CRONACA DI UNA PANDEMIA – ITALIA, 30 APRILE 2020

CRONACA DI UNA PANDEMIA – ITALIA, 30 APRILE 2020

Veronica Menchise, Vigevano, 19:14 – Effetto quarantena

Effetto quarantena di Veronica Menchise

Genzano di Lucania, ore 10:50 – Gianrocco Guerriero

Le ragazze sono “a scuola”. Una ha occupato la cucina e l’altra la camera da letto, o forse il mio studio. Ogni giorno scelgono il luogo dove sistemarsi in base ai capricci della Rete, alla quantità di luce che entra in casa o ai ghiribizzi del caso. Stamattina il divano è libero e mi ci sono piazzato io. Sento la voce di Alexandra che interloquisce con la professoressa di Italiano e di tanto in tanto mi arrivano quelle dei suoi amici. Sembra tutto normale. E allo stesso tempo è tutto così strano… Si va avanti in questo modo. È la ragione dell’esistenza dell’intelligenza umana, quella di risolvere problemi, e di rimodellare la “normalità” in tempi brevi. La immagino, la fatica degli insegnanti. Alcuni amici me la raccontano, senza mai lamentarsi, se non del senso di impotenza che li affligge: sono persone eccezionali, si sentono investite di una missione e si rodono nel dubbio di non riuscire a esplicarla appieno. Quest’ultimo periodo ha confermato la mia idea per cui solo chi agisce in qualità di “missionario” può portare giovamento all’umanità: è il senso in cui intendevo il termine “costruttivista” qualche giorno fa: il mondo contiene solo cose (o meglio, relazioni, dalle quali le cose emergono): i significati dobbiamo inventarceli noi, ed è per questo che abbiamo edificato costruzioni astratte come l’Etica e la Morale.

Aurora vuole tornale a scuola. Poco fa le ho inviato su wa (spesso comunichiamo così, da un piano all’altro, o anche da due stanze diverse sullo stesso piano) la copertina dell’ultimo numero dell’Internazionale che leggo sull’iPad: c’è il disegno di una ragazza che le assomiglia con uno zaino a mo’ di tablet e la scritta “Ci manca la scuola”. Lei me l’ha ripetuto tante volte, negli ultimi due mesi, quella stessa frase. Sono meglio di quanto pensavamo, i nostri ragazzi: non l’avevano perso affatto il bisogno di contatto umano: nati nell’era del virtuale, a loro era già riuscito di incamminarsi sulla via del transumanesimo, ma senza perdere un briciolo di umanità. Noi adulti, invece, dalla tecnologia avevamo assorbito sopratutto il “male”, e adesso i nodi sono saliti al pettine: non riusciamo neanche più a desiderare senza esternare rancore digitale.

Villa d’Agri, ore 11:30 – Nuario Fortunato

LA DECADENZA DEI COSTUMI

Mi sono svegliato leggermente appannato, lo ammetto. Il ritmo cadenzato, per indole, mi si addice in realtà, ma è come se avessi proprio la reattività di un bradipo. Non mi piace. Dopo aver acceso l’alert del lavoro e aver ultimato il piano che saggiamente avevo pianificato, passo ad altro. Una letturina veloce, tv, notiziari. Tra chi occupa l’emiciclo della Camera, chi strilla, chi pontifica, lo scenario che regala la politica italiana non è che sia dei più edificanti onestamente. Il popolo come reagisce? Si adegua?

Hanno ragione gli storici e gli esperti di storiografia quando asseriscono che, nel corso della storia, ieri come oggi, la fine di un popolo sia segnata dalla decadenza dei costumi. Fu così ad esempio per i Romani che, abbandonandosi completamente all’aspetto ludico, goliardico e godereccio del vivere comune e individuale, incapaci di costruire e lottare, portarono in casa i barbari, dapprima per le opere idrauliche, poi per consegnare loro la responsabilità delle battaglie. Il risultato che il tempo riservò loro fu un Imperatore barbaro dopo qualche secolo (Diocleziano) e un inesorabile declino.

Oggi, come allora, poco o nulla è cambiato: non siamo in grado di combattere individualmente e collettivamente perché siamo una società costantemente assistita e in piena tempesta ‘adolescenziale’. La politica cosa fa? Come risponde? Platone diceva che la politica per governare guarda all’economia e oggi, purtroppo, l’economia guarda alla tecnologia e alla scienza. Il dramma è che economia, tecnologia e scienza non hanno anima né sentimenti. La politica dovrebbe averli ma li ha svenduti al propagandismo fanatico da strapazzo.

