CRONACA DI UNA PANDEMIA – ITALIA, 17 APRILE 2020

CRONACA DI UNA PANDEMIA – ITALIA, 17 APRILE 2020

Veronica Menchise, Vigevano, 22:43 – “Ahug”

“Augh” di Veronica Menchise

Villa d’Agri, ore 22:30 Antonella Marinelli

Lo zio di Villa d’Agri.

Trentanovesimo giorno rosso. Sulla mia scrivania, poggiata al muro portante, campeggia una stampa che raffigura Don Chisciotte e Sancho Panza, di spalle, con lo sguardo evidentemente perso in un cielo stellato. Adoro questa stampa, si fa inseguire. Il perdersi. Il perdersi se precede è follia, se segue è sogno.

Nei primi giorni del lockdown Villa d’Agri è balzata alle cronache per uno sventato focolaio nel nosocomio cittadino. Gli operatori del tgr regionale per più giorni si sono recati nella nostra comunità e le immagini andate in onda hanno raccontato di una Villa d’Agri semideserta, certo se non fosse stato per la presenza dello zio del paese. Piazza Zecchettin è una piazza che ti perde. Ampia, larga, geometrica, vuota anche se piena. E quell’incedere tranquillo, assorto, a favore di camera, quasi una autodenuncia di colpevolezza se ve ne fosse stata intenzione. Intenzione che gli operatori avranno colto, forse indignandosi, forse scrollando le spalle in un laconico “siamo sempre i soliti”. Eppure quel passo soffice appartiene a zio I., l’unico che può permettersi la violazione delle restrizioni, tanto ci pensano il sapiente isolamento e la cauta distanza degli altri a proteggerlo. Ho pensato anche a lui e a tutti quelli come lui in questi giorni. Alle chilometriche passeggiate, e chissà piene di cosa, di Francesco. Ai viaggi di Caterina che ogni tanto scompare, poi te la ritrovi in un giorno distratto a farsi trascinare dal suo cane che ha sempre fretta di andare, dove poi non si sa. Sono gli unici per i quali nulla è cambiato. Nel loro mondo senza tempo, dove lo spazio è il murales dell’artista Rodrigo sulla facciata di un edificio dismesso, dove la necessità è contingenza e l’amore…l’amore è in una sigaretta per zio I., una pacca sulla spalla, un sorriso a cui lui risponde sempre. Sorriso che diventa una risata, grossa, troppo grossa, talmente grossa che per uscire dall’imbarazzo e contenerla devi corrucciare la fronte per primo. Tanto zio I. ormai ha riso e l’umore è identico a prima, come il suo sguardo, fermo. Quand’ero bambina la sorella di una mia amica mi raccontò che di amore e di dolore si può impazzire. E oggi nonostante qualche buona lettura mi abbia fatto comprendere che la mente si ammala come un ginocchio o lo stomaco e che può essere curata nei casi meno gravi, mi porto comunque dentro la romantica convinzione che chi vive sulla terra camminando all’indietro lo abbia scelto, per resistere all’amore, per resistere al dolore. Non si senta offeso chi di professione si occupa di chi ha bisogno di cure, non è mia intenzione peccare di presunzione, tento solo di costruire poesia.

Mi chiedo come dev’essere volere bene a zio I..E penso alla sua famiglia. Penso alle sorelle che lo aiuteranno ad uscire dalla doccia e a rivestirsi, chissà se la sua mente ha registrato il rito del gesto. Penso alle sue notti insonni e a tutte le volte che non si accorge dell’alba crescergli addosso. Penso a lui e al suo papà, seduti sulle seggiole del pianerottolo sullo stradone svuotato. Di questa maledetta pandemia zio I. non s’è accorto, ma di sicuro si chiederà il perché della moria di tutte le auto che ha fermato negli ultimi cinquant’anni per chiedere una sigaretta in più di quelle che porta nel taschino.

Potenza, ore 22:40 – Claudia Schettini

Abbracciare: circondare e stringere tra le braccia. Attorniare, comprendere.

Questa è la definizione che da lo Zanichelli.

