C SIAMO. C FACCIAMO (ANCHE LO STADIO NUOVO)?

Antonio Di Stefano

La promozione della squadra del Potenza in serie C è un evento potenzialmente positivo per tutti i cittadini, anche per quelli che amano il baseball e pensano che il fuorigioco sia una variante estroversa della mosca cieca. Le foto che girano sui social mostrano famiglie intere che si recano allo stadio e quando i bambini prendono parte con gioia ad accadimenti insieme ai genitori è una cosa emozionante, che sa di speranza e futuro per una comunità.

Tuttavia, poiché il mondo è un posto imperfetto, non posso fare a meno di notare che c’è comunque qualche mentecatto che va allo stadio sfoggiando la maglietta “Matera merda”, atteggiamento comprensibile solo se in un passato remoto i tuoi avi sono stati impalati nella gravina ed esposti allo strazio dei falchi grillai. Altrimenti no, dunque è difficile capire le ragioni di questa scelta estetica. Figuriamoci giustificarla.

Certo verrebbe poi la tentazione di aprire una parentesi sulla compatibilità tra questi modi ruspanti di vivere la competizione tra le due città capoluogo e l’incombente anno di Matera capitale della Cultura Europea, ma bisognerebbe avere sostenuto studi elevati di ermeneutica calcistica sociale, quindi mi astengo.

Il tema che mi interessa è un altro: lo stadio, inteso come struttura fisica. Mi appassiona poiché potenzialmente ingloba un tema di interesse collettivo ampio, superiore a quello dei tifosi della squadra del Potenza e inclusivo anche degli appassionati del tiro al piattello e della palla avvelenata.

Ma andiamo per ordine.

La questione è abbastanza nota: la vecchia struttura del Viviani, cara a generazioni di tifosi, sembra non essere allineata alle prescrizioni tecniche previste per gli stadi delle squadre che militano in campionati professionistici quale è la “mitica” serie C. Ergo così non va, dunque abbisogna di investimenti.

E qui si apre un mondo.

 

Premessa: l’argomentazione di strada “U Cumun anna fott a mett i sord!, che dal putenzese arcaico potrebbe così essere tradotta: “Sarebbe il caso che l’amministrazione comunale investisse adeguatamente.”, è destituita di fondamento.

Due le principali argomentazioni che la confutano: la prima è che un comune delle dimensioni della città di Potenza e con le condizioni di bilancio attuali quasi certamente non avrebbe le condizioni per individuare poste finanziarie sufficienti alla copertura di spesa (senza considerare i successivi riflessi gestionali dell’investimento).

La seconda argomentazione sottolinea invece il rischio di conflittualità sociale: se è vero che 10.000 persone la domenica vanno allo stadio, o seguono la partita su qualche piattaforma video, altre 58.000 si dedicano ad altro e tra queste ultime probabilmente potrebbero annoverarsi pericolosissimi detrattori che auspicano che gli investimenti pubblici sarebbe bene fossero indirizzati verso altre strutture di interesse comune: cose bizzarre come piste ciclabili, parchi pubblici, piscine attrezzate e via discorrendo.

La cosa peggiore sarebbe dunque aizzare il conflitto tipico delle dinamiche uno vince e l’altro perde: “io voglio lo stadio, vedi dove devi andare tu e la tua pista ciclabile…” e così via amabilmente sfanculandosi tra fazioni avverse (oh come siamo bravi a ripartirci in sottogruppi contrapposti!).

Siamo dunque spacciati? Adesso che finalmente ci siamo tolti questa soddisfazione della serie C non ce la possiamo godere?

Non siamo precipitosi. Ricordiamoci che non siamo soli nella galassia e proviamo a vedere come fanno gli altri, provando a tenere insieme tutti, tifosi di calcio, pensionate che vorrebbero più giardinetti e amanti degli sport natatori. O quanto meno a non mettere in discussione i rispettivi legittimi interessi.

Una modalità operativa che può essere utilizzata per la riqualificazione degli impianti sportivi è il PPP, che non è solo la citazione di uno dei più autorevoli intellettuali italiani del XX° secolo, ma è anche l’acronimo che sta per “Partenariato Pubblico Privato”.

