CRONACA DI UNA PANDEMIA – ITALIA, 22 APRILE 2020

CRONACA DI UNA PANDEMIA – ITALIA, 22 APRILE 2020

Veronica Menchise, Vigevano, 22:16 – “Certe cose meglio non.”

Certe cose meglio non di Veronica Menchise

Villa d’Agri, ore 23:30 – Antonella Marinelli

Il mondo di Francesca

Quarantaquattresimo giorno rosso. Francesca ha diciotto anni e ha capito parzialmente cosa la costringe a non uscire di casa. Una vita umile, una vita stretta. Una famiglia semplice, non di quelle che siamo abituati a vedere sui social, piene di agi, di cose buone, di racconti in immagini che a volte rendono una realtà al di sopra delle pretese di uno scatto con la luce migliore. Nella famiglia di Francesca la cura di ciò che appare non ha mai avuto nessuna importanza, perché Francesca e la sua cara mamma sono esattamente come appaiono, fatte di una verità cruda. Francesca è affetta da una malattia rara di cui poco si sa, di cui gli scienziati sanno poco, ma della quale la madre conosce ogni anfratto. I tessuti molli, l’udito flebile, il linguaggio ingoiato, gli organi capricciosi. La mamma di Francesca questo puzzle lo compone da una vita. Una dedizione e una cura di gran lunga al di sopra delle reali possibilità, eppure mai è mancata la visita di controllo periodica dal luminare di turno, a costo di scomodare il vicino di casa o di chiamare in soccorso la protezione civile. Francesca è un’alunna modello. Quaderni ordinatissimi, pieni di righe e riquadri colorati a segnare e a dividere gli spazi di un dignitoso sapere. Francesca profuma sempre come le fragole di maggio e ci tiene molto agli abbinamenti, alle sciarpette di chiffon. Arriva in classe intorno alle nove, accompagnata dai ragazzi volontari dell’Anpas. La collaboratrice scolastica spinge la carrozzina fino al banco e noi cominciamo a urlarle un ciao che però si indebolisce chissà dove prima di arrivare in quei piccoli padiglioni auricolari. Sa che la stiamo osservando e arrossisce, perché odia la sua carrozzina, allora cerca di fare presto a sistemarsi sul suo banco, sposta con tutta la forza che può un enorme zaino rosa, prende tutte le sue cose ed è quello il momento in cui le alzo il mento e le disegno con la bocca un “Ciao Francesca”, lei arrossisce e sorride. Può iniziare la lezione.

Conobbi la madre di Francesca in una mattina a dir poco infuocata. Il collega responsabile della funzione strumentale per l’inclusione degli alunni disabili aveva avuto l’infausto compito di comunicare una frammentazione delle ore di sostegno dedicate a Francesca, a causa della necessità di una equa redistribuzione interna delle ore di alcuni docenti. Ricordo una donna furente, urlante. Ricordo la forza con cui rivendicò quel barlume di tranquillità e costanza che almeno la scuola avrebbe dovuto garantire. A poco valsero le motivazioni arzigogolate della Dirigente e della psicoterapeuta di riferimento. La madre di Francesca la spuntò. Si scusò anche, alla fine. Quanta forza.

In questi giorni Francesca non riesce a seguire le lezioni a distanza perché, pur essendo munita di computer e tablet, non ha connessione in casa. Dispone di un cellulare poco moderno, la mamma ha provveduto a comprargliene uno nuovo, ma Francesca pretende che glielo mettano in uso le sue compagne di classe, le uniche che siano in grado secondo lei. La sistematizzazione della Dad per il prossimo futuro come priorità assoluta deve avere l’accessibilità trasversale, perché nessun bambino o ragazzo rimanga escluso dal percorso formativo. Francesca se potesse lo pretenderebbe, lei è una tosta.

Firenze, ore 22 – Rossella Spiga

OLTRE
Le parole di oggi erano tre
sotto la coltre
ma poi ha vinto solo oltre
Oltre la voce
oltre il tempo
o come il blu
Oltremare
Ma amare chi
oltre me
oltre te
oltremodo noi
Oltre
è la continua danza
del nostro amore a oltranza
Inoltre,
oltre
definisce un confine
oltre cui saltare
o da cui ti puoi solo affacciare
Oltre è un viaggio a maggio
se hai abbastanza coraggio
oppure oltre
rimane un oltraggio
Solo che qualche volta
entro e non oltre
scandisce un tempo tassativo.
Ora o mai più.

