CRONACA DI UNA PANDEMIA – ITALIA, 21 APRILE 2020

CRONACA DI UNA PANDEMIA – ITALIA, 21 APRILE 2020

Veronica Menchise, Vigevano, 20:26 – Ho perso il conto

Potenza, ore 18 – Antonio Califano

A questo punto mi sento autorizzato anch’io a esporre la mia teoria “Scientifica” per spiegare la diffusione del covid-19 e i suoi sviluppi, mica sono più fesso degli altri. Allora: il coronavirus è ormai noto è stato prodotto in laboratorio, in Messico, nella fabbrica della birra Corona (altrimenti perché si chiamerebbe Corona) da un chimico al soldo dei narcotrafficanti che stavano sperimentando un nuovo luppolo transgenico che desse dipendenza per sostituire il mercato della coca. Il virus, sfuggito al controllo, ha contagiato una trans amante del chimico che poi si è scoperto agente della Cia e in rapporti personali con Trump. Trump, che nel frattempo è morto ed è stato sostituito da una controfigura a cui ogni tanto sbagliano il colore del trucco, lo ha trasmesso alla sua traduttrice Cinese che era poi una spia del Partito Comunista Cinese che tornata alla sua città, indovinate quale, ha infettato la mamma che vendeva pipistrelli in salmì nel locale “wet market” cominciando a diffondersi. La traduttrice cinese inoltre aveva un amante tedesco, manager di una multinazionale che è stato infettato mentre ripassavano pagina quindici del Kamasutra che essendo indiano, e notoriamente sporcaccione, ha provveduto a diffonderlo anche in India. Arrivato in Europa non si è capito più niente, il veicolo principale è stata la “pratica tribale” dell’aperitivo celtico, dove notoriamente si consumano animaletti vivi come stuzzichini, diffusa soprattutto in Lombardia tra gli anziani del “Pio Albergo Trivulzio”. Ma tutti tranquilli la pandemia si fermerà di botto il 4 Maggio perché per quella data i governi di tutto il mondo hanno chiesto agli alieni del pianeta “Papalla” di intervenire con il loro supereroe Mr. Woolf, risolutore di problemi, che sta per arrivare con la squadra di pulitori intergalattici e sanerà il pianeta con un liquido magico prodotto dalla Bayer e che verrà pagato con il Mes. Nel frattempo il virus (pronuncia vairus) avrà eliminato i meno forti e più vecchi, quindi ci avrà liberato di molti cacacazzi, che di solito si eccitano come bisce il 25 Aprile e cantano canzoni sconce, che avevano già rotto le palle durante il “68, quindi tutto ricomincerà come prima, con buona pace di Zizek che vede nella crisi l’avvento probabile del comunismo mondiale. Quindi tranquilli, non agitatevi, godetevi il riposo, leggete, dormite, chi può faccia sesso, ma attenti alla pagina quindici del Kamasutra che ancora non è sicura, allegria, tra poco ne usciamo. Ora mi candidate al premio Nobel o mi affidate almeno la presidenza di un comitato?

Villa d’Agri, ore 14:00 – Nuario Fortunato

SOLIDARIETA’ E PARTECIPAZIONE SOCIALE

Questa quarantena è un anestetico che nasconde i dolori del tempo. Ci addormenta, ci rallenta, rende i nostri pensieri soporiferi. Sembra quasi un arsenico sociale che tende ad avvelenare le pulsioni umane e umanitarie. Una sorta di indottrinamento amorale delle masse eterodiretto dalla paura. Anche il bene sembra trasformarsi in male. La quarantena è una tentazione, a tratti anche inebriante, che non deve trarci in inganno. Non deve convincerci a vivere alla giornata e a distrarci dal futuro.

Molti erroneamente sono convinti che stiamo affrontando una vera e propria sfida, una sorta di guerra. Io credo che la vera sfida debba ancora arrivare, che sia il ‘dopo’, il ‘domani’. E non mi riferisco semplicemente alla ricostruzione economica e sanitaria del Paese. Mi riferisco anche a un aspetto da molti trascurato ma per me non trascurabile: la capacità di riscrivere brani di società nuova. Di una società meno sorda e più flessibile, meno plastica e più elastica. Che dia voce ai bisogni degli ultimi.

Credo fortemente che un buon modo per creare un nuovo tessuto sociale sia la circolazione delle esperienze, la messa in rete – non solo virtuale – delle testimonianze e degli approcci che tendono al progresso collettivo. Occorrerà far rete, ad esempio, intorno a quelle persone che danno sostegno ‘alle ragazze ed ai ragazzi di strada’.

