1986: gli Europe e i preservativi.

1986: gli Europe e i preservativi.

Avevamo uno specchio nel bagno, bianco e nero, uno di quei mobiletti di plastica lucida, uno specchio in mezzo e, ai due lati, due sportellini che si mantenevano su per opera dello Spirito Santo. Dentro c’erano tutte le cose che servivano in un bagno: da un lato le cose di mia madre, che non capivo, dall’altro le cose di mio padre, quelle cose che sognavo un giorno di utilizzare: pennello, schiuma da barba e lametta usa e getta. Ogni tanto di nascosto me la facevo pure la barba, ma me la facevo per finta: mi mettevo il sapone in faccia, poco per non sprecarlo, mi insaponavo col pennello bagnato e mi passavo la lametta usa e getta dal lato della plastica per non tagliarmi. Poi mi mettevo anche il dopobarba, ma poco, per non sprecarlo.
Stavo lì, ormai da un’ora, davanti a quello specchio da bagno a bagnare il pettine per bagnarmi i capelli per farmi una riga così dritta che pareva incisa da uno scalpello michelangiolesco. E poi da un lato all’altro della minuscola testa due viscidissime leccate di vacca su sti capelli così neri che sembravano solchi di un vinile di Battisti. Che pettinarmi era una delle mie fissazioni. Mi stavo preparando per andare al compleanno di una bambina, di una mia coetanea, di una mia compagna di classe. Sinceramente ci tenevo molto. Avevo messo la mia maglia preferita, una polo grigia Carrera, con tanto di carretto disegnato sopra, che credevo fosse il massimo in fatto di moda in quegli anni. Portavo un jeans gigantesco, quella, mia madre, per risparmiare, me li comprava sempre un paio di taglie più grandi, anticipando la moda di strada dei rapper di qualche anno. Forse quei jeans così grandi li aveva visti in America? Bò, chissà? Le scarpe, inutile accessorio, manco me le ricordo.
Mi guardavo allo specchio soddisfatto: pantaloni alla Tupac, polo dell’asilo e capelli anni ‘30. Proprio un gran fico di otto anni.
Non esistevano i telefoni portatili, non c’era modo di sollecitare un genitore affinché ti venisse a prendere. Ma, comunque, ci tengo a precisare che anche se fossero esistiti i cellulari nessun bambino si sarebbe mai permesso di telefonare a un padre per sollecitarlo ad accompagnarlo ad una festa. Che i padri, a quell’ora, erano impegnati; che i padri, a quell’ora, giocavano a carte al bar. Un’altra di quelle cose che sognavo di fare al più presto.
Così fu nonna, rigorosamente a piedi, ad accompagnarmi, alle cinque del pomeriggio, a quel compleanno.
Pensavo che quella bambina, oltre a essere molto bella, avesse altre due grandi fortune: compiva gli anni a giugno e abitava abbastanza fuori dal paese, in una grande casa di campagna. Il mix di queste due fortune generava ogni anno una festa di compleanno bellissima, in un eden primordiale, con un sacco di bambini a far su e giù tra il sole e il tramonto. Così, anche io, per raggiungere la festa, camminando poco distante dalla nonna, ma sempre sotto il suo sguardo vigile di progenitrice assoluta, attraversai quella primavera che già iniziava a prendere le forme sinuose di un’estate.
“Stai attento alle macchine!”, ah le macchine: il più grande pericolo per i bambini del mio paese.
Nonna mi lasciò al cancello. Mi vergognavo a far vedere a tutti che ero stato accompagnato a piedi da mia nonna. Aspettavo che lei si incamminasse per la stretta via tra gli alberi che riportava l’asfalto in paese prima di intingere il dito nel citofono del grande cancello nero.
Quando il cancello si aprì una massa informe di voci lo trapassarono come la melodia di un’arcaica danza che, a un orecchio per nulla gioioso, poteva suonare fastidiosa come urla di bambini di merda, ma per me furono odi celesti all’amore.