Detto in altri termini lo stadio non è detto che si debba rifare con la logica “il comune mette i soldi e il privato che vince la gara realizza l’opera”, dunque con l’approccio dell’appalto tradizionale, ma possono trovarsi altre soluzioni che coinvolgono il privato nelle vesti di promotore, finanziatore e gestore dell’opera.

Ovvero, tanto per capirci: in linea generale potrebbe dirsi che una amministrazione pubblica dovrebbe propendere per l’appalto tradizionale quando ha chiari i bisogni della collettività di riferimento, ha individuato il bene o il servizio da attivare di natura non complessa e possiede risorse finanziarie per realizzarlo/acquistarlo.

Laddove invece interviene in un ambito complesso che richiede elementi di innovatività e/o non ha (o non intende usare) risorse finanziarie proprie dovrebbe propendere maggiormente verso il PPP.

Ovviamente il tutto alla presenza delle condizioni necessarie.

Il ricorso a forme di collaborazione con il privato, relativamente agli impianti sportivi, non me lo invento certo io, ad esempio è stato espressamente indicato dal legislatore nazionale, che nella legge di stabilità del 2014 (L. n. 147/2013), prevedeva la possibilità per il privato di farsi promotore di una proposta di riqualificazione attraverso la presentazione di uno studio di fattibilità. Ed il nuovo codice degli appalti (D.lgs n. 50/2016) definisce una parte specifica al tema del Partenariato Pubblico Privato, disciplinando lo strumento in maniera ampia negli articoli dal 179 al 191.

Allora è fatta, abbiamo lo strumento, dobbiamo solo trovare il privato con la grana?

Non proprio, poiché vanno ponderati una serie di elementi essenziali sulla praticabilità della proposta ovvero sulle condizioni di performance dell’investimento sul bene, soprattutto in un impianto sportivo, opera classicamente considerata “tiepida”, ovvero con flussi di cassa non sempre sufficienti a ripagare l’investimento ed eventualmente necessitanti di una integrazione pubblica (torna il refrain “U comun anna fott a mett i sord”, salvo che il progetto non comprenda aspetti diversi dalla mera gestione impiantistico-sportiva, si pensi ad esempio ad uno stadio con spazi commerciali esterni).

Va valutato inoltre come allocare tra le parti il rischio di domanda, ad esempio cosa accadrebbe se dopo che il privato ha realizzato lo stadio a proprie spese i Potentini si innamorassero del canottaggio e la domenica andassero tutti in massa alla Camastra invece di riempire gli spalti?

C’è poi un elemento di sostenibilità amministrativa in carico alla pubblica amministrazione titolare della procedura, che spesso è un elemento dolente, atteso che analisi finalizzate alla ripartizione dei rischi e alla identificazione dell’equilibrio economico finanziario non appartengono alla routine amministrativa italiana, soprattutto a quella meridionale, né procedure pertinenti richiamabili quali il dialogo competitivo vengono di solito adottate.

Dunque l’analisi sulla possibilità di mettere in campo un PPP implica la considerazione di molteplici elementi che di solito non sono considerati negli appalti tradizionali, relativi al ciclo di vita dell’opera e alle manutenzioni in esso previste, ai riflessi sul bilancio, alle ipotesi di variazione della qualità del servizio.

E come sta messo il nostro comune di Potenza rispetto a tutto questo?

Probabilmente non troppo bene, detto serenamente, senza alcun giudizio sull’amministrazione e sulle sue componenti tecniche, ma semplicemente basando questo giudizio sull’assenza di una prassi consolidata dell’amministrazione sul tema: il PPP non è materia masticata su questo territorio. E neppure su quelli vicini, e qualche ragione pure ci sarà.

Probabilmente qualche ingegnere, categoria solitamente votata al destino dell’onniscienza, direbbe che certo che si può fare, basta applicare il codice degli appalti. Il che è formalmente vero, tuttavia l’attivazione ottimale di un PPP prevede un approccio multisciplinare, che dovrebbe unire alle competenze ingegneristiche quelle di analisi economica, ad esempio per il calcolo dei flussi di rientro, e quelle giuridiche, per la definizione della contrattazione per una giusta attribuzione dei rispettivi rischi tra pubblico e privato e regolazione dei rapporti, al fine di evitare, ad esempio, che l’argent che il privato anticipa poi se lo riprenda oltre il dovuto, con profili di danno per la collettività e rischi di infrazione delle regole sugli aiuti di stato.