Quei ‘ragazzi di strada’ che, potenzialmente, siamo tutti noi, non dimentichiamocelo: le ‘borgate’, le ‘periferie della solitudine’ – che come senso di spaesamento vanno anche oltre ciò che Pasolini ben descriveva già 50 anni fa – si stanno espandendo, al di là delle chiacchiere della solita cialtroneria di Palazzo. Ecco perché non dovremo dimenticare tutte quelle persone che, ciascuno secondo le proprie possibilità ed in tutti i settori della vita di ogni giorno, si adoperano affinchè altri non cadano nella spirale del disagio.

E qui il discorso si farebbe lungo. In poche parole, le scelte della Politica. La Politica non è tutta uguale. La Politica è fatta di scelte sempre consapevoli, e noi, come donne e uomini che vivono e tutelano la vita nel mondo, abbiamo il dovere civile di sentirci sempre corresponsabili, parte in causa, soprattutto quando esse producono disagio, disperazione, disoccupazione, disinteresse, angoscia civile.

In sintesi dovremo adoperarci per essere vigili, per aiutare chi sta a fianco delle/dei ragazze/i di strada non solo creando massa nell’Associazionismo, ma facendo la Politica che sostiene i valori della civiltà e della convivenza contro la Politica che sostiene i valori dell’individualismo e del cinismo.

Genzano di Lucania, ore 15:35 – Gianrocco Guerriero

Oggi è il 21 aprile. Per me è una data speciale, perché è quella in cui sono stato “buttato al mondo”, prematuro, 55 anni fa, nell’ospedale di Potenza. Era un mercoledì e nevicava. Ho tre amici nati lo stesso giorno, ma il 21 aprile non è la nostra festa comune, come possono esserlo il Natale, la Pasqua o la ricorrenza della liberazione dal fascismo: è la festa di ognuno di noi separatamente: si tratta di un dettaglio importante. Pocco fa ho scoperto che anche Gino Strada è nato questo stesso giorno (17 anni prima di me) e me ne sento onorato, essendo lui un uomo che stimo molto. È un compleanno particolare, quello di quest’anno: non riceverò baci e abbracci dagli amici e non potrò cenare con loro da qualche parte, come mi è capitato spesso di fare. Mi sono alzato alle cinque, anche se non avevo niente di importante da fare: ho sfogliato un libro aspettando gli auguri che sapevo sarebbero arrivati e che sono (quasi tutti) arrivati: uno era addirittura partito pochi minuti dopo la mezzanotte, mentre dormivo. Giovanni (un matematico) per regalo mi ha inviato l’equazione di Dirac: sa che la adoro; Nicola (un fisico) mi ha invece mandato una luna che sembra un gioiello: da che ci conosciamo ha visto lune ovunque, nella mia vita, ed è andato sul sicuro. Ho ricevuto altri messaggi e telefonate da persone che mi piacciono. A pranzo ho trovato paccheri ripieni al forno e c’erano due torte: una di marzapane a forma di orsetto e l’altra alla frutta (la mia crostata preferita), entrambe preparate ieri da mia moglie e dalle bambine. Abbiamo anche scattato qualche foto, con una candelina celeste che ho spento come da rito. Il regalo me lo avevano fatto ieri: un libro che desideravo, in formato e-book. Me lo sono fatto anch’io, da solo, un regalo: ho deciso di inviare proprio oggi, all’editore, la versione revisionata del mio ultimo romanzo per la seconda edizione. Servirà a fissare meglio il ricordo. Dicevo che sarà un anno diverso da tutti quelli che ho vissuto finora, quello che inizia oggi: di una diversità particolare, nuova, che in parte riguarda tutti. Tuttavia ho progetti e obbiettivi. Sono curioso di quello che verrà. Vivere è come scrivere: ci vuole un piano, ma la sorpresa arriva sempre. Ci sono cose che non avranno più molta importanza, per me, e altre che la acquisiranno, in base a regole che grossomodo conosco. Può sembrare che non abbia fatto altro che parlare di me stesso, oggi. Questo è un diario e non sarebbe neanche una colpa. Tuttavia sono certo di aver parlato un po’ di tutti.

Potenza, ore 22:20 – Giampiero D’Ecclesiis

Oggi vado in ufficio, rompo la routine un po’ estraniante dello smart working e torno alla confortevole dimensione dell’hard working, è una sensazione vivificante e non tanto perché ho l’opportunità di uscire ma perché l’ufficio ha oggettivamente un effetto moltiplicatore, mi sottrae alle lentezze delle connessioni, alle laboriosità delle operazioni del sistema di emergenza con cui ci siamo organizzati per adattarci all’emergenza, e mi riaccoglie nel suo ventre di documenti conservati, file archiviati, attività codificate.

