CRONACA DI UNA PANDEMIA – ITALIA, 1 MAGGIO 2020

CRONACA DI UNA PANDEMIA – ITALIA, 1 MAGGIO 2020

Veronica Menchise, Vigevano, 21:05 – Dipende dalla nostra misura

Dipende dalla nostra misura di Veronica Menchise

Villa d’Agri, ore 02:52 – Antonella Marinelli

Domenico e Sada. Lavoro e libertà.

Cinquantaduesimo giorno rosso. In una calda domenica di settembre di un anno fa, Domenico, diciassette anni, era a una festa con la sua ragazza. Deve essere accaduto qualcosa che lo ha particolarmente turbato, perché ad un certo punto è arrivato quasi ad azzuffarsi con Sada, altro diciassettene. Motivo? Pare che Sada avesse fatto gli occhi dolci alla fidanzata di Domenico. E quanto può essere inviso uno sbruffone che pensa di essere Marracash e per di più nero. La storia è finita come tutti i duelli rimandati all’alba nei film di Sergio Leone e con i rispettivi sodali a promettersele da orbi alla prossima festa. Intanto ricominciava la scuola, questo episodio balzava alle cronache scolastiche tutte le volte che Domenico stringeva gli occhi come Clint Eastwood per ricordare ai suoi compagni che la vendetta è un piatto che va servito freddo. I mesi scivolano tra una festa e l’altra, ma Domenico e Sada frequentano scuole diverse, vivono in paesi diversi, ormai le ruggini del passato assumo sempre più i caratteri della dimenticanza. E un giorno, perfetto per quelli che amano tirare in mezzo il destino tutte le volte che accadono cose come quella che sto per raccontare, Domenico e Sada si ritrovano a dover partecipare allo stesso laboratorio di cinema. Quella stratega impertinente della prof. di italiano che cosa inventa? Inventa una storia d’amicizia nata tra i banchi di scuola tra Mattia, impersonato da Domenico, e Sada, nel ruolo di Sada. Domenico prima mostra una certa reticenza, poi appena scopre che con la sua cresta puntuta e il suo fascino latino sarebbe diventato attore protagonista del film campione di incassi (provateci voi a ridimensionare le convinzioni degli adolescenti) della stagione estiva, si è buttato a capo chino nello studio del copione. I ragazzi ci sorpassano sempre in curva, sono talmente privi di sovrastrutture che spesso non hanno bisogno di precetti morali o moniti di buone condotta per distinguersi. Loro si elevano senza volerlo. E così sul set, con una vera troupe cinematografica e un bravo regista della scuola Rai, tra i due ragazzi nasce una vera amicizia, fresca come rugiada. Un’amicizia di una bellezza tale da permettere a Domenico di Barricelle, contrada di cinquecento abitanti, di rivalutare, grazie a Sada, tutto il Senegal, l’Africa continentale e di azzerare in decine di risate a crepapelle tutta l’apartheid e secoli di questione razziale. I ragazzi bruciano le tappe. Poi però si perdono nei paletti irregimentati degli adulti e sono costretti a fare i conti con la realtà. Domenico, già ripetente per un paio d’anni, nonostante la brillante prova da Golden Globe, non riesce a superare l’ostacolo dei debiti formativi. Viene respinto per l’ennesima volta e in terza decide di lasciare la scuola. Quando si parla di dispersione scolastica nei casi come quello di Domenico, sento un peso gravarmi sule spalle come nella famosa scena di Mission in cui il mercante di schiavi in cerca di redenzione, Rodrigo Mendoza, scala le cascate come segno del purgatorio. Pare che Domenico abbia trovato lavoro, precario, saltuario. Con il lock down immagino lo abbia perso. Chissà se ancora sogna di diventare un attore. Sada invece, nonostante si fosse garantito la promozione, a causa del Decreto sicurezza bis, è stato costretto a trasferirsi da una casa famiglia di Marsiconuovo, paese in cui si era perfettamente integrato, in uno Sprar nel nord della regione. Ha cambiato scuola, ma al compimento dei diciotto anni vorrebbe ritornare in Val d’ Agri dove spera di trovare lavoro, per poter riabbracciare i suoi amici. La pandemia ha inesorabilmente dilatato i tempi.

La vita di questi due diciottenni è stata segnata dagli adulti. Due ragazzi che sperano nella dignità di un lavoro per sentire che esistono, per sentirsi liberi. E se noi adulti abbiamo una responsabilità verso questi due ragazzi non è semplicemente quella di garantire loro la libertà, ma far sì che si compia.

