5 MOTIVI PER ESSERE COME AMÉLIE

Federica Cosenza

Cinque motivi sul perché Amélie non è stata la rovina di una generazione di ragazze

 

Nella mia pratica da psicoterapeuta, facilito spesso la comunicazione con i miei pazienti, sottoponendo alla loro attenzione opere cinematografiche. Potrei dunque sorvolare su aspetti formali della pellicola che trovo a dir poco deliziosi e suggestivi, in grado di rendere questo film una vera e propria favola moderna, e mi concentrerò dunque sulla protagonista!

Da un punto di vista clinico, il cinema ci offre spesso esempi calzanti di tratti di personalità, non per questo necessariamente da stigmatizzare. Ho letto con molta attenzione l’articolo proposto dalla rivista  The Vision da cui ho ripreso il titolo.

Non solo la storia di Amélie ha fatto breccia nel cuore della mia parte più infantile, senza per questo rendermi una emulatrice “vacua e stralunata” della protagonista, ma ho ritenuto opportuno proporre la visione del film ad una mia paziente con chiari tratti di personalità evitante che mi ricordava tanto “la ragazza con il bicchiere d’acqua che è al centro del quadro eppure ne è fuori, forse è solo diversa dagli altri”.

Per i non addetti ai lavori chiarisco che la personalità evitante si caratterizza per senso di inadeguatezza percepito, timore di attirare giudizi negativi e rifiuto, scarse abilità sociali con conseguente isolamento nonostante il desiderio di relazioni intime, creazione di un mondo di fantasia.

Vi ricorda qualcuno? Ebbene la descrizione di Amélie prende forma!

Il personaggio “terapeuta” Raymond Dufayel (il vicino di casa con “le ossa di vetro”) coglie perfettamente nel segno dicendo alla giovane ragazza “Lei preferisce immaginare un rapporto con qualcuno che non c’è, piuttosto che creare un legame con quelli che sono qui con lei”.

Credo dunque che il film possa mandare un messaggio positivo a tutti, indistintamente, ma in particolar modo a coloro che si riconoscono in queste difficoltà. Per i seguenti motivi non sono affatto d’accordo con l’articolo sopra citato:

 

1. Amélie è un’eroina. Nonostante i suoi traumi infantili e lo sviluppo di un disturbo di personalità, attraverso i suoi sforzi timidamente accennati, riesce a trovare il suo posto nello spazio interpersonale.

Nino, il suo alter ego maschile, è anch’esso impacciato (tanto per liberarci della eventuale vena polemica femminista), tuttavia è in grado di cogliere sensibilmente le difficoltà dell’iconica parigina e sollecita l’audacia di Amélie che, impegnata a vivere le vite degli altri per timore di vivere la sua ed esporsi alle sofferenze della realtà, esce dal guscio e si mette in gioco, con l’impaccio di una giovane donna che il pubblico ama perché infondo ci ricorda forse una fase adolescenziale e transitoria di tutti noi.

Non la vedo come una sfigata castigata dalla vita, quanto piuttosto una bambina che soffre una serie di disgrazie che, per questioni cinematografiche vengono esasperate e romanzate con gusto tipicamente francese, e che subisce un arresto dello sviluppo.

Ciò nonostante ne esce vincente e nel suo favoloso appartamento di Montmartre gode di una vita semplice e genuina. Credo che non ci sia miglior esempio per chi, con un disturbo evitante di personalità, non ha certo velleità mondane alla Sex and the City, ma vuole solo il suo piccolo spazio di felicità.

 

2. La felicità è nelle piccole cose. La lista di quello che piace ad Amélie, ricorda a tutti noi di come spesso cerchiamo grandi sensazioni, emozioni forti e stravolgimenti sentimentali, quando in realtà, nella ricerca affannosa di tutto ciò, ci dimentichiamo di guardarci intorno e siamo così anestetizzati da non sentire più quei piaceri semplici.

Amélie ritrova il gusto delle piccole cose e ama rompere la crème brûlée con la punta del cucchiaino. A me ad esempio piace affondare le labbra nella schiuma del cappuccino! E se lei immerge le mani tra i legumi, io adoro scoppiettare la plastica dell’imballaggio, voi no?

Credete si tratti forse di “tic angoscianti”? Ebbene ci siamo così allontanati da tutto ciò, siamo così troppo concreti da aver perso la poetica e, per citare il film “se il dito indica il cielo, l’imbecille guarda il dito”

 

3. Amélie ci insegna l’empatia. Concetto a me caro per questioni professionali! Vi siete mai chiesti l’importanza del comprendere gli stati emotivi di chi ci circonda? Amélie ci insegna che soltanto entrando nel mondo emotivo dell’altro, possiamo comprenderlo a pieno e scoprire talvolta universi meravigliosi come quelli dei protagonisti del film.

 

4. Per due ore e nove minuti ci fa tornare bambini. Tra i ritmi frenetici e i notiziari angoscianti, non è così male ritagliarsi due ore in una giornata per immergersi in un’atmosfera volutamente surreale, a mio avviso scelta stilistica di Jean-Pierre Jeunet perfettamente fedele alla percezione che la protagonista ha della realtà. Guardando attraverso gli occhi di Amélie, entriamo in questo spazio parallelo, cullandoci anche noi in quella totale armonia che fa apparire la vita “semplice e limpida”.

 

5. È un film romantico ma anche di valore sociale. Non solo è meraviglioso il messaggio che è possibile trovare un partner adatto e comprensivo, molto vicino alla nostra visione delle cose, ma è ancora più potente il fatto che possa trovarlo una persona con queste difficoltà. Questo fa del film un esempio di commedia romantica per niente banale.

L’articolo di The Vision, non ha, a mio parere, considerato una fetta di popolazione importante che ha bisogno di riconoscersi in Amélie, non per assecondare “velleità artistiche”, ma per credere che c’è una possibilità per uscire dal guscio e, evolutivamente, iniziare a lasciarsi andare all’accettazione di una realtà, prima di tutto sentimentale!

Non sappiamo come andrà la storia d’amore tra Amélie e Nino, ma il cinismo non appartiene certo a questa pellicola.

 

Un’osservazione conclusiva è doverosa: non è un problema la proposta cinematografica quanto piuttosto l’emulazione di un personaggio, qualunque esso sia, da Amélie a Nikita per rimanere in clima francese. Ciò denuncia infatti una debolezza identitaria che può essere tipica di una fase adolescenziale ma quando è postuma andrebbe opportunamente valutata!

 

 

 

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