Mi sento come Braccio di Ferro dopo aver mangiato gli spinaci e in due ore faccio ciò che sono certo, a casa, avrebbe richiesto molto più tempo. E’ una bella sensazione, sono tornato io.

Faccio una riflessione su come sarà il futuro prossimo.

Una cosa è certa, se il periodo di smart working dovesse prolungarsi o strutturarsi, a meno di voler continuare a pagare un prezzo in termini di produttività -accettabile solo per un periodo di emergenza-, occorrerà mettere a disposizione di tutti i lavoratori e gratuitamente una connettività veloce, un software di gestione dati dedicato e dei terminali appositamente configurati per la specifica funzione anche per evitare evidenti problemi di sicurezza informatica.

Mi godo la mia giornata in ufficio e la sensazione di efficienza, a ora di pranzo torno alla mia routine da smart worker con una certa dose di dispiacere.

Villa d’Agri, ore 23:30 – Antonella Marinelli

E allora i docenti?

Quarantatreesimo giorno rosso. Tutto quello che negli anni, a livello ministeriale, s’è fatto o non s’è fatto per la scuola è altro rispetto alla passione e allo spirito di servizio dei docenti. La considerazione sociale di questa categoria è giunta ai minimi storici, una professione non più ambita, solo lambita da chi si sente vocato o da chi spera in un lavoro dignitoso e sicuro. E anche in questo periodo di oscurantismo pandemico i docenti hanno risposto presente. Tra febbraio e marzo le aule di tutta Italia si sono svuotate e dall’oggi al domani tutti gli insegnanti d’Italia hanno dovuto rivoluzionare i propri interventi didattici. Non che la rivoluzione digitale non fosse gìà dilagante tra i banchi di scuola, ma il mondo scolastico è un mondo variegato a livello umano. Accanto al docente pronto a sperimentare ogni tipo di piattaforma o strategia comunicativa virtuale, ci sono ancora docenti più tradizionalisti che si adattano al nuovo con la stessa diffidenza di chi è affezionato al ticchettio metallico di una Olivetti lettera 22. Però, nonostante tutto, senza esitazioni, nessuno si è tirato indietro dai tanti webinar proposti per la formazione online. Operosi, ligi, accorti. E anche in apprensione per tutti gli studenti le cui famiglie non dispongono delle strumentazioni tecnologiche adatte alla didattica a distanza, per tutti gli alunni diversamente speciali che si sentiranno disorientati, affaticati e più soli senza il loro quotidiano fatto di schiamazzi dei loro compagni e trilli di campanelle del cambio ora. Preoccupati per tutti quei ragazzi che smarriti dal lockdown rinfocoleranno la dispersione scolastica. La responsabilità umana e sociale dei docenti rispetto ai propri alunni è l’essenza di questa professione, le istruzioni utili ad utilizzare il proprio intelletto al meglio, la strategia d’intervento.

In dieci anni di insegnamento ho scrutato tanti colleghi. Ricordo con affetto la prof.ssa DeFelice, una specie di regina Elisabetta dell’Istituto Tecnico di Moliterno. Regale anche quando prendeva l’ascensore con un collaboratore scolastico al suo servizio, ascensore che era costretta a prendere a causa di un impedimento fisico che le inibiva una regolare deambulazione. Capricciosamente regale anche quando il Dirigente del tempo con un monito, poco regale davvero, le impedì di montare tendine da giorno sui vetri troppo luminosi della sua aula. Pianse umiliata. Al Preside non le mandò a dire. Io ne risi. Anche quella umanità folle era la scuola, il mio lavoro. La prof.ssa Guaragna insegnava italiano al tecnico di Senise, credo sia in pensione adesso. Docente di italiano dal fare dolce e materno. Striature di bianco tra i capelli e occhi lucidi tutte le volte che le sue alunne migliori le ripetevano A Silvia, così vicine per età alla sua cara figlia allettata. La prof.ssa Pascale poi, per me Daniela, persona fantastica. Docente di latino e greco, era sul sostegno da qualche anno. Approdata al tecnico di Villa d’agri ne ha rivoluzionato i laboratori creativi. Grazie alla sua inventiva e collaborazione organizzammo due anni fa uno dei mercatini di Natale più belli che io ricordi, con i lavori realizzati dai ragazzi diversamente speciali e con prodotti ottenuti nei nostri laboratori di chimica. Dai sali aromatizzati agli unguenti per il corpo e fino ai saponi artigianali. Daniela la incrociavi continuamente nei corridoi con Francesca a braccetto. Un sorriso sempre. Per non parlare del prof di religione che in classe racconta gli utimi, i diseredati, i reietti. Racconti a perdifiato, da Borsellino a La Pira, da Medici senza Frontiere agli orfanotrofi di Gerusalemme. La religione degli ultimi nei racconti del prof. Luca Micelli.

