2020: l’anno brevissimo

2020: l’anno brevissimo

Ci sono due ragioni che, se mi sforzo di interpretare l’anno che stiamo chiudendo,  mi inducono a porgli accanto l’aggettivo “brevissimo”. Le esporrò senza retorica e senza fronzoli. Con parole secche, quelle più efficaci.

La prima ragione nasce, non solo per forza evocativa, dalla nota definizione che Eric Hobsbawm diede  del Novecento: il “secolo breve”. “Breve” perché tutto ciò che in esso è accaduto di significativo, ovvero lungo una linea chiara di cause ed effetti, si è svolto dal 1914 al 1991. Prologo: inizio della Prima Guerra Mondiale. Epilogo: crollo dell’Unione Sovietica Russa. Entrambi catastrofi (in senso matematico – vedi Tohm e Arnold) causate da una tensione giunta al punto di saturazione: l’una dovuta all’esasperazione del concetto di ‘Nazione’; l’altra alla pressione insostenibile della parola “libertà”. Trentacinque anni dopo l’uscita del saggio di Hobsbawm, a fine dicembre del 2019, non ci può non esservi unanimità d’intesa sullo stato delle cose: la forza seduttiva delle “nazioni” e la piovra sovietica sono ‘fenici’: di nuovo vive, sempre più aggressive e forti, e la parola “libertà” implode. 
Il 2020 inizia così: è un coacervo di punti sparsi su una mappa estesa quanto il globo: unendoli, si possono tracciare mille storie: nessuna assolutamente vera, nessuna assolutamente falsa. Capodanno si confonde con i Capodanno degli ultimi decenni a questa parte: feste, amici, abbracci, baci, luci, botti: tutto dato per scontato, come respirare.
Il 7 gennaio in Cina è già nota e confermata la presenza di un nuovo virus, appartenente alla stessa famiglia di quelli che provocano l’influenza, la Sars e la Mers. Viene denominato “2019 nCov”. Provoca una specie di polmonite. La notizia viene ufficializzata solo 13 giorni dopo. In tv vediamo immagini di gente in giro con le mascherine, in un’atmosfera di nebbia e smog.
Ma la Cina è lontana. Sembra un film. Noi siamo al sicuro.
A metà gennaio parto per Torino. Devo presentare il libro di Cantore sul Petrone, l’ingegnere che, con la sua  équipe, portò  l’uomo sulla luna. Serate fra amici, gente accalcata ovunque, normalità, quella nella quale siamo radicati. Non lo nominiamo neanche il virus. La luna è più vicina.  Il 24 del mese sono a casa.
In Europa ci sono i primi casi di infezione.
Nei Tg diventa la notizia  d’apertura e ogni giorno prende un pò di spazio in più. Ma da qui all’altra parte dello schermo c’è un abisso, e pure questa è ormai abitudine: le guerre in Libia e in Medioriente, i profughi nel mare mosso e freddo a Lampedusa, i roghi di foreste in Sudamerica, gli scheletri coperti dalla pelle nera dei bambini nati sotto l’equatore… Siamo abituati, a tutto questo, mentre mangiamo e lasciamo nella pattumiera lauti avanzi, in T-shirt in pieno inverno… Febbraio scorre. L’allarme incalza.
A discorsi come quelli tenuti dal Presidente del Consiglio il 4 e l’11 marzo non eravamo avvezzi: inizia un lockdown che durerà quasi due mesi. L’Italia è ferma. Il mondo è paralizzato.
Il 2020 è un anno brevissimo: dura dal 1 gennaio agli inizi di marzo, poi solo il non-tempo. Tutto ciò che si può dire con molte parole lo si può dire di quei settantantuno giorni: la Lombardia è in panne e la gente, per la prima volta, a  memoria di più generazioni, scappa dalle città del Nord per rifugiarsi nei paesi d’origine del Sud; da un giorno all’altro mutano le  abitudini sociali, quelle naturali come naturale è respirare, adesso che un virus, paradossalmente, si prende proprio quello, il respiro; cambia il modo di lavorare e di ‘andare a scuola’; l’essenziale sepolto torna a galla; il tempo, che fino al giorno prima era quasi un lusso, per tanti cambia volto e diventa un mostro; la globalizzazione chiude il suo sipario: è nero.
Il 1 gennaio avevamo delle certezze. La prima settimana di marzo erano crollate tutte. Ciò che è accaduto da quel momento a oggi (28 dicembre, mentre scrivo), lo si può dire in sole tre parole: virus, crisi, caos.

L’altro ragione per la quale quest’anno può essere considerato breve non ha a che fare con il tempo misurato dagli orologi, ma con la durata così come viene percepita dal nostro ‘senso interno’. Facciamo un esperimento. Proviamo a ripercorrere con la memoria per tutto il 2019, possibilmente senza tenere conto di eventi emotivi di natura personale.
Io l’ho fatto. fino a metà marzo il ‘nastro’ torna indietro in fretta. Poi rallenta, e ci mette un bel po’ ad arrivare a Capodanno. È quello che mi piace chiamare ‘effetto Mann’, poichè nessuno come Thomas Mann (nel romanzo “La montagna incantata”, al  § Digressioni sul senso del tempo) ha mai esposto in maniera così chiara il modo in cui la mente umana registra lo scorrere del tempo: le situazioni ripetitive sembrano interminabili mentre le si vive ma si appiattiscono in un niente dopo essere trascorse, cosicché di mille giorni uguali ne ricordiamo appena uno.
Di contro, una vita piena, ricca di avvenimenti, sembra volare via momento per momento, ma si lascia dietro  una narrazione ricca e densa. Lo possiamo sperimentare trascorrendo un giorno o una settimana fuori casa, oppure semplicemente prendendo consapevolezza di quanto i viaggi di andata verso una meta sconosciuta appaiano sempre più lunghi, a posteriori, dei viaggi di ritorno. Ebbene, in quest’altro significato, il 2019 è stato un anno brevissimo. Durato poco più di due mesi, poiché a causa della monotonia e delle restrizioni relazionali, abbiamo perso l’anima: quell’astrazione che – lo diceva già  Aristotele – misura e dà significato al tempo.

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