CRONACA DI UNA PANDEMIA – ITALIA, 28 APRILE 2020

CRONACA DI UNA PANDEMIA – ITALIA, 28 APRILE 2020

Veronica Menchise, Vigevano, 22:04 – Uno, nessuno e centomila

Uno, nessuno e centomila di Veronica Menchise

Villa d’Agri, ore 16:00 – Nuario Fortunato

LA VERTIGINE DELLA LIBERTÀ

Sbrigo un po’ di faccende lavorative e, dopo aver assolto al mio dovere quotidiano, spalanco le porte della mia giornata al piacere, a me stesso e alla cura della sana leggerezza. Quindi dopo aver cibato la mia mente, con la partecipazione a un webinar di assoluto interesse sul tema ‘Dialoghi tra diritto e modelli di governance’, passo a coccolare un po’ il mio corpo. Trenta minuti di tapis roulant, crunch, push up, dip, squat e affondi per non far addormentare i vari gruppi muscolari. Allenamento a secco, magari rudimentale ma comunque appagante. Termino, avverto una leggera vertigine. Segnale positivo.

Cerco di congelare questo momento e di conservarlo. Ho sempre amato le vertigini: sono più intense della stabilità. Probabilmente la carica ansiogena latente di questo periodo contribuisce a questi impercettibili corto circuiti. Del resto Kierkegaard, che ai tempi del liceo sedusse la mia sete di conoscenza di esistenzialismo, sosteneva che proprio l’angoscia e l’ansia sono, in definitiva, la vertigine della libertà.

Allora mi guardo indietro, guardo a come eravamo prima di questa quarantena e come siamo adesso. La realtà è che la vertigine non piace. Le vertigini non piacciono, spaventano. Questa emergenza ci ha smascherato perché ha sancito irreversibilmente la sconfitta del pensiero. Ci eravamo appiattiti sulla logica del borghese conformismo, marchiato per di più dalle piaghe dei social e del terzomondismo ideologico. Abbiamo delegato la comprensione del mondo alla logica delle scorciatoie del pensiero. D’improvviso mi viene da pensare che questa quarantena inizi a portare a galla tutti i nostri conflitti ambigui, spesso subdoli. La nostra scontatezza, quella forma di presunta normalità.

Leggo i pensieri di molti, cerco di interpretare post e considerazioni di internauti. Molti, forse troppi, si sentono afflitti, sconfitti. Quasi disadattati. La fragile e precaria condizione dell’esistenza umana evidentemente ha minato quella sicurezza sfrontata e a tratti superba. La verità è che l’incapacità di gestire il proprio tempo e se stessi ha presentato il conto. Era preventivabile. La vacuità di tante attività, l’insensibilità al senso di vuoto, la socialità divenuta abitudine hanno disorientato tutti coloro che si erano abbandonati, consapevolmente o meno, alla meccanica dell’esistenza.

Una chance preziosa di ricostruzione e di rinnovamento di noi stessi è ci si presenta, però. Alberga proprio in ogni vertigine. La vertigine della libertà!

Parma, ore 10:15 – Cristina Cogoi

Facile essere belle da giovani
ma è oltre i cinquanta che si vede chi lo è veramente.
E non parlo solo della bellezza esteriore ovvio quella aiuta sempre, ad ogni età quella rende più sicure disinvolte intriganti.
Chi è quella donna che non ama essere desiderata corteggiata cercata amata?
Chi è quella donna che in questi giorni di clausura forzata non ha odiato chi le ha impedito di farsi coccolare da un’estetista da un parrucchiere anche se non lo ammetterà mai per non essere linciata e considerata troppo vanesia ?
Quelle labbra appena rifatte nascoste da mascherine
Quelle ciglia finte che stanno cadendo una ad una
Quelle unghie così perfette che ora i lavori domestici e i disinfettanti hanno reso fragili come i loro pensieri
Quegli abiti negli armadi diventati stretti e sostituiti da tute
Non credete a quelle donne che si sono buttate sui dolci e sulle pulizie domestiche con dedizione e passione
A quelle che hanno disinfettato tutti i giorni spazi esterni invece che interni
A quelle che hanno dovuto calmerare figli e mariti esauriti per sopravvivenza
A quelle che hanno aspettato che tutti dormissero per messaggiare uomini idealizzati che colmassero vuoti mai sazi o hanno finto di dormire per lasciare ai loro compagni lo stesso spazio
Quelle sono donne bellissime in tutte le loro sfaccettature
No io parlo della bellezza dell’anima   
Quella che non invecchia mai
Quella che appare solo dopo aver silenziato la mente
Quella che solo certi occhi riflettono,  dopo aver visto e pianto tanto, solo dopo aver capito che la vita e’ fatta di attimi, di istanti uno dietro l’altro da vivere come se fossero gli ultimi
Alla bellezza dell’anima nessun uomo sa resistere, forse i più inizialmente ne verranno spaventati ovvio, ma superata la paura ne verranno ammaliati
Una donna che è andata Oltre
Oltre le conferme le sfide le dinamiche
Oltre il tempo che passa
Oltre la pelle che invecchia
Oltre il corpo che cambia
Oltre la paura di restare sola
Be’ una donna così ha solo
Una rivale
Se stessa
ma questa e’ tutta un’altra storia !

