CRONACA DI UNA PANDEMIA – ITALIA, 19 APRILE 2020

CRONACA DI UNA PANDEMIA – ITALIA, 19 APRILE 2020

Veronica Menchise, Vigevano, 20:32 – Mise en place 2020

Mise en place 2020 di Veronica Menchise

Potenza, ore 10:15 – Claudio Elliott

Virus e zen

Vi sono alcuni elementi delle culture orientali che dovremmo assorbire, dicevo stamattina ai miei tre compagni di conversazione mattutina, con Thai al guinzaglio e dopo una notte di pioggia furiosa. Il cielo è più terso del solito e i fiori nei prati e sugli alberi sembrano sorridere.

– Sono alcuni giorni che la vedo troppo serio – dice la voce argentina di Andrea. – Cosa dovremmo assimilare?

– La stasi, che è una condizione dello spirito che porta alla contemplazione.

– Se non mi inganno – interviene Giovanni – la prof di filosofia ce ne parlò, una volta.

– Giovà, hai fatto studi classici? – chiede Gianfranco, con lo stupore negli occhi.

– Ma no, cioè, insomma un paio di anni. Poi mi accorsi che i prof non mi apprezzavano e allora ho cambiato scuola. Ma insomma cos’è questa stasi?

Rispondo: – Ecco, in parole semplici significa stare fermi.

– Eh – fa Gianfranco. – Io sono un maestro in questo. E chi si muove? Se solo mi azzardo a fare qualcosa, mia moglie me lo dice sempre: – Sta’ fermo, faccio io. Non ti muovere.

– Santa donna – dice Andrea.

– Santa donna? Santo io, che la sopporto, e posso garantirti che in questo periodo di quarantena è dura: viviamo in un piccolo appartamento in un condominio, noi due e tre figli. Non abbiamo neanche un cane, come il signore qui, per andare a fare due passi e a furia di uscire ogni mattina per fare un po’ di spesa il frigorifero è pieno.

– Ma siete in cinque: che ci vuole a svuotarlo? – chiedo.

– Allora, – dice Gianfranco, e negli occhi vedo anni di rassegnazione – una delle mie figlie ha undici anni e non le piace niente, allontana il piatto con aria schifata; il maschietto, tredici anni, fa sport, o meglio, faceva, e ingurgita solo delle immonde bibite colorate con integratori; l’altra femminuccia, che ha quindici anni, è vegana e quindi non le va bene nulla a parte l’insalata e la frutta; io mangio di tutto ma non posso mangiare tutto il frigorifero.

– E tua moglie? – chiede Andrea.

– Lei è fissata con la forma fisica, quindi spilluzzica qualcosa, ogni tanto sottrae degli integratori al figlio e la frutta alla figlia, compresi gli ananas che, dice lei, bruciano i grassi. Ma è così magra che non ha niente da bruciare.

Per uscire da questa conversazione che sta prendendo una piega gastronomica non prevista (voglio dire, siamo partiti da un concetto filosofico e siamo finiti in un frigorifero) rientro, con un tuffo carpiato e doppio salto mortale, alla spiegazione del concetto di stasi: – Insomma, per tornare a quello che dicevo prima, noi dovremmo approfittare di questo periodo per sederci o sdraiarci immobili, magari in un prato o sul balcone di casa, con gli occhi aperti su ciò che ci circonda e che in genere guardiamo senza vedere, con l’udito predisposto a sentire i suoni della natura, con l’olfatto pronto a percepire odori nuovi.

– In un prato – dice Gianfranco – odore di cacca di cane.

– Come sei prosaico – dice Andrea. – Il professore ci sta facendo capire il concetto di stasi e immobilità e tu te ne esci con una scemenza.

– Era per stemperare tutta questa serietà. Già ci ammorbano l’anima tutte le trasmissioni televisive con questa pandemia e pensavo che una risata ogni tanto ci sta bene. Ecco.

–  A proposito di stasi – dice Giovanni – guardate il cane.

Thai è immobile come un cane immobile e fissa un punto che solo lei vede. All’improvviso tira il guinzaglio, scatta come un fulmine e mi fa volare dietro l’angolo all’inseguimento di una lucertola verde.

Torino, Ore 12 – Dario Anobile

La domenica in tempi ‘normali’ porta con sé un po’ di tristezza. È il punto in cui si incrociano due cicli: la vecchia settimana che finisce e una nuova pronta a cominciare.

