CRONACA DI UNA PANDEMIA – ITALIA, 18 APRILE 2020

CRONACA DI UNA PANDEMIA – ITALIA, 18 APRILE 2020

Veronica Menchise, Vigevano, 19:26 – Interni intimi

Pignola, ore 23:00 – Vittoria Smaldone

Oggi Gabriella si è addormentata sulle note di Somewhere over the rainbow. Cantando le parole che apparivano sotto l’immagine in bianco e nero di Judy Garland, Dorothy nel Mago di Oz, pensavo a quel regno magnifico sopra l’arcobaleno dove gli uccelli volano liberi. Abbracciata alla mia piccola in una fascia arcobaleno, mi sono sentita come Dorothy nel grigio Kansas. Ho immaginato di essere su una spiaggia bianca, con il mio compagno e la piccola in braccio, baciati dal sole. Zaffate di iodio e di sale solleticano le mie narici, la brezza marina stempera gli olezzi dolciastri della crema solare. Il profumo della libertà è inebriante. Respiro l’aria a pieni polmoni. Mi sembra si masticare le nuvole. Gabriella sorride felice, guardando verso il blu. L’azzurro del male si fonde a con quello del cielo e per un attimo mi sembra di volare. Riesco quasi ad intravedere una strada lastricata di mattoni gialli, ma è la parete del mio salone. Il sogno svanisce, ritorniamo alla realtà. La bimba dorme beata e io penso all’estate. Ci sarà mai un’estate? Il sole che inonda le stanze in queste giornate ferisce gli occhi e il cuore. La primavera entra prepotentemente nelle nostre case e ci ricorda che c’è un altrove meraviglioso, un mondo in cui (forse) i nostri desideri potrebbero diventare realtà. In questo momento mi sembra quasi blasfemo desiderare una vacanze al mare. Questa sera, però, il ministro Franceschini in tv ha detto che gli italiani se la sono meritata la vacanza. La quiete dopo la tempesta, o se vogliamo, Tornammo a riveder le stelle. Ma mi domando chissà cosa c’è sopra gli arcobaleni attaccati ai vetri dei nostri balconi. Chissà se un giorno “i sogni che osi sognare si avvereranno realmente”. Possiamo provare ad indossare delle scarpette rosse e a vedere cosa accade. Io e Gabriella le abbiamo, magari domani ne diamo un paio anche a papà e vediamo se funziona.

Potenza, Ore 12:00 – Claudia Schettini

Sabato: il giorno della spesa. Aspettavo questo momento da circa dieci giorni eppure, una volta uscita, non vedevo l’ora di tornare a casa.

Un signore anziano che quasi si giustifica con il fruttivendolo per essersi recato da lui a comprare frutta e verdura.

“Di solito esce sempre mia moglie, oggi non poteva e sono venuto io, ma torno subito a casa”.

Sguardi sfuggenti, passi veloci, mani che corrono lungo gli scaffali. Al supermercato bisogna essere rapidi. Tra un bancone e un altro intravedo mia zia. Un saluto e due parole volanti. Quasi non si potesse parlare.

Poi, a distanza, con le mascherine sulla bocca, non si capiva niente.

Lascio la macchina davanti casa e vado in farmacia a piedi. Già che ci sono chiamo la mia amica per un saluto a distanza. Non ci vediamo da gennaio. Ma il centro storico è pieno di pattuglie di carabinieri e l’ansia inizia a farsi sentire. Se mi fermano? Ah si,ho l’autocertificazione, devo andare in farmacia.

Però forse la mia amica non la posso salutare.

“Iri muoviti, ci sono i carabinieri”.

Ero felice di poterla rivedere, di poter vedere un volto amico dopo tanto tempo. Tempo di percorrere 100 metri insieme, tendendoci la mano a distanza, simulando un abbraccio, e andiamo subito via.

Ma dopo poco la chiamo “avrei preferito non incontrarti proprio, che tristezza”.

“Anche io te lo volevo dire. È stato proprio un brutto incontro”.

Torno sotto casa e chiamo i miei nonni “Affacciatevi al balcone, sono qui sotto.”