Potenza, ore 10:40, Annamaria

Come un arcobaleno all’improvviso,

arriverà qualcosa di inaspettato.
Perché quando meno te lo aspetti tutto vale doppio.
E il cuore rimbalza in gola.

Potenza, ore 9:21 – Claudio Elliott

Mormorii e mugugni durante la quarantena

– Oggi – dico ai tre della pattuglia, con Thai al guinzaglio – oggi vi leggo una poesia.

– Che bellezza – dice Gianfranco con un entusiasmo pari a quello di un condannato a morte.

Andrea rimedia: – Che bello! Quindi lei non solo scrive romanzi, ma anche poesie.

Thai, che mi conosce bene, mi guarda stupìta: le ho raccontato che solo da giovane ho scritto qualche verso di pessima qualità, e quindi aspetta con curiosità e un orecchio alzato questa mia performance.

Giovanni dice che lui, a scuola, era un genio nell’imparare a memoria i versi anche se spesso non capiva assolutamente quello che diceva. Poi aggiunge: – Ma se questa poesia serve a distrarci, la legga, su.

Dico: – In realtà è una parodia di una vecchia poesia, del tredicesimo secolo, scritta da uno studente e poi, nel secolo scorso, anche musicata. Giuro che non ve la canto.

– Stonato, eh? – dice Andrea.

– Parecchio. Naturalmente l’ho aggiornata e la dedico a quelli che hanno sempre da ridire su tutto, specie in questo periodo in cui ci vorrebbe più rispetto per coloro che ci stanno trascinando fuori da questo pantano.

– Siamo tutt’orecchi – dice Thai.

Dopo un legittimo sussulto, leggo:

Quando siamo in casa

Per questo virus

Che sia sempre maledetto

Una cosa sopra le altre

Si sente nell’aria andare:

mormora quello e mormora quella,

mormora l’agente e il collega,

mormora la moglie e il marito,

mormora il povero e il ricco,,

mormora il bimbo e la sua mamma,

mormora l’anziano e il decano,

mormora la sorella e il fratello,

mormora la nonna e il nonno,

mormora questo, mormora questa,

mormorano cento, mormorano mille,

la quiete dura poco

se tutti senza fermarsi

mormorano senza limite,

ciascuno mormora e mugugna,

mormora il gatto e mugugna il cane

che va girando senza il collare.