Potenza, ore 9:00 , Annamaria

Grandi città e piccoli paesi sbrigatevi a tornare rumorosi e solenni, insolenti nella vostra bellezza commovente. Palpitanti di vita vera e dissacrante nei dettagli, voglio sentire ciò che detestavo, voglio apprezzare tutti quei tratti trascurati. Mi immolerò al traffico così come alla vostra bellezza.

Aspetto così, una nuova realtà.

Potenza, ore 9:31 – Claudio Elliott

Delle cose perse e ritrovate durante la quarantena

Stamattina i tre della pattuglia ci sono.
– Come va? – mi chiede Andrea, mentre fa una carezza a Thai.
– Bene – dico. – Ho perso la moglie.
– Complimenti! Io non ci riesco a perdere la mia – dice Gianfranco.
Giovanni interviene: – Ma non ti lamentare. È una santa donna.
Puntualizzo: – Non è che ho voluto perderla. Il fatto è che non c’è a casa né in giardino.
– Però alla mia domanda ha risposto: bene – dice Andrea.
– Perché no? Non si conosce un bene se non si perde – dico.
– Filosofia spiccia – dice Giovanni. – L’altro giorno, dopo il servizio qui, sono tornato a casa e mi sono accorto di avere perso il cellulare. Mi sono sentito perso.
– Io non mi sento perso.
– Ma lei non è un cellulare, signor Aliotto – dice Gianfranco, che dovrebbe conoscere il mio cognome corretto, visto che suo figlio ha alcuni libri scritti e firmati da me.
– Forse – interviene Andrea – sua moglie è uscita.
– La macchina c’è.
– L’avranno rapita gli alieni – dice Gianfranco.
– Sai che affare! – borbotto, e Andrea mi guarda male.
Mi conviene cambiare binario: – E ieri dove eravate?
– Un giorno di riposo – risponde Andrea. – Le siamo mancati?
Ho riflettuto un attimo. Sì, mi erano mancati. Mi ero sentito abbandonato.
– Allora siamo importanti – esclama Giovanni.
– Non sapete quanto. Voi e tutte le pattuglie e anche i droni.
Sento una voce provenire da dietro: – Ah, sei qui? Non ti trovavo.
Con la mascherina risaltano i suoi occhi neri e capisco perché in sala operatoria, dove lavorava una volta, la chiamavano Jasmine.
– Ti avevo perso – le dico.
– E mi cerchi qui fuori?
– In verità non ti cercavo. Non c’eri e basta.
– Questo è amore – commenta Andrea. Poi aggiunge: – Voi due siete la metafora di quello che sta succedendo: il perdere e il ritrovare.
Giovanni spiega ciò che ha capito: – La speranza. La voglia di stare in compagnia.
– Non della moglie – sussurra Gianfranco, che si becca una gomitata da Andrea.
Giovanni continua: – Le mangiate con gli amici. I concerti.
Andrea dice: – I parenti lontani. Il mare. Le camminate in montagna.
– Il mio cellulare – dice Gianfranco: indica Thai che lo tiene stretto tra i denti.
Sembra che gli sorrida.

Villa d’Agri, ore 10:30 – Nuario Fortunato

IL LAVORO: DIMENSIONE UMANA E SPIRITUALE

Anche oggi sembra un giorno qualunque, nel suo incedere fatuo, quasi evanescente. Qualunque nella sua ordinarietà indotta e un po’ fastidiosamente posticcia. Eppure oggi sarebbe un giorno importante. Uno di quei giorni ad alta densità simbolica ed emotiva. Molti lo avrebbero celebrato con un pic nic, altri con una grigliata dal gusto conviviale, molti altri ancora con una gita fuori porta. Magari sarebbe stato il caso di assaggiare la temperatura del mare, immergendo i piedi in un’acqua cristallina che si ritrae per poi abbracciarci.

Tutto il contorno dice che così non è. Saracinesche mute e meste da tanto tempo, pochi schiamazzi, gente silente che ha poca voglia di raccontarsi. Se non con un semplice e furtivo saluto. Il mio balcone, da un lato, volge lo sguardo su un campo in cui brulicano fili verdi che stanno emergendo con forza dirompente e impetuosa, quasi ad annunciare una nuova stagione. Poco più in là palazzine tipiche degli anni ’90 limitano la visuale dell’oltre. Un signore fa passeggiare il proprio cane nel cortile. La mimica del signore mi fa immaginare una persona stanca, mi fa pensare a un senso di trascinamento.