Anche qui, saluto rapido, come se stessimo facendo qualcosa di sbagliato, come se qualcuno dovesse arrivare all’improvviso a separarci. Nonna mi lancia una banconota dal balcone, mai sia mi possa servire qualcosa. O forse era un semplice gesto per non allontanarsi troppo dalla realtà, per rivivere un po’ la nostra vecchia quotidianità.

Apro il portone per prendere il “pacco da giù” che mi aveva preparato mamma e un acre odore di disinfettante invade le mie narici.

Intravedo il salone. Ordinato, vuoto, asettico.

“Non ci sono io che metto tutto in disordine” penso tra me e me.

Ma non si sente nemmeno la presenza di mia madre e di mia sorella piccola.

Basta me ne devo tornare in campagna. Con un nodo alla gola e un peso sullo stomaco premo il piede sull’acceleratore, musica nelle orecchie e via. Polizia, carabinieri e militari. Fortunatamente hanno fermato altre macchine.

Parcheggio, mi lavo le mani, mi cambio al volo e getto tutto in lavatrice.

Dopo un po’ un sacchetto attira la mia attenzione. Lo prendo e lo apro. Ci sono dei pasticcini. Li avevo comprati per i miei nonni. Glieli volevo lasciare nel portone.

Per l’ansia e la fretta li ho lasciati sul sedile della macchina.

Con i dolci in una mano e tanti interrogativi nell’altra, chiudo la porta di casa.

Quando torneremo a guardarci negli occhi con calma e senza timore?

Matera, ore 20:00 – Doreen Hagemeister

“Einstein e la relatività”

Il 18 aprile del 1955, esattamente 65 anni fa, muore il Albert Einstein, scienziato tedesco geniale ed eccentrico, difensore del pacifismo e dei diritti civili.

Una delle immagini più famose lo ritraggono capellone che, con un sorriso, fa la linguaccia. Potremmo essere noi, quando finirà la quarantena!

La sua Teoria della Relatività, che ha rivoluzionato il mondo della fisica, fu pubblicata nel 1916, ma soltanto grazie alle foto dell’Eclissi solare totale del 1919, scattate dall’astronomo inglese Arthur Eddington, si riuscì a calcolare l’effetto della gravità del Sole sulla luce delle stelle. Nel 1922 Einstein finalmente vinse il Premio Nobel per la fisica.

Molte sono le citazioni a lui attribuite (anche se alcune non sono sue).

Quelle che mi piacciono di più parlano di relatività. Le trovo di un’attualità sorprendente:

Se verrà dimostrato che la mia teoria della relatività è valida, la Germania dirà che sono tedesco e la Francia che sono cittadino del mondo. Se la mia teoria dovesse essere sbagliata, la Francia dirà che sono un tedesco e la Germania che sono un ebreo.”

Non vi sembra un po’ lo stesso ping pong a cui assistiamo ora? La caccia ai colpevoli, al paziente zero, al governo che avrebbe creato il virus in laboratorio. Allo stesso tempo nascono speranze per fronteggiare l’emergenza COVID-19 (Per merito di chi? Meridionali? Lombardi? Sarà merito di un uomo o una donna?)

E poi la questione del tempo. Siamo chiusi in casa da oltre un mese (io da 44 giorni). Sembra un’eternità. Le giornate che scorrono identiche tra loro cambiano la percezione del tempo.

Quando un uomo siede vicino ad una ragazza carina per un’ora, sembra che sia passato un minuto. Ma fatelo sedere su una stufa accesa per un minuto e gli sembrerà più lungo di qualsiasi ora. Questa è la relatività.

Consoliamoci! Tanto, VICINO a una ragazza o a un ragazzo ORA non ci possiamo comunque sedere!

Non so chi sia l’autore di questa genialata, ma credo che sarebbe piaciuta a Einstein!

FIGURA

E poi ci chiediamo quando finalmente potremo uscire di nuovo, incontrare amici, farci una birra “fuori”? Forse fra un mese? Ma quanto è lungo un mese? Faccio mente locale di tutto quel che ho da fare ancora qua a casa. Un mese chiusa in casa mi sembra lunghissimo, ma per i lavori che mi aspettano forse neanche basta!