Thai si offende e torna a casa

Potenza ore 17 – Antonio Califano

Due amiche, Angela e Antonella, nel giro di poche ore ai margini di due discussioni diverse ma sullo stesso tema, mi parlano di visione e di immaginazione, io uso la parola sogno, ma intendiamo la stessa cosa. Certi “tirasecce” in rete mi irritano, non abbiamo bisogno di “ragionieri”, di contabilità, di merceria dell’agire, quello siamo in grado di farlo anche da soli ci bastano le informazioni, lo abbiamo dimostrato, abbiamo bisogno di immaginazione per creare una visione, una weltanschauung nuova, per cui battersi, intorno a cui costruire consensi ed entusiasmi. Non una fuga dalla realtà ma un progetto realistico in grado di prefigurare e orientare l’agire, magari anche capace di modificarsi in corso, ma sempre con un occhio all’impossibile. Da giovani sui muri delle università scrivevamo “siamo realisti, vogliamo l’impossibile”, non siamo riusciti a fare tutto quello che volevamo, e forse è stato pure meglio, ma un po’ il mondo l’abbiamo cambiato e abbiamo ancora dei sogni, pardon delle visioni, da provare a realizzare, siamo vivi. Ho sempre cercato di trasmettere nelle mie lezioni di filosofia il valore “realistico” dell’utopia, ho sempre difeso questo meraviglioso concetto denigrato dai sacerdoti della politica “concreta”, l’ho difeso facendo leggere Tommaso Moro, Francesco Campanella e Ernst Bloch, Geist der Utopie, Prinzip Hoffnung, concetti che stazionano in quei luoghi dove la filosofia incontra la teologia. Sono le grandi idee che fanno uscire gli uomini dalla barbarie, che ci liberano dalla paura, sono i grandi processi collettivi intorno a queste idee che ci aiutano a superare i nostri meschini egoismi. Nel 1933 un grande Presidente americano portò fuori da una crisi devastante (spesso paragonata agli effetti di questa pandemia) il suo immenso paese, era Franklin Delano Roosevelt e quella grande utopia si chiamava New Deal, non realizzò tutto quello che voleva ma cambiò lo stesso la storia e il futuro. Quando dico che manca la politica intendo questo, non siamo nati per razzolare come galline, foss’anche dalle uova d’oro, ma per volare come aquile. Dopo la guerra i padri costituenti ricostruirono l’Italia partendo da grandi idee, da un grande progetto, la Costituzione Repubblicana, utopica, bellissima non ancora completamente realizzata, lo sapevano anche loro che le contingenze del momento non permettevano di fare tutto e subito, ma quel progetto ci dà ancora la bussola, di questo abbiamo bisogno per uscire dalla pandemia. Abbiamo bisogno della Politica. Oggi sono uscito, ho camminato, ho parlato, ho riflettuto, sempre con la mascherina e nel rispetto delle regole, e messo ordine al mio pensiero e questo è il diario della mia splendida giornata. E comunque sempre grazie alle donne, loro sanno perché.

Genzano di Lucania, ore 19:05 – Gianrocco Guerriero

Oggi voglio dire una cosa che può suonare assurda, se non provocatoria. È questa: se ci riuscirà di imboccare i rami giusti delle biforcazioni cui stiamo andando incontro, non so precisamente quando (né se accadrà in questa generazione) arriveremo a considerare la pandemia del 2020 come un colpo di fortuna per l’umanità. Per due ragioni: ci ha colpiti tutti, in tutto il mondo, quanto basta per l’innesco di una profonda riflessione, senza tuttavia costituire un punto di non ritorno; uscirne sarà una cosa lunga: impossibile far finta che nulla sia accaduto e ripartire sulla vecchia strada. Certo, dovremo reimparare a vivere. Proviamo a pensare ai lati positivi immediati, intanto: i nostri volti coperti diventano più erotici, i nostri abbracci più preziosi, un bacio in bocca dà più eccitazione di un rapporto sessuale, una stretta di mano torna ad avere il valore della firma di un notaio e l’essenziale ci riappare davanti agli occhi.

Il Covid-19 è un virus-RNA e dunque ha una capacità di mutazione elevata (circa 30 volte quella dei coronavirus noti). Ciò potrebbe comportare seri problemi. Innanzitutto nel rendere vana la ricerca di un vaccino. Poi per la difficoltà degli organismi a immunizzarsi. I dati, più o meno, sono i seguenti: l’80% delle persone che contrae il virus è asintomatica, il 15-18% presenta disturbi significativi e 1-2% contrae una polmonite mortale. Ci ritroveremo a vivere, dunque, non si sa per quanto tempo, sotto la minaccia costante di una “spada di Damocle”. Nulla è certo. Niente è scontato. Nessuno sa qual è la cosa migliore da fare, in questo momento.

Domenica scorsa, da parte del Presidente del Consiglio ho sentito pronunciare le parole più autentiche che abbia mai ascoltato da un uomo politico: in esse c’erano l’incertezza, appunto, la paura, l’ammissione di impotenza, ma anche il desiderio di provare a reagire senza per questo ignorare o nascondere i rischi: le uniche cose che abbiamo e che possiamo avere. Senza dubbio, nei decreti che si sono susseguiti da marzo a oggi c’erano e ci sono tante contraddizioni e molti difetti: ma chi può arrogarsi il diritto di affermare che in situazione di emergenza e con un puzzle socio-economico di tale complessità avrebbe saputo fare meglio? Certo, alcuni sì: i presuntuosi, i sofisti, i disfattisti, quelli che non aspettano altro se non l’occasione per lanciare la pietra dimentichi dei peccati rimasti sospesi dalla loro parte; coloro per i quali il buon politico è quello scaltro, capace di fare “il culo” al suo rivale. È facile accanirsi contro una scelta fra “cosa non perdere” (le vite o l’economia, i diritti o la sicurezza) e “cosa perdere”, con la certezza che comunque vada qualcosa andrà storto e che ogni vittoria sarà anche innanzitutto una sconfitta. È facile stare “dall’altra parte” e giudicare, in una situazione del genere. È da vili, anche.