Un giorno pigro, di pausa e riflessioni. In fondo, questa quarantena è forse proprio una lunga domenica.

Abito in una casa con altri 3 ragazzi e anche per noi l’ultimo giorno della settimana ha sempre mantenuto delle connotazioni particolari, tali da farci riunire sia a pranzo che a cena (cosa non facile, visti i diversi orari delle giornate di ognuno).

Tuttavia, i cambiamenti nella vita che ci siamo imposti hanno reso uguali i giorni e anche i pasti. Giorni ormai che si allungano tra un balcone e una finestra e che scorrono quasi tutti identici a se stessi, salvo per la rara eccezione della spesa.

Devo però rendere giustizia anche agli aspetti positivi di questa quarantena: più tempo per leggere libri, scrivere, guardare film e, perché no, fare un giro virtuale in uno dei tanti musei che lo permettono.

Ci inventiamo festeggiamenti alternativi, facciamo esami e seguiamo lezioni online, ma cerchiamo di rendere ogni cosa nuova, più interessante.

E così tre giorni fa abbiamo festeggiato il compleanno di un mio amico, organizziamo videochiamate di gruppo con amici e parenti per sentirci un po’ meno soli e un po’ più immersi nella consuetudine.

Stamattina ho aperto le ante del balcone e mi sono fermato un attimo per sentire il silenzio che normalmente nel week-end fa da contraltare al chiasso del resto della settimana, salvo che ora è il rumore di qualche macchina a rappresentare l’eccezione. Ho innaffiato il basilico e sono rientrato.

E soprattutto oggi, che la domenica del calendario coincide con quella metaforica, ci sforziamo a riappropriarci di gesti e momenti della quotidianità passata e, come noi, anche gli altri inquilini del nostro condominio.

È mezzogiorno e dalle scale si sente il profumo del sugo, come se fosse domenica.

Genzano di Lucania – ore 14,00 – Rocco Di Bono

 In tempi di coronavirus, mettersi a disquisire dei limiti giuridici dei provvedimenti emergenziali non è esattamente un passatempo popolare. Alcune cosette, però, meritano di essere puntualizzate, a partire dalla definizione di stato di emergenza, che consiste in una sospensione temporanea delle libertà e dei diritti costituzionali determinata da un evento di eccezionale gravità, come quello che stiamo vivendo in questi giorni. Ovviamente, in un paese democratico, lo stato di emergenza deve essere limitato solo alle misure necessarie e per il tempo necessario, a tutela di un valore costituzionale che prevale su ogni altro, e cioè la salute. Detto questo, però, cominciano dubbi e domande. Perché una coppia che si siede sullo stesso divano in casa quando esce in strada deve camminare distanziata, o mandare a fare la spesa solo un componente della famiglia? Perché il limite di 200 metri per uscire di casa, e non 500 o 1000? Che male fa chi cammina da solo per un chilometro? Che danno fa un persona che corre da sola, per esempio in un bosco? E ancora: in presenza di realtà locali con diversi indici di contagio (Catanzaro non è Bergamo, Matera non è Piacenza) è giusto applicare identiche misure restrittive? Un unico e indiscriminato divieto (racchiuso nella formula “non uscite di casa”) è davvero utile, oltre che legittimo, ai fini della tutela della salute pubblica? Il risultato di questo “proibizionismo assoluto” è che, alla fine, non si vietano solo i comportamenti potenzialmente pericolosi ma anche quelli dichiaratamente non pericolosi, con la conseguenza, giuridicamente paradossale, che il cittadino che si comporta correttamente subisce la stessa condizione restrittiva di quello che si comporta da irresponsabile. Come se ne esce? Certamente non con la proliferazione dei divieti (basti pensare a certi sindaci sceriffi…), che finirebbe per esasperare inutilmente i cittadini. E se invece ci fidassimo di più del nostro senso civico, comportandoci tutti come una comunità capace di autoregolarsi? La disciplina del singolo sarebbe garantita da una responsabilizzazione collettiva e da una reciproca e amichevole vigilanza in nome di un obiettivo comune, un po’ come succede nei Paesi del Nord Europa. “Quale scuola di democrazia è più efficace della partecipazione a un’opera comune, alla quale tutti siano chiamati a cooperare?”, si chiede Gustavo Zagrebelsky. A fargli eco, Giorgio Gaber, per il quale libertà non è isolarsi e “stare sopra un albero”: è partecipazione. E non restrizione, appunto.