Tutto è relativo. Prendi un ultracentenario che rompe uno specchio: sarà ben lieto di sapere che ha ancora sette anni di disgrazie.

Tutto è relativo! Vi saluto con la linguaccia!

Potenza, ore 20:30 – Giampiero D’Ecclesiis

18 aprile, in teoria mancherebbero ancora due settimane all’ipotetica fase 2, francamente non vedo l’ora, ho bisogno di tornare almeno ad una parvenza di normalità.
Ma sarà così?
Da quanto sembra di capire alcune regole permarranno a lungo, non si capisce bene se si riprenderà a lavorare normalmente né in quale misura verranno rimossi i blocchi.

Vorrei andare al mare, anche se dubito ci riuscirò a breve.

Domani è il compleanno di mio figlio Adriano, sempre più insofferente alla clausura, come me ogni tanto scalcia e si imbizzarrisce, gli manca la sua vita ed ha ragione.
Come sarà il mondo tra sei mesi, o tra un anno? Me lo domando con filo di inquietudine, poi mi dico “Domani è un altro giorno” e mi immergo in un buon libro.

Potenza, ore 20:05 – Luca Rando

Arrivano memorie da un altro tempo, immagini sfocate, smarrite, suoni che ascolta un altro me.

Aspetto, trattengo il fiato, teso all’ascolto”.

Cosa aspetto? Lo squarcio? Sono immagini di un altro tempo, le prove alla sala Assoli, i lunghi pomeriggi a scrivere e immaginare la messa in scena di quello studio, i versi da estrarre e da ricombinare con altre letture, l’idea del mondo da cambiare. Ma il ronzio che avverto è solo il cd che cerca la canzone che voglio ascoltare, non è “il sangue che picchia nelle vene”. Chissà poi perché arrivano così quelle parole dimenticate.

Io sono qui. Sono venuto a suonare, sono venuto ad amare e di nascosto a danzare”.

La verde Milonga mi inquieta, mi riporta immagini del passato, il viaggio con Giulio in Puglia, le lunghe chiacchierate nelle sere estive ad inseguire sogni e parole, “fino ai laghi bianchi del silenzio”.  

E poi e poi. L’ultimo valzer, questo valzer, i dimenticati e i sopravvissuti, e anche noi nel vento, con quell’albero che si stagliava nella pioggia e tu e tu… Ma è che a volte la memoria confonde visi e giorni. Così anche noi. Così anche quest’oggi lo sarà, domani. 

Domani, per fortuna domani.

Potenza, ore 15:54 – Antonio Di Stefano

Quarantesimo giorno. Angelo Borrelli ha cambiato le mie abitudini quotidiane. E’ stato quando ieri ha annunciato che la conferenza stampa della protezione civile nazionale non sarà più quotidiana. Due volte la settimana, d’ora innanzi. Così oggi avrò un vuoto: alle 18.00 di ogni giorno, da oltre un mese, il mio microcosmo sospeso di lavoro agile (e chissà se “smart”) e cure domestiche si fermava, risucchiato dall’ascolto della diretta su youtube della conferenza. Susanna Di Pietra, ecco il nome dell’interprete LIS alle spalle di Borrelli. Ormai so il nome a memoria. Ho visto più volte lei nell’ultimo mese che la maggior parte dei miei amici nell’ultimo anno. Capite come sto messo?

Ascolto Borelli, l’esperto di turno, qualche domanda dei giornalisti, segue elaborazione maccheronica dei dati sul contagio e pubblicazione veloce degli esiti su social. Senza alcuna pretesa di spiegare alcunchè, operazione statisticamente inutile oltre che rozza, di siti fantastici con curve colorate, raffronti dinamici e analisi dettagliate ce ne sono a bizzeffe on line.

Serve a me, forse alla piccola comunità di amici che ho capito che se lo aspetta, un minuscolo rito di gruppo, all’insegna dell’ “adda passà a nuttata”. Traslando nella teoria della comunicazione è quella che si chiama funzione fàtica, con l’accento sulla prima sillaba, quella funzione che serve a testare il canale di trasmissione, a dire all’altro “Si, ci sono ancora, ti sto ascoltando”.