Voglio azzardare una previsione, senza autocensurarmi: fra metà maggio e metà giugno avremo un secondo picco, peggiore del primo, forse di molto. (Spero di sbagliarmi). Chi non sa fare altro se non affibbiare colpe, troverà il suo capro espiatorio con facilità, ancora una volta, rigirando la frittata a proprio favore. Cose note, scontate: per tanti individui una piccola vittoria personale conta più di una grande perdita collettiva.

Le uniche via di salvezza, adesso, sarebbero la responsabilità e la collaborazione, a ogni livello: merci troppo rare, purtroppo. Ma non si sa mai, io preferisco sperare a oltranza.

Eppure era tutto banalmente prevedibile. E di questo scriverò domani, spiegando perché il Covid-19, secondo me, è stata una “benedizione” (anche se dovessi essere io stesso una sua vittima).

Bergamo, ore 20:04 – Angela Menchise

Piazza Vecchia è il cuore dei miei ricordi bergamaschi…I colori di quest’alveo storico si susseguono come sprazzi intermittenti su un palcoscenico buio e attendono di riaccendersi non appena le varie fasi del lockdown saranno terminate. La festa del verde, la festa del casoncello, il sapore della polenta e del taleggio dipingono i colori della città orobica, oggigiorno offuscata. La lealtà sincera dei miei colleghi insegnanti infonde calore al mio legame con questa terra per cui ho deciso di riportare lo sfogo del prof. Flavio che ho avuto l’onore di conoscere durante il mio incarico ricoperto in Val Brembana, a Villa D’Almè.

Flavio Moroni, prof. d’Italiano da Dalmine

In questo periodo le persone ci aprono le porte di se stesse per il bisogno di sentirsi

umani. Si porta alla luce quanto un’anima conserva e vive. Tra le tante sfumature

c’è anche il senso di indisponenza tipico dell’uomo, ma a volte represso in nome di

un essere corretti superiore (Costituzione art. 19). Abbiamo bisogno di racconti che

ci conducono nella realtà più concreta, personale, quella che nasce in noi e sta accanto a noi, magari già nei famigliari o appena fuori dalla nostra casa.

Le notizie dei telegiornali riportano quasi sempre le stesse notizie; è come assistere a una specie di corsa sui numeri, se si è fatto meglio o peggio rispetto al giorno prima. Protezione Civile: ansia di sapere quale passo millimetrico in ventiquattr’ore. Pubblicità: si ricordano le regole che sappiamo a memoria, ma, forse, non è sufficiente, perché qualcuno decide fin dall’inizio che è migliore di altri e, pertanto, fa come meglio preferisce.

In realtà la voce intima umana è data con alcuni servizi e in alcuni spazi nei programmi di approfondimento serale. (O della stessa minestra?) La gente deve dirci

quanto sta male e quanta fatica fa per far fronte a questa emergenza che condividiamo

nei caratteri generali, ma qualcuno reagisce in modo differente. Alcuni anziani trovano l’unico conforto nei volontari che portano loro la spesa: una battuta,

il desiderio (non soddisfabile) di fermarli a bere un caffè, condivisione di aspettative o racconti sui figli lontani da casa. E attendono sette giorni per poter replicare la sensazione di sollievo passeggero. Ma se è di questo che necessitano, ci vado volentieri! Un giorno toccherà a me, ma spero che non si ripeta una catastrofe simile.

Personalmente, nel periodo più buio, di sentire canti dai balconi, seppure fatti con buone intenzioni, non ne avevo desiderio. I suoni delle sirene avevano il sopravvento,

assieme alle notizie che conoscenti poco distanti da me se n’erano andati.

Quando vedevo che sullo schermo del cellulare comparivano in chiamata certi numeri, avevo già capito. Perché è quando gli eventi ci toccano nel nostro piccolo,

che riusciamo a comprenderli; quando penetrano nella nostra sfera.

Probabilmente alcuni di noi non sono toccati in famiglia da casi di contagio, ma, come dicevo prima, alcuni caratteri sono centrali. Gli stili di vita stravolti: alzarsi,

fare colazione e iniziare a lavorare da casa stando al pc, fissando uno schermo (anche

del cellulare) che è diventato il nuovo interlocutore. Spesso nelle videoconferenze

con gli alunni, mi sembra di dialogare con il muro che fa rimbalzare la propria eco.