Ma poco mi importa delle definizioni. La definizione di abbraccio non mi basta più. Mi poteva andare bene fino a due, tre giorni dopo la decisione del lockdown ma adesso è troppo.

Adesso le parole servono a poco, mi sanno un po’ di quelle frasi di circostanza che si scambiano due semi-sconosciuti per congedarsi ma per non essere, nel contempo, troppo formali. “Ti abbraccio”. “Un abbraccio”.

Adesso voglio un abbraccio vero, quello che ti stringe fino a toglierti il fiato, quello da cui quasi quasi vorresti anche divincolarti perché dopo un po’ basta, non ne puoi più.

Ma sono sicura che anche le persone più introverse, più timide, più “non mi toccare e stai lontano dalla mia bolla prossemica” vorrebbero un abbraccio. Tanto dagli abbracci non si riesce a fuggire, da quelli veri intendo.

E quanti significati si celano dietro a due braccia che avvolgono un corpo. E la cosa più affascinante è che ognuno le interpreta a modo suo, queste due braccia. E non c’è un significato universale, non potrebbe esistere, andrebbe contro la logica stessa dell’abbraccio.

Ti capisco, anche se sto in silenzio.
Non sei solo, ci sono io con te.
Andrà tutto bene.
Da quanto tempo amica mia, finalmente ci rivediamo.
Sono orgoglioso di te.
In bocca al lupo.
Fai buon viaggio.
Buon compleanno, Buon Natale e Felice anno nuovo.

Potrei continuare all’infinito ma vorrei lasciare questo compito a voi, a voi che pazientemente mi leggete. Quando vi sentite soli, tristi e annoiati, quando desiderate ardentemente delle braccia amiche pronte a darvi coraggio, prendete carta e penna e buttate giù il vostro significato di abbraccio. Potreste anche avere la sensazione che qualcuno vi stia abbracciando veramente. E no, non siete psicotici, ve lo assicuro.

Oggi, per esempio, mi sono lasciata abbracciare dal sole. Quei 12 minuti di pausa della lezione me li sono regalati. Mi sono stesa sul prato e ho accolto i raggi di Hélios con tutta me stessa.

Ma mi sono anche fatta una promessa.

Da oggi in poi mi farò bastare i miei, di abbracci.

Da oggi in poi sarò la mia alleata numero uno, la mia complice, la mia migliore amica.

Il distanziamento fisico sarà ancora lungo e chissà quando riusciremo a rifugiarci o ad accogliere qualcuno tra le nostre braccia. Ma non possiamo aspettare che l’ennesimo decreto ci dica che finalmente potremmo farci rassicurare da qualcuno.

Impariamo a rassicurare noi stessi. se non lo abbiamo mai fatto, all’inizio sarà molto difficile, ma non demordiamo, tentiamo ancora finché non inizierà ad essere più semplice, quasi un atto naturale.

E fatevi anche voi questa promessa: cominciate ad abbracciarvi un po’ di più.

Alzate il viso verso il sole e abbracciatevi…le ombre cadranno dietro di voi.

Tolve Ore 20:00 Rocco Mentissi

Viviamo un tempo generoso di tempo, vuoto apparente, che si colma solo di ciò che è più vitale.

Per questo in questi giorni amo:
Scrivere
per non perdersi
per tracciare traiettorie, sensi, significati, codici di salvezza
Altro pane, altra pelle
altre stelle, altre terre
E scovarsi
spostarsi
e dire ciò che il mondo non perdona
fare ciò che non funziona
disegnare un ramo d’albero
e far cadere, come foglie secche, i ricordi che bruciano
e con quelle ancora verdi riparare le ali strappate

Matera, ore 20:50 – Doreen Hagemeister

“Estetica 2020”

Anche oggi mi sono svegliata tardissimo. Oramai giorno e notte si sono definitivamente invertiti. Forse è un atteggiamento che non è solo dettato dalla mia personale attitudine all’essere un animale notturno, ma anche dal fatto di avere “un attimo” di privacy, visto che durante il giorno siamo sempre tutti presenti. Mi viene in mente una citazione di Luciana Littizzetto:

Gli uomini in casa sono come i peli in bocca: danno noia

Ho approfittato del bel tempo per prendere un po’ di sole sul balcone in attesa di poter andare finalmente al mare. Nel frattempo leggevo il diario dei miei amici di ieri e tutte le cose che hanno scritto. Uno degli autori consigliava proprio di prendere il sole e godersi l’aria primaverile. Sembrava mi avesse visto lì, in costume, nascosta da occhi indiscreti sul mio balcone. Scriveva di uomini con la barba non fatta (e nelle ultime videochiamate l’ho constatato anch’io!). Ma scriveva anche di donne poco curate in assenza di estetisti e parrucchieri. Ecco. Non so voi, ma pur stando in tuta tutto il giorno, nulla mi impedisce di curare il mio aspetto. Non sopporterei vedermi con unghie senza smalto o con i peli “pronti per la mietitrebbia”.

La grande domanda… alla quale non sono stato in grado di rispondere, nonostante i miei trent’anni di ricerca nell’anima femminile, è: “Che cosa vuole una donna?”” (Sigmund Freud)

Sto lì sul mio lettino e rifletto proprio su questo. Cosa voglio? Cosa è importante per me? Lì sulla mia sdraio certamente l’aspetto estetico ha la sua importanza. Anche se nessuno mi vede. E dico per fortuna, visto che ho anche preso un paio di chiletti durante gli “arresti domiciliari”.

Sapete mica se la prova costume si può fare anche scritta?

Fortunatamente siamo tutti nella stessa barca. Quasi quasi si è avverata la preghiera che ho appeso anni fa, in tempi insospettabili, nel mio ufficio:

Oh Dio, se non puoi farmi dimagrire, fa’ almeno che i miei amici ingrassino” (Erma Bombeck)

Sono ancora bianca. Mi giro per abbronzare anche l’altro lato. E così riesco a leggere meglio i messaggi. Mi arriva uno, giusto in tema:

Ecco che torna l’argomento Mare 2020. In aggiunta alla proposta del plexiglas c’è anche la mascherina. L’idea che a fine estate tutti ci troviamo con il segno bianco della maschera in faccia è semplicemente esilarante.

Mi giro un’altra volta per riprendere il sole in faccia. Non si sa mai!

Genzano di Lucania, ore 15:55 – Gianrocco Guerriero

Sono dovuto uscire dal “CMS casalingo” per un’altra lunga missione sul Pianeta, stamattina, e come tutti i covid-nauti mi sento frastornato: rilascerò pensieri “random”, oggi.

La mia relazione con Elaia va bene: la mattina, dopo lo scambio di carezze e fusa, qualche volta mi si accosta al viso per baciarmi: niente di preoccupante, tanto la sua bocca non è umana, mi sono detto. Alexandra è un po’ gelosa – non della gattina: di me –: dice che lei è sua madre e che io sarei il nonno (della gatta): non riesco proprio ad accettarla, questa cosa: mi fa sentire vecchio. Mi è tornata in mente la gente che ho incontrato ieri: ho scoperto che una mascherina può essere indossata in tanti modi: con il naso fuori, con la bocca libera (per poter parlare meglio o per fumare), sulla fronte (se stempiata l’effetto è eccezionale), abbassata sopra al collo o appesa a un orecchio. A proposito di orecchie, mi è venuto in mente che è davvero una fortuna avere i padiglioni auricolari, utili anche per gli occhiali: quant’è lungimirante, la Natura: l’aveva previsto, l’uso della mascherina, oltre a quello delle lenti. Io la indosso sempre bene. Mi piace. Con gli occhiali da sole mi aumenta il “carismatico mistero”, a voler citare una canzone. Ne avremo a lungo. Al massimo vedremo occhi, in giro, per molto tempo. Ci disabitueremo, ai volti. Chissà, forse mostrarlo diventerà un tabù: una forma di sessualità facciale, ecco: intimità facciale, per meglio dire. Poi sarà più facile tentare un colpo in banca: entrando mascherati non si desta alcun sospetto. Qualcuno, eccentrico, potrebbe chiedere a un pittore iperrealista di dipingergli la parte di volto non visibile, sulla mascherina: tipo quelli che sfoggiano vestiti disegnati sopra il corpo nudo, ma a rovescio. Diventerà sensuale, la mascherina (per l’uomo e per la donna), come un paio di mutande: ce ne saranno in pizzo, a “perizoma” e anche “autoreggenti”, per le occasioni più importanti. Lo immagino, un romanzo rosa del prossimo futuro: “Lui osò, spostandole di lato la mascherina con un dito e lei…”. Mostrare bocca e naso sarà da scostumati (perversi, anzi!), peggio che abbassarsi i pantaloni. Oggi, durante la missione, mia moglie mi ha chiesto di cambiarmi i guanti (altro accessorio ricorrente) ma le ho detto che non avevo toccato alcun umano, solo spazzatura, e si è tranquillizata. A proposito (delle mogli, non della spazzatura): ci tengo ad avvisare che il fascismo è in agguato, sempre, ovunque, e bisogna vigilare. Io, poi, che mi sento “partigiano” fino al sangue, sono particolarmente sensibile alle cadute di democrazia, e quando, tra un golpe tentato e l’altro, l’ago scende troppo, subito minaccio un “Bella ciao!” e salvo il Parlamento per un altro po’ tempo. Lo ripeto: occorre vigilare: la democrazia è un velo, soprattutto quando fuori o dentro soffia il vento. E il fascismo (in senso lato) sa arrivare – anche lui – ben mascherato.