Mi rattristo leggermente, mi alzo dal divano con fare inquieto. Cerco conforto nello specchio, bevo un sorso d’acqua. Sono amareggiato perché in conclusione credo che soltanto un Paese che ha smarrito il più elementare alfabeto civile possa assistere in silenzio a tutto ciò e subirlo supinamente. Abbiamo avuto la possibilità di affrontare un’ardua prova. Una prova del nove. Ne usciremo migliori? Sicuramente diversi ma, ahimè, migliori non credo. Litigiosi, collerici, supponenti e diffidenti.

Un Paese muore dei tante morti. Arriverà un momento in cui la complessità del mondo reale supererà le competenze specifiche, quelle tecnico-scientifiche. In quel momento si esaurirà anche l’inclinazione tacitiana all’obbedienza e quella stalinista della denuncia. Sarà proprio allora che dovrà ricominciare la politica. Quella vera. Sempre ve ne sia rimasta traccia.

Potenza, ore 16:30 – Claudio Elliott

Solitudine in quarantena minore

Stamattina mi sento solo. In realtà sono davvero solo. Non c’è neanche Thai, che è in giardino; la moglie è andata a lavorare, il figlio maschio è lontano – anche lui per lavoro – e la figlia femmina è a casa sua. Mi viene da riflettere su queste strane espressioni: – Mi è nato un figlio maschio! Mi è nata una figlia femmina!

Cerco di immaginare la stranezza delle lingua italiana ma anche le improbabili situazioni semmai fosse appena nato un figlio femmina o una figlia maschio.

È la solitudine che mi rende così riflessivo. Non ci sono neanche i tre amici della pattuglia: mi hanno abbandonato Andrea, Gianfranco e Giovanni.

Oggi la zona circostante casa mia non è presidiata se non dal silenzio: anche gli uccellini che ormai mi riconoscono da lontano (sanno che li alimento con il becchime ogni mattina) non cinguettano. Forse aspettano. Sì, c’è nell’aria questa sensazione di attesa, come se qualcosa dovesse accadere ma non si sa cosa.

Sulla scrivania mi aspettano i personaggi del mio ultimo romanzo e sono loro a farmi compagnia, mentre la musica di Bach si diffonde dallo stereo. Quindi sono meno solo.

So bene come impiegare il tempo: leggo molto, scrivo non troppo, tra poco preparo il pranzo (oggi pasta e fagioli), faccio giardinaggio (ora che la primavera è esplosa i fiori sorridono e gli alberi fioriscono e le fronde inverdiscono) e mi sento un poco poeta, senza avere mai scritto un verso decente.

Mi domando se i tre della pattuglia, quelli che definisco i miei amici, mi abbiano abbandonato del tutto. E se lo abbiano fatto tutte le pattuglie dislocate lungo la penisola, dato il gran chiasso che si è fatto sulla fase due.  Ho la vaga impressione che la fase uno non sia per niente terminata, ma a chi lo dico?

Poi mi viene l’idea: potrei parlare con la mia solitudine. Oddio, sarebbe una conversazione un poco bizzarra.

– Sai, oggi mi sento solo.

– Io lo sono sempre, per definizione.

– Vorrei parlarti di questa pandemia, della fase uno e della fase due.

– Mi trovo meglio nella prima fase: lì il terreno è più fertile. Ma anche nella folla trovo il mio spazio.

– Nella folla?

– Vuoi dire che non ti sei mai sentito solo anche in un assembramento di persone?

– Beh, ora che mi ci fai pensare.

– Visto? Io posso essere una tremenda condanna o una meravigliosa conquista.

– Sei troppo complicata, solitudine.

– E allora abbandonami.

– Così mi sentirei ancora più solo.

Parma ore 16:00 – Cristina Cogoi
Frammenti di silenzio
Incastonati come gemme preziose
rimasero intrappolati nei pensieri.
Li osservò
Li avrebbe lasciati dov’erano
Finalmente non facevano più male
Finalmente non facevano più rumore
Finalmente non riflettevano più alcuna luce
Solo pace
Solo una profondissima pace

Potenza, ore 17:30, Annamaria

Vorrei poterti abbracciare di nuovo,

sentirti sospirare in un attimo di silenzio,

e sognare insieme sentieri da percorrere.

