Armati di dimenticanza

Armati di dimenticanza

Nel dicembre 2016 a Istanbul nevicava. L’ultimo dell’anno festeggiammo dietro le vetrate fredde della scuola, facemmo un brindisi alla fine dei conflitti. Sì. Era stato un anno complicato per tutti. C’erano state le bombe (per strada, in aeroporto), minacce continue, e poi il colpo di stato (centinaia di morti), la Farnesina scriveva messaggi ogni venerdì: non uscite, evitate luoghi affollati (sì, ma come?), evitate i mezzi, nascondetevi sotto al letto.

La notte del primo gennaio, poche ore dopo il nostro brindisi, ci fu il massacro al Reina, la discoteca. Uno vestito da Babbo Natale con un fucile… e poi tutto quel sangue sui vestiti rossi della festa.

 Il nostro augurio di rinascita era stato una beffa.

Quando il dolore è così vicino, non si emettono suoni.

Si stringono i pugni, si tace.

Poi le nevicate si intensificarono e cessarono le bombe, la gente s’affacciava a vedere il bianco che copriva le atrocità, il candore che veniva dal cielo ci alleggeriva il cuore. Quindi piombammo nella cioccolata calda con film, coperte e scuole chiuse e… il Reina scomparve. Non ricordavamo bene la data.

Quando è stato? A metà dicembre?

Il primo gennaio?! Ma sei sicuro?

Per proteggersi dall’ennesimo trauma la mente aveva attivato uno scudo, lo scudo della dimenticanza.Andò così per tutto gennaio e anche a febbraio.

Delle settimane successive all’Epifania, ricordo due cose della mia quotidianità.

La prima è che ero felice, in maniera cosciente. Da non crederci! Più felice di come ero stata a Potenza dove non c’erano minacce e però io ero senza lavoro, senza un posto nel mondo, con pezzi di dignità, cultura, educazione, coscienza critica che si staccavano da me come squame rivelando l’animale che c’era sotto.

Un processo talmente involutivo da scegliere una vita in un paese che tremava, sotto attacco. Un paese che però mi garantiva uno spazio mio, una casa, un lavoro e in una parola: delle certezze. Ai fini della mia vita la quotidianità in Turchia valeva di più, era migliore. Quasi offensivo, vero? Per tutte le vittime, dico. Ri-evolvermi per ritornare come ricordavo di essere stata molto tempo prima, come in un sogno. Riemergere dal buco nero che mi aveva inghiottita. Dopo così tanto tempo ero di nuovo presente a me stessa. Eppure non ero più la stessa: mi accorgevo a vari livelli del prezzo da pagare, prendevo atto di come fosse diventato spontaneo sedersi in un ristorante di fronte alla porta per tenere d’occhio la strada, osservare la gente sospetta (un giaccone gonfio, uno zainetto usurato) e decidere che era innocua perché evitava le pozzanghere (uno che sta per farsi saltare in aria non lo avrebbe fatto. Oppure sì?).

Mi sono chiesta: è questo che mi ha fatto l’Italia di oggi? Ho dei problemi? Sì. Evidentemente. 

La seconda cosa che ricordo è che… ero felice (di nuovo!), anche se era una sensazione piuttosto ovattata ma ancora di benessere seppure meno cosciente, come sotto l’effetto di un buon medicinale.

Ho trovato una nota del dieci gennaio 2017:

cose da fare oggi: passare in lavanderia, dopo lavoro giro a Cevahir (centro commerciale), acquisti, preparare le lezioni per la settima classe (la seconda media).

Una giornata qualunque insomma. Ma nove giorni prima non c’era stato un massacro? C’era stato. Dove ero io? A quanti secoli di distanza vivevo? E gli altri? Anche gli altri si abbuffavano di quotidianità? Sì, anche gli altri. Ma non era soltanto che “dobbiamo andare avanti” e non era neanche resilienza. Era un’altra cosa, una cosa senza nome.

In quel periodo abitavo nel centro di Istanbul, a Şişli, nel cuore della storia (e non andava per niente bene) ma sentivo che io stavo guarendo, ero felice perché non ero impazzita, mi ero salvata dall’Italia demolitrice.

Riconosco la sensazione delle due felicità altalenanti, per certi versi è la stessa di oggi, è la stessa della pandemia. La pacatezza della vita in gabbia (un farmaco anestetizzante), al sicuro (il benessere ovattato) e la frammentazione della coscienza. Ricordo e dimentico, dimentico e ricordo.

I ragazzi, su Tik Tok, si organizzano per fare a botte in piazza, a Roma. Le famiglie, a Potenza, tutte insieme, d’un tratto maturano il bisogno di passeggiare in via Pretoria. E io penso che siamo tutti il prodotto di questa coscienza frammentata, per cui non siamo le cose che facciamo, anzi neanche vi ci riconosciamo. Di noi rimangono i naufraghi che sguazzano all’interno di queste camere stagne (frammenti di frammenti) in uno stato alterato di benessere/malessere. Ci siamo abituati a sopravvivere così. Mica male, tutto sommato, rispetto a tanti altri disgraziati che naufragano nel mare, fisicamente.

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