Da Potenza a Istanbul, un salto nello specchio

Da Potenza a Istanbul, un salto nello specchio


Tra i vari lavori che puoi fare in Turchia se sei molto anziano c’è quello di vendere i semi da gettare ai piccioni e ai gabbiani.
Sullo sfondo c’è l’antica moschea di Maltepe.

Vende per due lire semi da lanciare ai piccioni,
la vecchia, 
che adesso guarda al sole calante.

Güvercinlere fırlatmak için iki liraya yem satan, 
Eski toprak, 
Şimdi batan güneşe bakıyor.

Roberta Luongo.


Nel luglio del 2016 trovai lavoro in Turchia e contro ogni aspettativa, c’era appena stato il colpo di stato, partii. Istanbul. Dimensioni da capogiro, nel senso proprio letterale: tu giri il capo a 360 gradi e la città continua. È dappertutto. Sul vaporetto che attraversa il Bosforo scrissi un appunto sul tablet: questa città mette a tacere i miei demoni. Che poi non è mica un’idea nuova, l’aveva già pensata Schopenhauer: solo nella contemplazione della bellezza sono presente a me stesso.

Io lavoro con i ragazzi, insegno lingua e cultura italiana e vivere in Turchia ha comportato grandi rinunce, ma la vita doveva evolversi in qualche modo. Questo per dire che si cambia e che si creano nuovi equilibri. Da quando vivo in Turchia sono diventata popolare in Italia. C’è una certa impazienza di capire come sia questa Turchia, che cosa sia, un mondo magico che attrae e intimorisce. Io dico che un paese si può giudicare solo dalle consuetudini della sua popolazione in una determinata epoca.
Questo lo dico da antropologa. Per esempio, qui ci sono delle cose che sono alla portata di tutti, e non dipende dall’economia, il paese infatti è sull’orlo della catastrofe, la moneta è deprezzata e proprio un paio di giorni fa il ministro dell’economia si è dimesso. Io parlo di cose che in Italia significano: okay, sono uno che è arrivato mentre qui sono consuetudini alla portata di tutti come sentire che la gente ti si rivolge con il voi formale, a qualsiasi età e qualsiasi lavoro tu faccia (e in Turchia ci sono lavori davvero curiosi). Vedere che anche la propria auto mezza scassata (ma non tutte le famiglie hanno un’auto) ha diritto ad essere parcheggiata dal personale addetto davanti ai pub. Sapere che anche nella peggiore bettola in cui abiterai è stato pensato il sensore per la luce. Poter comprare il pane a qualsiasi ora del giorno e della notte, vedere la gente che ne lascia quello avanzato in sacchetti appesi qui e lì per chi non può comprarlo. Non è una cosa dell’epoca Covid. È una cosa di sempre.

Qui la rete tra le persone è a maglia stretta e questo determina controllo sociale. Una delle sue ricadute felici (ma ci sono anche quelle infelici) è che le persone stanno attente a ciò che dicono, tendono ad evitare di creare imbarazzi. Anche a scapito della franchezza. Quando mi arrabbio la chiamo ipocrisia ma poi riconosco che è una forma di riservatezza e di timidezza che preserva i cuori.

Non costringermi a spaccarti il cuore dicono i turchi quando stanno proprio per esplodere. Non dicono: offendere, insultarti. Dicono: spaccare il cuore. Questo per dire che se l’Italia non è pizza e mandolino non lo sono neanche gli altri popoli mentre la stampa occidentale sembra trovarci gusto ad etichettare i turchi, a chiuderli in titoli di giornali spaventosi cavalcando l’onda dei pregiudizi.
Faccio un esempio per tutti: la propaganda occidentale contro la Turchia nell’autunno del 2009. Improvvisamente la stampa Europea fa mente locale e dice: toh c’è la guerra in Siria e i turchi fanno le cose brutte. Spoiler: la guerra durava già da nove anni e le parti in causa erano sempre le stesse. Ma andiamo avanti: tra i vari boicottaggi pensati dagli italiani contro i turchi c’era: non comprate più Beko.
Di tutte le frasi di inimicizia e malevolenza che ahimè ho letto, questa è quella che mi ha incuriosita più di tutte: per la sua banalità e per come fosse preoccupante nella sua insensatezza.
Non comprate più niente dai turchi, fateli fuori. Da spaccare il cuore.
E poi attacchi come non entrerete mai in Europa!
Ma signori l’Europa non è un punto d’arrivo. È solo un punto a ovest e la gente comune in Turchia non ci vuole mica entrare eh, in Europa! Dice: eh, poi ci impongono l’euro e facciamo la fine dell’Italia. Ops.

Ieri, il 10 novembre, è caduto l’anniversario della morte di Mustafa Kemal Ataturk. Ogni anno, alle 9,05 il paese si ferma, è solo per un minuto ma c’è grande commozione. Suonano sirene e clacson. A mento in su, con profondo rispetto, la gente si unisce in uno spirito di comunità che mi stupisce ogni volta per questa sua naturalezza.
Senza slogan.

Roberta Luongo

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.