Fa male tutta questa distanza:

ma se anche tu mi pensi ogni tanto,

quando la luna

insegna alla notte

i segreti dei sogni,

cercami,

io farò lo stesso

anche se non te lo dirò mai.

È diventato il gioco

di chi ama di nascosto

ed è ciò che ci ha legato.

È stato davvero forte.

Troveremo forse il modo

quando tutto sarà finito

per ritrovarci di nuovo?

Asti, ore 18,15 – Carmela Bruscella

Tra un po’ inizierà la fase 2 della pandemia, ci saranno delle aperture e la gente si sta preparando mentalmente. Questo accadrà in tutta Italia ma in Piemonte la situazione è critica, i contagiati e i morti sono ancora parecchi e forse la fase 2 slitterà di qualche settimana. L’emergenza non è ancora passata e dobbiamo avere ancora pazienza. Si comincia comunque a sperare ad un miglioramento, ad una apertura delle restrizioni e penso a coloro che hanno difficoltà economiche che non possono aprire la propria attività che con dignità affrontano questa situazione.

E oggi immersa in questi pensieri, ho voluto fare una passeggiata dopo tanti giorni, anzi più di un mese. Ho deciso di fare quattro passi intorno a casa mia, nel verde, incentivata anche io dalla fase 2 (anche se non c’è ancora). Tutto mi è sembrato diverso, l’erba alta dappertutto da cui spuntavano i papaveri rossi, il sibilo del vento, il rintocco del campanile della chiesa e il rumore dei miei passi. Altre volte avrei sentito il rumore delle auto e delle moto che qui sfrecciano ad alta velocità. Oggi no, i suoni erano diversi e la primavera era rappresentata in tutta la sua bellezza.

Ho visto due donne da lontano e abbiamo cambiato direzione per non incontrarci, ma appena ci siamo incontrate a debita distanza ci siamo guardate e ci siamo salutate, come si fa in montagna.

La mia passeggiata è stata benefica, mi sento meglio e ho voluto scrivere subito su questo diario per congratularmi con lei, la natura, che ogni volta mi regala delle belle emozioni. Allego la foto dei papaveri che in quel campo spiccavano per il loro colore rosso e voglio salutare tutti coloro che scrivono per Totem Magazine.

Potenza ore 21 – Antonio Califano

Assistere al dibattito parlamentare sul Dpcm, è un’esperienza degna di un film di Tarantino, “splatter roccocò”, nuova categoria dell’estetica politica. Prima una notturna occupazione delle aule parlamentari, poi una manfrina sull’utilizzo delle mascherine le cui regole di impiego erano state concordate da tutti nella “capogruppi”, poi il tentativo di impedire a Conte di parlare con provocazioni da bulletti di periferia. Ora fermo restando il diritto a dissentire, io stesso sono convinto (e l’ho detto) dei limiti di questo governo, c’è un problema di decoro che va rispettato. Mai come in questo momento le istituzioni devono essere un esempio, mai come in questo momento dovremmo pensare a come appariamo, se usciamo da questa fase lo facciamo con i nostri comportamenti, con la capacità di controllo, col rispetto reciproco. La comprensibile durezza delle diverse posizioni non può trasformarsi nella volgare sguaiatezza da “manipoli di legionari” che viene rappresentata dalla destra nostrana: Salvini troneggia nel vuoto pneumatico delle idee con Renzi, i Matteo Brothers, una sorta di Gianni e Pinotto della politica italiana, gigioneggiano come se tutto fosse come prima, orientano la propria “recitina” ai sondaggi che gli vengono fatti leggere la mattina, cambiano idea continuamente confidando sulla scarsa memoria di tutti noi. Abbiamo solo due uomini delle istituzioni che trasmettono la serietà e la lucidità necessaria in questo momento terribile, si chiamano Mattarella e Francesco perché hanno alle spalle due forti visioni del mondo. Non è che io mi sia convertito alla realpolitik, ho di sicuro una visione del mondo diversa dalla loro ma riconosco il valore Etico di ciò che rappresentano e con cui è necessario confrontarsi per trovare una strada. Mi consolo con l’ascolto del mio cantautore preferito:

Facciamola finita, venite tutti avanti nuovi protagonisti, politici rampanti,
venite portaborse, ruffiani e mezze calze, feroci conduttori di trasmissioni false
che avete fatto del qualunquismo un arte, coraggio liberisti, buttate giù le carte
tanto ci sarà sempre chi pagherà le spese in questo benedetto, assurdo bel paese.
Non me ne frega niente se anch’ io sono sbagliato, spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato;
coi furbi e i prepotenti da sempre mi balocco e al fin della licenza io non perdono e tocco,
io non perdono, non perdono e tocco!”