Dette queste cose forse si comincia ad intuire perché poi il PPP non è molto praticato.

Un altro rischio è che la gara vada deserta perché le condizioni di ripartizione degli oneri sono eccessive per il privato o perché il territorio è abitato da tanti imprenditori alla “Mast’ Vit”, che solo ieri facevano i muratori a giornate e oggi si atteggiano ad holding del settore edilizio, i quali preferiscono formule di bando tradizionali (nelle quali già preconizzano modalità ardite per il recupero del ribasso d’asta) e oltre quelle non vogliono o non possono andare.

Tuttavia è opportuno considerare i vantaggi potenziali che l’opzione PPP può assicurare. Se il capitale per l’attivazione del cantiere è sostenuto dal privato e viene poi ripagato con la gestione del bene allora il ristoro dell’investimento dipende dalla messa in esecuzione dell’opera e quindi il privato esecutore avrà tutto l’interesse a finire in tempi brevi l’intervento.

Inoltre, poiché l’affidamento in gestione sarà prolungato nel tempo per assicurare il rientro dell’investimento, il privato esecutore avrà tutto l’interesse ad utilizzare in corso di realizzazione materiali di qualità e ad adottare soluzioni gestionali proficue al fine di contenere i costi manutentivi. Il che è cosa buona se si pensa che il bene è pubblico e sarebbe destinato a rientrare nella sfera di competenza comunale.

Sempre dal lato pubblico un elemento di interesse da ribadire è ovviamente la possibilità di mettere in campo un intervento “off balance”, come dicono quelli che hanno rigurgiti bocconiani e usano un anglofonema per non dire espressamente che non c’è una lira e serve il ricorso a fondi altrui.

Ma, oltre a questi aspetti non secondari di reperibilità delle risorse, l’attivazione di un PPP potrebbe assicurare la possibilità di progettare un intervento complesso, in grado di assegnare allo stadio una plurifunzionalità, aprendolo ad un uso maggiormente commerciale, ad esempio con superfici destinate ad operatori economici accessibili indipendentemente dagli eventi calcistici, e rendendolo maggiormente versatile anche rispetto ad altre manifestazioni sportive o di spettacolo.

Certo è una scommessa complessa, non mi giocherei una mano sul fatto che il PPP possa atterrare su questa città ed essere pertinente al disegno di riqualificazione dello stadio, potrebbe anche avere ragione “Mast’ Vit” che è già pronto con la betoniera per apparare l’apparabile, s’ggiusta, si gioca e poi s’ penza (sì, con la zeta).

Per questo è necessario studiare e verificare la fattibilità di un percorso di coinvolgimento dei privati attraverso un approccio PPP. Le analisi di fattibilità servono a questo, a verificare quale è il percorso più idoneo, eventualmente anche a sgombrare ogni dubbio e a dimostrare che è meglio rimanere sulla metodologia tradizionale (con buona pace di chi poi ritiene che se hai speso delle risorse per fare uno studio sull’innovazione poi devi mettere in campo un’azione innovativa, che è come dire che se ti sei affacciato sul burrone poi ti devi buttare di sotto per completare l’azione).

E allora il nostro amato Comune, in questa annualità ultima di una consiliatura travagliata, potrebbe provare ad avviare un discorso di verifica delle condizioni di procedibilità di un PPP per la riqualificazione del vecchio Viviani (oddio, astrattamente potrebbe anche abbandonare la vecchia struttura e pensare ad uno stadio nuovo. Ma dove? Su quali terreni? Che se ne fa la città della vecchia struttura? I privati sarebbero disposti ad intervenire se l’area fosse periferica e a rischio “lavangonizzazione”?).

Abbiamo già detto che probabilmente l’amministrazione comunale  con i propri uffici forse non ce la fa (ma come mi piacerebbe essere smentito), sarebbe pertanto opportuno che si facesse supportare dall’esterno, magari recuperando expertice rodata sul tema, guardando ad altre città che si sono già sperimentate con successo, o anche rivolgendosi all’amministrazione regionale, guardando ad essa per un supporto in questa fase di definizione delle forme di intervento e di scelta e messa in campo della procedura piuttosto che cercare in via Verrastro un mero bancomat istituzionale.

