AFRICA, SUD, EUROPA: LA ROTTA DI GIANNI PITTELLA (E IL PD SI AFFIDA A LUI)

Lucia Serino

E poi c’è Gianni Pittella. Ovvero la maturità della politica vissuta con la consapevolezza che ogni campagna elettorale non è mai scontata, è – anzi – una storia diversa ogni volta da costruire.

“Ho un unico capitale acquisito, che è la mia esperienza di anni di lavoro e relazioni che voglio restituire alla mia terra”.

La sua terra è la Basilicata, ma non solo. A lui il Pd, a iniziare da Renzi, si affida perché il Mezzogiorno possa contenere il suo mai frenato ribellismo e continuare a credere in un processo di riforme. Ci vuole anche coraggio, sfidando sentimenti diffusi di paure che attraversano tutto lo Stivale, a porre l’Africa come prospettiva necessaria del nuovo ruolo del Mezzogiorno.

Chi segue la sua politica sa quanto sia un tema a lui caro, sostanziato da programmi e direttive assunte a Bruxelles. Ma il clima della paura degli invasori, il vento di una destra xenofoba, le difficoltà dell’accoglienza e dell’integrazione sono oggi il contesto nuovo e difficile in cui bisogna trovare strumenti di politiche pubbliche di coesione.

“Le barriere non servono – dice – ma i canali di immigrazione devono essere legali e bisogna ammettere che l’accoglienza oltre un certo livello non può andare“.

Gli chiedo un giudizio su Minniti.

“Ha fatto bene a porre un freno senza smarrire i valori del popolo italiano, ma oggi bisogna vincere le paure garantendo welfare e sicurezza a chi teme di perderli, cioè ai residenti. Il punto nevralgico è andare ad affrontare i giacimenti dell’odio e della miseria, e gestire i flussi sapendo che oltre un certo limite non si può andare. I paesi che accolgono non possono essere lasciati soli ad affrontare l’emergenza. E, ripeto, bisogna spiegare che l’arrivo degli immigrati non significherà sottrazione o riduzione del welfare che uno Stato deve garantire ai suoi cittadini. Così si placano le paure. Penso ai paesi della Basilicata, soprattutto a quelli più piccoli, non è così utopico immaginare per ognuno di essi l’assunzione, impegnando una piccola quota di royalty come si è fatto per la misura del reddito di inserimento, di dieci giovani formati per aiutare la coesione sociale e gli aiuti alle famiglie. Insomma bisogna anche saper trasformare i problemi in opportunità.

Insisto sull’Africa, è un mio pallino. È possibile concordare che i flussi siano orientati in base alle necessità di figure professionali di cui abbiamo bisogno, e viceversa si deve sapere che lì hanno bisogno di tutto, di esperti di amministrazione, di risorse idriche, di sistemi giuridici.

Si può immaginare che per sei mesi, un anno, le nostre professionalità si trasferiscano lì? Non possiamo lasciare quel continente alle razzie dei cinesi che non hanno alcun rispetto dei diritti umani. Quando divenni, tre anni fa, capogruppo dei parlamentari europei socialisti e democratici dissi, tra lo sbigottimento generale, che se volevamo occuparci dell’Europa dovevamo occuparci dell’Africa. Poi tutti mi hanno applaudito. Perché il problema è lì. Se vogliamo contenere i flussi c’è bisogno di lavorare perché le condizioni di vita dei luoghi da cui si scappa siano migliori, se abbiamo paura del terrorismo internazionale bisogna lavorare per aiutare il dialogo interreligioso. Mi sono molto speso su questo fronte a Bruxelles. Penso al progetto Educa, per raddoppiare i fondi destinati ai bimbi delle zone di conflitto che non sono educati, o alla direttiva sull’obbligo della tracciabilità dei materiali con cui sono fatti i nostri cellulari. Il coltan è un minerale indispensabile per i nostri smartphone che si estrae dalle miniere del Congo controllate dai signori della guerra e venduto alle grandi multinazionali. Quanti schiavi costano i nostri cellullari? Ecco, io ho lavorato su questi temi e avrei potuto continuare a farlo per un altro anno e mezzo e dopo 20 anni al parlamento europeo avrei potuto aspirare a un incarico internazionale. Perciò considero davvero piccina la storiella di Gianni Pittella alla ricerca di una poltrona. Io non ho poltrone, semmai una sedia, ma sento forte il desiderio che tutto quello che ho costruito in termini di relazioni, di credibilità, di autorevolezza sia restituito alla mia terra”.

Stringe il campo del ragionamento, Pittella, mentre Renzi lo contatta con frequenti WhatsApp. E torna alla sua terra allargata, il Mezzogiorno. Il metodo per affrontare le molte questioni è ancora quello della semplificazione: «Penso a una figura di manager come strumento di raccordo e semplificazione dei bisogni dei segmenti imprenditoriali. Ma è solo un punto. Per il Sud si deve fare ancora molto. Occorre consolidare la ripresa già avviata dai governi Renzi-Gentiloni, puntando su alcuni temi chiave. È vero che siamo riusciti a garantire al Sud i fondi strutturali ma è anche vero che sulla spesa delle grandi agenzie parapubbliche nazionali il Sud è sperequato rispetto al Nord. Abbiamo bisogno di infrastrutture, non solo fisiche, ma anche di ricerca e di innovazione. Spingendo perché si faccia sistema tra le varie regioni del Mezzogiorno, d’intesa col governo. L’ho sempre sostenuto sui fondi strutturali, una piccola quota di essi destinati alle singole regioni vanno messi insieme per progetti comuni. Pensiamo a Matera2019, ad esempio. Non può rimanere un’occasione solo per la città, non mi stanco di ripeterlo, ma deve essere al centro di una rete che vada da Pompei alla Sila“.

Alla fine della chiacchierata gli chiedo se ha qualcosa da replicare a chi lo attacca, in particolare ai suoi ex compagni che hanno lasciato il Pd. “Ho sempre rispettato i miei avversari, mi interessa il giudizio dei lucani che mi conoscono”. Poche polemiche, e comunque non si sottrae alla domanda inevitabile sulla politica “affollata” di famiglia. “Il fatto di avere lo stesso cognome non significa avere le stesse idee, io e Marcello siamo fratelli e siamo amorevolmente legati, questo non ci impedisce di avere scontri, il che succede anche di frequente“. Su Renzi, e sulla sua futura leadership, l’ultima battuta: “Finiamola di essere gli ammazzaleader, questo sport di glorificare le persone in un certo tempo e demonizzarli subito dopo è schizofrenico. Il centrosinistra avrà un grande risultato e questo rafforzerà la leadership del segretario “.

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