Genzano di Lucania – ore 21,00 – Rocco Di Bono

1° Maggio, parliamo di lavoro. Lo facciamo ricordando il 50° anniversario dello Statuto dei Lavoratori, la legge 20 maggio 1970 n. 300, che anche se parzialmente modificata e integrata nel corso di questi decenni, costituisce ancora oggi la disciplina di riferimento per i diritti sindacali e per i rapporti tra lavoratori e impresa. Per arrivarci, un cammino lungo e impervio: l’idea nasce infatti all’inizio degli anni ’50 e viene avanzata per la prima volta dal segretario della CGIL Giuseppe Di Vittorio, per contrastare il clima di intimidazione, se non di repressione, che si respirava nei luoghi di lavoro, soprattutto nei confronti dei lavoratori più impegnati sul fronte sindacale. Agli inizi degli anni ’60, con l’esperienza riformatrice dei governi di centro-sinistra, l’esigenza di riconoscere diritti e garanzie per i lavoratori comincia a incarnarsi in una serie di significativi interventi legislativi (tra questi, la prima legge sui licenziamenti, la n. 604/1966). I tempi ormai sono maturi: su iniziativa del ministro socialista Giacomo Brodolini  e sotto la sapiente guida di Gino Giugni, lo Statuto dei lavoratori viene approvato il 20 maggio del 1970. Una rivoluzione, dal punto di vista sia politico che giuridico: sono affermati e riconosciuti alcuni diritti fondamentali dei lavoratori, come la libertà di opinione e la libertà sindacale, la nullità degli atti discriminatori, la garanzia della stabilità del posto di lavoro, il diritto alla costituzione delle rappresentanze sindacali e all’esercizio dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro. Una rivoluzione che viene accolta, nell’Italia dell’epoca, con entusiasmo o con diffidenza, a seconda del punto di vista di ognuno e che si riflette anche nella musica leggera di quegli anni. Quello dell’Italia moderata e conservatrice è raccontato da Adriano Celentano che, al Festival di Sanremo del 1970, presenta la canzone ‘Chi non lavora non fa l’amore’, che subito viene ribattezzata la “canzone antisciopero” o “canzone crumira” (perfino Il Tempo, quotidiano romano di destra, definisce il testo della canzone ‘una barzelletta reazionario-populista’). La voce dell’altra Italia, che ama il lavoro e rispetta chi fatica, è quella dei New Trolls nella canzone ‘Una miniera’, che è il racconto, con un testo semplice e drammatico, di un incidente sul lavoro. Ieri in una miniera, oggi… 

Matera, ore 19.50 – Doreen Hagemeister

“Nuovi talenti”

Sono giorni che sto lavorando alla realizzazione di un video divulgativo dell’Agenzia Spaziale Italiana per presentare il Centro di Geodesia Spaziale di Matera nel quale lavoro. 

Non ho mai realizzato un video divulgativo e, non vi nascondo, pensavo fosse molto più facile, ma soprattutto non mi aspettavo di dovermici mai cimentare. La quarantena ha cambiato non solo la modalità in cui lavoriamo ma, talvolta, anche i compiti. 

La prima difficoltà che ho incontrato riguardava la limitazione di tempo. Per leggere la mia prima stesura “sintetica” ad alta voce ci ho impiegato poco più di 14 minuti, ma mi erano concessi soltanto 6 minuti. Dopo ore e ore di tagli e rimodulazioni del discorso sono arrivata a 5:57 min di lettura. 

Ieri ho cominciato a registrare. Mia figlia si è offerta a filmarmi. Ho scelto l’angolo più bello del balcone come sfondo, visto che non ho una casa “spaziale”. Ero imbarazzata a parlare davanti alla videocamera e mi “impappinavo” spesso. Inoltre, tra il rumore di macchine, moto e persino di un elicottero (la stradina sotto casa sembrava il Grande Raccordo Anulare di Roma all’ora di punta), nonché il cinguettio molto vivace degli uccellini sul mio pino e, infine, l’alzarsi del vento che ha fatto addirittura volare un cartone vuoto, ci siamo dovute arrendere. 

