ABBATTIAMO LE OMBRE CHIEDENDO ALLA POLITICA DI ALZARE L’ASTICELLA

Mariateresa Cascino

Rinasce Totem e questo già offre una nuova visione. L’ottimismo della volontà ha vinto contro il pessimismo della ragione. Sono felice di poter tornare a scrivere sulle pagine di uno dei magazine lucani più utili e stimolanti da leggere per conoscere meglio “visioni, pensieri, opere, missioni” lucane, e non solo.

Infatti Totem ha sempre offerto una lente più estesa anche su questioni extra territoriali, aiutandoci a guardare la Basilicata dall’esterno, per accrescere anche il senso critico sulle questioni legate al suo futuro, inquadrandola tra le acque del Mediterraneo e tra i confini del Sud Europa.

Cuore verde del vecchio continente, bagnata da due mari, grande quanto Yellowstone, la Basilicata è ricca di giacimenti naturali, turistici, culturali ed enogastronomici ed è il luogo delle grandi star del cinema, dei siti Unesco più antichi al mondo e vuole essere d’esempio all’Europa intera con il progetto di Matera Capitale Europea della Cultura 2019.

La regione dai due nomi, così ambiziosa e così unica, così piccola e così spopolata, dai dati che la caratterizzano sembra però un luogo bello e dannato, e si presta ad una lettura dove persistono ossimori imbarazzanti: è la regione d’Italia più ricca di risorse naturali (70% di estrazioni petrolifere e 14% di gas naturali) ma per un lucano il costo della benzina è sei volte più alto rispetto alle altre regioni italiane. Registra un aumento del PIL del 5,5% ma è la terza tra le regioni più povere d’Italia, 1 lucano su 4 è povero e il 41% è a rischio povertà.

Dal terzo trimestre 2016 al terzo trimestre 2017 in Basilicata ci sono circa 3800 occupati in meno, oltre 4000 femmine e con un lieve recupero di +500 dell’occupazione maschile; a fronte, per lo stesso periodo di tempo, di 108mila occupati in più nel Mezzogiorno, di cui 92mila maschi (Fonte Istat 2017). In via d’estinzione, i lucani passano ad essere 570mila nel 2016 rispetto ai 599mila registrati alle soglie del nuovo millennio. Non si dormono sonni tranquilli perché l’Istat segnala scenari apocalittici per il futuro: saranno 480mila i lucani che popoleranno il territorio geriatrico nel 2030.

L’emergenza spopolamento è però edulcorata da possibili politiche di integrazione di extracomunitari, risorsa vitale per il territorio, da accompagnare, si spera, con misure specifiche ad hoc studiate coerentemente, programmate, valutate e monitorate.

Il turismo potrebbe essere una delle attività trainanti della nostra regione, considerando il grande potenziale legato a Matera 2019 e al grande interesse suscitato dai mass media internazionali, ultimo il New York Times che ha scelto la città dei Sassi come luogo eletto da visitare. La crescita del settore è dell’1,8%, mentre la Puglia arriva al 3% e l’Albania al 23%, come ricordano i numeri snocciolati dal centro studi turistici Thalia. Bella, dannata e anche un po’ addormentata, sulla Basilicata calano luci e ombre.

Non deve essere assolutamente facile per chi l’amministra e la governa politicamente rispondere alle emergenze che l’attanagliano, nonostante la dotazione finanziaria di 1miliardo e 800milioni di fondi comunitari, nonostante i circa 600 milioni di euro del Patto per la Basilicata (per la verità anche questi nella stragrande parte derivanti dallo stesso plafond dei fondi comunitari) per le grandi opere gestite in project financing, nonostante la volontà di snellire la burocrazia e accrescere la capacità amministrativa. Ma l’ottimismo della volontà deve vincere sul pessimismo della ragione, altrimenti saranno solo ombre. 

Alle soglie della campagna elettorale, dovremmo chiedere alla politica di recuperare la sua missione di produrre capitale sociale, di scegliere una classe dirigente all’altezza delle sfide europee, di depotenziare il clientelismo e il familismo amorale, di occuparsi di Matera 2019 e delle politiche culturali con serietà, dotando Regione e Comune di Matera, ad esempio, di assessori in grado di affrontare le sfide che abbiamo davanti e di strumenti per una programmazione di lungo periodo, di aggiornare l’impianto giuridico di un settore che declamano come l’asset strategico dell’economia favorendo la crescita di tutte le discipline culturali, come si è già fatto per lo spettacolo, e adottando un approccio alle politiche culturali che non valorizzi solo l’identità e pochi altri settori, ma anche le opportunità di relazione culturale, perché ci si può evolvere solo con il confronto, con l’approfondimento e la crescita culturale attraverso le produzioni e lo scambio legati all’arte, alla scienza, ai libri, ambiti vitali per sprovincializzarci e veicoli del sapere. 

Anzi, insistere troppo sul concetto di identità può diventare anche pericoloso perché porta ad alzare muri, a restringere campi, ad eccedere in presunzione, a ingabbiare gli sguardi proprio in una fase storica dove c’è bisogno esattamente del contrario.

Dovremmo richiedere alla politica di avere una visione ampia, e non solo punti di vista su come attuare strategie regionali, programmi operativi, misure, indicatori di risultato a cui si punta verso il 2020. Dovremmo chiederle di scegliere uomini e soprattutto donne che hanno mostrato già grande impegno civico e non solo cooptati disponibili all’asservimento. Dovremmo chiedere alle istituzioni di dotarsi di tecnici di alto profilo, capaci anche di dire di no quando bisogna dire no, piuttosto che affidarsi alle mani di yesman funzionali esclusivamente alla ricerca del consenso elettorale. 

Infine dovremmo chiedere alla politica di alzare l’asticella e di superare la meridionalità per arrivare al meridionalismo e superare il divario Nord Sud per raggiungere gli standard europei, sciogliendo l’assistenzialismo e il sistema di potere di cui si nutre.

Come scrive il politologo indiano Parag Khanna “in realtà la democrazia non è un fine in sé: i veri obiettivi sono una governance efficace e il miglioramento del benessere della nazione. Oggi, quello che Platone aveva già previsto nella sua articolazione della scala dei regimi politici si sta avverando: la democrazia è solo la penultima fase della loro degenerazione. Dopo di essa, la tirannia”.

 

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