L’altro lato del balcone offre al mio sguardo uno di quei palazzi di più recente costruzione. Innegabile gusto architettonico si sposa con una resa edilizia di indubbia qualità, in un connubio scenografico di non trascurabile gradevolezza. Anche in questo caso la visuale è limitata e lo sguardo sull’infinito parzialmente castrato. Il palazzo è di quelli che rimandano con la mente a famiglia mediamente benestanti. A quella media borghesia di ritorno che, soprattutto nei piccoli centri, negli ultimi 10 anni è tornata a ingrossare le proprie fila. Al primo piano una signora apre con vigore la zanzariera che protegge l’ampio infisso verandato che accede al balcone. Sembra leggermente affannata e fisicamente provata. Si adagia comodamente su una sedia posta in un angolo riparato (dal vento come da irruzioni fastidiose) e si concede due tiri di sigaretta. Immagino cosa pensi nella sua mente di mamma. Starà raccogliendo i pensieri più sopiti o se starà cercando di liberarsene? Cosa farà nella vita? Sicuramente la mamma che, si dice, sia il lavoro più duro, estenuante e delicato del mondo.

D’improvviso torno a ripensare al fatto che oggi sia il Primo maggio. Penso al senso del lavoro. Al lavoro sfregiato, mutilato negato. Ai commercianti in ginocchio, ai ristoratori e al buio che li circonda, ai piccoli artigiani e ai piccoli imprenditori, agli operatori balneari, alla filiera del turismo, a tutti coloro per i quali il lavoro non è un’opportunità ma una necessità di sopravvivenza. Perché di questo si parla oggi: di sopravvivenza. E a chi ne vede soltanto una questione economica mi piacerebbe parlare di criticità sociale. Il lavoro è dimensione umana e spirituale.

Potenza, ore17 – Antonio Califano

Festa dei lavoratori al tempo della pandemia, la festa del lavoro che non c’è in un paese dove già non c’era per molti, troppi, soprattutto giovani, soprattutto meridionali. Festa del lavoro precario, del lavoro non garantito, festa del lavoro nero, festa del reddito che non c’è. Come faranno la spesa i musicisti, i lavoratori in nero, i poeti, gli attori, i giovani che vogliono vivere con i propri sogni portando bellezza al mondo o quelli che hanno studiato tanto e bene ma non trovano chi li apprezzi e devono fuggire in un altrove che rischia di non esserci? Anche prima era difficile, ma ci inventavamo sempre qualcosa, ora è impossibile, ora bisogna pensare alla sopravvivenza, certo anche a riavviare il paese ma senza lasciare indietro nessuno, ora è questione di civiltà o barbarie, ora bisogna ripensare un nuovo sistema, il profitto non può essere il nostro unico obiettivo, siamo dentro uno Tsunami, prima i più deboli, non c’è più tempo. Primo maggio della pandemia, partiamo da questo, parliamo di questo, di chi non ha reddito, di chi era già in cassa integrazione, di un mondo fondato su un lavoro che non c’è e su i profitti per pochi che aumentano e riescono anche a lucrare sulle tragedie. W il primo maggio delle mascherine, della ignobile borsa nera della paura, W il primo maggio della speranza, W il primo maggio del Diritto Universale al Reddito. W il primo maggio dei sogni! Il lavoro rende liberi ma era scritto anche all’ingresso di Auschwitz (Arbeit Macht Frei).

Matera, ore 17:37 – Angelo Soro

Bollettino di guerra nr 6

Esco dalla giungla.

Detto in tutta onestà, non avevo mai vissuto un mese d’aprile così.

Gli anni scorsi passava liscio ed era semplicemente un tot di giorni tra marzo e maggio.

Sì, d’accordo, a fine marzo inizia la primavera, ma finché non arriva il primo maggio, con gita al mare e concertone d’ordinanza, è ancora palesemente inverno.

Aprile, insomma, era un apostrofo grigetto tra marzo e maggio, e in termini quantitativi valeva poco più di una settimana.

Quello che abbiamo vissuto nel 2020, invece, è il primo mese d’aprile a esser durato tre anni. O almeno così mi è sembrato.

Chiusi in casa, come metà del mondo civilizzato, abbiamo voltato la pagina di marzo e siamo rimasti intrappolati in un aprile infinito. Una specie di portale spazio-tempo in cui abbiamo ciondolato dalla camera da letto al soggiorno, dalla cucina al supermercato (o al tabaccaio per i tabagisti) in un loop che ha rallentato lo scorrere del tempo fino quasi a fermarlo.

Stamattina, quando ho voltato la pagina del calendario, mi son reso conto che il 4 maggio è davvero vicino e ho pensato a come deve essersi sentito quel soldato giapponese che, a trent’anni dalla fine della guerra è riemerso dalla giungla, dove si nascondeva per non essere catturato, e si è consegnato a un mondo che non riconosceva più.

