IL 2018 NELL’INVASIONE DEI PAROLAI

Rocco Catalano

Non ho parole o ne ho molte confuse e soprattutto incostanti.  Le parole ti attraversano lasciando segno nella memoria, alle volte nell’anima, così si dice di quelle che hanno un peso. A dire il vero tutte le parole dovrebbero averne uno.  Ma così non è, ci sono parole e parole, ad ogni uomo le sue. Ogni uomo si forma nutrendosi di aria che trasforma in pensieri e in blaterazioni. Parlare non significa molto, e spesso lo si fa in maniera sbadata o imprecisa. Dire in maniera sbagliata qualcosa può provocare reazioni pericolose, ecco perché bisognerebbe imparare a tacere; sopprimere quel rigurgito di fiato misto a pensieri fecondati male, o malvagiamente. La lingua che non tace nel desiderio d’amore col fiato, questo sarà.

Diceva Canetti che ‘‘chi ha troppe parole è una persona sola’’; quindi desiderio di affermare il proprio verbo, bisogno di relazioni perché non sopporta la sua presenza, oppure è un tiranno. Io, forse, sono tutte e tre le cose. Parolai. Noi siamo una generazione di parolai allevati in regime Tivvùcratico; che significa aver ridotto ulteriormente la capacità di pensiero, di meditazione a tutto vantaggio di una progressione percettiva dell’immagine rispetto alla parola che vaga incontrollata dentro e fuori questa stanza che non ha più pareti ma alberi infiniti. Solo Nostra Signora Tivvù riesce ad imporci il silenzio, ci riunisce al suo altare per raccontarci filtrato, il suo e il nostro mondo. Quel mondo noi lo viviamo ma lo raccontiamo con le parole altrui (le Sue), e ancora una volta le parole perdono senso e trovano significato solo nel desiderio di espellere, contagiare.

Contagio verbale tanto più positivo quanto più esteso, perché in quella comunità si è protetti, s’adottano gli stessi codici, gli stessi schemi, le stesse parole. Fuori da quel gruppo c’è il diverso, il pericoloso, il sovversivo che non parla quella lingua, o meglio non parla quel pensiero. Predicatori, oggi predichiamo un sacco di cose, siamo predicatori da telemarketing, predicatori della politica, predicatori da bancarelle dei mercati rionali, predicatori religiosi e predicatori da bar. Tutti assieme produciamo un mondo di parole, eppure il mondo, sono quasi certo, farebbe a meno di tutte ‘ste parole. Io odio le parole e per mio conto ne ho dette pure molte fino a questo momento, e così mi fermo per un attimo a pensare e chiedermi/ti: come cazzo ti viene, mentre parliamo di rhum e whisky, “parola” pausa “scrivimi qualcosa sulla parola.  Come si fa a scrivere della parola? La parola è fiato, lo scrivere è lento agire di pensieri che danzano come i Sufi sulle e fra le dita, condizionati dalla luna. Io che sono un lunatico. Ma questa è un’altra storia. Ti do la mia parola; si dice quando vogliamo giurare o spergiurare su qualcosa con la pretesa che tanto basti affinché siamo credibili. Ciò dimostra il valore che questa accezione conserva della sua storia, naturalmente un valore d’altri tempi, quando la parola era forse l’unica cosa che l’uomo aveva da offrire a garanzia della propria credibilità.

Era il tempo in cui non valeva null’altro che l’essere umano, ma sono davvero esistiti questi tempi? Onorevoli Colleghi in queste aule si è fatta la storia d’Italia, la nostra parola è Legge in nome del popolo d’Italia! Ogni domenica il prete ci invita alla liturgia della parola. Parola del Signore!  La parola è un Totem, giustappunto, che non può essere sprecata e così, a questo punto rinuncio, non ho nulla da dire, forse ribadire che la parola è poesia, e purtroppo io sono un cialtrone e per congedarmi non mi resta che affidarmi a chi della parola fece fioretto, quel Cyrano che tanto ho amato in nome dell’amore. “…Io me ne vo… Scusate: non può essa aspettarmi, il raggio della luna, ecco, viene a chiamarmi”.

Prosit e Serenità

di ROCCO CATALANO

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