

Qualcosa di grosso, dunque, accade sulla costa di Maratea. I paesani, dall’alto, stanno a guardare stupiti, contenti o dubbiosi. Anch’essi hanno capito che lì l’affare vero è il turismo. Oggi, con tutte le macchine che ci sono, uno stabilimento tessile va avanti quasi da solo, cioè̀ con una dozzina di tecnici importati dal Nord e con poco più̀ di una dozzina di ragazzetti del paese, assunti come apprendisti. Non sarà̀ certo questo ad allontanare la miseria dalla zona. Ma il turismo, parola favolosa e sfuggente, potrebbe presentare la salvezza, il benessere per tutti. Soltanto è una cosa lenta, e gli abitanti di Maratea, dopo aver atteso per secoli, sono ora impazienti di veder affluire gente e denaro. Gli sembra impossibile che ciò̀ non accada con la desiderata sollecitudine. “Sapete”, dicono, “giù̀ all’albergo s’è fermata la contessa Ciano, la figlia di Mussolini. Ha detto che tornerà̀ presto, con molti amici”.

Ora sono ansiosi che ritorni, e intanto vorrebbero anch’essi far subito qualcosa per lo sviluppo della loro terra, e non sanno che fare, ho cercato di spiegar loro che la fortuna di Capri e degli altri luoghi celebri del Napoletano non era derivata dai ricchi, ma da uomini stravaganti, poeti pittori musicisti, pieni di fantasia e spesso poveri di quattrini, sicura avanguardia della gente ricca. “Dovreste attirarli qui”, dicevo. “Provate a regalar loro un pezzo di terra, a patto che vi costruiscano una casa che non si possa né vendere né affittare”. Chissà̀ che non li abbia convinti. Se poeti pittori musicisti vedranno affaire in dono, dal Comune di Maratea un pezzetto di terra per costruirsi una casa, sappiano che, in fondo, sono stato io. Naturalmente, non chiedo nulla in cambio. Però, se un giorno vorranno invitarmi a passare una settimana nella loro casa in riva al mare, ci andrò̀ volentieri, contento di tornare in luoghi che ho conosciuto meravigliosi e che ormai mi è difficile escludere dal desiderio.

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