POLICASTRO DOV’È?

redazione
Camilla Cederna

di CAMILLA CEDERNA – Corriere d’informazione, 4-5 agosto 1956

Nel pollice d’Italia. La breve costa della Basilicata e la lunga costa calabra con alberghi muniti di bagni e senza zanzare

“E tu dove vai al mare?”.

“Nel golfo di Policastro”, rispondevo alla fine di giugno a chi s’informava delle mie vacanze, e mi piaceva guardare in faccia i miei interlocutori, meravigliati, disorientati, spesso anche soltanto divertiti.

“Policastro?” chiedevano, dando subito a questa parola un’intonazione ironica. “E dov’è?”. Alcuni però, dopo il primo momento di meraviglia, si riprendevano. Questo nome l’avevano sentito dire al tempo delle elementari, quando studiavano geografia: insieme alle Alpi Cozie, Graie, Pennine, e al colle di Tenda e di Cadibona. Il nome del golfo di Policastro era rimasto loro in mente, vagamente collegato agli alberi delle carrube. Ma niente di più. La sera prima che io partissi, in un caffè di piazza della Scala, andava ripetendosi la stessa scena. “Policastro?” mi chiedevano alcuni conoscenti. “Ma dove ti vai a cacciare?”, ed ecco che da una sedia lì accanto si alzò un uomo dall’aspetto fragile e dal profilo garbato che, fino a quel momento aveva sorbito un gelato bianco e rosa insieme alla sua giovane moglie. Dopo avermi detto: “Scusi, signora” si permise di domandarmi, chinando il capo da una parte: “Policastro?” e sillabò lentamente la parola, pronunciandone l’unica a larga ed aperta come fosse una e. era un avvocato di Londra che l’indomani partiva in automobile per questo golfo. Come me, si sarebbe fermato a Maratea, “in the big toe of Italy”, aggiunse con un sorriso “nel pollice del piede dell’Italia”.

Ci dicemmo arrivederci, fra la meraviglia dei milanesi, alcuni dei quali insinuarono che io avessi combinato questa scena. Giunsi a Sapri che era notte, di lì raggiunsi Maratea in venti minuti di automobile, e quando il viaggio fu finalmente concluso, non vidi altro che grandi piante di limoni su un verdissimo prato sotto le stelle. Entrando nell’albergo che questo prato annunciava come un gran tappeto di lusso, mi parve di metter piede in una conchiglia. Le piastrelle del pavimento erano di diversi toni di rosa accostati, dalle enormi porte-finestre spalancate sulla notte entrava lievissimo il respiro del mare insieme ai cento aromi della macchia mediterranea, di miele, di pepe, di menta. La mattina dopo, prima di aprire le imposte, esitai un attimo: mi aspettavo molto, e nello stesso tempo, come spesso accade, temevo di rimanere delusa.

MARATEA

Ma non fui delusa: oltre il balcone fiorito, abbracciato irregolarmente da scogli neri, da penisolette verdi, da ciuffi di pini frondosi, da dossi nudi sui quali, in mezzo alle ginestre, si ergevano, severe torri saracene, luccicava un mare teso e deserto, color turchese vicino alle coste, verde di smalto intorno alle isolette, color indaco nella sua sconfinata libertà. Non una barca sull’acqua, non una persona in vista, ma un silenzio fondo, una calma solenne ed antica, una bellezza così ferma e patetica che prendeva quasi alla gola. Sul suo balcone, all’ombra di una pianta di rose, la giovane coppia inglese guardava il mare. L’avvocato volle sapere da me come mai ero arrivata fin lì. A metà giugno lui aveva letto sul Daily Telegraph un articolo dal titolo: “Andiamo in un posto diverso dai soliti”, che parlava appunto di quello che secondo l’autore era “il pollice del piede d’Italia”, la Calabria cioè, e, al suo limitare, la Basilicata con quei pochi chilometri di sbocco sul Tirreno, e al centro, Maratea.