Teruo Nakamura si arrese nel 1974 su un’isola filippina del Pacifico. Venne addirittura arrestato dalle autorità locali perché si rifiutava di credere che la guerra fosse finita.

Attendo anch’io la fine di questa strana guerra e non so se l’armistizio sarà firmato il 4 maggio o il 4 giugno; non so neppure se avrò voglia di approfittare subito della libertà o se resterò ancora un po’ nella mia giungla.

“Vassene ‘l tempo e l’uom non se n’avvede”, come cantava il sommo poeta, il tempo passa e non ce ne accorgiamo, ma passa, cazzarola se passa, passa anche se vorrei fermarlo per recuperare. Vorrei riprendere tutto da lì, proprio dal momento in cui mi è stata congelata l’esistenza, da quel giorno in cui qualcuno ha immortalato le vite di tutti noi in un fottuto fotogramma. In quella foto ciascuno di noi ha quel sorriso ebete e incredulo da ragazzetti che pensano sia tutto uno scherzo.

Invece no. Non è stato uno scherzo.

Ragazzi, io mi arrendo. Uscirò dalla giungla con le mani alzate.

Potenza, ore 19:44 – Luca Rando

Solo domande in questo primo maggio. Sul lavoro, sulla politica, sulla scuola, sull’uomo. La fragilità del sistema economico manifestatasi col coronavirus ci deve costringere a ripensare sia le nostre priorità che lo stesso modello lavoro verso il quale ci siamo indirizzati. Troppo presi dal fare ci siamo scordati del nostro essere nel mondo, dell’attenzione da dare all’ambiente e a noi stessi, il fare ha occupato tutti i nostri pensieri rendendoci dimentichi di tutto il resto. D’altra parte la passione smodata per il tecnologico, l’industrializzazione, gli oggetti, ci ha fatto perdere di vista il corpo, la foglia, lo sguardo. L’altro. Pensare l’altro. Avere sempre come riferimento il rapporto con l’altro. Perché ciò che facciamo ha un peso, conta.

«La pluralità è il presupposto dell’azione umana perché noi siamo tutti uguali, cioè umani, ma in modo tale che nessuno è mai identico ad alcun altro che visse, vive o vivrà» (Hannah Arendt, Vita activa)

Ripensare il lavoro per non diventarne schiavi e puntare sulla scuola come luogo non sottomettibile al mercato (anche se in questi anni hanno tentato di mercificarla la scuola). Quale scuola poi? Quale scuola dopo questi giorni dietro gli schermi? Questi giorni senza corpi? Una scuola che sia passione dei nostri corpi e dei nostri sguardi, delle parole vissute e incarnate nell’agire, pieni anche di quel silenzio che in questi giorni ci fa disperare, ancora pieni di dubbi, di paure, di domande, pieni del rimpianto di un anno non finito, senza quella scuola, la scuola, senza quei riti che non sono solo scena ma sostanza della nostra scuola, dell’essere studenti ed insegnanti, mani e banchi, ricreazione e chiacchiera, pieni ora di dolore perché non ci sarà l’ultimo giorno, la sfilata, la frase sullo striscione, l’ultima versione, la mattinata dell’ultimo giorno, il pranzo insieme, la notte prima degli esami, la corsa al banco per gli scritti…

«La scuola riaprirà. Non subito, ma presto. E allora cerchiamo di rifarla, questa scuola, non di ripartire come se non fosse successo niente ma di re-inventare. Proviamo a riempire ancora le aule di parole e suoni, ma che siano di tono e volume diverso. Portiamo dentro la scuola la nostra passione, la nostra energia, la voglia di stare fisicamente coi ragazzi, di spettinarli, di farci prendere in giro per l’inizio della calvizie o per la borsetta nuova. Ripotiamo nelle nostre classi la vita, il respiro, la saliva, il sudore, tutto, letteralmente tutto quello che la nostra precaria e meravigliosa esistenza ci regala. Tutto, tranne questo silenzio». (R. Mantegazza, La scuola dopo il coronavirus).