A proposito, una ragazza che si è trasferita in Inghilterra, mi ha riferito che da loro non esiste smart working come lo intendiamo in Italia. Ops. Il nostro lavoro da casa è

remote working, ad esempio, oppure working from home.

(Tra parentesi ma non lo è: non dimentichiamo chi sta continuando a lavorare, rischiando in prima persona per mettere a disposizione le proprie competenze, in

qualsiasi ambito e attività).

Ho la certezza che alcuni dei miei alunni stiano cercando di raggiungere degli obiettivi: stabilire il record interclasse (e condominale, due in uno) di zapping al minuto, chi guarda più puntate di serie tv al giorno, chi raggiunge il livello 999 del videogioco, chi indossa il pigiama più a lungo dopo il risveglio, ecc. Ah, no, la mattina ho programmato conferenze online dalle 9.3. Forse avrei fatto meglio a tenerle nel pomeriggio. Risulto cattivo perché non lascio dormire gli allievi nei giorni

feriali. Eppure qualcuno mi invia delle ricerche veramente ben eseguite e opera un nuovo lavoro di scavo interiore; con alcuni intrattengo scambi di opinione frequenti e

originali. Quanta soddisfazione stanno dando!

Fatto sta che qualcuno vive davvero questo periodo a vacanza piovuta come manna

dal cielo, senza rendersi conto di quanto sta avvenendo e di come dovremo reimpostare i nostri modi di uscire, spostarci, svolgere le attività quotidiane e socializzare. Dovrebbe piovere tutt’altro dal cielo, anche una nevicata impossibile.

In questo momento darebbe un tocco di serenità. Non mi piace, ma cade a pennello: “Le domeniche d’agosto quanta neve che cadrà.”

“Andrà tutto bene.” No. Non è andato e non potrà andare tutto bene: è venuta a mancare gente con cui avevo legami non proprio superficiali, oltre a condividere con

loro collaborazione in attività extra-lavorative. Alcune persone erano di aiuto alla

famiglia. Di certe nutrivo molta stima e non dimenticherò episodi che mi avevano

permesso di sentirmi bene accanto a loro.

Riapertura: sì, anche io desidero camminare oltre il mio giardino senza danneggiare qualcuno. Ho atteso, consapevole che questo blocco fosse una delle strade corrette. Attendo ancora. Chiudere comporta un oscuramento, incentiva la necessità di sfogarsi, far sapere, ma anche di ascoltare e supportare. Ed è per questo che auguro a ognuno di cercare e di trovare il proprio punto di equilibrio, in attesa di riprendere a coltivare i sogni personali e i percorsi collettivi. Rialziamo la testa, guardiamo sempre con fiducia al futuro e supereremo tutto, insieme.

Genzano di Lucania – ore 20,30 – Rocco Di Bono

I numeri giusti: zero contagi e zero morti, per due settimane. Sono quelli che hanno convinto i cinesi a riaprire, a partire dallo scorso 8 aprile, la città di Wuhan (più o meno gli stessi abitanti della Lombardia). Da noi in Italia, invece, non vediamo l’ora di rituffarci nella normalità pre-contagio, con il rischio concreto di fare come nel gioco dell’oca: cadere nel pozzo e ricominciare daccapo. Per capire quanto sia concreto questo rischio basta guardare a quello che sta accadendo in Germania, dove il cosiddetto indice “R0” (che definisce il numero di persone che vengono infettate da ogni ammalato di Covid-19) è ritornato negli ultimi due giorni vicinissimo alla soglia critica di 1 dopo essere sceso fino a 0,7 due settimane fa. «Le persone devono rimanere ancora il più possibile a casa se vogliamo difendere i nostri successi comuni», ha ammonito il direttore del Koch Institut, Lothar Wieler.  La strada più efficace, quindi, non è quella di allentare (per ragioni economiche ritenute prevalenti su quelle sanitarie…) ma di consolidare il regime di restrizione e distanziamento sociale, almeno fino a quando le cifre giuste non saranno le stesse di Wuhan. Altrimenti i numeri del contagio in Italia rischiano di diventare come quelli del lotto: ognuno se li gioca come vuole. E quello di uscire da quest’incubo chiamato coronavirus potrebbe restare a lungo un sogno, come quello della canzone di Carosone…  

Matera, ore 20.00 – Doreen Hagemeister

“Tutta colpa delle stelle!”

Anche oggi la giornata è volata. Mi sto dedicando a un progetto per l’Agenzia Spaziale Italiana, l’ente in cui lavoro, che mi porta via tanto tempo, ma mi dà anche tante soddisfazioni perché non solo richiede impegno ma anche creatività, e io adoro mettermi in gioco. Domani lo consegnerò!

