ANTONIO INFANTINO. MORTE DI UN ARCHITETTO DELLA MUSICA LUCANOGLOBALE

Renato Pezzano

Ho suonato per lunghi cinque anni con i Tarantolati di Tricarico, ma la mia esperienza c’entra poco o nulla con Antonio Infantino, visto che i “suoi” Tarantolati erano finiti ad inizio del nuovo millennio, trasformati in altro, riveduti e corretti.

Il suo genio è rimasto però immutato nel tempo, dagli anni settanta in cui inventò letteralmente un nuovo genere musicale tutto lucano, anni in cui al Folk Studio di Roma passava il meglio della musica peninsulare.

Ma non è di questo che parlerò, perché tutto questo si trova su Wikipedia e la storia di Antonio la può consultare chiunque non ne sia a conoscenza, pochi suppongo.

La storia che vi voglio raccontare è quella di un incontro fortuito di anni fa su un pendolino Potenza – Firenze. Mi recavo a Siena a trovare la donna che poi sarebbe diventata la mia compagna di vita, e girovagando come io amo fare tra i vagoni del treno lo incontro, solitario come al suo solito, vestito male come al suo solito, ma evidentemente quel giorno ben disposto alla chiacchiera. Noi ci conoscevamo già da tempo, una sera alla fine di un mio concerto lui mi chiede delucidazioni su un’accordatura aperta che avevo usato sulla chitarra in un blues…lui sempre aperto alle novità, lui sempre artista fino alla fine. 

In treno abbiamo parlato di tutto, dalla filosofia più becera alla musica, ed è qui che Infantino mi ha aperto i suoi pensieri. 

Mi ha raccontato dei “suoi” Tarantolati e dell’idea che aveva lui della Lucania.

Mi ha raccontato delle cause civili in tribunale e di come avesse perso la possibilità di usare il nome da lui inventato.

Mi ha raccontato di come le persone cambiano e peggiorano nella vita, lui probabilmente più di tutti, dato il suo carattere spigoloso ma sincero. 

Mi ha raccontato del suo stile di vita, di come un artista che è stato in classifica negli Stati Uniti tra le prime posizioni con cantanti ben più noti al pubblico popolare potesse vivere senza corrente e senza riscaldamento in una casa di Firenze. 

Mi ha raccontato, in fondo, cos’è probabilmente un vero artista.  

Come vive un vero artista. 

Scesi da quel treno ringraziandolo di cuore per la chiacchierata ed anche un poco sconvolto, probabilmente come chiunque quando parla con una grande persona.

Scesi da quel treno sperando di incontrarlo al mio ritorno, per continuare a parlare con una persona che se nell’aspetto dava l’idea di un barbone trasandato, in realtà possedeva una luce dentro talmente intensa da restarne abbagliati.

Presi altri treni, molti altri treni, ma non lo trovai più.

Lo ritrovai a Tricarico poco tempo dopo. Ma la chiacchiera non fu cordiale come la prima, probabilmente perché io quel giorno dovevo suonare con i “suoi” ex Tarantolati.

Quel giorno piovve. 

Oggi invece pare irreale la luce che irradia il cielo.

Fa buon viaggio caro Antonio. 

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