COSA NE DIREBBE ISTANBUL SE POTESSE PARLARE

COSA NE DIREBBE ISTANBUL SE POTESSE PARLARE

Ho scritto il mio primo articolo sull’onda dei sentimenti del momento.


Autrice degli scatti: Marcella Viola Medici
Luogo: Galata, Istanbul
Titolo: prego, desidera?

Questo ci porta alla domanda di oggi: il secondo articolo sarà degno del primo? Raccontare una città e il suo popolo è difficile. Chi legge si chiede: sarà davvero così? Come è davvero? E io so che davvero non esiste. Come non esiste autentico. La Turchia autentica, l’Istanbul più autentica. Ma che cosa significa? Gli occidentali che vivono nei quartieri vicino piazza Taksim, come Cihangir (dove c’è il Museo dell’Innocenza di Pamuk), si sentono spesso sminuiti: voi non vivete nell’Istanbul autentica! Tks Tks, quella non è Istanbul! Ma quanti volti ha Istanbul? Ce n’è uno che vale più di un altro? La mia Istanbul, i visitatori si accapigliano gli uni gli altri. È la mia Istanbul, no è la mia! E a me pare di sentire zio Pasqualino in Natale in casa Cupiello: «chi se la deve vendere la roba mia? Chi! Mettiteve d’accordo…»

Sento che siamo noi ad appartenere alla città e non il contrario, che lei è sempre lì e che noi siamo solo di passaggio e non saremo né i primi né gli ultimi (anche se ultimamente il dubbio sulla continuità della specie è legittimo).

Mi ha scandalizzata la guida della Lonely Planet (questo un paio di anni fa, chissà forse nel frattempo l’hanno aggiornata) nella quale Istanbul è ridotta a una piccola fetta della zona Europea e a un breve accenno a Kadıköy e a Üsküdar (ma proprio due righe eh) sulla riva asiatica del Bosforo. Alcuni turisti indugiano sulla riva europea all’attracco dei vapur: «chissà cosa c’è dall’altro lato. Non ce la sentiamo di passare, la guida non lo sconsiglia ma neanche lo consiglia. Cosa c’è dall’altra parte?» I tamburi degli ottomani cattivi, vorrei rispondere. Poi riformulo e penso: c’è casa mia, io abito a Maltepe, è una zona deliziosa! Ma alla fine non dico niente. Sono solo pensieri che volano nel corso di una giornata di viaggi sopra e sotto il mare da casa a lavoro e viceversa.

Vien da sé che un Paese è anche la propaganda che se ne fa.

Se un turista guarda il Bosforo con gli stessi occhi con cui cinquecento anni fa si guardava alle colonne d’Ercole, beh, allora c’è qualcosa che non va e qualcuno ci ha messo lo zampino.

Dicono in occidente: la Turchia non è un Paese civile perché in molte zone rurali non hanno il bagno dentro casa ma accanto e per andarci si deve uscire fuori.

Non è un Paese civile perché sgozzano gli animali durante il Kurban Bayram[1].

Non è un Paese civile perché dal 2014 hanno tolto il divieto di velo nelle università. E invece era civile impedire a una donna velata di istruirsi? Parliamone.

Se questi sono i canoni della civiltà allora civile non lo è neanche il Paese che si prepara alla mattanza dell’agnello a Pasqua, e non lo è il Paese che non ha rispetto delle foreste. E non lo è il Paese che organizza la corrida. E non lo è nessun Paese perché in ogni Paese ci sono aspetti culturali macabri. In linea di massima dipende da cosa ognuno di noi intende per Paese civile.

Della Turchia mi piace la solidarietà che trovo sempre nei mezzi pubblici (e io ne prendo sei al giorno), il rispetto per gli anziani (lo scambio è sempre lo stesso: la prego si sieda / ma no figlio mio / insisto / che Dio ti benedica) e i rifugi che la gente costruisce in autunno per i randagi, la progettazione dei piattini in metallo alla base dei cestini dell’immondizia per abbeverarli. Mi piace che se c’è una panchina per gli anziani e un’altalena per i bambini, allora ci sono anche le ciotole per i randagi.

Non so se chi legge condivide queste mie riflessioni e se questi siano aspetti condivisibili, degni di un Paese civile.

E i gatti. Eccoli. Sono loro i padroni della città.


[1] La Festa del Sacrificio. Si ricorda la vicenda biblica di Abramo che vuole sacrificare il figlio Isacco a Dio e che questi, alla fine, sostituisce con un ariete. Il Corano e la Bibbia hanno in comune il Primo Testamento.

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