Genzano di Lucania – ore 19,00 – Rocco Di Bono

E sembra un sabato qualunque, un sabato italiano…”, cantava nel 1983 Sergio Caputo, facendo scorrere davanti ai nostri occhi scene di ordinaria vita giovanile, quelle di un qualsiasi sabato sera in una qualsiasi città, piccola o grande, della provincia italiana degli anni ’80. Ragazzi a bordo di auto che guidano “allegramente / è quasi l’ora delle streghe / c’è un’aria formidabile / le stelle sono accese”,  sfrecciando “nella Roma felliniana / equilibristi in bilico sul fine settimana”, in una notte che è “un dirigibile che ci porta via lontano”. È la fotografia di un’Italia (e di un’epoca) spensierata e incosciente, che sarebbe naufragata presto sugli scogli di Mani Pulite e di tutto quello che ne è seguito. Ma è anche il ritratto di un modo di essere giovani completamente diverso rispetto al decennio precedente: se la password per decifrare gli anni ’70 è impegno, a dominare gli anni ’80 è l’adesione a uno stile di vita fondato sul consumismo, il divertimento e la spensieratezza, in cui non c’è posto per la politica. Nasce allora il fenomeno (e poi la parola che lo definisce) della “movida”, intesa come divertimento e vita notturna giovanile, che anima per decenni il fine settimana di città e  paesi. Poi, alla fine di dicembre 2019, comincia a girare una parola nuova, coronavirus: il resto, purtroppo, è storia nota. “E in questo sabato qualunque, un sabato italiano / il peggio sembra essere passato”: speriamo…

Genzano di Lucania, ore 15:55 – Gianrocco Guerriero

Che pressione di primavera che c’è dietro la porta! Oggi è come se ti aspirasse fuori, il sole. No, io non ho voglia di vedere gente: solo di andarmene a correre o di essere semplicemente libero di uscire quando mi va di farlo: potrei provarci, ad andare a correre, con la quasi certezza di farla franca, considerando il posto dove abito, ma non lo faccio perché non è corretto farlo: il senso di responsabilità, per me ha più valore della legge. Dicevo che non sento la necessità di incontrare gente, ma ho 55 anni e un’indole meditativa: non sono un individuo socialmente rappresentativo. Penso piuttosto alle mie figlie e ai loro coetanei. Stamattina ho sentito Aurora (ha diciassette anni) parlare a telefono con una ragazza che oggi ne compie 18. Le ha chiesto dove festeggiasse. La domanda – alla quale fino a due mesi fa non avrei neanche fatto caso – mi ha fatto sobbalzare: ho trattenuto il fiato e ho espirato solo dopo averle sentito dire, con tono colmo d’euforia: “Ah, bene, allora ci vediamo tutti alle ventitre su Skype. Il video è pronto”. Al sollievo è seguita una valanga di tristezza. Ciò che avevo appena udito era la migliore sintesi possibile della frattura che ha cambiato il mondo in un duetre settimane. Loro, i ragazzi, si sono adeguati in fretta, inventandosi un nuovo lessico e nuovi riti. Certo, manca la scuola, a mia figlia e le manca il contatto con gli amici. Manca anche anche a me, accompagnarla e vederla correre e abbracciare Vito, Antonio, Rebecca…

Eravamo preoccupati per l’eccesso di “virtualità” nelle vite dei nostri figli, ma mi rendo conto che, in fondo, erano già in grado di gestirsi bene. Adesso, invece, saranno loro a doversi preoccupare per noi.