Da ieri pomeriggio riflettevo su come riprogrammare le riprese ambientandole all’interno della casa. 

Stamattina mio marito mi osservava preoccupato vedendomi parlare con la macchinetta del caffè – stavo ripetendo “il copione”. Gli ho risposto che non è tanto grave se parli con la macchinetta. Il vero problema è se dovesse risponderti! Inoltre, non avete idea quanti scioglilingua si trovano nel linguaggio “spaziale”! Mio figlio, invece, vedendomi vestita in maniera molto più elegante rispetto agli ultimi due mesi, mi chiedeva ridacchiando: “Mamma, stai uscendo?”. 

Ci siamo divertite tantissimo, tra innumerevoli riprese interrotte all’improvviso per le cause più incredibili. La cosa che mi ha stupita è la fantasia con cui ho realizzato scenari inaspettati. Dalle magliette istituzionali alla felpa che riproduce la tuta di Neil Armstrong, da scene con il globo Clementoni in mano a momenti davanti a pareti di vetro o di muro oppure seduta sulle lenzuola “stellari” di mia figlia e, persino, alla sua scrivania che, per l’occasione, è stata ripulita e resa “spaziale”. 

Mia figlia alla ripresa e io come coreografa siamo una coppia spettacolare!

La fortuna non esiste: esiste il momento in cui il talento incontra l’opportunità.” (Seneca) 

Villa d’Agri , ore 19:58 – Rosaria Russo

È l’ultimo giorno del mese di aprile ed è quasi ora di cena, eppure prima di godermi il pasto voglio mandar giù qualcosa…

Dopo giorni e giorni di “reclusione”, oggi pomeriggio sono uscita per compiere varie commissioni. Tra tutte le varie emozioni che stavo vivendo non c’era minimamente l’ombra della libertà. Mentre ero al volante ,con la mia playlist preferita di sottofondo, la mia mente macinava e nel frattempo i miei occhi guardavano i volti delle persone che stavo per incrociare con l’auto, volti divisi in due da una mascherina… per non parlare dei loro stessi sguardi: occhi tristi, colmi di ansia e preoccupazione. Mi domandavo, intanto, quando noi, persone, comunità, potremo riassaporare a trecentosessanta gradi la vera libertà e la vera vita, poiché questa che stiamo “vivendo” si tratta di sopravvivenza. Quando potremo dire addio alle file fuori dai supermercati, alle distanze sociali e alle distanze affettive? È una risposta che nessuno di noi può dare, con tutto ciò, guardiamo il bicchiere sempre mezzo pieno: abbiamo la possibilità di chattare 24 ore su 24 con le persone a cui teniamo di più, senza far avvertire la lontananza, oppure fare una videochiamata con chi abbiamo la necessità di parlare. Ora più che mai, la “vicinanza” deve essere tale. Non importa che sia virtuale, importa che sia con il cuore e il pensiero. Sono fiduciosa, insieme ce la faremo!

Faenza (RA), ore 6:30 – Domenico Marchione
Ho fatto un sogno. Si io ho fatto un sogno e lo ricordo! Un sogno nitido in tutti i suoi particolari. Ho desiderato, ho immaginato, prima che mi addormentassi una pianeta nuovo. Forse in un universo parallelo.
Vicino ho mia figlia che mi stringe forte la mano. Gli amici, pochi, i più cari. I miei genitori, mia sorella e le sue due figlie e suo marito. Sono in una casa di montagna, rustica, fatta con pietre grandi. Un grande terrazzo che si apre a una vista mozzafiato sulle montagne. Passeggio per i boschi; sento ad ogni passo la fatica della salita. Vedo mia figlia che corre felice, curiosa, per quello che vede e per la libertà ritrovata. Un folto e verde prato incolto, fiori dai tanti colori. Il ronzio degli insetti. Prepariamo una grigliata di carne e di verdure, con funghi appena raccolti. Una bottiglia di buon vino rosso, ne annuso il suo aroma. Cantiamo a squarciagola intorno ad un grande fuoco. Poi mi addormento guardando un soffitto di legno, sorretto da una grossa trave. Non ho con me il cellulare. Il tempo sembra essersi fermato. L’armonia la tocco, la respiro. I volti sono rilassati, non indossano mascherine.
Mi vedo seduto su una panca, ho tra le mani un libro. Ha la copertina e le pagine ingiallite dal tempo. Sono poesie. Il sole in faccia acceca, ne apprezzo il calore. Stendo la stuoia sul prato. Sono a petto nudo. Mi lascio riscaldare dai raggi del sole. La mia pelle, pallida, assorbe con avidità quel forte irraggiamento. Mi ri-carico di energia nuova, di vita nuova.
Di colpo mi sveglio, mi guardo intorno è ancora notte.