Grumello del Monte (BG) ore 20.42- Don Fabio Picinali

Ora che la quiete sembra aver raggiunto le sale dei pronto soccorso, si fa avanti un altro nemico. In realtà è sempre lo stesso ma ha cambiato aspetto. Se prima la paura era quella di trovarsi intubato nel reparto di rianimazione, ora la paura più grande è quella dell’altro. Sì, perché ogni altro può essere portatore del virus e così come io posso contagiare qualcuno, ogni altro può contagiare me … pensare questa cosa ci fa andare fuori di testa!!!

Stiamo parlando di un qualcosa che non possiamo vedere … non possiamo tirare una manata sulla tavola e uccidere il virus … è un qualcosa fuori dalla nostra portata e … per noi abituati ad avere tutto sotto controllo … ci fa smattare!

Con questa premessa provo a pensare al momento in cui potremo di nuovo uscire dalle nostre case e rincontrare i nostri amici … di chi ci fideremo?

A me è capitato in queste domeniche di incontrare qualcuno, il lettore che è venuto a fare servizio liturgico piuttosto che il cantore … non so se avete mai provato ad avvicinare due calamite dalla parte polarizzata allo stesso modo … tra le due estremità si crea una forza respingente che è peggio di un muro invalicabile … questa è la sensazione che ho provato in quegli incontri … non è una cosa sana!

A parte questi pensieri … la mia vita prosegue come al solito, anzi, non potendo andare a fare la camminata sostenuta settimanale ho dovuto trovare un palliativo, ho ricominciato la pratica dello yoga (che fatica!) e ho dato più attenzione al giardinaggio …

Ma, non so quello che sarà, so che servirà ancora tanto tempo e, a mio modesto parere, a quella normalità a cui eravamo abituati non si tornerà certamente, almeno non a breve termine.

Ora vi saluto e torno a riprendere in mano le borse della Caritas che domani dobbiamo preparare con i giovani che, sempre più numerosi, hanno dato la loro disponibilità per questo prezioso servizio. Fortuna che in mezzo a tanta oscurità riusciamo a intravedere qualche luce!

Matera, ore 17:45- Doreen Hagemeister

“Che la Terra sia lieve”

La locuzione latina “Sit tibi terra levis” ovvero “Che la terra ti sia lieve” era un augurio utilizzato frequentemente nel Paganesimo come epigrafe sulle tombe, riferendosi al peso del terriccio sulle tombe. Ma oggi, cinquantesima Giornata mondiale della Terra, vorrei dargli un ulteriore significato!

La Giornata della Terra ha origine da un disastro petrolifero nel canale di Santa Barbara (1969) che provocò la morte di oltre 10 mila animali. Oggi, dopo 50 anni da allora, ben 192 nazioni celebrano l’Earth Day per la salvaguardia del nostro pianeta.

La terra non appartiene all’uomo, è l’uomo che appartiene alla terra.
(Capriolo Zoppo, capo della tribù dei Dwamish)

Quasi tutto il mondo a causa del Corona Virus si è dovuto fermare, sospendendo le attività produttive. E il nostro pianeta sembra voler ringraziare: molti animali sono comparsi in centri abitati, le piante spuntano in posti incredibili, l’inquinamento è notevolmente diminuito e la Terra ha ripreso a respirare.

Le attività umane hanno accelerato il riscaldamento globale (Tema della giornata odierna) con devastante impatto sulla produzione agricola, sulla sicurezza nazionale e globale, sulle condizioni meteo e sulla salute dell’uomo.

Solo dopo che l’ultimo albero sarà abbattuto, solo dopo che l’ultimo lago sarà inquinato, solo dopo che l’ultimo pesce sarà pescato, Voi vi accorgerete che il denaro non può essere mangiato.”
(Toro Seduto, capo della tribù dei Sioux)

Lieve significa di poco peso, ma ha anche altre accezioni: “che si sopporta con facilità, che non affatica o affligge eccessivamente” (Treccani). Noi chiediamo che la terra sia lieve, ma siamo noi ad affaticarla e ucciderla.

Io amo la natura. Non c’è nulla di più bello che vedere il mare che danza al ritmo delle onde, campi di grano nel vento, i fiori che stanno sbocciando persino sulle piante spinose che tanto ostili appaiono, animali felici che padroneggiano i loro ambienti, sole pioggia e neve che cambiano il volto della natura e il cielo stellato che si stende come un manto protettivo sopra di noi.