Adesso però è meglio che spedisca in fretta il mio diario per domani: ho sentito puzza di censura stamattina, nonostante avessi la mia mascherina stretta attorno al naso.

Villa d’Agri, ore 17:30 – Nuario Fortunato

A Donato, ad Astronik, alla Sig.ra Palmina, a tutti coloro che sono partiti senza possibilità di un saluto, tra le strade silenziose e le chiese vuote, tra la solitudine della memoria e il silenzio degli abbracci negati.

ERA DI PRIMAVERA

Era di primavera, fiorivan i ciliegi,

il canto dei passeri a scacciar i sortilegi,

dai nidi sui rami dei robusti ulivi

verranno a cercarti tra i sorrisi dei vivi.

Era di primavera, il sole timido di una giornata uggiosa,

il calar del giorno, lo schiudersi di una rosa,

il solco sul viso delle lacrime amare,

la finestra del dopo per potersi affacciare.

Era di primavera, quel silenzio un po’ sordo,

la strada più sola, il campanile, il ricordo,

dal dolore del nulla ricomincia la vita,

in un raggio di sole quando sembra finita.

Era di primavera, il risveglio della natura,

il fiato dell’equinozio, il vento, la sua cura,

finiva la notte all’alba di un giorno,

il viaggio infinito senza andata o ritorno.

Potenza, ore 17:30 – Luca Rando

Che uomini saremo? Non intendo da un punto di vista fisico (io certamente con barba e capelli incolti e qualche chilo in più) ma nel nostro intimo, nel nostro cuore. Ci avrà insegnato qualcosa questo tempo lento? A me avrà insegnato qualcosa? Saprò essere più gentile con le donne e gli uomini che mi circondano, con le piante, con la terra che calpesto, gli alberi? Saprò rendere naturale il tecnologico di questi giorni, le vicinitudini, le parole, gli sguardi? Saprò dare importanza alle cose, ai giorni, alla famiglia? Saprò vivere un tempo diverso, fatto di lentezza, di attenzione, di amore?