Potenza, ore 15:30, Annamaria

Mi mancano così tante persone,che a volte mi fanno male le mani a furia di sfiorarle nei sogni, che ho solo la loro voce se ho bisogno di calmarmi.

Mi mancano come l’estate quando non arriva più, come le passeggiate liberatorie in riva al mare col sole che ti bacia il viso,l’acqua che ti bagna i piedi e il vento che ti accarezza dolcemente i capelli.

Adesso chiudiamo gli occhi e interroghiamoci: dentro quanti abbracci ci immaginiamo?

Potenza ore 17:00 – Antonio Califano

Caldo esagerato, afa, esco per la passeggiata (almeno 4 km) che mi sono imposto ogni mattina, mi attengo alle disposizioni, invento quindi percorsi fantasiosi nel quartiere, scopro angoli, scalinate mai viste, leggo scritte sui muri mai lette. Non amo correre, mi piace il correre finalizzato a qualcosa, lo faccio giocando a tennis, mi piace la camminata veloce, ho lo spirito del vagabondo sotto cui si insinua una atavica metafisica del nomadismo, come dice Chatwin. Mi posso permettere il lusso di camminare in forme alternative, un giorno alla Kant, con le mani dietro la schiena con passo regolare metronomico, come le lancette dei secondi e allora attraverso Konisberg o in maniera sincopata con pause ed accelerate nel verde della Provenza e allora sono Rousseau, affannato nella bufera e col vento contrario in una Germania invernale e mi chiamo Herzog. Oggi ho scelto di essere Chatwin sulle “vie dei canti”, l’ho fatto anche altre volte ma in maniera episodica, oggi ho deciso di praticarlo in maniera sistematica come gli aborigeni australiani. “Per gli aborigeni australiani, la loro terra era tutta segnata da un intrecciarsi di «Vie dei Canti» o «Piste del Sogno», un labirinto di percorsi visibili soltanto ai loro occhi: erano quelle le «Impronte degli Antenati» o la «Via della Legge»…..E poi: perché i popoli nomadi tendono a considerare il mondo come perfetto, mentre i sedentari tentano incessantemente di mutarlo? Per provare a rispondere a queste domande occorre smuovere ogni angolo dei nostri pensieri”. Sono i labirinti della memoria, le tracce della nostra esistenza, come ombre di noi stessi rimaste impigliate nel presente ma accaduti nel passato, cinematografiche dissolvenze incrociate. Ho praticato questo sottile piacere da “dromomane” in tutti i luoghi del mondo dove sono passato e ho regalato a quei luoghi un pezzo di me ricevendone a mia volta un altro pezzo, sono fortunato con le persone e con i luoghi ho sempre ricevuto più di quanto ho dato nonostante sia una persona naturalmente generosa. Per la fase due, ribattezzata anche “Waiting for Godot”, le regole le devono scrivere i filosofi, i poeti, i romanzieri, i pittori , i musicisti, se sono donne è meglio, non questi tronfi e confusi scienziati a cui il mondo, in un accesso di follia, sta delegando il governo dell’umanità , che trovassero la cura o il vaccino se ne sono capaci, ma non gli permettiamo di ipotecare le nostre vite altrimenti siamo rovinati e moriremo tutti non di coronavirus ma di noia.

Parma ore 13.20 – Cristina Cogoi

Oggi dopo tanto tempo di solitudine e di indecisione ho accettato un appuntamento posticipato a lungo.

Non so cosa mi trattenesse, continuavo a rimandare, forse per paura o chissà per mancanza di interesse. 

Ma stamattina appena svegliata ho capito subito che era la giornata giusta e ho accettato.

Mi sono preparata con cura, nei dettagli,    ho scelto un abito affascinante , luminoso con i  colori dell’estate, ho indossato i miei orecchini preferiti color corallo, ho dedicato attenzione al trucco, leggero poco appariscente, ho messo  scarpe non troppo alte ma che mi slanciassero e ho atteso che arrivasse.

Era da tanto tempo che non uscivo con me stessa e mai avrei pensato sarebbe stato così emozionate.

Mi ha portata fuori a pranzo in giardino, il mio giardino.

Aveva scelto un posto appartato silenzioso senza nessuno,  ma pieno di fiori come piace a me, la tavola apparecchiata con cura era cosparsa di petali di rose, un vino rosso di ottima qualità era già presente sulla tavola accompagnato da un piatto fumante di linguine al pomodoro e basilico, sublimi per una che non toccava carboidrati da 40 giorni.

