Abitare il Tempo in un anno senza Tempo

Abitare il Tempo in un anno senza Tempo

abitare v. tr. e intr. [dal lat. habitare, propr. «tenere», frequent. di habere «avere»] (io àbito, ecc.).

Io ho abitato questo anno, questo 2020, ho abitato il tempo e il tempo ha abitato me. Ci siamo tenuti per mano a vicenda, ci siamo frequentati come mai, siamo diventati intimi. Una esperienza nuova per chi come me il tempo lo ha sempre negato e fuggito, vissuto come futuro, proiettato nello spazio, dilatato in luoghi diversi, rincorso sempre come pantarei, recuperato come passato mai accettato come presente.
Quest’anno mi ha costretto a farci i conti, si è imposto come presente, come qualcosa con cui farci i conti subito, senza la possibilità di rimandare alcun momento, alcun frammento.
Ho scoperto le mie vulnerabilità più delle mie certezze, il che è un bene, ho imparato ad ascoltarmi più che parlarmi, ho preso forza dal panico, entusiasmo dalla noia, fretta dalla lentezza.
Ho imparato a controllare la rabbia come non mai, ad affidarmi ai ricordi e ai sogni.
Ho riscoperto la lentezza, ho cominciato a fare i conti con quello che resta. La quantità è stata sostituita dalla qualità, i chilometri dai metri, i progetti dai fatti, l’eccezionale dal normale. Uno stupidissimo virus mi (ci) ha tenuto a casa per una quantità di tempo superiore a tutto quello precedente, non so, forse perché ho già vissuto molta parte della mia vita, la maggior parte, mi è sembrata una giusta pausa di riflessione. E poi “il presente non contiene niente di più rispetto al passato, e quello che si trova nell’effetto era già presente nella sua causa” ci ricorda Bergson.
Siamo oggi esattamente il prodotto di quello che siamo stati ieri, quest’anno ci sta mostrando in maniera drammatica i nostri limiti e i nostri errori, ci fa scorrere tutto davanti, come un vecchio film, ha dato un senso anche a quello che sembrava, quando avveniva, non avere senso. Ho fatto pulizia, di rapporti, di persone, di passioni ma ho incontrato anche persone nuove, nuove passioni, ho apprezzato fino in fondo quanto diceva il mio amato Sartre: “L’uomo è una passione inutile”.
A volte è necessario che niente accada perché tutto possa accadere e cambiare.
E’ difficile fare un consuntivo di questo anno disgraziato, il periodo che ho vissuto con maggior disagio è stato quello estivo, ho rinunciato ad andare in vacanza, avevo esattamente chiaro quello che la follia estiva avrebbe significato, non ci voleva molto per capirlo e infatti sono stati in pochi a capirlo, ma non mi va di colpevolizzare nessuno, è il modello di società che ci rende stupidi, siamo stritolati in un meccanismo che rende un’impresa titanica qualunque rinuncia, siamo incapaci di rinunciare soprattutto alle cose inutili, comprendiamo razionalmente ma non traduciamo questa comprensione in fatti.
“C’è un solo modo di dimenticare il tempo: impiegarlo”, diceva C. Baudelaire, me lo immagino “flaneur” in una scintillante Parigi dell’ottocento. Questo anno l’ho utilizzato esattamente così, ho cercato di impiegarlo per consumarlo nella maniera migliore, cercando di non sprecarlo nonostante la sua abbondanza, un po’ come dovremmo fare con la natura e le sue risorse. In questo consuntivo non può mancare una riflessione politica: mai ho avvertito così tanto la sua crisi, la sua inadeguatezza, la mancanza di gruppi dirigenti credibili e capaci, la cialtroneria di certe visioni, la sua strutturale insufficienza che a questo punto va oltre il giudizio sulle persone.  
È un bel po’ che ai progressi della tecnica, ai passi avanti della scienza ad un avanzamento nei vari campi del sapere e della conoscenza corrisponde una regressione della politica e delle sue forme di rappresentazione, le risposte semplicistiche (e in parte anche corrette) non servono a rispondere completamente ad un problema di inadeguatezza che ha già caratterizzato altre epoche storiche e segnato drammatici momenti di passaggio, in altri momenti questo senso di debolezza ha prodotto la nascita di grandi pensieri politici, penso per tutti alla “Repubblica” platonica a ridosso della crisi della democrazia ateniese, oggi nessuno si applica ad una riflessione di questo tipo, tutto si svolge dentro un parametro che nessuno ha il coraggio di stravolgere, siamo al trionfo del “pensiero debole”. C’è un libro, essenziale alla mia formazione, “Change” della scuola di “Palo Alto” che mi ha insegnato che quando il modello non si riesce a modificare bisogna violentare le regole, stravolgerle, osare e avventurarsi per nuove vie, sfidare l’ignoto, andare là “dove gli angeli esitano”.
Mi pare che sia arrivato il momento o verremo tutti congelati nel presente.

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