Potenza, ore 23:10 – Claudia

Ed eccoci all’inizio della fine di questo lockdown che sembra si stia allentando piano piano come una molla. Dopo essere stati compressi, dopo aver relegato le nostre vite nelle nostre case, ecco che forse si scorge un barlume della tanta agognata libertà. Non nego che tanti sono i dubbi e le perplessità nella mia mente, ma più che concentrarmi su quello che sarà voglio fare il punto di ciò che è stato. Una resa dei conti tra me e me o meglio tra me e voi. 

Cosa sono significati per me questi 2 mesi? Cosa ho imparato? Come è stata per me la vita? 

Ho scoperto il valore prezioso di ogni singolo minuto che ho dedicato a me stessa. Pian piano, con la forza dell’abitudine, ho dato un senso a ciò che facevo mettendoci tutto il mio cuore riscoprendo così la bellezza delle piccole cose.

Ho pianto, sì, per la morte di uno dei più cari amici di papà che questo virus ha portato via ingiustamente.

Ma ho anche riso. Ho riso da sola, con mia sorella dopo un bicchiere di vino di troppo, ho riso quando mia madre rimproverava papà perché non sapeva cantare, ho riso con i miei colleghi quando la professoressa continuava a spiegare imperterrita a microfono spento, senza accorgersene.

Ho cucinato, e anche di più rispetto alla consuetudine. Ho indossato il mio grembiule rosso comprato in un negozietto della mia amata Londra con su scritto “I only cook when I drink” e ho impastato, assaporato gusti nuovi, sperimentato nuovi ingredienti.

Ho cantato, in macchina, come sono solita fare. Mentre mi concedevo l’unica uscita della settimana per fare la spesa.

Ho parlato, sempre, con tutti. Mi intrufolavo “silenziosamente” nelle vite degli altri per sentirmi più vicina e non avvertire la loro mancanza.

Ho riscoperto un’amicizia che non è mai andata via, nel mio cuore siamo sempre state legate da un legame indissolubile fin dai tempi dell’asilo.

Ed infine ho ascoltato: ho ascoltato le mie sensazioni, i miei tempi lenti, i miei bisogni, ritrovando esclusivamente in me stessa la forza di andare avanti.

Beh che dire, se questi sono i presupposti per questa nuova fase di questa strana vita io credo che ognuno di noi nel proprio piccolo può fare del suo meglio per renderla speciale.

Potenza, ore 00:00 – Luca Rando

Dal 9 marzo. ultima volta in cui aveva fatto una passeggiata, mio figlio Giulio non era mai uscito. Oggi ha chiesto di scender giù nel portone. Se anche lui inizia, dopo più di 50 giorni in casa senza mai chiedere nemmeno di uscire fuori dalla porta, a chiedere di uscire, vuol dire due cose: che non ce la fa più e che, forse, anche la percezione intorno al virus sta cambiando.

In casa aspettiamo due cose: la nuova ordinanza sugli Esami di Stato, che forse finalmente metterà un punto fermo sulla modalità di svolgimento e punteggi, ed il 4 maggio, non tanto per il “libera tutti”, quanto per vedere come cambierà l’umore, qui in casa e fuori. 

Forse sta arrivando il momento di tagliarsi la barba.

Potenza, ore 0:00 – Claudia Schettini

La giornata è iniziata con il grande Battisti.

“E quasi sempre dietro la collina è il sole”.

Nulla da contestare: stamattina il sole splendeva alto nel cielo, infilandosi tra le tende chiare della stanza da letto. In genere dormo completamente al buio, tende tirate e imposte chiuse. Ma qui non ci sono le imposte e le tende sono color sabbia. Ma questo offre il convento e va bene così. Anzi, in realtà non mi dispiace affatto essere svegliata dalla luce mattutina anche se, quando sono più stanca, infilo la testa sotto il cuscino per cercare di dormicchiare un altro po’. Questi ultimi due giorni mi sentivo particolarmente stanca, gambe pesanti e doloranti e mi sono concessa qualche minuto in più sotto le coperte. Stamattina però ho ripreso la mia routine. Giù dal letto e via a camminare.