Faenza (RA)- Domenico Marchione 
Cosa si scriverà nei libri di storia, di quest’oggi.
Quali canzoni, quale musica, scriveranno ispirati da questo dramma.
Ho qui sul divano un libro di poesie. È una raccolta poetica di Eugenio Montale, pubblicata nel 1925, Ossi di seppia.
Lo trovai su una bancarella di libri usati. Iniziai subito a sfogliarlo, mi soffermai su “Spesso il male di vivere ho incontrato”.
La ricordavo ancora a memoria. Nel 1990, sul mio testo scolastico, la lessi per la prima volta. Ne rimasi colpito:
<< Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.
Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato >>.
Questa poesia ha ispirato una canzone di BAGLIONI, si chiama: MALE DI ME.
Quell’anno studiammo il decadentismo, i poeti, Charles Baudelaire,  Arthur Rimbaud, Paul Verlaine, arrivammo fino a Montale.
È stato per me l’anno piu bello dei miei studi. Imparavo, quasi a memoria, tutto quello che leggevo.
Le mie interrogazioni avevano sempre qualcosa di folkloristico. Ero colto da un entusiasmo che poco controllavo.  Gesticolavo velocemente, quasi a voler estrarre le parole da dentro, dal cuore. La mia insegnate si lasciava scivolare sulla sedia, si inclinava all’indietro quasi a stendersi e mi ascoltava con meraviglia. Cominciò così a portarmi del materiale extra, avevo una pila di fogli che superavano i 50-60 centimetri solo nel primo semestre. Laura, la mia insegnante di Italiano, la ricordo con devozione. Era bellissima. Fascino, stile, classe, eleganza. Una cura di se degna di una principessa.
Sono stato fortunato. Trovare chi trasmette passione per il suo lavoro è raro. Ne ho saputo cogliere tutte le sue energie. Chiuso nella mia piccola stanza del convitto ho navigato, esplorato, respirato ogni pagina. Ho affiancato ogni poeta nella scrittura. Quasi a toccargli l’anima. Pronto a leggere le impronte digitali lasciare da ognuno di loro, su ogni foglio. Ringrazio Dio per quell’incontro. Prego Dio che mia figlia continui a mantenere quel grande entusiasmo che mostra ogni volta che impara qualcosa di nuovo.

Parma ore 9:00 Cristina Cogoi 

Oggi festeggiare  questo primo Maggio dopo quasi due mesi di fermo nel lavoro, per quanto subito non voluto mi ha fatto sentire a disagio, non lo nascondo 

Quasi non me lo meritassi
Quasi non fosse un mio diritto 
Quasi non mi appartenesse 

Strani giochi fa  la mente quando è deviata dalla realtà, quando i valori che hai tatuati nel cuore stonano con tutto ciò che ti circonda.
Ma poi sono uscita di casa a passeggiare con il mio bichon in una Parma assolata, silenziosa, pulita, vuota. 
Il mio sguardo si è perso nei particolari scoprendo case mai notate, giardini nascosti rigogliosi, alberi in fiore, finestre aperte affamate di luce, di aria e mi sono lasciata trasportare in un’atmosfera quasi surreale fatta di neve di pollini , raggi riflessi sui muri, rose e ortensie in fiore.
Improvvisamente da una finestra spalancata, dove sventolava il tricolore è arrivata forte potente improvvisa la musica 
L’inno  di Mameli si è impadronito dello spazio, dell’aria, della luce circostante 
E a quel punto mi sono ritrovata con il naso all’insù, fiera di appartenere a quel momento.
Lacrime  calde hanno cominciato a bagnare la mia mascherina, lacrime di gioia, di appartenenza, di orgoglio, di tensione accumulata,  di solitudine 

Ma poi all’improvviso, come per magia, accanto  a me altrettante persone solitarie, ferme immobili quasi sull’attenti, anch’esse con gli occhi umidi.

Insieme abbiamo fissato quell’immagine nel nostro cuore per sempre. 
Insieme abbiamo scritto una piccola pagina di storia.

Genzano di Lucania, ore 20:15 – Gianrocco Guerriero

Aprile è andato via. Non è durato niente: mi ha tolto e mi ha lasciato: tutte cose che incideranno sul mio futuro, prossimo e remoto. La scorsa notte ho dormito tanto e nel pomeriggio anche, in uno stato raro di serenità, dolce quanto una resa, liberatoria, al di là d’ogni gudizio. Nei lunghi dormiveglia sono rimasto a galla su pensieri astratti. Mi è passato per la mente anche il più grande logico che sia mai esistito, e mi sono ricordato di un simpatico aneddoto che lo riguarda. Lo racconto perché ha a che fare con un argomento che ieri ha suscitato discussioni infuocate in tutta Italia.

