2019: MATERA NON MERITA LA RASSEGNAZIONE AL “CARTONE”

Rossano Cervellera

Una torre di cartone da assaltare e sfasciare per far partire il conto alla rovescia verso il 2019. Si sa, quando c’è da rompere qualcosa i materani non si fanno pregare e si esaltano. A Siena avrebbero organizzato un palio lanciando dei tacchini in Piazza del Campo, a Trieste una Barcolana con zattere ecosostenibili, qui si banalizza la festa della Bruna. Ci sta, perché alla fine tutto deve fare spettacolo.

E’ l’anno che ci attende prima del sabato del villaggio. #MateraDuemiladicartone e il suo #menouno comunque hanno avuto il merito di risvegliare un po’ di entusiasmo. I ragazzini delle scuole sono coinvolti e gioiosi (lo sarebbero stati anche se li avessero messi a fare i lavoretti col Das). Gli ex volontari, ora project-qualcosa, twittano, i media amplificano. Il circo si è rimesso in moto. La carovana ha posizionato i carri in cerchio e ha montato il tendone. Bisogna essere top trend. Non occorre emozionare, è sufficiente far condividere, perché a parlare è il linguaggio delle statistiche, dell’audience. Del gradimento non frega niente a nessuno, è roba vecchia.

E la città? Rassegnata. Al di là del bagno di folla prevedibile nella giornata del #menouno, è prigioniera del proprio passato e consapevole di essere incapace di costruire da sé il proprio futuro.

A Matera vince il disincanto di chi si è risvegliato da un sogno che gli ha lasciato l’amaro in bocca. Si guarda al 2019 come ad uno slogan che ha prodotto una speranza destinata ad essere tradita: “Arrivasse ‘sto 2019”.

Il problema non è il coinvolgimento materiale nell’organizzazione degli eventi ma quello, più profondo, della partecipazione emotiva, generata dalla convinzione che ci si sta giocando un pezzo di futuro. Questo sta mancando, almeno per ora. La voglia di affacciarsi al balcone e di fare anche solo semplicemente il tifo è mortificata dalla sensazione che la partita interna riguardi pochi aspiranti creativi e tanti personaggi in cerca di autore. Perché sia accaduto tutto questo è un tema da tavola rotonda.

Certo è complicato immaginare di attrarre l’attenzione dei materani sui concetti di comunità, orti urbani, inquinamento luminoso, futuro remoto, utopie e distopie, radici e percorsi, continuità e rotture. Già, rotture. Quelle di una città di 60mila abitanti che ha sublimato il concetto di comunità con i suoi vicinati. Una città in cui basta spostarsi di qualche metro per trovare degli orti urbani, in cui il cielo stellato si vede benissimo anche stando in pieno centro, in cui il silenzio è a portata di piede. Matera è già così. Non è Londra, né Bruxelles. Non ci sono maniche di burocrati annoiati da convincere per finanziare eventi alla moda proposti da presunte avanguardie culturali che abbagliano ma non producono tendenze artistiche durature e scafate per superare il vaglio della storia.

Matera è una città in cui passato, presente e futuro sono praticamente la stessa cosa.

Qui c’è identità. Si cammina per la strada e ci si riconosce. Ci si parla addosso e poi si va a mangiare insieme, perché si è piccoli. Non ci sono megalopoli da ‘ste parti. Qui ci sarebbe bisogno di cultura vera, di confrontarsi e scambiare idee con artisti veri, scrittori veri; di guardare spettacoli in teatri veri, di visitare un museo antropologico vero, di ascoltare concerti veri. Ci sarebbe bisogno di avere contatto con la realtà, di agganciarsi a qualcosa di solido per provare a trascenderlo, non di far scorrere senza ostacoli il fiume di magma dell’universalità senza forma e senza sostanza.

 

Il futuro di un luogo remoto sembra aver divorato e avvolto nella nebbia il presente della città.

Non dovrebbe finire così. Non può finire così. Si trovi il coraggio di guardarsi allo specchio e di cambiare qualcosa. C’è ancora tempo. Ma dev’essere il tempo della generosità, della comprensione della realtà e dell’apertura al confronto, non quello dell’invidia e della diffidenza, né quello delle certezze assolute e delle convinzioni di chi pensa di sapere come sta andando il mondo.

 

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