Guardo il calendario: oggi è il 28 aprile. Qua non è soltanto volata la giornata, ma anche il mese e, se vogliamo, l’anno. Sono passati ben 118 giorni del tanto atteso 2020! Sembrava un anno speciale, oltretutto bisestile (che per me rappresenta una curiosità scientifica interessante, che riguarda proprio il tempo – giusto per restare in tema).

Mi ricordo di aver ascoltato qualche previsione per puro divertimento. Considerate che io non credo affatto negli oroscopi, non solo per deformazione professionale ma anche, e soprattutto, per la data del mio compleanno. Il 23 settembre è l’unica data in cui gli oroscopi tedeschi e quelli italiani si differenziano. In Germania appartengo al segno zodiacale della vergine (ed essendo tedesca mi ritengo vergine!), mentre in Italia faccio parte della bilancia. Come posso dare credibilità a qualcosa che si basa sui segni zodiacali ma non li sa neanche definire? Prima della quarantena, quando andavo ancora in macchina a lavoro, mi capitava di ascoltare l’oroscopo giornaliero di Franca Mazzei su Radionorba. In quelle occasioni mi divertivo a sentire le previsioni per entrambi i segni, preferendo in quei momenti, e per ovvi motivi, quello più positivo per me!

A fine 2019 Paolo Fox, il noto astrologo-star della televisione, pronosticò “Un 2020 di crescita”. In fin dei conti non aveva tutti i torti: io, personalmente sono cresciuta… di peso!

Pensate, nella stessa trasmissione parlò anche di un anno “vantaggioso per viaggi e spostamenti, soprattutto tra gennaio e maggio”. Su 118 giorni dall’inizio dell’anno io personalmente ho passato 53 giorni chiusa in casa! Certo, di viaggi mentali ne ho fatti tanti. Per il resto mi sposto tra camera da letto, soggiorno, cucina, camere dei ragazzi e bagni. A volte mi concedo anche escursioni in mezzo alla natura, tra balconi e giardino. Aggiungiamo che i miei viaggi in mansarda e nel garage hanno un sapore di viaggi “avventure nel mondo” alla scoperta di meravigliosi luoghi sconosciuti e di tesori nascosti e oramai dimenticati. Le traversate della strada per buttare la spazzatura completano questo quadro meraviglioso.

Non capisco perché tanta gente lo derida sui social per le sue previsioni. Analizzandole bene come ho fatto qua sopra, non aveva tutti i torti. Per il resto, non dipende mica da lui: è tutta colpa delle stelle!

Villa d’Agri, ore 21:16 – Rosaria Russo

È martedì sera, dopo cena come al solito ho l’abitudine di spegnere le luci del soggiorno, rannicchiarmi sul divano e ascoltare un paio di canzoni mentre la tv è accesa e nessuno la calcola…

Indossare le cuffie e selezionare le mie canzoni preferite mi serve per riconnettermi con me stessa, per capire le sensazioni che dominano il mio animo e per prendere le decisioni migliori poiché per me ,la sera, prima di tutto è fatta di riflessioni profonde ; solo in un secondo momento posso “dare il via” alla mia scioltezza e quindi a rilassarmi con un libro, un film, una serie tv o semplicemente dialogando (virtualmente) insieme ad una mia amica , mettendo a nudo le nostre debolezze per poi trarre la forza proprio da lì. Ho sempre sostenuto che l’animo umano sia così delicato, messo sotto pressione ogni qual volta bisogna cambiare abitudini, soprattutto in questi lunghi mesi… tuttavia, è dannatamente forte e resistente dinnanzi a tutte quelle battaglie che neanche noi uomini, in carne ed ossa, sapevamo di avere.

L’animo umano va nutrito di empatia, solidarietà e genuinità.

Rossella Spiga, martedì 28 aprile

Firenze, ore 22:30

Carla e Francesco hanno quasi 170 anni in due e tutti i giorni, verso le sette, attraversano il giardino per raggiungere figli e nipoti, e chiacchierare insieme a loro sotto il portico. Lei cammina sbilenca e si veste sempre con cura, abbinando i colori. Resta sempre un passo indietro, e chiede sempre conferma di tutto. Vero, Franco? Lui, è alto e dritto come un giunco, porta tutti i giorni la cravatta come mio padre, e guarda sempre dritto negli occhi. Non incespica mai, né nel passo né nella parola. Nei suoi modi si intravede una lontana aristocrazia, una fierezza naturale. Nessuno direbbe mai che è vecchio. Qualche volta mi aggiungo a loro, e io siedo sempre vicino a lui, composta ma presente. C’è un tacito patto tra di noi, perché è come me, curioso e tenace, e vuole argomentare ogni cosa gli capiti a tiro.