Quando un uomo si allontana dalla natura il suo cuore diventa duro.
(Proverbio dei Lakota)

Purtroppo, per la quarantena, alcune di queste meraviglie mi sono negate in questo momento, ma faccio di tutto per trarre felicità da quel che mi circonda! Oggi il rumore della pioggia era semplicemente magnifico e ne seguì un meraviglioso concerto polifonico della natura.

Usciremo cambiati da questa terribile esperienza. Io di sicuro! Che la Terra sia lieve!

Potenza, ore 17:56 – Luca Rando

Provo a cambiare orario di scrittura per vedere se cambiano anche i pensieri.

Stamane sono uscito dopo 5 giorni. La pioggia che cade distanzia ancora di più i passi tra le persone. Cammino lento, senza pensieri, con mascherina, guanti ed ombrello (un po’ come le pinne, fucile ed occhiali di Edoardo Vianello), bardato come per un combattimento mortale.

Poi letture sulla scuola e sull’esame, lezioni, compiti, la nuova quotidianità… No. Per oggi basta così.

Potenza, 22 Aprile, ore 17 – Antonio Califano

Piove, niente uscita mattutina per il disbrigo delle pratiche correnti e il furto di quattro passi, cialtroneggio stancamente per casa, apro libri, leggo testi, guardo la televisione, scrivo, ascolto musica, con sempre maggiore fastidio, diciamo che per quanto cerchi di darmi un contegno mi sono proprio rotto. La pioggia mi fa pensare sempre all’Irlanda, al mio lunghissimo viaggio nell’isola verde, a ripercorrerne i contorni delle coste, come in un disegno, con il camper, un paio di mesi senza che ci fosse un giorno senza pioggia. Quella pioggia intermittente, sottile quasi eterea, non infastidiva, era parte del fascino, dal Connemara all’Ulster, sorvegliava il mio sonno in borghi sconosciuti, vicino castelli diroccati, scendeva lieve tra prati di un verde irreale, dialogava con il sottofondo della musica dei Clannad e degli U2. Le mie vie dei canti a volte le ritrovo nella memoria, li ricostruisco dentro di me, riprendo e rileggo un libro edito da Einaudi nel 1982, “Antica Lirica Irlandese”, poesie scritte in antico gaelico tra il VI e IX secolo, composte per lo più da monaci cristiani che osservavano il mondo dalle finestrelle delle loro celle e dalle loro clausure. Mi sento in una situazione simile, la costrizione si sta quasi trasformando in scelta e questo mi spaventa, divento per un attimo quel monaco anonimo che ha scritto questi semplici meravigliosi versi, osservando una scena che si svolgeva fuori:

“Io non so con chi dormirà Etan, ma so che la bionda Etan non dormirà sola.”

Quanto ho fantasticato negli anni sulla bionda Etan, quante volte l’ho immaginata, amata disperatamente, poi l’ho persa per decenni e oggi la ritrovo, è sempre bionda e continua a dormire in compagnia. “Nìcon fìfea a hòenuràn, Etan”.

Genzano di Lucania, ore 11:35 — Gianrocco Guerriero

Da oggi inizia un’altra fase. Non ci si può “nascondere” per sempre. Non è neanche necessario che il giorno del cambiamento sia lo stesso per tutti, poiché nulla che riguardi un individuo può essere semplicemente imposto dall’alto e risultare efficace per mera “forza d’ufficializzazione”: le buone società non sono quelle in cui il “tutto” forgia la parte, bensì quelle in cui avviene il contrario, come accade negli stormi: sono necessarie le singole volontà e i singoli desideri per arrivare a complessità efficienti. Poi è chiaro che debbano instaurarsi dei feedback (possibilmente virtuosi) fra l’insieme e le sue parti, perché quelli rappresentano il respiro (la psyché) di una società, e dunque la rendono viva: il primo feedback è come un primo pianto dopo il parto e il tutto è sempre qualcosa di diverso dalla somma delle parti, quando “vive”.