Potenza, ore 18 – Antonio Califano

Ho avuto un incubo stanotte, ho sognato il mio notebook, chiedevo a Cortana che impegni aveva per la serata ed interveniva l’I phone con Sirti che mi faceva una scenata – “porco, traditore con quella schifosa ti fai le chiacchiere intellettuali e intrattieni rapporti lunghi, con me solo numeri di telefono e sveltine”. Mi sono svegliato sudato e con una crisi di ansia, domani si cambia vita, basta stare sempre connesso cosi imparano quelle due stronze. Sole caldo, non accendo i computers (tre), solo una condivisione veloce via I phone e poi cuffie, mascherina e deambulare, avvio il lettore musicale. Chet Baker & Bill Evans “ The Complete Legendary Session”, parte inesorabile “Alone Toghether”, la ballad più triste della storia del Jazz , “soli insieme”, praticamente la storia di tutte le coppie durante la quarantena, una roba che “St. James Infermary” diventa un pezzo da Karaoke a una festa di diciottenni, è dura sfuggire all’angoscia quando poi ci si mette pure il mio amato Jazz, non c’è scampo, siamo nati per soffrire; continuo la passeggiata, 4 km, lenti, meditativi, Zen , meno gente di ieri ma tante auto, è sabato. Un altro giorno della nostra ordinaria follia e stasera mi tocca anche la pizza fatta in casa con annesso rigurgito gastrico notturno. Alone togheter, e che vuoi fare, bisogna che prima o poi tenti di raggiungere di nuovo Ismail in Morea così mi dò una botta di vita.

Villa d’Agri, ore 15:00 – Nuario Fortunato

COMMEDIA (TRISTE) ALL’ITALIANA

Dopo i pasti cerco, da consuetudine, di non adagiarmi subito e di ciondolare per casa, inventandomi di tutto. Faccio partire il mio tour domestico o domiciliare (rende meglio l’idea): do una mano a sparecchiare e rassettare, mi occupo della differenziata, pulisco l’asciugatrice se c’è da farlo, mi regalo un po’ di sole sul balcone. Oggi ripeto il rituale. Rientro dentro e, con le immagini dei derby di Milano proiettate da Sky Sport a fare da cornice, frugo tra i libri posizionati sulla libreria che contorna e adorna la tv. I libri sono religiosamente e rigorosamente ordinati, in maniera compulsiva, dal più alto al più basso.

Lo so, ognuno ha le proprie fobie, le proprie ossessioni e i propri schemi mentali. Per me la compulsione è una forma di libertà. E la libertà è come l’eternità: se puoi pensare a loro puoi anche raggiungerle. Solitamente apro a caso un libro già letto, così come si fa con la Bibbia, ne rileggo un passo e poi rifletto, adagiandomi sul divano perché non ce la farei a pensare intensamente in piedi. Un libro è come una chiave che apre il cassetto dei ricordi e delle introspezioni. Toglie fiato, energie, stabilità, equilibrio.

Oggi l’occhio mi ricade su ‘Santini’ di Domenico Brancucci (per gli amici Mimmo), mio ex collega e caro amico al quale credo di poter dire mi leghi un’affinità elettiva. Ricordo di aver ricevuto in dono il suo libro a casa sua, dove consumammo il pranzo, in una delle tante giornate di sciopero organizzate in difesa dei nostri inviolabili diritti. Era il novembre 2018. Un sole timido ci baciava le fronti e un vento rispettoso ci spettinava leggermente i capelli. Quel regalo fu per me una medaglia. Un premio guadagnato sul campo della nuova consapevolezza di noi: come uomini e come lavoratori.

Mimmo è uomo di altri tempi, proiettato in un’epoca che non gli appartiene. Uno di quelli che non vende o svende i propri valori per un tozzo di pane, uno che non tradirebbe mai le sue ideologie e la sua moralità. ‘Santini’, il suo libro, me lo riporta particolarmente alle mente. Ritrovo la sua capacità di raccontare con disincanto, di narrare con ironia. Un romanzo che lascia il sapore amaro della tragicommedia italiana, intessuta di contraddizioni ataviche e inquietudini individuali (ma anche collettive). Un viaggio introspettivo all’interno della natura bivalente di individui che si trascinano tra sana follia e algida normalità. Un umile manifesto di quell’amara commedia all’italiana che rappresenta una categoria della nostra letteratura, della nostra storia cinematografica, del nostro retaggio teatrale. Mimmo ne fa una categoria dell’anima, del vivere.