Il silenzio tra noi era a tratti interrotto da sorrisi di compiacimento, pochi pensieri, ma di qualità  si sono accavallati come nuvole trasportate dal vento in una giornata di sole, le parole non servivano ne erano già state dette tante negli ultimi giorni, oggi era il tempo del silenzio quello vero quello che non fa rumore, solo musica nell’anima.

Mi aveva portato un dono, un libro il mio preferito, il piccolo principe di Antoine De Saint-Exupery, era già adagiato sulla sdraio, mi attendeva chiuso con pazienza 

L’ho aperto a caso ma siccome nulla capita per caso i miei occhi si sono posati su una frase che da sempre mi accompagna 

Addio – disse la volpe. – Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”.

Ho sorriso ho guardato la mia me e l’ho ringraziata, come mi conosce lei a parte mia figlia Greta nessuno la eguaglia e ho continuato silenziosamente a mangiare.

Genzano di Lucania, ore 19:35 – Gianrocco Guerriero

Cerco di rendere le domeniche un po’ diverse dagli altri giorni, affinché la suddivisione del tempo in settimane continui a conservare un senso. La primavera era invitante e abbiamo pranzato fuori. È chiaro che il termine “fuori” ha subito una “amputazione”, da qualche settimana a questa parte, e significa esattamente “fuori dalla porta di casa, cosicché, associato al termine “pranzare”, denota il balcone o, al più, il giardino. Mi riferivo a quest’ultimo, infatti. E adesso non posso fare a meno di una riflesssione: gli eventi hanno un impatto molto forte sul linguaggio: influiscono sullo spettro lessicale, facendo impennare l’utilizzo di alcuni termini – “virus” e “mascherina”, ad esempio – , inibendone altri – “ristorante” e “bar” a volerne citare due – e introducendone di nuovi o non comuni nel dialogo ordinario – “spillover” , “RNA” e “distanziamento sociale”; ma influiscono – gli eventi – anche sull’estensione semantica delle singole parole, e qui ognuno può giocare a scoprire quali termini si sono ristretti o dilatati e perché: uno è “fuori”, come ho appena detto. Il linguaggio è un terreno fangoso che raccoglie le impronte della Storia, e le conserva quando “essa”, la Storia, passa avanti e “lui” , il linguaggio, si asciuga, trasformandosi in materia prima per filologhi.

Beh, adesso lascio la scrivania ad Ale che domani ha una interrogazione a scuola e vado a scambiare due chiacchiere con gli amici. È chiaro cosa voglio dire, no? È più facile “regolare” di volta in volta le parole che non inventarne di nuove (è più semplice, disorienta meno ed è rassicurante). È questa anche la ragione per la quale non comprendiamo appieno i filosofi antichi e qualche volta ci sembrano ridicoli. I vegetariani, del resto, già da tempo mangiano “bistecche” di soia.

Matera, ore 22:00 – Doreen Hagemeister

“Stellina”

Ciò che fa notte dentro di noi, può lasciare stelle

(Victor Hugo)

Firenze, ore 22:30 – Rossella Spiga

Giorni come lettere, a formare parole, si susseguono uno dopo l’altro senza ancora delineare il senso di un discorso che ci ha lasciati interdetti.

Giorni balbuzienti provano a fatica a ripercorrere il filo di una frase che è rimasta a mezz’aria, e che ancora non scivola rassegnata e languida sulla sua parabola finale.

Da giorni penso solo

a una parola

al giorno.

Potenza, ore 23:19 – Claudia Schettini

Un’altra domenica.

E pensare che è sempre stato il giorno che più odiavo, soprattutto da fuori sede. In questo periodo la domenica, invece, quasi inizia a piacermi. E sinceramente non so nemmeno io il perché, so solo di averle attribuito un significato diverso.

Buongiorno mondo.

Tuta e scarpette, pronta ad andare ad esplorare la natura circostante.

Immancabile musica di sottofondo.

Dita delicate sfiorano i tasti di un pianoforte. Sono le dita di Giovanni Allevi. Non potrebbe esserci modo migliore di iniziare la giornata…ma anche di concluderla. La mia giornata è cominciata ed è terminata esattamente con la stessa melodia, un po’ come l’eterno ritorno di Nietzsche.

Go with the flow. Segui il flusso, lasciati andare.

La mia canzone preferita, nonché la colonna sonora di questa quarantena e quella, che vorrei, divenisse la metafora della mia vita.