Ci siamo promessi di leggere insieme delle poesie, nel suo salotto pieno di vasi e tappeti, senza la televisione, nella grande casa piena di fiori. Io aspetto che smetta di piovere per attraversare il grande giardino, con le poesie di Ungaretti in mano.

Tolve, ore 23:05 Rocco Mentissi

Si legge di tutto sui social, ogni giorno, ognuno di noi dispone di una testata giornalistica: brachilogie e aforismi, sensazionali, taglienti, assordanti, a volte violenti ed anche poco educati. Si ha la vaga sensazione di scendere in una valle di auguri, lacrime e bandiere. Allora penso, ecco qui l’Italia, “terra di santi, poeti, navigatori”, ma anche di bambini capricciosi e piagnucoloni, geni incompresi, intellettualoidi insofferenti e mai paghi, presidenti, allenatori, maestri e critici d’arte, virologi, guide spirituali e padroni intoccabili ma, tratto comune, sempre attaccati ai pantaloni cascanti dello Stato Padre, da cui tutto il bene o tutto il male; da cui, insomma, Tutto, a seconda del proprio stile e piano individuale, credo o professione, anche se nera, perché ha diritto al Tutto anche chi contribuisce con il niente. Lo Stato, umile maggiordomo, ci deve servire, perché lo Stato, ricco sfondato, ci deve sostenere, deve lasciar correre e punire, liberare, credere, cadere, rimbalzare, scomparire e risorgere, a seconda del nostro individuale, personale, singolare, sacro, intoccabile, eccezionale interesse. Vedo sempre più italiani e sempre meno Italia. Sarà che sono scomparsi palle e palloni?

Potenza, ore 23,25 – Antonio Di Stefano

Cinquantesimo giorno. Se c’è una cosa che mi sembra di aver capito in tutta questa storia è che di quello che è accaduto e di quello che accadrà nei prossimi mesi nessuno ha certezza. Abbiamo passato ormai due mesi ad ascoltare luminari della scienza ripetere frasi di buon senso sulla prevenzione della malattia che avrebbe potuto dire il mio salumiere (tra l’altro con meno autorevolezza, ma più efficacia), tutti attenti a non sbilanciarsi troppo per non essere sbugiardati dal luminare successivo. Andiamo avanti per prudenti approssimazioni, eppure ogni giorno ho a che fare con amici e conoscenti che mi spiegano come sarà la vita nei prossimi mesi, in alcuni casi anni, quando durerà l’epidemia e come questa esperienza ci cambierà.

Provo ormai un’insofferenza acuta verso ogni affermazione di sicumera predittiva aliena dal dubbio sull’evolversi della epidemia, sulle ripercussioni nelle nostre esistenze, sulle soluzioni da adottare. Mi annoia l’esercizio di intelligenze finalizzato a specchiarsi reciprocamente avendo a pretesto l’incidente speculativo del covid19.

Sono evidentemente stanco ed esasperato e probabilmente ingiustamente rancoroso.

Mi mancano le cose semplici, senza un perché da spiegare, gli automatismi quotidiani: mia figlia che rincorre l’autobus per andare a scuola, la pausa caffè, il rumore della città.

Provo a sottrarmi in questo gioco allo sperpero di competenze da intrattenimento e chiedo di essere iscritto, per merito e senza usurpare il posto a nessuno, tra quelli che non sanno niente, non capiscono una mazza e aspettano con diligente fiducia che passi la nottata.

Potenza, ore 23:30 – Luca Rando

Le parole ci accompagnano, sono il nostro pane. E con loro la memoria del passato e l’urgenza del presente. Le parole di oggi sono state “angoscia”, “libertà”, “valore”, “natura”, “tempo” in un intreccio di pensieri tra presente e futuro, infanzia ed affetti, desiderio ed abbracci mancati. 

Mi affaccio al balcone e vedo mia moglie tornare stanca dalla spesa.

In casa litigo ferocemente con mio figlio.

L’ira si accumula, la trattengo a stento, la sento tramutarsi in fitte nello stomaco, in spossatezza, angoscia. 

La verità, mi dico. Quale? Tutto relativizzato. Tutto banalizzato..Tutto oggettivo? La facciata dei dati classificata e inscatolata, pronta per essere digerita. L’affermazione e il suo contrario.

