C’ERA UNA VOLTA PIAZZALE DELLE REGIONI, A POTENZA

Ida Leone

Una bella piazzetta di quartiere, uno slargo senza grosse pretese ricavato da un allargamento naturale di via Lazio, chiuso fra dignitosi condomini sorti nell’immediato dopoguerra, l’accesso al  vecchio Ospedale poi diventato sede della Provincia, e dall’altra parte il parco del complesso Principe di Piemonte, gestito da religiosi, uno dei corpi affittato ad un istituto di scuola superiore. Un benzinaio, e un comodo parcheggio per i condomini di cui sopra. Tranquilla, anonima, signorilmente a due passi dal Museo Provinciale, per darsi perfino un tono culturale.

Un giorno, almeno 10 anni fa, qualcuno al Comune di Potenza decide per un “intervento di riqualificazione”. Questa espressione, a Potenza diventata sinonimo di qualcosa che poi dopo un certo numero di anni occorrerà riqualificare, segue il suo percorso amministrativo e progettuale, e si condensa in un manufatto sorto al centro di Piazzale delle Regioni il cui unico scopo sembra essere stato quello di sottrarre, per puro dispetto, spazi di parcheggio ai residenti, agli utenti provinciali, agli insegnanti della scuola di fronte.

Il manufatto, subito ribattezzato “vespasiano” dai maligni potentini, è un corpo ovale non del tutto chiuso, al cui interno trovano posto una fontana (oggi piena di acqua ma spenta), un microauditorium di foggia greca, con due file di gradoni e un unico gradone di fronte da usare forse come palcoscenico per improbabilissimi microspettacoli. 

Funzione del manufatto? Ospitare i giovani del quartiere, dare loro un posto dove ritrovarsi a chiacchierare, fare magari un po’ di musica. Dissero così, all’epoca, di fronte allo sbigottito risentimento degli abitanti del quartiere. All’esterno per abbellimento furono anche poste, in apposite fioriere, dei rampicanti, che avrebbero dovuto rigogliosamente crescere e ricoprire l’ovale.

Sarà il gelo, sarà che pure i rampicanti sono dispettosi, al momento si sono arrampicati si e no per un metro, e il nudo manufatto si erge in tutto il suo splendore al centro di Piazzale delle Regioni, sotto i balconi del condominio, che hanno pure perso la visuale degli alberi del parco di fronte.

Pare di vederli, i progettisti (forse perfino incolpevoli), doversi dar da fare per pensare in tutta fretta a qualcosa per spendere risorse comunitarie che altrimenti il Comune rischiava di perdere. 

“Ma sei sicuro, una riqualificazione a Piazzale delle Regioni?” 

“E ti dico di sì, leggi qua!” 

“E che mai vuoi farci, là, mettiamoci due panchine  e magari qualche albero, e la piazza è riqualificata” 

“Va bene, ma non così a casaccio: mettiamoli dentro un muro” 

“Un muro? Cioè?” 

“Guarda che bello, una piazza ovale nella piazza! Eh? Che te ne pare? Sembra lo spazio della corsa della bighe di Ben Hur?” 

“Ma quale Ben Hur, e poi qua dentro gli alberi non ci stanno, è tutto cemento!” 

“E vabbè, accontentiamoci delle panchine! E poi uno ce lo mettiamo, in una aiuola in fondo” 

“Ma uno che si siede là dentro ha davanti solo un muro. E’ triste” 

“Serve a superare i limiti con la fantasia. Ricordati la siepe di Leopardi”

Il pregevole manufatto gode dell’invidiabile primato di essere stato il primo della città a essere etichettato – da mano anonima – con il titolo di BELLA CACATA, premio alla creatività vergato a spray e che, pur cancellato più volte da mani di intonaco comunale, dopo qualche giorno torna a fare bella mostra di sé, sul lato esterno del manufatto, così da poter essere ammirato con comodo dalle auto che passano da via Lazio.

Eh sì, perché a memoria d’uomo, mai nessuno è stato visto all’interno del pregevole “intervento di riqualificazione”, meno che mai i giovani del quartiere che a frotte avrebbero dovuto occuparlo, e che, meno fessi di quanto si immagina, hanno da sempre preferito il parco del Principe di Piemonte, il bar vicino alla fontanella del leone, e altri meno impegnativi luoghi di incontro, discussione, amoreggiamento.

Anzi no: il 3 ottobre del 2012 un innamorato, forse giovane, non sappiamo, si dichiarò scrivendolo su uno dei muri interni. Magari quel tratto di muro è visibile dalla scuola, o forse l’oggetto dell’amore in questione era presente; sta di fatto che, a differenza di quell’altra dichiarazione diversamente innamorata posta sul muro esterno, questa non è mai stata cancellata.

Eterna. 

Come gli interventi di riqualificazione.

 

 

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