Abbiamo imparato tante cose, in questi due mesi trascorsi nei rifugi (c’eravamo prefigurati un disastro atomico, anni fa, ma a tenerci chiusi in casa è stato un semplice frammento di RNA: proprio ciò che ha dato origine alla vita, milioni di anni or sono, è anche il suo peggior nemico: nulla di cui meravigliarsi: lo sappiamo bene che siamo indifesi soprattutto dinanzi alle minacce che arrivano da noi stessi e da chi ci ama e amiamo, in senso molto lato.

Cosa abbiamo imparato, dunque? Comincio con due cose, le più importanti: 1. La carica individuale (il concetto con il quale ho esordito) non coincide affatto con l’individualismo, semmai è il suo opposto: cosicché il neoliberismo va quantomeno ripensato; 2. il Pianeta non è il supporto sul quale “scriviamo” le nostre storie, ma fa parte della nostra Storia: questa è la cosa più importante da tenere a mente.

Avrò tempo per approfondire, nei giorni che seguiranno. Ora devo cominciare a prepararmi anch’io al “ritorno”.

Genzano di Lucania – ore 11,00 – Rocco Di Bono

Paese mio che stai sulla collina…’, cantavano i Ricchi e Poveri, in coppia con Josè Feliciano, al Festival di Sanremo del 1971. Ma qual è questo paese che “sta sulla collina”? Per Franco Migliacci, autore del testo, è Cortona, borgo della Val di Chiana dove il paroliere ha trascorso molti anni della sua vita; Jimmy Fontana, autore della musica, dedica invece la canzone a Bernalda, paese della Basilicata di cui è originaria sua moglie. Con questa canzone, i due autori volevano raccontare il legame verso la propria terra, quei piccoli paesi dove affondano le radici di ognuno di noi. Sono i paesi ‘della resa, quelli sulla soglia dell’estinzionei paesi della bandiera bianca’, come li chiama Franco Arminio in ‘Vento forte tra Lacedonia e Candela’, piccolo, ma splendido saggio di paesologia pubblicato nel 2008 da Laterza. “Sono luoghi arresi, senza additivi, senza mistificazioni, neppure quelle del silenzio e della pace. Nei paesi della bandiera bianca non è che si trova il pane più buono che altrove o l’artigiano che sa fare il cesto come si faceva una volta o il calzolaio che ti fa le scarpe. Si trova il mondo com’è adesso, sfinito e senza senso, con l’unica differenza che questa condizione si mostra senza essere mascherata da altro”, scrive Arminio, per raccontarne la malattia profonda che si chiama desolazione; una malattia alla quale, oggi, se n’è aggiunta un’altra venuta dalla Cina e dal nome strano e sconosciuto. Quelli che vivono in questi paesi “non riescono a inventarsi niente. Si salutano, fanno la spesa, fanno la partita a carte, guardano la televisione, vanno a votare, si ammalano, muoiono“: oggi non solo di desolazione, come scrive Arminio, ma anche di coronavirus. Succede nei nostri paesi meridionali, ma anche nei piccoli centri dell’America profonda e rurale degli Stati Uniti, come Nutbush nel Tennessee. E’ il posto dove è nata, un po’ di anni fa, la cantante Tina Turner, che nel 1973 lo descrive  nella canzone ‘Nutbush City Limits’. Ascoltatela: è il ritratto di ‘un posticino tranquillo / paesino da nulla… [dove] si va a fare spese il venerdì / si va in chiesa la domenica’, ma soprattutto è la chiave per capire quanto sia profondamente vera, ad ogni latitudine, l’espressione ‘tutto il mondo è paese’.

Parma ore 6:00 – Cristina Cogoi

Sono innamorata 
Non ci sono dubbi
Non so ancora di chi o che cosa ma lo sono.
Ne sono certa.
Mi conosco, ho tutti i sintomi.
Farfalle nello stomaco
Testa tra le nuvole
Voglia di dolci
Risata facile
Occhi luminosi 
Pelle più liscia 
Pensieri romantici
Sogni a colori 
Fantasie 
Ecco ci siamo 
Si ci siamo 
anzi ci risiamo 
Stavolta ho deciso lascio a casa il cuore, troppo rammendato, non vorrei mai si rompesse definitivamente.
Ma no lo porto, rischio, un’ultima volta 
senza di lui non so amare.
Però mando avanti la testa in avanscoperta
Si sa mai
Al massimo perdo anche lei 
Ma intanto vivo
e mentre vivo 
Amo!

Potenza, ore 23:34 – Claudia Schettini

Sono giorni che mi sento come un disco incantato, nella morsa di una voce diventata talmente tanto familiare che non so più dove esse finisca e incominci la mia, e neppure so se siano due voci distinte e diverse.