Sottolineo inoltre che nel processo di attivazione di un PPP un ruolo importante può essere ricoperto anche dall’iniziativa dei privati, che possono presentare autonomamente una proposta di intervento per opere anche fuori dagli strumenti di programmazione comunale, composta da uno studio di fattibilità, uno schema di convenzione e un piano economico-finanziario.

Lo definisce il Codice degli appalti quando tratta di finanza di progetto. E forse qualcuno ci sta già pensando in città. Sta poi al comune verificare se sussiste un interesse e vi sia compatibilità con il quadro programmatico locale, eventualmente chiedendo ai privati promotori di apportare modifiche al progetto. Se lo approva poi la proposta va a pubblica gara, nella quale i proponenti sono invitati e hanno diritto di prelazione.

Perché è ovvio che questi processi devono essere ad evidenza pubblica ed anzi più sono aperte maggiormente, a mio giudizio, la collettività ha più probabilità di ricevere proposte migliori.

In proposito la normativa non ammette alternative e comunque un solido imprenditore valdostano, fiammingo o andaluso è sempre preferibile ad un improvvisato “Mast’ Vit” indigeno.

Del resto la travolgente stagione del Potenza con è stata assicurata da Caiata, un imprenditore che ha consolidato la sua attività in altra regione? Comunque sono persuaso che il parterre imprenditoriale locale non sia permeato solo di “Mast Viti” e che potrebbe concorrere allo sviluppo di valide proposte in grado di unire l’interesse collettivo verso un contenitore per eventi sportivi a legittimi interessi privati per la conduzione di attività commerciali e di servizio.

Il protagonismo dei privati potrebbe anche essere sollecitato dall’amministrazione comunale, attraverso una manifestazione di interesse, come si è proceduto altrove.

In ogni caso qualcosa per lo stadio dovrà essere fatto, come è notorio. Il PPP potrebbe essere un percorso, non so se è la soluzione, forse varrebbe la pena ragionarci un po’.

L’alternativa potrebbe essere un affidamento in concessione di medio periodo della struttura così come è, con rimaneggiamenti per renderla idonea alle prescrizioni sportive. Una soluzione tampone, ovvero un procedere per aggiustamenti parziali attivati sulla scorta delle risorse di volta in volta disponibili, potrebbe facilmente essere giustificato da ragioni emergenziali e garantirebbe il vantaggio di attestare attivismo e volontà risolutiva del problema, con buona pace di tutti.

Tuttavia al contempo questo processo si esporrebbe al rischio di mettere in campo nel medio periodo una somma complessiva di risorse cospicua senza essere risolutiva, una somma che potrebbe essere capitalizzata con più profitto se mossa unitamente e con criterio sistemico.

Inoltre, laddove le risorse parziali messe in campo rinvenissero da fonti sovraordinate a destinazione vincolata nel tempo, ogni successiva superfetazione sarebbe limitata dall’impossibilità di alterare lo stato dell’intervento precedente, pena la restituzione delle somme utilizzate.

Ricapitolo e concludo: il Potenza in serie C è un bel traguardo, facciamo che diventi una festa per tutti, togliamoci magliette inopportune di dosso (quella rosso-blu è già perfetta) e schemi mentali stereotipati dalla testa e proviamo a pensare che il nuovo stadio possa essere una sfida di crescita per la città, o quanto meno un’occasione pubblica di confronto innovativa ed inclusiva per tutti, anche per quelli che “il calcio è ignorante” però che bello andare allo stadio nuovo per fare shopping o assistere ad uno spettacolo.

  1. Ottime e pertinenti considerazioni. Gli strumenti operativi (legislativi e finanziari) proposti per l’adeguamento dello stadio, sono condivisibili e perseguibili anche nella nostra terra. Qualcosa del genere, seppure in ambito diverso, è già stata sperimentata in passato con qualche successo. Sono convinto che i buoni amministratori non manchino e sapranno tenere conto dei validissimi suggerimenti/riflessioni di Antonio.
    Vincenzo Dimilta

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