IL DESTINO COME VISIONE DEL POSSIBILE

Andrea Galgano

È tempo che il sasso acconsenta a fiorire,

che l’ansia abbia un cuore che batte.

È tempo che sia tempo.

È tempo.

 

Mi risuonano spesso in mente questi versi del grande poeta Paul Celan, quando mi inoltro nell’esperienza della visione. Lavorare sulla poesia e sullo sguardo, sempre in divenire e mai del tutto appreso, consente di frequentare le linee dello stupore per l’esistente come principio di conoscenza, come ricerca spasmodica e infinita della gioia e dell’amore, come amen, respiro, compimento dell’altro verso il destino.

Il pescatore Schroeder, personaggio dell’Antologia di Spoon River, libro-abisso del 1915 di Edgar Lee Masters, in cui ogni immaginario epitaffio è un dialogo inesausto, raccolto nella parola e nella storia, nel rammarico o rimpianto, nel desiderio e nel rimorso, con la vita e prima ancora con l’esistenza, afferma:

Dico, se c’è qualcosa nell’uomo –

spirito, o coscienza, o soffio di Dio –

che lo renda diverso dai pesci e dai porci,

mi piacerebbe vederlo».

Edgar Lee Masters, allora, ricompone il tempo perduto, preleva i nomi mescolandoli, spingendo la sua immaginazione fino all’estasi prosciugata di un tempo affermato al di qua della morte e al problema della Verità.  E queste anime sono più vivi dei vivi e vedono la propria storia raggrumarsi attorno a un tema, una caratteristica, un destino. Qui, le voci stesse formano una selva, un labirinto, in un insieme corale, ma anche polifonico e irriducibile. Il senso definitivo, a cui pure tutti aspirano, è dubbio: resta un desiderio, una tensione.

Si pensi all’epitaffio di George Gray, spoglia infinita del particolare che ha bisogno di sfrondare la propria gemma di inquietudine per farsi desiderio. È un destino mancato ma che sottende la presenza viva di un punto infiammato:

Molte volte ho studiato

la lapide che mi hanno scolpito:

una barca con vele ammainate, in un porto.

In realtà non è questa la mia destinazione

ma la mia vita.

Perché l’amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno,

il dolore bussò alla mia porta, e io ebbi paura;

l’ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti.

Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita.

Ora so che bisogna alzare le vele

e prendere i venti del destino, dovunque spingano la barca.

Dare un senso alla vita può condurre a follia

ma una vita senza senso è la tortura

dell’inquietudine e del vago desiderio –

è una barca che anela al mare eppure lo teme.

La vita come luogo d’incontro di una visione possibile. Ecco la percezione dell’essere come appuntamento e risposta a un invito, a un incontro, anche nei filamenti tragici e lievi allo stesso tempo, di ciò che è bacio e ferita, altezza e fango, miseria e splendore, rammaglia e instaura completamente il mondo.

Che sia canto o mugugno, lamento e schianto, il dramma frastagliato dell’uomo contemporaneo, alla perenne ricerca di ciò che ricomponga la sua unità perduta e stravolta, è attraversato da una domanda  di autenticità che possa far vivere e non solo esistere, e come il nome possa diventare augurio, profezia e in una parola destino, come Ciàula che scopre la luna, come la domanda di felicità del Caligola di Camus o Pound di fronte a Venezia.

È la strada dell’incontro, l’amore tenuto, che trema, che si stupisce, che germoglia e senza fermarsi dice “tu”, affidandosi, donandosi, conoscendo e affermando così la prima linea fragile dell’essere e del mondo e non buttato addosso come ombra di nulla.

La visione, pertanto, riesce a cogliere il segreto indecifrabile della vita che fiorisce nei petali della polvere e nelle forze invisibili delle vie del vento, nell’alito dell’etere, nei lampi improvvisi dell’anima. E il mistero che rinviene un’apertura ampia oltre il grigiore mortale, oltre l’ansia di una felicità perduta e distrutta, come accordo verso un grande Compimento di breve fiato, come dirà Lyman King:

Forse pensi, viandante,

che il Destino

sia un trabocchetto esterno

che puoi schivare usando

previdenza e saggezza.

Così puoi credere osservando la vita degli altri

come chi, alla maniera di Dio, si piega su un formicaio

e saprebbe evitarne gli ostacoli.

Ma entra nella vita:

e vedrai che il Destino a suo tempo

ti si avvicina in forma della tua immagine allo specchio:

o mentre siedi al focolare, solo,

d’improvviso la sedia accanto a te conterrà

un Ospite

e tu conoscerai quest’ospite,

potrai leggergli il messaggio negli occhi.

Ebbi la fortuna di leggere tempo fa un grande poeta australiano, Les Murray, poeta di illuminazioni e sbandamenti e mi colpì una sua curva fragile e micidiale, che dà vita alla nostra esperienza e pone la poesia a quel livello proprio del cibo e del sesso. Egli parla di interesse, di sorpresa germinante, per così dire, ossia ciò che permette, come ha scritto Fabrizio Sinisi, l’accadimento del mondo, la sua manifestazione o, se vogliamo, il suo segno:

La posta ordinaria dell’altromondo, comunissima,

non timbrata “divina”; nessuno ne rifiuta la consegna.

[…] Viviamo lunghi giorni sotto la sua superficie, respirando aria materiale,

poi qualcosa s’apprende: ci siamo. Silenzio assorto, speciale.

È questo l’interesse, che in un istante spegne i nostri interessi

e solo ne permette la sopravvivenza.

E poi ancora nella profondità fresca dell’Io, il nostro splendore che è lucentezza e che chiede di vivere quelle tracce che lasciamo, per farsi eterne e appartenere a ciò che non ha fine:

È una forma d’amore. Il quotidiano vi splende attraverso,

e attraverso parcelle di tempo. Ma con queste non si mischia; si desta solo per

ogni traccia dell’Amato che v’è in esse.

 

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