Ero felice di riconoscere tutti: i compagni di classe, i vicini di casa, gli altri bambini che servivano a messa con me alla domenica, i compagni del karate, le cugine bone della festeggiata. Soprattutto queste ultime. E poi mi rabbuiai notando un nugolo di bambini che ridevano senza alcun motivo. Oh no! Erano i bambini più grandi, ma perché li aveva invitati? Li detestavo. Li detestavo ma soprattutto li invidiavo. Li invidiavo perché avevano i jeans Uniform che andavano precisi sulle scarpe, non facevano quelle odiose pieghe che facevano i miei, troppo lunghi affinché mi durassero di più, e non andavano neppure alla zumbafuoss’, mostrando ben 4 dita di calzini,come quelli dei miei amici che quest’inverno erano cresciuti troppo. Li detestavo per i jeans ma li odiavo profondamente per quei cazzo di capelli perfetti, ah quei capelli pettinati per bene! Sì, avrei voluto bestemmiare perché ero troppo troppo geloso del loro doppiotaglio, il taglio che amavo, il taglio che avrei sempre voluto portare ma che mio padre non mi faceva mai fare perché diceva “ma non lo vedi caè da ricchioni”! In realtà avevo delle orecchie troppo a sventola e mio padre, che lo vedeva benissimo, pur non sentendosene in colpa, voleva tuttavia proteggermi evitando di farle sporgere troppo ste orecchie.
Mi diressi verso la festeggiata per non contraddire il cerimoniale dei party di compleanno: gli auguri, i due baci e il regalo da consegnare. D’altronde quello era l’unico giorno dell’anno in cui potevo scroccare questi due baci alla bambina più bella del paese. Bè, oggettivamente ce ne erano di più belle ma io di quella ero innamorato. Ah ancora non ve l’avevo detto? O forse non l’avevate ancora capito? Sì sì, io ero innamorato della festeggiata. Il mio migliore amico mi diceva “ma chi te lo fa fare?” ma io ero proprio convinto. Il mio migliore amico mi diceva “ma lei lo sa?” e io gli dicevo che era una cosa mia, io ero innamorato mica ero fidanzato. E gli spiegavo che lei poteva pure non saperlo, e che il soggetto attivo, quello che ama, cioè io, ama a prescindere, ma lui  mica riusciva a comprenderla sta roba. Che il mio migliore amico non ne capisse di femmine era evidente, poi, dopo qualche anno, iniziai a non capirne più niente anch’io.
Gli auguri furono sfuggenti, i baci appena abbozzati, le nostre guance si sfiorarono due volte senza convinzione, il regalo, una roba che aveva comprato mia madre, fu scartato con fretta e il suo “grazie” mi sembrò un timbro dell’ufficio postale più che una manifestazione reale di un qualsiasi sentimento. Eppure, per un attimo, mi guardò negli occhi e le sue iridi di ghiaccio mi sgranarono un rosario d’amore di qualche secondo. Spaventato dai misteri gaudiosi dei suoi occhi fuggii via verso i giochi puerili dei miei amici maschi. Non riuscivo ad essere troppo presente a quella frittata di maschi, mi sentivo del tutto distante da loro, distante e distratto del gruppo delle femmine, attento solo a carpire uno sguardo, un segreto o un cenno di interesse. Vuoi vedere che già mi piacevano le ragazze?
Oh, ma niente e niente, le femmine non mi guardarono mai, nemmeno per sbaglio, nemmeno volgendo inavvertitamente lo sguardo verso la bottiglia di coca cola alle mie spalle; la festeggiata, poi, credo che avesse addirittura rimosso la mia presenza un secondo dopo i miei auguri. Per di più, i maschi mi sfottevano per la mollezza che mostravo ai loro stupidi giochi.
Cercavo e ricercavo l’attimo esatto per irrompere tra le femmine, pensavo e ripensavo a cosa dire per fare bella figura, che si sa che al sud c’è proprio il culto della bella figura: avevo già appreso che fare bella figura era il primo comandamento della provincia, il dogma vivo di ogni piccolo paese.
Non mi sono mai illuso, sapevo bene di non essere propriamente un bambino bellissimo ma mia mamma mi diceva sempre che ero molto intelligente per cui, di sicuro, avrei detto la cosa giusta al momento giusto ma, nel frattempo, mi mancavano sia la cosa da dire sia il momento adatto. Ero così intelligente, pensavo, eppure non sapevo proprio che pesci prendere, tranne quelli che mi sbattevano in faccia i miei compagni di giochi ogni volta che mi sgusciava tra i piedi la palla come un’anguilla la mattina di natale.