Era il 1948 e Kurt Gödel si trovava a Princeton. Lui e Einstein facevano lunghe passeggiate, essendo soliti recarsi all’Istituto a piedi: parlavano di logica e di Relatività, e fra i due quello con la mente più acuta non era il fisico divenuto una star. Nonostante i 26 d’età che li separavano, Einstein era l’unica persona con la quale il matematico era riuscito a legare. Era un tipo particolare, Gödel, soggetto a crisi depressive e a manie di persecuzione. Quell’anno decise di prendersi la cittadinanza americana. Era necessario un colloquio, per poterla ottenere. Preciso e severo qual era si studiò la Costituzione nei minimi dettagli e quando ebbe terminato, sconvolto, confidò ad Einstein e a Morgestern (un economista matematico co-fondatore, con von Neuman, della Teoria dei giochi, anche lui ospite a Princeton) di aver scovato una incongruenza logica grazie alla quale la democrazia avrebbe potuto trasformarsi in una dittatura. I due amici lo ascoltarono divertiti e gli raccomandarono di non azzardarsi a parlarne durante la prova. Ma il giorno dopo Gödel pensò bene di mettere in guardia il Giudice, il quale aveva fatto accenno alle dittature che avevano devastato l’Europa, dall’inghippo che aveva scoperto. Questi restò turbato, e fu solo grazie alla diplomazia e alla fama dei suoi due accompagnatori che gli fu concessa la cittadinanza.

Quando anni fa appresi di questa storia stavo studiando contemporaneamente, per sommi capi, i teoremi di incompletezza di Gödel e le Ricerche filosofiche di Wittgenstein. Era accaduto per caso (non lo faccio per lavoro), eppure man mano che andavo avanti mi rendevo conto di quanto le due cose fossero correlate. Non è questa la sede per approfondire, ma un appunto posso (devo) concedermelo.

Una qualsiasi Costituzione, per quanto ci si possa impegnare nel “costruirla”, non può mai esssere perfettamente coerente: ne è prova il fatto che esperti di diritto costituzionale di pari autorevolezza riescono a interpretare determinate questioni in maniera diametralmente opposta, avendo entrambi ragione. Sicuramente non sbagliava neanche Gödel riguardo alla Costituzione americana. Senza contare che le peggiori dittature sono nate nelle cabine elettorali.

E allora, come si risolve la questione? Beh, con Wittgenstein, direi. Anche una Costituzione è un “gioco linguistico”, in fondo, e dunque dinanzi a qualsiasi controversia non ci si può fermare alla mera interpretazione letterale (che neanche esiste): vanno valutati attentamente i contesti, i personaggi in gioco, le loro storie, il comportamento medio e gli ideali dei loro rispettivi sostenitori e gli interessi che sottostanno alle scelte e alle simpatie: va analizzata con scrupolo quella che potremmo definire l’ “atmosfera al contorno”, a volerlo dire in breve. E, soprattutto, l’interprete (o esegeta) asettico non esiste, e se pensa di esserlo rappresenta un gran pericolo e inganna innanzitutto se stesso.

Non ho altro da dire e me ne torno ai miei pensieri matematici puri. È iniziato maggio e tutto è nuovo, adesso.

Matera, ore 21.30 – Doreen Hagemeister

“Primo maggio”

Buon Primo Maggio a tutti!

Mi sono svegliata con un video-augurio in russo dell’epoca dell’Unione Sovietica che un amico ha inviato su WhatsApp. Musiche e immagini bellissime e tanti ricordi della mia gioventù si risvegliano. Mi ha messo di buon umore.

Poco dopo mio figlio, appena sveglio, è entrato in cucina urlando felice: “Mamma, è il primo maggio! Oggi non ANDIAMO a scuola!” e ci siamo ammazzati dalle risate. Humour da quarantena! La giornata è iniziata decisamente bene. A pranzo abbiamo fatto una bella grigliata nel giardino per celebrare anche noi il primo maggio.

Stasera, invece, siamo davanti alla tv ad ascoltare il “Concerto del primo maggio” rivisitato per la situazione odierna. Tanti ricordi dei concerti a Roma riaffiorano. Ambra Angiolini da presentatrice, con la sua grinta e allegria, modera in maniera eccellente questo concerto anomalo.

Guardo lo “Stato Sociale” che canta e suona (i musicisti con mascherine e camice da ospedale) in una piazza deserta a Bologna: “Una vita in vacanza”. L’atmosfera è strana, tra l’allegria della canzone e il loro abbigliamento, ma soprattutto per la piazza senza persone. Fa riflettere… come anche il ritornello della canzone

una vita in vacanza
Per un mondo diverso
Libertà e tempo perso

Fosse così! Non è una vita in vacanza, si lavora più di prima e senza orari, come quelli scanditi dalla timbratura per l’ingresso e l’uscita dal lavoro. Ma soprattutto manca la LIBERTÀ!

Mi risuona in testa “Vivere per lavorare o lavorare per vivere” – io voglio lavorare per VIVERE!

Aspetto il contributo di Zucchero, il mio cantautore italiano preferito. Eccolo finalmente in video collegamento. Lui racconta che normalmente, facendo una vita che lo porta in giro per il mondo, non sta mai più di due mesi, massimo tre, a casa e scoppia in una risata che è un miscuglio di amarezza e ilarità per la situazione surreale che anche un grande come lui – uguale a noi – vive in questo periodo di pandemia. Lui dedica la sua musica stasera a tutti, ma in particolare alle persone che lavorano nello spettacolo, dalla musica al teatro, tutti fermi ora e con un futuro ancora incerto.