D’improvviso mi viene in mente il messaggio che ci consegna Paolo Virzì in ‘Notti Magiche’: ‘E voi pensate di far ridere con questa roba? Dov’è il dolore? Dov’è l’ombra? Cosa sarebbe Totò senza miseria o Charlot senza malinconia?’. Oggi mi va di pensare a Mimmo e a tutte le persone, incrociate lungo il mio cammino, capaci di farmi ridere piangendo e di farmi piangere ridendo. Chiudo il libro, mi alzo dal divano, esco di nuovo sul balcone, osservo il cielo e sorrido. Sorrido di me, di questo tempo, del mondo. In fondo non siamo eroi ma neanche martiri. Tutto ciò che vogliamo non è esaltazione ma neanche compassione o commiserazione. Vogliamo semplicemente sentirci vivi.

Un sorriso. Amaro.

Parma ore 10 – Cristina Cogoi

Per costruire la gioia nei cuori bisogna avere lo spirito degli artigiani.

Per intenderci, essere un po’ artisti usare l’arte delle mani.

Forse è tutto lì il trucco, per una società industrializzata dove tutto è fatto in serie dove si è perso il senso dell’attesa del  lavoro artigianale fatto con amore, dote che stiamo riscoprendo in questi giorni dove nessuno può aiutarci se non noi stessi.

Ci vuole curiosità, abilità, talenti nascosti riportati in superficie.

Ci vuole resistenza, mancanza di paura nel fallimento che e’ dietro l’uscio.

Ci vuole fantasia, quel guizzo del bambino che vive in noi.

Ci vuole altruismo senza aspettative.

Ci vuole così tanto amore a prescindere, da elargirlo anche con il rischio che non sia ricambiato.

Ci vuole assenza di aspettative,

la capacità di andare “ oltre “ 

Oltre e’ un posto bellissimo dove abitare eppure i più continuano ad attaccarsi al passato o peggio a proiettarsi in un futuro sconosciuto.

Ma credo che soprattutto ci voglia gratitudine per ciò che siamo per quello che abbiamo ricevuto e riceviamo ogni giorno, per la bellezza che ci circonda ovunque,  in un sorriso in un’alba in un incontro in un addio in una lacrima in un abbraccio, in una nascita un una morte.

Siamo molto più che corpi e menti stanche 

Siamo attimi di luce 

Siamo sguardi mai spenti

Siamo pelle che si sfiora 

Siamo occhi che riflettono l’anima 

Siamo memoria di chi vive in noi ma che spesso tendiamo a dimenticare per non soffrire.

Siamo energia vibrazioni musica amore allo stato puro.

Siamo tutto ciò che e’ invisibile a occhio nudo.

Siamo volti coperti da maschere che invece che proteggerci ci rendono vulnerabili al virus più pericoloso che ci sia sulla terra 

L’essere umano.

Potenza, ore 10:30, Annamaria

Lasciamo che la speranza ogni mattina ci sfiori delicatamente il cuore, lasciamo scivolar via ogni amara disillusione del giorno precedente. D’altronde la vita è così: spiacevolmente in discesa o straordinariamente in salita.

Potenza, ore 9:43 – Claudio Elliott

La violinista sul tetto

Stamattina non mi va di uscire, Thai si è detta d’accordo (d’altronde ha un enorme giardino a disposizione dove l’aspettano giocose lucertole) e non c’è niente da comprare. Mi mancano un po’ le frivolezze che scambio con i tre agenti, ma sopravviverò: ho da correggere le bozze di un romanzo che non si sa quando sarà pubblicato.

Suonano alla porta. Sappiamo di essere in quarantena e quindi non possiamo aprire, ma anche chi ha suonato dovrebbe sapere di essere in quarantena. Mi avvicino cauto alla porta. È la voce di Andrea quella che sento: – Ci apra, per piacere.

I tre, bardati come la legge comanda, entrano, mia moglie e io inforchiamo le mascherine e con un gesto li invitiamo in casa.

– Qualche problema? – chiedo.

– No – dice lei. – Ieri non l’abbiamo vista.