Potenza, ore 17 – Antonio Califano

Sole, aria pulita, voglia di uscire…ma si, quattro “passi perduti” nel quartiere con la giusta protezione e distanza non fanno male, la data poi “Venerdì 17, durante la Pandemia” quasi l’incipit di un romanzo di Stephen King, stiamo facendo la storia. Mi avvio per il mio solito doppiaggio di “Parco tre Fontane”, navigazione sotto costa o “mur mur” come si dice da noi. Ma è tutto cambiato: di nuovo attenzione ad attraversare la strada altrimenti si rischia di essere spianati, Alfa Romeo rossa con coatto d’ordinanza alla guida e neomelodico a palla, incontri un numero di persone superiore a tutte quelle che hai incontrate nel mese precedente, sotto un portico tre giovinastri si spintonano energicamente manco fossero alla saga della “strazzata”. Dice il mio amico Pino il popolo è sempre più avanti di chi comanda, chi comanda pensa alla fase due ne parla, ma quanto ne parla, e il popolo già la realizza con le sue regole in mancanza di regole, cioè “ad capocchiam”. Ora è vero che non ce la facciamo più, è vero che ci sono una pletora di commissioni che dovrebbero darci le indicazioni per la ormai mitica ”fase due” ma intanto non riescono manco a mettersi d’accordo su come rapportarsi tra di loro ( ci vuole pazienza sono mega manager intergalattici, mica si possono occupare di queste “cosette”), ma buonsenso, aria senza esagerare altrimenti rischiamo di vanificare tutto quello che con la nostra sottovaluta intelligenza abbiamo fatto, e comunque sempre “Tutto il Potere al Popolo”, ma con giudizio. Abbiate pazienza, oggi sono nella mia fase ironica!

Genzano di Lucania – ore 13,00 – Rocco Di Bono

Sono passati esattamente vent’anni da quando Mario Capanna pubblicava “Il fiume della prepotenza”, un piccolo saggio nel quale la storia umana degli ultimi duemila anni viene ripercorsa seguendo il filo di una parola: prepotenza. Una parola che esprime, dice l’autore, tre elementi essenziali: il primo elemento è una violenza intenzionale, perchè il prepotente sa ciò che vuole fare e lo fa perché vuole farlo; il secondo elemento è costituito dal fatto che ogni atto di prepotenza tende a creare uno squilibrio, a creare una rottura delle relazioni; il terzo e ultimo elemento è dato dal fatto che la prepotenza tende a creare almeno una vittima o più vittime, spesso interi popoli. La riflessione di Capanna torna oggi prepotentemente attuale, alla luce di due circostanze: la crisi sanitaria e, soprattutto, sociale ed economica scatenata dall’epidemia di coronavirus, e il prevalere delle logiche sovraniste e populiste nelle relazioni internazionali. E’ quello che accade con l’America di Trump, che scarica la propria incapacità di gestire la crisi sull’OMS, tagliando i fondi all’agenzia che svolge una funzione, fondamentale e imparziale, di vigilanza sanitaria internazionale; o con l’Europa dominata dagli egoismi di Rutte, di Orban e di Kaczynski, pronti e vispi quando c’è da mungere la mucca di vantaggi e benefici, ma ciechi e sordi di fronte alle richieste di solidarietà degli altri stati quando bisogna affrontare tragedie come quelle dei migranti e del coronavirus. Per questi leader populisti, nostrani e internazionali, la crisi non deve essere l’occasione di ripensare e correggere gli squilibri di quello che Capanna chiama “il mondo rovesciato”, ma l’opportunità di rendere ancora più forti e profondi quegli squilibri, consolidando, insieme al proprio potere, il dominio di quella parte dell’umanità che vive nell’opulenza e controlla le leve della politica e dell’economia, contro il resto di chi è costretto a vivere nella disperazione e nella miseria.   

Parma ore 10    Cristina Cogoi 

Mia suocera sta morendo, questione di ore e’ già sotto morfina,  non sarà il virus a portarla via, ma questo non rincuora gli animi soprattutto di mia figlia e dei suoi amati figli. 

Fortunatamente non se ne accorgerà visto  l’età e la malattia che aveva, ma per noi poco importa .

La mente fa un tuffo nei ricordi.

23 anni di matrimonio e 4 di fidanzamento con il mio ex marito me l’hanno fatta amare come una madre anzi in lei c’era quella dolcezza che nella mia manca o forse c’è ma e’ sempre stata centellinata e miscelata da un carattere forte e autoritario 

Avevo 22 anni quando l’ho conosciuta, frequentavo ancora l’università, ricordo che ad ogni esame mi aspettava con una torta e mi cucinava i miei piatti preferiti, giusto due giorni fa ho preparato  uno dei suoi, strana  la vita.

