Ci salverà il fattore K?

Ci salverà il fattore K?

L’impennata di contagi a Genzano di Lucania (il paese dove vivo, su uno dei colli del Nord-Est della Basilicata) mi ha indotto a riflettere sulle modalità di trasmissione del virus e a consultare la letteratura scientifica più recente sul tema. E credo di essere riuscito a trovare una spiegazione soddisfacente che giustifichi i quasi cento casi di positività riscontrati in appena due settimane in una popolazione di circa cinquemila abitanti. Una cosa del genere sta accadendo anche a Irsina, un paese non troppo distante della limitrofa provincia di Matera, senza che vi sia alcuna correlazione fra i due picchi epidemici.

Il punto è questo. Finora il parametro preso in considerazione per cercare di prevedere gli sviluppi dell’epidemia e per cercare di contrastarla è il cosiddetto coefficiente Ro (si legge ‘erre con zero’), il quale indica il numero medio di persone che ogni contagiato a sua volta contagia. In tal modo si riesce ad ottenere un modello deterministico che dovrebbe riuscire a offrire previsioni abbastanza attendibili riguardo a ciò che ci si dovrebbe aspettare a breve e a medio termine. Ad esempio, da studi effettuati presso l’Università di Edimburgo e pubblicati sul magazine Lancet, è emerso che gli effetti delle restrizioni sociali cominciano a dare risultati dopo 1-3 settimane, e che questo è anche il parametro temporale che regola la risalita dei contagi quando tali restrizioni vengano allentate. È anche stato calcolato che la combinazione di più restrizioni porta alla riduzione del 29% del coefficiente Ro al ventottesimo giorno, mentre un lockdown, nello stesso intervallo temporale, riesce a ridurre Ro del 52%. Dato importante, infine, è che la soppressione di eventi pubblici (manifestazioni, eventi sportivi, cerimonie, ma anche allenamenti in palestra), da sola, riesce a ridurre Ro del 24%.

La spiegazione di questo ultimo dato conduce a un cambio di paradigma, nella lotta alla pandemia, la quale richiede, come sempre accade in questi casi, di un rinnovamento del lessico. E così subentrano nuovi termini: superdiffusore, sovradispersione e fattore k. Oltre a una legge di validità affatto generale formulata il secolo scorso da un economista italiano molto eclettico e dall’intelligenza straordinaria, anche se poco noto presso il grande pubblico. Lui si chiama Vilfredo Pareto e la sua legge dice, grossomodo, che l’80% degli effetti è dovuto al 20% delle cause. Facile, applicarla al tema di pertinenza di questo articolo: l’80% dei contagi è dovuto al 20% degli agenti potenzialmente in grado di contagiare. Da qui i termini superdiffusore, per denotare un individuo che abbia una spiccata propensione al contagio e sovradispersione, per indicare, appunto, l’aumento del contagio non regolare, ma ‘a focolai’, misurato dal fattore k. L’andamento stocastico (dunque non deterministico) di questo modello alternativo riesce a spiegare anche la ragione per la quale in nuclei abitativi aventi caratteristiche simili si siano spesso riscontrati effetti diffusivi del virus affatto divergenti, andando a togliere terreno sotto i piedi alle spiegazioni pseudoscientifiche che si sono alternate, e spesso sovrapposte, in questi ultimi mesi (smog, vaccinazioni, complotti ecc.). Il caso del Giappone depone nettamente a favore della teoria “Fattore k”: là, sin dall’inizio, ci si è concentrati sulla superdiffusione ignorando il fattore Ro. Hitoshi Oshitani, un ricercatore della National Covid-19 cluster task force e docente dell’Università di Tohoku, utilizza una metafora davvero efficace per spiegare la differenza fra la scelta giapponese (che, in un certo senso, è stata anche quella adottata dalla Svezia) e quella del resto del mondo: “I paesi occidentali – dice – si sono lasciati distrarre dagli alberi e non hanno visto la foresta”. Ed è la foresta, dunque, che andrebbe guardata, in maniera panoramica, per poter venire a capo di questa seconda ondata di contagi. Per poterlo fare praticamente, bisogna cominciare con degli accorgimenti che Müge Çevik, docente di malattie infettive e virologia medica alla università scozzese di St. Andrews, ritiene fondamentali per prevenire il contagio: “Il contatto prolungato, la scarsa ventilazione, la presenza di una persona altamente infettiva e l’affollamento – dice – costituiscono i fattori determinanti per la superdiffusione”. In tali condizioni il metro di distanza non è più sufficiente, cosicché l’unica soluzione resta quella e che occasioni del genere non siano poste in essere”. Quando poi un focolaio abbia già provocato il danno, occorrerebbe seguire le indicazioni di Adam Kucharski, epidemiologo della London school of hygiene & tropical medicine. Egli dice che il tracciamento ‘in avanti’ (quello solitamente effettuato in Europa) ha poco senso. Sarebbe molto più utile, invece, un tracciamento ‘a ritroso’ finalizzato all’individuazione del superdiffusore per poi andare ad esaminare soltanto i suoi contatti diretti.

Un’ ultima ricerca (Dylan Morris, biologo evolutivo dell’Università di Princeton), in regime di sovradispersione esami rapidi e poco precisi (test sierologici, per intenderci) sono più efficaci dei costosi e lenti esami molecolari (tamponi), poiché quando il fattore Ro conta poco, individuare gli eventi di trasmissione (focolai) diventa più importante che non accertare il numero dei contagiati effettivi, l’80% dei quali ha scarse possibilità di contagiare a sua volta.

Tutto ciò oggi potrebbe aiutarci. Anche a scongiurare una nuova crisi economica, permettendo di porre in atto azioni efficaci e mirate, molto soft. Certo, ci troviamo di fronte all’ignoto, nulla è certo. Ma almeno questa è scienza.

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