Da quel giorno non pensai più a quell’espressione tanto meravigliata che avevano avuto i miei amici udendo dove andavo a far vacanza. Mi contentai invece di guardare la faccia di chi, per un guasto alla macchina, per una stanchezza improvvisa, per una combinazione qualsiasi, si fermava almeno per mezza giornata nell’insenatura stupenda ch’io avevi scelto da lontano. Parlo di Maratea e del litorale che la precede e la continua a tutti quelli che da anni si lamentano delle loro vacanze che non sono più vacanze, dei rumori, della folla, della super costruzione, ma da anni continuano per pigrizia ad andar negli stessi posti, e, naturalmente, a lamentarsi. La breve costa della Basilicata e la lunga costa calabra, come scrive in stile ammirato ed estremamente informativo il Daily Telegraph, non è più inospitale e deserta come una volta. È una costa stupenda in cui per merito di industriali del nord, veneti o piemontesi, sono sorti comodi alberghi muniti di bagni e sprovvisti di zanzare. E’ giusto che ci vadano gli inglesi, ma è altrettanto giusto che comincino ad andarvi anche gli italianai, e prima di tutti quanti amano il gran mare libero e selvaggio, che anche ai meno freschi di studi, fa venire in mente l’incontro profumato d’alga e di sale, fra Ulisse e Nausicaa.

Mancano i dancings, i night-clubs, I gran caffè sulla piazza, ma in compenso, in mezz’ora di automobile, su splendide strade orlate per chilometri e chilometri dai cespugli di rosmarino, si può cambiare completamente di ambiente e di villeggiatura, lasciandosi alle spalle la vegetazione subtropicale (carrubi, vigneti, olive, fichi ed agavi), per avanzare tra la flora alpestre (carpini, frassini e querce, a boschi interi).

LE RAGAZZE

Ed ora qualche notizia complementare utile ai turisti. Nella macchia di Maratea (deliziosi sentieri tagliati fra la mortella profumata, la menta, il caprifoglio, i cespugli di cappero e lentisco, conducono dall’albergo al mare), s’incontrano le lucertole più grosse e più lunghe della zona, tanto azzurre da parere di smalto. In molte sere estive le sponde del mare luccicano per il plancton fosforescente che vi galleggia. In marzo il mare brulica di folaghe, anatre e gru che, provenienti dall’Algeria si riposano sull’acqua tutto il giorno, prima di partire in volo per l’Ungheria, verso sera: è la stagione delle cacce. La gente del posto è civile e discreta. Quelli che si incontrano per la campagna formano gruppi da presepio di scuola napoletana: donne brune vestite di viola e di rosa acceso con un orcio in testa spingono un asinello nero, bambini con un cesto in braccio, si tiran dietro una pecorina sporchissima. Le ragazze più belle stanno a Castelluccio, nella valle subito dietro Maratea.

Quanto al santo protettore di Maratea, si tratta di San Biagio, che si può ammirare ritratto in un gran busto a sbalzo e a cesello di oro e d’argento. È un santo che protegge la gola, e quasi tutte le seconde domeniche di maggio, fa il miracolo della manna. Cioè, fra l’entusiasmo e le preghiere dei marateesi, trasuda dal viso severo, dalla ben regolata barba, e tutt’intorno sui marmi della cappella, un liquido giallo, inodoro, insaporo, ma benefico contro ogni malattia, che il parroco distribuisce in boccette a chi va a trovarlo fin lassù. Lassù, su una gran balza fiorita d’angeliche e di gigli semplici e gialli, fra le rovine di quella che era una volta Maratea Superiore, sta la basilica del Santo. Dal belvedere della basilica, lo sguardo spazia su tutto il golfo di Policastro, tutto a felici sporgenze e rientranze, nere di scogli, bianche di spiagge oltre la bella isola di Dino, oltre le punte calabre di Scalea e Diamante da un lato e dall’altro oltre il nero e solenne capo Palinuro. Mentre lontanissima, oscillante in una legger nebbia di sole si vede e non si vede, un’isola sfumata, opalina, dai contorni irregolari, che è Stromboli.

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