Ma quanto è difficile lasciarsi andare per noi programmatori incalliti? Per non parlare poi dei fuori programma, quanto ci fanno imbestialire.

Dopo la rigenerante camminata in mezzo al verde con tanto di sole e canto degli uccelli, apro il computer per mettermi all’opera e, all’improvviso, il nostro ormai indispensabile amico decide di bloccarsi. Ci sono voluti, pensate un po’, ben dieci minuti affinché si riprendesse e ritornasse a funzionare normalmente. Dieci minuti che mi sono sembrati un’eternità. Che cosa posso fare in questi dieci minuti?? Panico, dieci minuti vuoti. Nella mia agenda non era segnato che alle 9:30 il computer si sarebbe bloccato e che, di conseguenza, tutte le mie attività sarebbero slittate di dieci minuti. Vabbè, già che ci sono mi faccio un altro caffè.

Il cellulare segna le 14:04. Cavolo, sono già passate le due. È tardi. Tardi per fare che non lo so nemmeno io. Ah già, forse avrei dovuto preparare qualcosina per il pranzo. Sono in ritardo sulla mia tabella di marcia. Recupererò questi quattro minuti in qualche modo.

15:25. Mi devo rimettere al computer. Alle 18:30 ho l’allenamento , poi una chiamata su Zoom, poi vorrei lavarmi i capelli, farmi una maschera al viso, iniziare il nuovo libro e se riesco dipingere un po’, la sera mi rilassa così tanto. E se ci sono dovrei anche fare il letto, altrimenti rischio di dormire sul divano. Ah no, sul divano dorme mia sorella quindi a me toccherebbe il tappeto. Meglio apportare qualche modifica al programma del giorno, devo incastrare meglio il tutto.

Benvenuti nella mia vita-agenda, nella mia gabbia a forma di orologio.

Ricordate il coccodrillo di Peter Pan che aveva ingoiato la sveglia? E quando si avvicinava al malefico Capitan Uncino, il fastidioso ticchettio cominciava a sentirsi con largo anticipo? Probabilmente, qualche anno fa, mi è capitata la stessa disgrazia del povero alligatore. Temo di aver, anch’io, ingoiato un orologio. E secondo me proprio un orologio svizzero.

Tic-toc tic-toc tic-toc.

Le lancette, inglobate dal mio corpo, scandiscono ogni secondo della mia giornata.

Però, come ogni ingranaggio, anche le mie lancette, che di biologico non hanno proprio niente, ogni tanto si inceppano.

Si inceppano anche se io non lo avevo programmato.

Si inceppano anche contro la mia volontà.

E stasera si sono inceppate o, meglio, bloccate proprio.

Non ho dipinto, non mi sono fatta la maschera per il viso e, per onor di cronaca, non ho ancora messo lenzuola e coperte.

E non ho ancora recuperato quei famosi quattro minuti.

Ah…se solo il computer stamattina non si fosse bloccato.

Potenza ore 23:32 – Luca Rando

Ci sono giorni senza pensieri di cui restano solo sensazioni e qualche immagine che ti accompagna fino a sera.

La rabbia “difficile” di mio figlio. Il silenzio improvviso del primo pomeriggio. Il buio della soffitta. I libri sparsi sulla scrivania. Il rumore dell’acqua della doccia. Il riflesso del sole sul vetro. L’odore buono dalla cucina. I pensieri aggrovigliati. L’immagine di un sogno che torna alla mente: la spiaggia vuota, il mare autunnale, il sole che tramonta.

Potenza 19 aprile – ore 7:30  Milena Grassi

Lo schermo non mi basta più! Ogni giorno ci diamo baci e abbracci virtuali, il piccolo Edmondo allunga le braccia per toccarmi o darmi un po’ del suo prosciutto, sorride , mi mostra come fa canestro. 

E’ incredibile come stia già imparando.
Ora basta, prendo un treno per abbracciarlo, ho voglia di sentirne il calore e l’odore.
Il vagone è vuoto e silenzioso, il suo inconfondibile odore mi entra nelle narici nonostante io indossi la mia, ormai inseparabile, mascherina.
Il treno prende velocità, fin troppa direi, tanto che il paesaggio mi appare confuso, un ammasso di forme e colori: sarà un fiume o un lago, una pianura o una montagna? Il cielo è azzurro o è grigio?
Possibile che abbia già nostalgia della finestra di casa dove tutto era immobile ma ogni dettaglio pulsava di vita?
E mentre il treno continua la sua corsa una pioggia di nomi, conosciuti e non, picchietta il finestrino su cui tengo incollato lo sguardo, alcuni hanno un volto … altri no.
Il treno “non fa più fermate neanche per pisciare” … oltrepassa Bologna, sgomento, era la mia meta.
Mi stropiccio gli occhi, sono sveglia, è tutto come prima
Io resto a casa

Villa d’Agri, ore 23:30 – Antonella Marinelli

Apollo il capovaccaio e la psicologa.