Ma, all’improvviso, verso l’ora del tramonto, sembrò far capolino il sole dell’opportunità. Una mamma, o una zia o una cugina grande, cacciò un radione, attaccò la spina e, per ravvivare una festa, tentò la carta Cristina D’Avena. Quelle canzoni da cartoni animati non sembrarono aprire varchi d’allegria nei volti delle bambine, troppo impegnate a voler sembrare già donne né in quelli dei bambini troppo concentrati ad essere ancora più cazzoni di quanto sia consentito dalla loro brevissima esperienza di vita. Ecco il sole dell’opportunità ai cui raggi mi aggrappai come una scimmia famelica e arrapata. In una tasca del giubbino avevo una cassetta gialla che portavo sempre con me. Erano delle canzoni bellissime di alcuni cantautori italiani, c’era persino quella in cui Dalla Lucio diceva che una ragazza si alzava la sottana fino al pelo. Che nero. L’avevo registrata dai dischi di mio cugino un pomeriggio che lui non c’era, altrimenti Dio come si incazzava quando gli toccavo quei dischi, e che saranno mai: d’oro? Saltai su quel radione come un ghepardo sulla preda stanca, facilmente aprii il vano, cambiai cassetta e, premendo play, credetti di dare una svolta a quella festa, all’amore e alla mia vita. Dalle casse, dopo un piccolo tentennamento uscì una voce ai più sconosciuta, sconosciuta forse anche alle mamme, che cantava versi oscuri a mamme e figli:
“Le tue strane inibizioni / Non fanno parte del sesso / I desideri mitici di prostitute libiche / Il senso del possesso che fu pre-alessandrino / La tua voce come il coro delle sirene di Ulisse m’incatena.” Iniziai a dimenarmi soddisfatto, “sì sì” pensavo “è mia sta cassetta!”
Cantavo e ballavo con gli occhi chiusi e quando li riaprii mi ritrovai completamente solo.
Mi guardai intorno, non c’era più nessuno. Corsi in casa ma vi trovai solo mamme che fumavano bruciando nel fumo le loro ansie. Pensai che fosse il momento ecumenico della torta, ma era impossibile se le mamme erano tutte sedute lì, distratte dai turbamenti della loro mezza età.  Uscii di corsa e girai attorno alla grande veranda simbolo di ricchezza abusiva. Li trovai. Trovai tutti. Erano lì, per la prima volta uniti, il gruppo dei maschi e quello delle femmine, mischiati, pericolosamente si sfioravano: le mani, le gambe, i toraci, i capelli, le guance. Ma qual era il centro di gravità di quel nugolo di pargoli? Intorno a quale magia si schiudeva il pugno formato da quei piccoli corpi infantili? Mi avvicinai, cercai di sfondare il muro di schiene, di sporgermi oltre la muraglia di quei capelli pettinati meglio dei miei. Il mio migliore amico mi vide in difficoltà e spinse un altro bambino per aprirmi un una strada, un varco d’affetto, per darmi un silenzioso aiuto, uno di quegli aiuti che non aspetta in cambio nessuna gratitudine.
Vidi ciò che mai avrei voluto vedere.
La festeggiata era romanticamente seduta in braccio a quel bambino più grande con jeans e capelli perfetti al centro del gruppone degli invitati.
E quindi? Tutto qui? Cosa aveva smosso la loro curiosità? Cosa li rendeva così partecipi? Bastavano due corpicini attaccati, bastava una femminuccia in braccio a un maschietto, bastava un preludio amoroso alla perdita dell’innocenza, bastava davvero così poco a catalizzare la così svogliata attenzione di una festa noiosa? Può darsi. In fondo anche io ne ero stato subito attirato. All’improvviso però un odore strano, fortissimo, una di quelle puzze innaturali che non avevo mai sentito prima mi indusse a guardar meglio. Il bambino più grande con jeans e capelli perfetti aveva in mano un palloncino, gonfio, biancastro e con una punta in su, lo agitava e più lo agitava e più si sentiva quell’olezzo.
“Ma che è sta cosa?” chiesi a bassa voce al mio miglior amico che, per farsi bello e umiliarmi, perché da bambini all’aiuto segue sempre l’umiliazione, mi rispose a voce alta:
“UN PROFILATTICO!”
Ah, allora pensai che si potesse parlare a voce alta, che non era una roba per cui nascondersi, tipo le sigarette, e chiesi:
“E A CHE SERVE?”