Sprazzi troppo esigui di questi miei dieci anni di insegnamento, ne ho ammirati tanti di colleghi. Con grande onestà intellettuale riconosco che non sempre siamo all’altezza del ruolo, ma ce la mettiamo tutta e anche quando non è così i ragazzi ci salvano sempre. Credo che un maggiore riconoscimento sociale per la nostra categoria potrà arrivare solo quando le classi dirigenti di questo Paese capiranno che portare lo stipendio degli insegnanti italiani alle medie europee è un dovere civico.

Potenza 21 aprile, appena alzata – Milena Grassi

Io e te, madre e figlia;
io pesci tu acquario;
io chiacchierona tu silenziosa;

io in menopausa tu nel fiore dell’età. 
Io e te, e la quarantena…come andrà? 


Ho pensato che saremmo scoppiate e che le giornate sarebbero trascorse tra una litigata ed un’altra… mi sbagliavo.
Io e te: io esco e tu no;
Io mi lamento e tu no.

Io e te vicine e lontane tra queste quattro mura: come due sonnambule ci incontriamo al mattino per il caffè, poche pigre parole ma gli sguardi sono sereni.


Che ci sia il sole o la pioggia poco importa.

Le nostre stanze, aule la mattina diventano sale cinematografiche la sera.


La cucina sperimenta l’impossibile in questi giorni e le nostre orchidee fioriscono più che mai.

Ho imparato ad apprezzare i tuoi e i miei silenzi; mi ritrovo a canticchiare la tua musica così lontana dai miei gusti e a sorridere ai tuoi Tik Tok che non pubblicherai mai.
Io e te, poi arriva Pino, mascherato ed inguantato: è lui il mediatore, ma che noia, però, che stia sempre dalla tua parte!
“Io e te, vento nel vento. 
Io e te un nodo nell’anima”.

Potenza, ore 23:23-Luca Rando

E’ sempre più forte la fatica di una scuola che opera a distanza. Io, almeno, sento ogni giorno di più il peso di questo tempo vissuto su una sedia davanti ad uno schermo. Di che scuola parliamo quando parliamo di DaD? Questa che inventiamo quotidianamente, che mima una normalità che non c’è, o quella fatta da incontri serali in cui poter finalmente parlare, dirci paure e sogni? Io credo che ora come ora manchi la “noia” delle ore in aula, la risata e lo sbracciarsi, l’uscita e la chiacchiera, la vicinanza di corpi e sguardi che ripercorriamo in queste ore serali rubate alla famiglia. La fatica della distanza inizia a pesare perché mancano i compagni e quel tempo mattutino in cui la relazione viene trasmessa anche dal corpo che si muove tra i banchi.

Ma la fatica è anche in casa nella diversa relazione con i miei figli: chi non parla, da giorni potrei dire, e vive questo tempo completamente perso dentro uno schermo; chi vive di chiamate con amici, rabbia, passioni tristi e per fortuna ancora parole; chi è in attesa di qualcosa che per ora non può avere… Ognuno di noi è perso, disperso, e forse ora mi accorgo della mia incapacità, della mia inadeguatezza ad esserci.

I giorni sono tutti uguali e anche le notti. Di giorno il computer, le parole; di notte il sonno spezzato da continui risvegli ed i sogni senza senso di un passato lontano mischiato ad un presente incerto, sospeso.

Gli oggetti mentre scrivo mi guardano: c’è un pupazzetto, un giocatore di football americano, che ho con me da più di trent’anni, che mi guarda, sorride di un riso furbo, che sa ma non dice; c’è una lampada che getta strane ombra alla luce fioca del computer, che si allungano sul pavimento verso di me; ci sono fotografie da cui spuntano visi pronti a parlare ma che tacciono ancora… 

Forse questo diario è diventato solo lo sfogo dei pensieri del giorno, ricettacolo di ciò che resta, di ciò che si salva dalla bocca del leone, la pattumiera dell’umido, non so. O forse è solo che lo scrivo tardi, quando ormai il nero della notte è tutto intorno e la luce dell’alba è ancora di là da venire. Ma non è forse vero che nel buio più profondo si nasconde la luce?   