Quarantunesimo giorno rosso. Scrive Marguerite Yourcenar che nell’uomo come negli uccelli esiste un bisogno di migrazione, una vitale necessità di sentirsi altrove. E in questo tempo di spazi stretti l’altrove diventa la meta agognata. Il desiderio dell’altrove, il sogno.

Due anni fa, in una delle mie classi, la 2 A del Istituto tecnico tecnologico di Villa d’Agri, ho voluto fortemente che Mariangela Iacovino, psicologa e appassionata naturalista, ( che ha per animale da compagnia in casa, non un cane o un gatto, ma un fantastico coniglio di nome Gianni che dorme nel bidet) raccontasse la straordinaria storia di Apollo. Dal 2 agosto 2017 il capovaccaio battezzato col nome mitologico di Apollo, nato in cattività al CERM (Centro Rapaci Minacciati), nel 2016, ha volato nei cieli lucani del Parco Nazionale dell’Appennino lucano Val D’Agri Lagonegrese. Nella calura di quell’estate il piccolo avvoltoio è stato accudito in una voliera, costruita nei campi a ridosso della Murgia di S.Oronzo a S.Martino d’Agri, da Mariangela, da suo marito Antonio Conte, geologo e naturalista, e da alcuni loro colleghi. Il 5 settembre dello stesso anno il giovane Apollo si libra per la prima volta in volo e grazie a un sensore gps è stato possibile monitorare la sua voglia d’Africa. Ha sorvolato la Calabria, al mare aperto ha pensato bene di scegliere lo stretto di Messina, ha poi attraversato la Sicilia e giù in mare aperto fino in Tunisia. Vince il deserto, approda forse nel Mali, niente più segnale. Si spera che dopo tre o quattro anni il Capovaccaio torni a rendere omaggio ai suoi genitori adottivi di S.Martino d’Agri. Infatti uno straordinario mistero scritto nel DNA di questi rapaci da migliaia di annivuole che sia l’Africa sub sahariana l’area nella quale i giovani capovaccai rimangono in genere per tre-quattro anni prima di far ritorno nei pressi della zona di nascita. Al CERM si lavora da molti anni per ottenere giovani da liberare in natura allo scopo di rafforzare la popolazione selvatica di questo piccolo avvoltoio, dall’aspetto bizzarro e simpatico, che sta per scomparire dall’Italia. Infatti, ne rimangono solo una decina di coppie, tra Basilicata, Calabria e Sicilia.. 

Che cosa c’è dietro la storia di Apollo? La forza dell’istinto, lo spirito di sopravvivenza, il desiderio di libertà. E anche noi che oggi così mesti siamo costretti nelle nostre voliere abbiamo smesso di pensare al cibo da beccare, desideriamo librarci e non ci preoccupa neanche più la meta. L’unico anelito è per le evoluzioni irregolari in volo. Purché sia.

LE STORIE DEL MARESCIALLO NUNZIOGALLO : LA MANO DEL DIAVOLO

Parte il primo esperimento di video racconto di TOTEM Magazine, Giampiero D’Ecclesiis & Fabio Pappacena vi propongono “LA MANO DEL DIAVOLO” della serie “Le storie del Maresciallo Nunziogallo”, per voi le prime sei puntate, da ascoltare e vedere con calma, un intreccio misterioso si svolge tra le strade del centro storico di Potenza, tra Via Pretoria e la Chiesa di San Michele si muovono ombre inquietanti, si sentono rumori, voci. Presenze oscure? Intrighi di provincia?
Ci penserà il Maresciallo Nunziogallo a svelare gli intrighi.
Chi sono i personaggi che si agitano nella storia? Demoni? Fantasmi? Sogni? Che succede nelle case di campagna dei potenti? Notai, avvocati, politici.
Un giro di ragazze squillo?
Da stasera per voi, su TOTEM Magazine. SEGUITECI , IL MARESCIALLO VI SVELERÀ OGNI SEGRETO

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