Sono giorni in cui le parole non servono perché dentro di me brucia qualcosa che non si può dire, che non si riesce a dire.

Sono giorni che aspetto a lungo qualcosa che non c’è invece di guardare il sole sorgere.

É possibile che senta di avere dentro di me qualcuno che non sono io e, allo stesso tempo, sapere che quella lì che non sono io, beh, sono sempre io?

E intanto, con sicurezza e consapevolezza guardo al domani, a quel giorno in cui sentirò il respiro lungo, leggero, libero ; a quel giorno in cui mi sveglierò , mi recherò al bar e non chiederò poi un “caffè lungo in tazza grande” ma un…”andrà tutto bene” in tazza grande!

Potenza, ore 9:30, Annamaria

Non mi mancano i luoghi affollati,
il traffico, i centri commerciali,
il caos, il chiacchiericcio confuso
di corpi anonimi che si muovono.
Non mi manca la folla,
la gente.
No.
Mi manca ogni singola persona
che incontravo nelle mie giornate.
Mi mancano gli occhi,
guardarcisi dentro,
anche le lacrime che escono da lì.
Mi mancano le bocche,
che sorridono,
parlano,
piangono.
Mi mancano le mani,
stringerle,
vederle gesticolare.
Mi mancano le gambe,
muoverle negli spazi ampi,
nei lunghi cammini
dove ti scorre a lato
l’infinito.
Mi mancano le braccia,
che si avvolgono,
stringendosi.
Mi manca l’odore del collo
di chi stringo a me,
il suo profumo.
Mi mancano i cuori
sentirli battere,
nell’abbraccio stretto.
Non mi manca la gente.
Mi manca ogni singola persona.

Potenza, ore 22:00 – Giampiero D’Ecclesiis

E’ assai difficile rimanere freddi e tranquilli, è inevitabile che man mano che passa il tempo il desiderio di buttare tutte le problematiche connesse al virus, in scontro, oltre le competenze, oltre le convenienze, cercando di lucrare risibili vantaggi politici .

Mi ritrovo a pensare che le crisi, anche quelle drammatiche come quella che stiamo vivendo, sono sempre dei momenti di possibile rifondazione, di possibile riequilibrio, momenti nei quali occorre guardare più che ai limiti che esse impongono alle possibilità che dischiudono.

Occorrerebbe essere capaci di guardare lucidamente al futuro prossimo e a quello anteriore, e provare a pianificare come lo svilupparsi delle diverse fasi che ci dovranno via via a riconquistare il nostro usuale stile di vita debba essere articolato sul territorio di modo che la modalità in sé possa essere elemento di sviluppo di cambiamento.

I territori meridionali sono poco interessati dal virus, o almeno lo sono molto meno che quelli dell’area nord del paese, il loro ritardo in termini di sviluppo è un elemento di criticità ma anche un’occasione, se non fosse un paese già spaccato nei fatti, magari, se ne potrebbe approfittare per riequilibrare le potenzialità dei territori.

Ma non succede niente, si oscilla tra la difesa ad oltranza dei privilegi e il fai da te istituzionale.

Man mano che passa il tempo mi sembrano sempre più grigie le nubi sul nostro Paese.

LE STORIE DEL MARESCIALLO NUNZIOGALLO : LA MANO DEL DIAVOLO

Parte il primo esperimento di video racconto di TOTEM Magazine, Giampiero D’Ecclesiis & Fabio Pappacena vi propongono “LA MANO DEL DIAVOLO” della serie “Le storie del Maresciallo Nunziogallo”, per voi le prime sei puntate, da ascoltare e vedere con calma, un intreccio misterioso si svolge tra le strade del centro storico di Potenza, tra Via Pretoria e la Chiesa di San Michele si muovono ombre inquietanti, si sentono rumori, voci. Presenze oscure? Intrighi di provincia?
Ci penserà il Maresciallo Nunziogallo a svelare gli intrighi.
Chi sono i personaggi che si agitano nella storia? Demoni? Fantasmi? Sogni? Che succede nelle case di campagna dei potenti? Notai, avvocati, politici.
Un giro di ragazze squillo?
Da stasera per voi, su TOTEM Magazine. SEGUITECI , IL MARESCIALLO VI SVELERÀ OGNI SEGRETO

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