Ma il dolore? L’angoscia? La paura della ferita e dell’abbandono? Del buio e della morte? Al di là di tutto questo, fcendo anche finta, aspettando che torni la voglia.

Ma passa per il buio senza paura… 

Potenza, ore 21:04 – Ida Leone

Per non impazzire, mi sono ritagliata 3 momenti tutti miei, nei quali stirare i nervi per ridargli una forma e fingere una normalità che c’era. E non c’è più.

– La mattina, a casa mia, fra le mie cose, sicura che nessuno può disturbarmi. Lavarsi vestirsi truccarsi con cura. Anche se poi non uscirò o al massimo arriverò al giornalaio a 30 mt. dal portone. La rassicurante routine del mio angolo di pace. Da molte settimane metto sempre le stesse cose, una sorta di divisa della quarantena che mi fa sentire a mio agio. Ogni settimana, tutto in lavatrice e via.

  – Fra le 12.00 e 13.30 cucino. Ci metto la massima cura, come se tutto dovesse andare davanti a Sergio Mattarella. Faccio cose buonissime ed elaborate. Un gesto d’amore verso mio padre, che le mangia, e verso di me, che nella cura della chimica alimentare trovo uno spazio di serenità e gioia.

La sera, dopo aver sistemato piatti lavastoviglie piante da innaffiare, sul balcone, mi affaccio a bermi l’aria fresca e far sciogliere in bocca un pezzetto di cioccolato fondente. Nel silenzio quasi perfetto si sentono gli usignoli in amore, un cane lontano e da qualche giorno un rumore metallico, come gli anelli che reggono vele contro l’albero maestro. Chiudo gli occhi e prendo il largo.

Potenza, ore 23:59 – Milena Grassi

“E Pino?” chiede sempre lei
“Arriverà “ le rispondo
Ed è così: ogni sera mascherato, sempre ben sistemato, ultimamente non ha più la barba lunga, e con i suoi eleganti guanti bianchi, arriva.
Lui è una certezza, non ha saltato un giorno nella fase 1 e non ne salterà nessuno nella fase 2.

Io resto a casa

Potenza, ore 1:36 – Pino Paciello

Cose di lavoro.

Era solo una frase buttata lì quando dicevo che ci sono quelli che aspettano (giustamente) la provvidenza dei 600 euro e quelli che fin dal primo giorno di lockdown avevano già intuito che, alla luce della imminente crisi economica, dovevano riadeguare la propria offerta di mercato.

Poi arriva la telefonata di Max e Francesco, costruttori di successo. 

Loro appartengono alla categoria di coloro che si pongono delle domande e soprattutto non hanno remore a farle a chi potrebbe saperne più di loro fuori dal loro campo di azione. 

Mi chiedono come, secondo me, sarebbe cambiata la vita nelle case del futuro. Capisco che è una domanda professionale e che eravamo già calati in un brief.

Per farla breve qui (altrimenti il caporedattore s’incazza), conveniamo che la casa non è più solo dove ci si sarebbe ritirati la sera ma sarebbe presto diventato un posto dove si lavora, si studia e si passa anche il tempo libero. 

E che le tipiche abitazioni di città con difetti come vicini rumorosi, vie con troppo traffico, mancanza di luce naturale o balconi angusti, sarebbero presto diventate obsolete con relativa perdita di valore.

Presto, fatto, piccole modifiche al loro progetto e oggi hanno fatto partire la loro campagna di comunicazione inerente le nuove case che stanno costruendo. 

Io, invece, domani emetto fattura

LE STORIE DEL MARESCIALLO NUNZIOGALLO : LA MANO DEL DIAVOLO

Parte il primo esperimento di video racconto di TOTEM Magazine, Giampiero D’Ecclesiis & Fabio Pappacena vi propongono “LA MANO DEL DIAVOLO” della serie “Le storie del Maresciallo Nunziogallo”, per voi le prime sei puntate, da ascoltare e vedere con calma, un intreccio misterioso si svolge tra le strade del centro storico di Potenza, tra Via Pretoria e la Chiesa di San Michele si muovono ombre inquietanti, si sentono rumori, voci. Presenze oscure? Intrighi di provincia?
Ci penserà il Maresciallo Nunziogallo a svelare gli intrighi.
Chi sono i personaggi che si agitano nella storia? Demoni? Fantasmi? Sogni? Che succede nelle case di campagna dei potenti? Notai, avvocati, politici.
Un giro di ragazze squillo?
Da stasera per voi, su TOTEM Magazine. SEGUITECI , IL MARESCIALLO VI SVELERÀ OGNI SEGRETO

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