Potenza, ore 23:54 – Claudia Schettini

Siamo un po’ tutti dei subacquei.

Siamo ossessionati da cosa si nasconda nel nostro abisso, dalla perenne ricerca di quel qualcosa di irraggiungibile ma che, per lo stesso fatto di esserlo, incita ancora di più la sua ricerca. Siamo alla ricerca di un tesoro, ecco. Ma se, toccato il fondo, scoprissimo che non c’è nessun tesoro? O che non c’è ossigeno sufficiente per restare lì? Oppure che questo tesoro esiste si, ma é tanto prezioso quanto pesante da non poterlo portare in superficie?

E se questo dovesse essere vero, sarebbe possibile regalarsi una (ennesima) possibilità e tentare di ritornare a galla?… forse anche in superficie potrebbe esserci un mondo da scoprire.

Matera, ore 19:00 – Doreen Hagemeister

“Stelle cadenti”

Ad aprile, fino al 28, potremo ammirare lo sciame meteorico delle Liridi ovvero le “meteore di primavera”, che si generano grazie alla cometa C/1861 G1 Thatcher. Il loro nome deriva dalla costellazione della Lira da cui sembrano provenire e che sorge ad est nel firmamento verso le ore 22.00. I frammenti di cometa che entrano nell’atmosfera terrestre si incendiano generando le “stelle cadenti” e noi potremmo osservarle ad occhio nudo.

Proprio stasera, dopo le 22, raggiungeranno il picco con circa 20 meteore l’ora. Certamente non mi perderò l’appuntamento, anche se non credo si possa osservare nulla, visto che il cielo è nuvoloso e continua a piovere.

“’Cause you’re a sky, ‘cause you’re a sky full of stars, I’m gonna give you my heart. ‘Cause you’re a sky, ‘cause you’re a sky full of stars, ‘Cause you light up the path.”(“A sky full of stars”Coldplay)

Il semplice sapere che ci sono le stelle e stasera ci saranno anche le stelle cadenti, mi riempie il cuore di speranza. E ne abbiamo bisogno, oramai tutti, a veder accendere qualche lucina, qualche stellina nostra, nel cielo. Proprio in questo istante, mentre scrivo queste righe, sento la sirena di un’ambulanza. Si avvicina, passa sotto casa, e continua il suo tragitto. I pensieri viaggiano. Oggi 3 nuovi casi a Matera e 8 casi totali in Basilicata, quando la gente gridava alla vittoria l’altro giorno in cui c’erano zero contagi. Siamo ancora a rischio! Non bisogna abbassare la guardia, ma non bisogna neanche perdere il coraggio e le speranze.

Stella che cammini, nello spazio senza fine, fermati un istante, solo un attimo, ascolta i nostri cuori caduti in questo mondo. Siamo in tanti ad aspettare”(“Stella” – Antonello Venditti)

Io mi aggrappo alle mie stelline. Le scie luminose che per un brevissimo istante solcano il cielo mi fanno sognare! Non a caso ti ritieni fortunato quando le vedi e esprimi un desiderio! Addirittura persino il termine “desiderio” deriva dal latino “de siderum” e significa proprio “sulle stelle”.

Se esprimi un desiderio è perché vedi cadere una stellase vedi cadere una stella e perché stai guardando il cielo e se guardi il cielo è perché credi ancora in qualcosa.” (Bob Marley)

Canticchio una filastrocca mentre chiudo il mio computer! Buona serata a tutti!

Stella stellina la notte si avvicina

Potenza, Ore 17:00 – Enrico Sodano

Storia di un missionario pentito ai tempi del coronavirus.  Ho bisogno di dimenticare, ricordarmi di dimenticare.  

“ Ho bisogno di dimenticare. Ricordare a futura memoria, per ricordarmi di ricordarmelo. Senza indugio e con cinica consapevolezza che l’esperienza insegna.”

Così nel silenzio, faceva esercizio dentro la propria coscienza, dando a se stesso una lezione di vita.

Venerdì 17 aprile del 2020, anno bisestile. 

È l’anno delle cadute, da gennaio non era più padrone di se stesso, la vita gli aveva apparentemente voltato le spalle, ma sempre, di sbieco, lasciato modo di intravedere come rialzarsi. Era caduto più volte e sempre si era rialzato, sempre.  Aveva iniziato così il 2020, proseguendolo peggio. Mai avrebbe pensato alla sua pandemia interiore. Molto più letale di quella epidemiologica.  Però voleva considerarlo l’anno della transizione. Si era preso molta parte di lui, ed era necessario riscattarsi. Riprendersi la dignità!