Ambra Angiolini ricorda il suo brano “Per colpa di chi” del 1995. “Per colpa di chi chi chi chi chichichirichi”, ispirata a detti contadini, oggi sembra una premonizione. Probabilmente è la domanda che, più di altre, ci siamo posti in questo periodo.

Zucchero conclude con queste parole:

Buon primo maggio
Forza e coraggio!
Duemilaventi
purtroppo
stringi il culo e stringi i denti!”

Rido. Non ho nulla da aggiungere!

Potenza, ore 24:00 – Claudia Schettini

Nuovo giorno, nuova colonna sonora.

Stamattina è toccato al “Mago di Oz”, il mio film preferito in assoluto, rigorosamente la prima versione, quella con Judy Garland nei panni di Dorothy.

Anche oggi, un tuffo nel passato, che poi tanto lontano non sembra. Stamattina presto, durante la mia solita camminata, c’era un vento fortissimo, ed io sognavo un po’ ad occhi aperti, sulle note dii “Over the rainbow”.

In effetti, Dorothy si ritrova nel magico mondo di Oz proprio dopo forti raffiche di vento, trasformatesi poi in un vero e proprio tornado. E nell’atterrare in questa terra sconosciuta, in cui arriva direttamente con la sua casa, schiaccia e uccide la perfida strega dell’Est.

“Da qualche parte, oltre l’arcobaleno, i cieli sono blu”

E in questo mondo parallelo, con le sue nuove scarpette rosse, percorrendo il sentiero dorato, incontra i suoi nuovi amici di viaggio: lo spaventapasseri, il leone, l’uomo di latta. Ma a ciascuno di loro manca qualcosa: allo spaventapasseri manca il cervello, al leone il coraggio, all’uomo di latta manca il cuore.

Manca loro l’essenziale, insomma.

“Non sarei soltanto una nullità
La mia testa sarebbe piena di roba
Il mio cuore pieno di dolore
Probabilmente vi meriterei
E sarei addirittura degno di voi
Se solo avessi un cervello”

Riuscireste a vivere senza un cervello (molti si, ci riescono fin troppo bene) che, non solo è il fulcro della razionalità ma è anche il centro da cui partono tutti i nostri impulsi emozionali?

“E’ terribile, avvilente

E non posso farci niente

E’ questo il mio destino

Col mio fiero cipiglio

Ho il coraggio di un coniglio

Il valor di un moscerino”

…prosegue il leone. Ditemi, riuscireste a vivere senza il coraggio, la forza, la tenacia per affrontare la vita, pur millantando forza fisica da fare invidia al gigante Golia?

“Proverei qualche emozione

Invidia, compassione

E palpiti d’amor

Sfiderei pur la morte

Lo terrei qui in cassaforte

Se soltanto avessi un cuor.”

…così conclude l’uomo di Latta. Pensateci, quante cose potremmo fare se tutti dessimo più importanza a quella “cosa” rossa, nell’immaginario comune, che batte costantemente al centro del nostro torace. L’omino considera il non avere questo organo tanto prezioso una vera e propria sventura, considerandosi una creatura misera. E voi come vi sentireste?

Riuscireste a vivere senza un cuore per amare, senza un cuore da donare, senza un cuore che vi batte forte nel petto?

Oggi, per un attimo, mi sono disconnessa dalla realtà e ho deciso di seguire questa simpatica combriccola per raggiungere anche io la città di Smeraldo, dove vive il grande e potente Mago. Oggi, per un attimo, avevo i mattoncini dorati sotto i miei piedi, e non il solito asfalto con tanto di fosse. E ho pensato a cosa avrei potuto chiedere al Mago. La verità è che non sono riuscita a darmi una risposta, probabilmente non mi serve niente, probabilmente ho già tutto. Sto imparando a farmi bastare l’essenziale, quel poco che mi serve per continuare lungo il mio sentiero, dorato o meno che sia, con i miei adorati compagni di viaggio.

Poi la musica si è interrotta e ho dovuto rimettere i piedi per terra…ma sempre con le scarpette rosse, per rimanere ancora a sognare ad occhi aperti, per dare un po’ di magia a questa giornata, per non farla sembrare così tanto abulica come le precedenti.

“Da qualche parte, oltre l’arcobaleno

gli uccellini blu volano

e i sogni…

…i sogni davvero si avverano”.

