ABITARE LA RETE, CREARE RELAZIONI, FARE POLITICA

Lucia Serino

É singolare che un movimento che ha fatto della battaglia contro il sistema il senso del suo essere, sistema in cui sono stati inseriti anche i giornali mainstream – si affidi a un giornale tanto odiato, Repubblica, per lanciare l’appello alla responsabilità di governo. Appello evidentemente che i 5stelle rivolgono al Pd.

 

Da tempo osservo due mondi nella loro metamorfosi parallela, quello della politica e quello dell’informazione. Una metamorfosi che nella rivoluzione di passaggio – anzi già abbondantemente passata – dall’analogico al digitale, ha compiuto quell’operazione a noi giornalisti spesso sfuggita, di creare contesto con i lettori/elettori. Sicchè, ci è stato detto, a mano a mano che la crisi di panico per l’erosione delle copie di giornali si impossessava degli editori, che era indispensabile creare e coltivare una propria comunità di riferimento.

 

Una traiettoria non più monodirezionale come per secoli era stata ma bidirezionale. La verità, o se volete il suo verosimile apparire, non era più un’offerta che si imponeva al mattino con una gerarchia scelta, valutata, diciamo pure imposta, dal senso critico di una valutazione professionale quanto piuttosto una costruzione fatta insieme, un cammino comune.

 

A un certo punto non si è capito più se fosse prevalente la volontà di assecondare il gusto e il desiderio di chi ti seguiva piuttosto che l’onere/dovere di aiutare a comprendere le cose.

 

Chi meglio, in politica, ha interpretato questo modo di relazionarsi se non il partito di Grillo e Di Maio, loro che ad origine scelsero di non farsi rappresentare (obbligarono i loro militanti a non partecipare a nessun talk show televisivo) ma di autorappresentarsi?

 

Per anni, dunque, hanno creato “contesto”, umore e sentimento, ritenendo complici e colpevoli non solo i rappresentati istituzionali ma anche chi a loro dava voce. Lunghi anni in cui sono stati, all’eccesso, i migliori interpreti della disintermediazione da una parte e della capacità non di creare contenuti (una notizia, una proposta politica) ma di tessere relazioni ed esercitare influenza. Fino alla spallata ultima finale in questi giorni in cui ancora, con incredibile abilità, stanno riuscendo a spostare la prospettiva sulla mancanza di governo sull’irresponsabilità del possibile alleato (il Pd) piuttosto che sulla oggettiva assenza di una loro maggioranza.

 

Come trasformare uno svantaggio in vantaggio? Creando contesto, orientano una suggestione, alimentano un sentimento fino a quando esso non possa essere percepito come un dato di verità fidelizzando un utente/elettore/cittadino a quella incontrovertibile verità.

 

Patologia di un percorso che, nella sua ortodossia leale e fisiologica, è lo stesso che i giornali ormai praticano con la loro comunità di lettori: aprirsi alle relazioni per poi fidelizzarli e diventare indispensabili.

Lo stare dentro la modernità dei 5stelle paradossalmente ha falcidiato proprio quel giovane (ex) rottamatore che per quanto innovativo nella comunicazione aveva lo svantaggio di misurarsi con il realismo del governare.

Da ieri i 5stelle praticano un nuovo modo di relazionarsi, almeno così sembra. Affidarsi a un giornale mainstream per far passare un appello (incredibile che il giorno prima il padre fondatore di Repubblica abbia in tv lanciato la volata a un governo Di Maio buttato precedentemente dalla torre a beneficio di Berlusconi) è significativo della volontà di inserirsi dentro meccanismi istituzionali. Ci arrivano, però, con tossine da smaltire, e non con un civile e fisiologico approdo di complessità.

Una delle cose di cui la sinistra è stata più colpevolizzata è di aver smarrito il rapporto con i territori e di aver svuotato le sezioni. Un modo un pò nostalgico di affrontare l’abitare nuovo dei luoghi ormai spostati altrove (non è né un bene né un male, semplicemente un nuovo modo di stare nella realtà). Un altrove dove evidentemente qualcuno è riuscito a creare relazioni meglio di altri. Nostalgia che si accompagna – per stare al parallelismo con i giornali – a quella sullo smarrimento della vecchia e capillare copertura sui territori di tanti ed eroici corrispondenti sostituiti da presenze iperlocali (di blog e siti) in grado di relazionarsi meglio con la propria comunità.

C’è sempre una sintesi tra vetera et nova. I processi di per sé sono privi di merito, bisogna starci dentro riuscendo a trasmettere fiducia e giocando con regole leali. La rabbia legata al disagio è oggettiva. Ma possiamo dire che chi l’ha alimentata sia stato un giocatore leale?

Era così difficile capire – anche da parte dei giornali – che i giovani democratici di Pesaro sulla morte degli elettori stavano scherzando? Era indispensabile mettere una faccina?

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