“Chissà chissà domani

Su che cosa metteremo le mani
Se si potrà contare ancora le onde del mare
E alzare la testa ”.  

Futura – Lucio Dalla (estratto)

Aveva scolpito dentro la sua mente questo periodo e quella data, lui scaramantico avrebbe scommesso su quella per avere certezza che, era lei la data giusta per una notifica, perché la vita con un rumore assordante gli aveva comunicato che doveva diventare impermeabile, anche alla pioggia, a lui che era animo e cuore, solare dentro. Come  poterlo diventare, fare ora a capirlo. Questa la sua intima domanda. 

Bisognava trovare un punto di ripartenza, un lato positivo: una sera, la pioggia accompagnava la solita camminata, terapia, per recuperare dal suo infortunio, girando e camminando, come un cerchio tra i suoi pensieri, intorno alla propria abitazione. Pioveva tanto!

All’improvviso si accorse di non essere bagnato, seppur fradicio. Era impermeabile, bagnato ma impermeabile.  Aveva iniziato a cercare il suo  sole dentro.  

La natura umana è ingannevole, pensò,  abbandona e permuta la cultura dell’amore “missionario”, per un “sé”, si permuta  un”se”, congiunzione, ma anche “istrione acuto e maniacale curatore” dello stare bene pensando solo a se stessi, allontanando maldestramente anche le cose più belle, per avvicinarci solo al nostro essere egoista.

Perse per un attimo il suo sguardo nel vuoto, senza veder più nulla, aveva solo una sfuocata percezione delle cose.

Dopo poco lo riprese  e vide una persona anziana, sotto la pioggia, sul balcone, ad osservare il paesaggio, era un primo piano. Gli riuscì di osservare il suo sguardo. 

Quella persona era felice di poter guardare il paesaggio, di esser viva. Questo iniziò a cambiare la prospettiva delle cose.

Comprese il valore dell’obiettivo “rinascita”, il compito della “missione”; l’obiettivo è non esser più missionari, ma cultori della propria felicità. 

Al diavolo lo sprecarsi. Amati parola d’ordine che iniziò a ripetersi nella mente. Si fermo sulle scale ed all’improvviso notò, i suoi strani vestiti.

Era  immagine impercettibile all’occhio umano, ma percettibile alla sensibilità del cuore.

Aveva trovato la pelle dell’anima. Quella con cui aveva dipinto, utilizzando i colori dell’istinto, la sua terra, terra, la sua. Sbagliando colpevolmente.

Comprese perché era un sognatore.

Le nuvole le considerava paesaggio, la pioggia un modo per vedere il filo d’acqua, quello che nel bicchiere lo aveva fatto sempre ripartire pensando positivo, anche quando è davvero un filo d’acqua quello che aveva.Impercettibile.

Rimani, se puoi, emozione, rimani, sussurrò al suo cuore, abbracciandosi in solitario. Almeno questo è permesso al tempo del coronavirus.

Aveva bisogno di quell’abbraccio, sapeva di non poterlo avere, ma anche che il suo abbraccio era l’unico vero ed affidabile. 

“Lento lento adesso batte più lento

Ciao, come stai
Il tuo cuore lo sento
I tuoi occhi così belli non li ho visti mai
Ma adesso non voltarti
Voglio ancora guardarti
Non girare la testa
Dove sono le tue mani
Aspettiamo che ritorni la luce
Di sentire una voce

Aspettiamo senza avere paura, domani.”

Futura – Lucio Dalla (estratto)

Domani non avrò paura.

Il cuore gli rispose al sussurro: Aspetto di sentire la tua voce dirmi: ancora, amati ancora!

Così tra un’estate ed un cambio di stagione, si diventa normalmente estranei allo sguardo della tua terra, terra, la tua.

Dei tanti, si diventata un tale, e poi si resta soli, solo come l’unico, che aveva il coraggio di sognare al tempo del coronavirus 

Re-re-respirare, ad occhi chiusi, prova a farlo anche tu, disse con coraggio al suo diaframma.

Era la voce della pioggia che, con il suo scrosciare, animava la speranza nel suo cuore.

Sentirai aria nuova: non più la malinconia dei profumi, ma Il profumo della tua vita.

Dammi tempo che ti restituisco ciò che ti ho tolto.La tua terra, terra,la tua. La troverai diversa, non avrai più i colori dell’istinto per curarla, sarà lei ad averne cura di te. All’improvviso echeggiò una poesia da uno squarcio, che scosse le sue ferite, se ne appropriò. 