Maschito, orario incerto, Gemma Carmelitano

IL VIRUS CHE C’E’ IN ME

Tutto ebbe inizio quando si passò dal Carnevale alla Quaresima senza neppure accorgersi sul serio di ciò che stava accadendo : un virus regale pensò bene di impadronirsi del mondo!

Coronavirus questo il suo nome,aveva una corona ed anche dei sudditi dei quali si serviva per farsi trasportare in più posti diffondendo così morte e malattia tra il popolo e mettendo a dura prova grandi e piccini,governanti e sanità,volontari e lavoratori.

Tanto dolore chiuso nel silenzio e nella solitudine.

Troppo dolore racchiuso negli sguardi di chi moriva solo e di chi tentava invano di salvarlo…solo alcuni guarivano!

Era lui il re indiscusso e malvagio di quei giorni…giorni che trascorrevano lenti…giorni in cui tutti attendevano,chiusi nelle loro case,notizie su come il re si muovesse grazie ai suoi sudditi più fedeli.

Erano loro,infatti ,quelli che decisero di dar via la propria libertà,quella vera, per avere briciole di temporanea sicurezza,tutto questo a discapito loro ma,soprattutto del popolo consapevole che ,questi sudditi, non meritavano né la libertà né la sicurezza.

Il popolo ,vecchio saggio, aveva capito che la libertà è comprensione e non negazione, è il diritto dell’anima di respirare .

Il popolo sapeva che quello non era il tempo per fare qualcosa ma era il tempo per essere qualcuno…era il tempo per vivere un’ armonia risonante con gli altri pur vivendo vite isolate perché tutti i gesti tangibili ,negati in quel momento ,erano solo rimandati…togliendo il tocco resta il cuore,lo sguardo,il pensiero,il suono della voce .

Ora tutto sembrava sottratto alla vita stessa ma era solo una espressione difficile che la vita ci stava presentando e come tutti gli eventi più dolorosi e tristi ,anche questo sarebbe passato …Era solo una questione di tempo.

A noi invece tocca restare e ricostruire le nostre esistenze nell essenziale .

Noi , oh noi miseri umani… abbiamo avuto bisogno di ”vedere” la devastazione in un unico virus ! Ci siamo mai resi conto di quanti virus attanagliano la nostra vita? Tanti …troppi! 

Io mi ritrovo qui in una immensa piazza vuota,silenziosa,sotto la croce che congiunge terra e cielo e abbraccia tutto il mondo ad imprimere nella memoria incontri e passaggi della mia vita e a meravigliarmi di chi ancora ,nonostante tutto, continuamente divide;

mi ritrovo qui a lasciare su un foglio il mio pensiero salutando per sempre… ‘il virus che c’è in me’.

Potenza, 0re 9:00 – Giampiero D’Ecclesiis

Primo maggio, la giornata del lavoro.

Del lavoro che non c’è, dei tanti che fermi, aspettano che qualcosa accada per riprendere a lavorare, che preoccupati e in ansia attendono che qualcuno gli dica di ripartire con la vita normale.

La giornata del lavoro sospeso, dei conti correnti che si assottigliano, delle preoccupazioni che aumentano.

Sono tanti in Italia in questo momento che vivono una situazione di sospensione, con tanta incertezza sul futuro.

Ecco io credo che la giornata di oggi sia sopratutto la loro che, volenti o nolenti, devono affrontare questa prospettiva, sono lidi su cui, in altri momenti e per altre ragioni, sono naufragato anche io e so quanto morde l’ansia e l’incertezza.

Con l’augurio che tutto possa andare per il meglio, un abbraccio a chi resiste.

LE STORIE DEL MARESCIALLO NUNZIOGALLO : LA MANO DEL DIAVOLO

Parte il primo esperimento di video racconto di TOTEM Magazine, Giampiero D’Ecclesiis & Fabio Pappacena vi propongono “LA MANO DEL DIAVOLO” della serie “Le storie del Maresciallo Nunziogallo”, per voi le prime sei puntate, da ascoltare e vedere con calma, un intreccio misterioso si svolge tra le strade del centro storico di Potenza, tra Via Pretoria e la Chiesa di San Michele si muovono ombre inquietanti, si sentono rumori, voci. Presenze oscure? Intrighi di provincia?
Ci penserà il Maresciallo Nunziogallo a svelare gli intrighi.
Chi sono i personaggi che si agitano nella storia? Demoni? Fantasmi? Sogni? Che succede nelle case di campagna dei potenti? Notai, avvocati, politici.
Un giro di ragazze squillo?
Da stasera per voi, su TOTEM Magazine. SEGUITECI , IL MARESCIALLO VI SVELERÀ OGNI SEGRETO

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