Vorrei dirle che loro non vedrebbero neanche le Frecce Tricolori, se passassero, impegnati come sono a parlare con me e Thai ogni mattina, ma sorvolo (ah ah!), ma è Gianfranco a dire; – Ho nostalgia di sua moglie – e, da sotto la mascherina, credo che le abbia scoccato un sorriso.

– Gianfrà – dice Giovanni – sei sposato.

– Pure io – dico, anche se mi balena l’idea che forse si preannuncia un futuro da single.

– Voglio dire, del caffè di sua moglie – si corregge lui, e il mio sogno si sgonfia: mai una buona notizia.

– Troppo gentile. Ora lo preparo.

– Oggi non fate la guardia alla zona? – chiedo.

– Tanto non esce nessuno. Eppoi, sono turbata e commossa – dice Andrea sfregandosi gli occhi, e si siede sulla prima cosa che trova brancolando, ed è la schiena di Thai, che tutta felice le elargisce potenti leccate sulle mani.

– Siamo tutti turbati da questa situazione – dice mia moglie. – È una cosa così grande e così grave che non si può non esserne sconvolti.

Andrea si alza dalla schiena del cane femmina e si accomoda su una più appropriata sedia. Dice: – Ieri sera ho pianto e, se ci penso, piango anche ora: la violinista che sul tetto ha suonato tre brani di musica sublime, nel silenzio della città.

– Sì – dico – a Cremona. Anche a me sono venuti i brividi quando al tiggì ne hanno trasmesso alcune parti.

– Ho pensato – dice Andrea, e ha gli occhi luccicanti – che non saremo mai soli se ci sono persone così.

Mai moglie legge dal cellulare: – In cima al Torrazzo di Cremona, la violinista Lena Yokoyama ha suonato tre brani: l’Ave Maria di Charles Gounod; l’Adagio dalla Sonata per violino di Johann Sebastian Bach; l’Estate, dalle Quattro stagioni di Antonio Vivaldi. Magnifico: ci siamo commossi davvero.

– Sono quelle cose – dice Giovanni – che riconciliano con la vita e ci danno speranza.

Gianfranco lo guarda: – Non ti sapevo così sensibile.

– Eh, noi lavoriamo insieme da anni, ma alla fine non ci conosciamo.

Mia moglie si è allontanata e poco dopo ha portato il caffè fumante infrangendo quell’atmosfera toccante.

– Ragazzi – dico, – siamo troppo seri stamattina. Pensate alla saponette.

– Le saponette? – chiedono in coro i tre più mia moglie, e anche Thai solleva un orecchio.

– Stiamo sempre a lavarci le mani tutto il giorno, ne abbiamo consumate cinque o sei. Non ne abbiamo più.

– Pure mia moglie si lamenta per la stessa ragione. Vabbè, lei si lamenta sempre di tutto – dice Gianfranco.

– Si possono comprare – dice Andrea.

– Non ce ne sono più al supermercato – dico.

– Allora qualcuno ci ha guadagnato, con questo isolamento.

– Lockdown si dice. Lockdown.

I tre mi guardano brutto, fanno un cenno con la testa verso mia moglie e vanno via.

LE STORIE DEL MARESCIALLO NUNZIOGALLO : LA MANO DEL DIAVOLO

Parte il primo esperimento di video racconto di TOTEM Magazine, Giampiero D’Ecclesiis & Fabio Pappacena vi propongono “LA MANO DEL DIAVOLO” della serie “Le storie del Maresciallo Nunziogallo”, per voi le prime sei puntate, da ascoltare e vedere con calma, un intreccio misterioso si svolge tra le strade del centro storico di Potenza, tra Via Pretoria e la Chiesa di San Michele si muovono ombre inquietanti, si sentono rumori, voci. Presenze oscure? Intrighi di provincia?
Ci penserà il Maresciallo Nunziogallo a svelare gli intrighi.
Chi sono i personaggi che si agitano nella storia? Demoni? Fantasmi? Sogni? Che succede nelle case di campagna dei potenti? Notai, avvocati, politici.
Un giro di ragazze squillo?
Da stasera per voi, su TOTEM Magazine. SEGUITECI , IL MARESCIALLO VI SVELERÀ OGNI SEGRETO

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