Tutti si girarono a guardarmi, la festeggiata lasciò, per la seconda volta, su di me i suoi occhi di ghiaccio e scoppiò in una risata fragorosa che fu come un comando, un cenno di intesa, un “via” per tutta la ghenga. Ora ridevano tutti di me, della mia ingenuità, forse della mia ignoranza, forse anche dei miei capelli e della mia merdosa polo Carrera, dei miei pantaloni troppo lunghi, delle mie insignificanti scarpe, e, perché no, ridevano anche del fatto che mi avesse accompagnato mia nonna a piedi.
Per fortuna quella interminabile, insensibile, tonante risata collettiva fu interrotta dalla madre della festeggiata che ci intimò, nazista signora per bene, di raggiungere la torta, apparecchiata per foto di rito e spegnimento di quelle poche candeline di colore rosa.
Torta, foto, canzoni di auguri, ma io pensavo continuamente a quanti avevano riso di me dieci minuti prima e quanto!
Eravamo tutti ancora seduti a mangiare il nostro pezzo di torta quando la superstar della festa, il bambino più grande con jeans e capelli perfetti, quello che aveva portato il preservativo alla festa, si alzò e si diresse verso il radione. Senza neanche aver finito la torta, maledetto sprecone!
Tirò fuori la mia cassetta gialla e la lanciò sul tavolo con disprezzo. “Ora mi alzo e gli do un pugno sul naso” pensai dopo averlo visto trattare con disprezzo la mia cassetta preferita, nonché unica. Ma naturalmente il coraggio di dare i pugni uno o ce l’ha o non se lo può dare, questo l’avevo letto proprio quella mattina su un vecchio libro rilegato male che avevo trovato a casa, e io coraggio mica ne avevo. Cacciò dalla tasca una sua cassetta e dopo aver combattuto qualche minuto per inserirla dal verso giusto (io l’avevo capito subito che si inseriva a testa in giù) premette play e alzò a palla il volume.
Partì un suono che non avevo mai sentito prima, ma questa volta mi guardai bene dal fare qualsiasi domanda. Sembrava un pianoforte, anzi no, sembrava una di quelle pianole elettriche che aveva il maestro Malvarosa quando facevamo musica a scuola, ma molto più potente, faceva 3 o 4 note ma fortissime e tutti i bambini si alzarono come ipnotizzati. Il cantante cantava in inglese e al ritornello mi parve di capire una roba tipo It’s the final countdown e poi ripartì con quella orribile pianola e tutti i bambini, quelli che non avevano cacato di striscio la mia cassetta preferita, alzarono le braccia al cielo osannando il bambino più grande con jeans e capelli perfetti che adesso aveva anche la cassetta perfetta.
La festa era partita, tutti si divertivano, maschietti e femminucce si erano mischiati e io me ne stavo seduto a guardarli con in mano un piatto, una bianca plastica sporca di torta.
Mentre pensavo che la festeggiata non fosse poi così tanto bella, mi sentii chiamare dal lato opposto e voltandomi riconobbi l’antico contrasto tra il vestito nero e i capelli bianchi di mia nonna, come una foto di un tempo ancora più remoto di quello. Mi alzai di scatto, poggiai senza dare nell’occhio il piatto sporco sul tavolo della torta, mi infilai al volo il giubbino e corsi da lei.
“Hai salutato?” mi disse nonna.
“Sì sì, ho salutato, ciao ciao, ciao a tutti!” risposi, voltandomi verso la festa che mi aveva già espulso da tempo come olio esausto, bile d’avanzo.
Uscii dall’enorme cancello, mano nella mano con nonna, mentre la sera immacolata veniva pungigliata dal frinire dei grilli; camminavo portando nel naso l’odore acre della plastica lubrificata e nelle orecchie quel riff di tastiere ottenuto utilizzando una unità rack di una Yamaha TX-816 e un sintetizzatore Roland JX-8P, come lessi anni dopo su Buscadero.
A metà strada le chiesi:
“Nonna, scusa, ma che cos’è un PROFILATTICO?”
“Muoviti cammina,!” mi rispose seccata da questa stupida domanda da bambino.
Avevo sbagliato di nuovo, piuttosto avrei dovuto chiederle chi fossero gli Europe.
E fu così che, all’inizio dell’estate del 1986, scoprii gli Europe, i preservativi e di essere uno sfigato.

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