Mi sembra di godere di più della natura, dell’aria mite, del tempo a disposizione.

E intanto Lucio continuava :“No non temere, tu non sarai preda dei venti”.

Ecco, forse su questa parte non sono molto d’accordo. Forse la stanchezza ha inciso un po’ sul mio umore e nelle ultime 48 ore ho faticato a trovare il sole, il mio sole. Umore ballerino, un attimo sei su, un attimo dopo vai giù a capofitto, un po’ come le montagne russe. Quando arrivi nel punto più basso, nonostante la luce entri con prepotenza nella stanza, tu proprio non la riesci a vedere. Un po’ come se avessi perennemente degli occhiali da sole scuri…e non li riesci a levare. Ma, al contempo, cerchi di convincerti che il sole c’è, gli devi solo dar tempo di arrivare da te, forse è girato dall’altra parte. Ma sto sole proprio non si vuole girare. E allora inizi a pensare che si, è colpa tua, il sole c’è ma sei tu che non riesci a vederlo.

E intanto la musica ha anche cessato di suonare.

In mattinata a un certo punto mi ritrovo in salone insieme a mio padre. Io (sempre senza sole) intenta a fissare il vuoto. Mio padre che mi fissava mentre fissavo il vuoto. Non ha detto niente, ma anche il silenzio parla. Voleva semplicemente sapere se poteva fare qualcosa per farmi sentire meglio, forse aprire un po’ di più la finestra, magari avrei cominciato ad intravedere qualche raggio di sole.

Poteva essere una buona idea, ma io continuavo ad avere gli occhiali scuri sugli occhi.

Dopo un po’ qualcuno, dall’altro lato del computer, mi ha ricordato di iniziare ad innamorarmi dei miei difetti. Ecco una lente scura è caduta ed ho iniziato a vederci un po’ più chiaro.

E chissà, stasera vado a dormire e poso gli occhiali sul comodino, e magari domattina non me li rimetto. Potrebbe essere un buon inizio.

E anche Lucio ha ricominciato :

“Ma perché tu non ti vuoi azzurra e lucente?”.

Potenza, ore 23:30 – Giampiero D’Ecclesiis

Insofferenza e fastidio.

La sintesi dei sentimenti che mi montano dentro oramai da qualche giorno, man mano che montano i minuetti a base di ipocrisia, le difese di interessi corporativi mascherati da invocazioni del bene comune, sento crescermi dentro una grande ondata di disgusto.

Mi rifugio nella lettura, un cocktail di Checov e Ungaretti che mi porta lontano.

Grandi pianure innevate dietro vetri orlati di gelo, l’odore del te che attende caldo di essere bevuto, il giallo e l’arancio di fiamme in un camino mentre mi danzano attorno versi asciutti e meravigliosi.

Mi scuoto all’improvviso e in televisione appare la gran faccia di tolla di Salvini che cerco di far sparire al fondo di un buon bicchiere di vino rosso.

LE STORIE DEL MARESCIALLO NUNZIOGALLO : LA MANO DEL DIAVOLO

Parte il primo esperimento di video racconto di TOTEM Magazine, Giampiero D’Ecclesiis & Fabio Pappacena vi propongono “LA MANO DEL DIAVOLO” della serie “Le storie del Maresciallo Nunziogallo”, per voi le prime sei puntate, da ascoltare e vedere con calma, un intreccio misterioso si svolge tra le strade del centro storico di Potenza, tra Via Pretoria e la Chiesa di San Michele si muovono ombre inquietanti, si sentono rumori, voci. Presenze oscure? Intrighi di provincia?
Ci penserà il Maresciallo Nunziogallo a svelare gli intrighi.
Chi sono i personaggi che si agitano nella storia? Demoni? Fantasmi? Sogni? Che succede nelle case di campagna dei potenti? Notai, avvocati, politici.
Un giro di ragazze squillo?
Da stasera per voi, su TOTEM Magazine. SEGUITECI , IL MARESCIALLO VI SVELERÀ OGNI SEGRETO

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