Sussurri e parole percettibili d’improvviso fecero fermare il tempo: ” terra,terra, mia, io che ho tanto amato, sono stato da te mandato via,chi non ti ha mai curato, ferito, lo hai accolto e premiato.” Era la voce di un poeta emigrante che aveva preso forma in un tempo di sospensione. Con una sorprendente abilità il tempo, senza un perchè, riprese la sua natura, riportando le cose dove erano. Lo squarcio si ritirò. Risentì la stessa frase: dammi tempo che ti restituisco ciò che ti ho tolto.

La tua bontà ed il credere negli essere umani che hanno il rispetto ed il coraggio di essere umani!

Si accasciò ed inizio a piangere, senza versare una lacrima. La pioggia lo inghiottì. 

Rimase li tutta la notte, fermo ad osservare il cielo.

Aveva visto cadere una stella.  Aspettava per rialzarsi di farlo insieme a lei.

Capire dalla sua stella quale la strada, il cammino, da intraprendere per ricordarsi di dimenticare.

Breda di Piave ore 11.30 – Federica Neso

Si comincia a parlare finalmente di riapertura… La tanto agognata fine. Ma saremo pronti? C’è un sogno che continua a tornare tutte le notti… Più un incubo che un sogno. Mi ritrovo in centro a Treviso, tantissimi senza mascherine, tutti vicini come prima ed io che cerco in tutti i modi di allontanare le persone da me e mio figlio, a chiedere il perché dell’assenza di mascherine ma non si sente la mia voce… Un urlo che ritorna in gola… Che non esce, come se la mia mascherina fosse un muro.

Ecco forse un sogno premonitore? Non lo so ma mi chiedo se abbiamo veramente capito che il dopo non sarà come prima. Questi mesi non sono stati come un fermo immagine, fuori il mondo è cambiato. Siamo riusciti a tenere il passo?

Genzano di Lucania – ore 11,00 – Rocco Di Bono

Astrologia giudiziaria? Ebbene sì, esiste anche questa: si tratta di una pseudoscienza che, secondo i suoi adepti, consiste nell’arte di predire il futuro grazie al calcolo delle posizioni del sole e dei pianeti in relazione alla posizione della Terra. Ritenuta eretica dalla Chiesa (che riteneva invece accettabile l’astrologia medica e quella meteorologica  come parte delle scienze naturali del tempo), era largamente praticata da Michel de Notre-Dame, meglio conosciuto come Nostradamus, autore del libro ‘Centuries et prophéties’. Coetaneo di Paracelso e di Cornelio Agrippa (il primo scopre l’efficacia dei rimedi chimici, inventando la farmacologia; il secondo tenta di conciliare la tradizione filosofica occidentale con quella ebraico-cabalistica), Nostradamus passerà alla storia come uno dei più famosi scrittori di profezie. Profezie? Mah, le sue quartine sono scritte in un modo così ambiguo che chiunque, a posteriori, può leggere in esse ciò che meglio crede, compresa l’attuale epidemia di coronavirus. Secondo Renucio Boscolo, appassionato studioso dell’indovino cinquecentesco, non ci sono dubbi: «In alcuni suoi versi si fa esplicito riferimento a quanto sta avvenendo. In particolare, nella sestina 11-30 si parla chiaramente di un “medico” e di un “grande male” che porterà “infermità da costa a costa“». In tempi in cui in Europa la peste era una malattia quasi endemica, non ci voleva molto a profetizzarne la ricomparsa, ammantandola con un pizzico di misteriosa ambiguità. Tornando all’Italia del terzo millennio, per vincere la battaglia contro il coronavirus non servono maghi e profeti, ma l’impegno di scienziati e medici e il senso di responsabilità dei cittadini. “La potenza del male scompare / i demoni hanno paura quando il mago è vicino / trasforma le lacrime in gioia“: ascoltiamoli, i maghi, ma solo nelle canzonette…

Potenza, ore 9:08 – Claudio Elliott

Virus e poesia

 Thai, il mio cane femmina, stamattina ha lo sguardo perso nel vuoto come se stesse contemplando i Massimi Sistemi Canini. In genere a quest’ora mi gira attorno scodinzolando in attesa di essere portata a spasso, il che consente anche a me di uscire senza violare l’ordinanza. Da quando abbiamo intrecciato un’amicizia mascherata con i tre agenti che hanno la postazione fissa nei pressi di casa, Thai esce più volentieri e, in questa primavera piovosa ma non fredda, può soddisfare un suo istinto atavico andando a caccia di lucertole. Appena faccio tintinnare le chiavi di casa, lei esce dai Massimi Sistemi ed entra nel Minimo Collare, però senza entusiasmo. Ci avviamo.

