2018: LE SEI QUALITÀ DI DE BOTTOM NELLA VISIONE DI POTENZA

Dino De Angelis

Quando pensiamo alla parola visioni ci immaginiamo un campo lungo e tutte le cose meravigliose che la nostra fantasia può immaginare per coprire quella distanza.

Ma a causa di una certa limitatezza nel mio sguardo (non a caso sono miope), non riesco ad avere una visione così distante, pertanto mi fermerò ad immaginare una prospettiva che prenda a riferimento l’ambito cittadino. Per cominciare, mi rifaccio ad una interessante riflessione di uno scrittore urbanista, Alain De Bottom, che propone sei qualità perché una città si possa definire oggettivamente “bella”. È una visione che provo a dimensionare sul nostro beneamato capoluogo, da più parti considerato un luogo oggettivamente da molto tempo privo di visioni.

 

  1. Simmetria. È qualcosa che dà tranquillità, intesa anche nel senso di ordine. È la ragione per la quale, ad esempio, amiamo città come Parigi (pensiamo alla maniera in cui si espande l’Étoile dall’Arco di Trionfo). Ecco, Potenza avrebbe bisogno di maggior ordine. E se le strade proprio non hanno quella simmetria, beh l’ordine si può cercare in un maggior senso civico, che non guasterebbe affatto                                                
  2. Umanità. Le città moderne sono piene di zone industriali prive di vita e dotate di costruzioni brutalmente anonime. Anche una serie di contenitori vuoti e lasciati all’abbandono inscatolano quella sensazione di tristezza diffusa nel cittadino.                                                                                                                                         
  3. Compattezza. Le città ritenute belle e confortevoli sono quelle in cui gli abitanti stanno vicini (magari non proprio come i palazzi uno sull’altro stile certi agglomerati di Macchia Romana, ma un qualcosa che assomigli a certi quartieri antichi di Napoli, tanto per fare un esempio). Le piazze, poi, riferisce lo scrittore urbanista, non devono superare i 30 metri di diametro. Certo, se quelle piazze non fossero assediate da automobili, se ne ricaverebbe una sensazione di maggiore bellezza. Una parola che sembra essere diventata sconosciuta.                                                                                                                                                      
  4. Rispetto. Troppe città privilegiano i veicoli sui pedoni. Una città dovrebbe essere facilmente percorribile sia dai veicoli sia dalle persone che ci abitano. E non posso fare a meno di immaginare che la città capoluogo ha troppo poco spazio per i camminamenti a piedi, sia marciapiedi che zone per dedicarsi ad una amabile passeggiata. Il recupero di zone siffatte aumenterebbe ipso facto la percezione di un luogo maggiormente vivibile.                                                                                                                                                      
  5. Scala. Perché guardiamo sempre inorriditi le palazzine del Serpentone? Perché per una città la scala ideale è quella di un edificio alto non più di cinque piani: tutto ciò che supera questa altezza fa sentire le persone che ci abitano piccole e insignificanti. A parte che, allo stato attuale, non avrebbe senso continuare a costruire, ma semmai programmare un’azione di recupero degli edifici dismessi o abbandonati (vedi punto 2).                                                                                                                                             
  6. Localismo. Forse la qualità più importante. Recita esattamente il contrario di globalismo, ovvero il mondo in cui ci troviamo a vivere. La città ideale deve recuperare la propria storia e tornare a farla respirare nei suoi vicoli e nelle sue principali espressioni pubbliche.

 

Ecco come mi piacerebbe che il luogo in cui si vive rispondesse ad una serie di criteri oggettivi. Non se ne avrà De Bottom, se per completezza ed aderenza alla realtà che vivo, di visione ne ipotizzerò un’altra:

 

7. Parcheggi. Non solo di servizio all’area centrale, ma da creare in ogni angolo della città. Mi viene sempre         in mente che il buon De Luca (quello campano), ogni anno in cui si festeggiava la festa patronale a                   Salerno (21 settembre) inaugurava altrettante opere pubbliche. La maggior parte di quelle opere erano             parcheggi.

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