I ricordi si sovrappongono in maniera disordinata, si affollano, vogliono primeggiare, li lascio fare nessuno e’ più prezioso di altri, tutti contano tutti sono scolpiti nel mio cuore e allora mi accorgo che anche se solo con la mente sono accanto a lei.

Mi ritrovo a parlarle a tenerle  la mano a dirle di lasciarsi andare che va tutto bene che non si deve preoccupare che finalmente rivedrà Carlo suo marito partito qualche anno fa e che non si capacitava non andasse mai a trovarla nella casa di riposo. 

Mi viene in mente un aneddoto 

Le chiedevo ad sogni Natale 

“ Carla non voglio regali, dammi solo la pozione magica che ti ha fatto conservare il tuo matrimonio così a lungo “

E lei sorridendomi, con quel sorriso che l’ha sempre accompagnata anche nei momenti più difficili, mi guardava e mi diceva sempre 

“ Cristina la pozione non esiste ma esiste un modo per farli durare 

Fare finta di niente il più delle volte e cercare di vedersi il meno possibile “

Dote rara che a me e ‘ mancata soprattutto nei momenti in cui avrei dovuto capirne il vero significato.

Una lacrima mi bagna il volto, non voglio se ne accorga e allora le sorrido e  le dico:

“ Carla non dimenticarti di  salutami Carlo quel brontolone digli che mi mancano le nostre litigate “

Conoscendola gli riferirà’ solo la prima parte del saluto, fino all’ultimo fedele al suo senso del vivere.

Potenza, ore 10:30, Annamaria

Non stiamo con le nostre paure, ma con le nostre speranze e i nostri sogni.
Non pensiamo alle nostre frustrazioni e alle nostre ansie, ma al nostro potenziale irrealizzato.
Non preoccupiamoci per ciò che abbiamo provato o continuiamo a sentire, ma di ciò che è ancora possibile fare per sentirci vivi, per far vibrare il cuore perché saranno sempre i nostri fedeli compagni quei brividi sotto la pelle che scaldano l’anima, rasserenano la mente e accendono il coraggio.

Potenza, ore 22:00 – Giampiero D’Ecclesiis

Prendersi cura. Provo a prendermi cura delle cose e delle persone a cui tengo, mi prendo cura anche di me.
Leggo un libro, la mattina mi faccio il frullato con la frutta fresca, faccio esercizi di respirazione, penso.
Mi prendo cura di me.
Mi prendo cura anche di voi.

DONO
Ora dormi, cuore inquieto,
Ora dormi, su, dormi.
Dormi, inverno
Ti ha invaso, ti minaccia,
Grida: “T’ucciderò
E non avrai più sonno”
La mia bocca al tuo cuore, stai dicendo,
Offre la pace,
Su, dormi, dormi in pace,
Ascolta, su, l’innamorata tua,
Per vincere la morte, cuore inquieto.
(Da Dialogo 1966-1968, Giuseppe Ungaretti)

LE STORIE DEL MARESCIALLO NUNZIOGALLO : LA MANO DEL DIAVOLO

Parte il primo esperimento di video racconto di TOTEM Magazine, Giampiero D’Ecclesiis & Fabio Pappacena vi propongono “LA MANO DEL DIAVOLO” della serie “Le storie del Maresciallo Nunziogallo”, per voi le prime sei puntate, da ascoltare e vedere con calma, un intreccio misterioso si svolge tra le strade del centro storico di Potenza, tra Via Pretoria e la Chiesa di San Michele si muovono ombre inquietanti, si sentono rumori, voci. Presenze oscure? Intrighi di provincia?
Ci penserà il Maresciallo Nunziogallo a svelare gli intrighi.
Chi sono i personaggi che si agitano nella storia? Demoni? Fantasmi? Sogni? Che succede nelle case di campagna dei potenti? Notai, avvocati, politici.
Un giro di ragazze squillo?
Da stasera per voi, su TOTEM Magazine. SEGUITECI , IL MARESCIALLO VI SVELERÀ OGNI SEGRETO

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