I tre stanno parlottando. Appena ci vedono partono i soliti convenevoli a base di cenni di testa e sorrisi non visti. Il cane femmina si rianima, scodinzola vistosamente e mi trascina verso una siepe.

Andrea mi dice: – Parlavamo di poesia e di virus.

La guardo perplesso. Tre agenti pattugliatori che parlano di poesia sul luogo di lavoro è l’avvenimento più clamoroso che mi è capitato da quando mi hanno promosso dopo la terza volta che ho ripetuto il primo liceo. Dico, con prudenza: – In apparenza la parola virus (veleno) ha poco a che fare con la poesia.

Giovanni fa: – Vuol dire che non è il momento giusto?

Gianfranco interviene: – Gliel’ho detto io: ma pensiamo a cose serie. Questi stanno a chiedersi qual è la poesia che preferiscono. Mah.

Allora Andrea tira fuori un foglietto: – Eppure, cari colleghi maschi, io ci ho pensato a lungo. Ora vi leggo una poesia. Il professore la riconoscerà, ma a voi non dico l’autore, non vi dico se contemporaneo o solo moderno o antico. E poi mi dite se il virus c’entra o no.

È naturale che io sia incuriosito: una lezione di letteratura, alla presenza di tre agenti di non so quale corpo (bardati come sono, non vedo contrassegni), con un cane femmina al guinzaglio e la primavera incipiente e, cosa più importante, non sono io il docente, ma la dolce agente Andrea, che prende a leggere, e legge bene:

 Simile a un dio mi sembra quell’uomo

 che siede davanti a te, e da vicino

 ti ascolta mentre tu parli

con dolcezza

e con incanto sorridi. E questo

fa sobbalzare il mio cuore nel petto.

Se appena ti vedo, subito non posso più parlare:

la lingua si spezza:

un fuoco leggero sotto la pelle mi corre:

nulla vedo con gli occhi e le orecchie mi rombano:

un sudore freddo mi pervade:

un tremore tutta mi scuote:

sono più verde dell’erba;

e poco lontana mi sento dall’essere morta.

Ma tutto si può sopportare…

– Rileggi – fa Gianfranco. Lei rilegge. Giovanni dice: – È una poesia d’amore, no?

– Evidente – dico, ma Andrea mi zittisce con lo sguardo.

– E il virus? – chiede Gianfranco.

– L’amore – risponde Andrea. Intervengo, nonostante l’occhiataccia di Andrea: – Voglio sapere se vi è piaciuta, se l’autore ha espresso bene …

– La gelosia – mi interrompe Giovanni. – Che, a ben pensarci, è un veleno.

– Anche l’amore è un veleno – dice Andrea. – O guarisce o uccide.

– Mah, siete troppo complicati, per me. Quello che ha letto Andrea è bello, senz’altro, e se la conosce anche lo scrittore vuol dire che è una poesia famosa.

– È – dico – una poesia molto vecchia, scritta cinquecento anni prima di Cristo.

– Antica, allora – dice Gianfranco..

– Ma attuale – dice Andrea. – E per me è importante.

La osservo (in realtà osservo solo i suoi occhi perché il resto è coperto). E ho capito.

– Come si chiama? – le chiedo.

– Rosario.

A questa risposta sobbalzo (allora mi sono sbagliato?), ma lei si toglie un attimo la mascherina e mi sorride con dolcezza: – In spagnolo è un nome femminile, ed è la mia compagna.

LE STORIE DEL MARESCIALLO NUNZIOGALLO : LA MANO DEL DIAVOLO

Parte il primo esperimento di video racconto di TOTEM Magazine, Giampiero D’Ecclesiis & Fabio Pappacena vi propongono “LA MANO DEL DIAVOLO” della serie “Le storie del Maresciallo Nunziogallo”, per voi le prime sei puntate, da ascoltare e vedere con calma, un intreccio misterioso si svolge tra le strade del centro storico di Potenza, tra Via Pretoria e la Chiesa di San Michele si muovono ombre inquietanti, si sentono rumori, voci. Presenze oscure? Intrighi di provincia?
Ci penserà il Maresciallo Nunziogallo a svelare gli intrighi.
Chi sono i personaggi che si agitano nella storia? Demoni? Fantasmi? Sogni? Che succede nelle case di campagna dei potenti? Notai, avvocati, politici.
Un giro di ragazze squillo?
Da stasera per voi, su TOTEM Magazine. SEGUITECI , IL MARESCIALLO VI SVELERÀ OGNI SEGRETO

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