CRONACA DI UNA PANDEMIA – ITALIA, 29 MARZO 2020

CRONACA DI UNA PANDEMIA – ITALIA, 29 MARZO 2020

Veronica Menchise, Vigevano, 19:26 – L’altro capo del filo

L’altro capo del filo di Veronica Menchise

Faenza (RA) ore 7:00 – Domenico Marchione
È l’immagine della madonna  in alto nel cielo grigio romano, tra le nuvole, sopra San Pietro. Mentre la tempesta avanza e l’onda virale cerca di affondarci solo davanti la tempesta Papa Francesco, servo di Dio, ha aperto uno spiraglio. Non siamo soli, la preghiera ha prevalso sulla sfiducia, sulla morte. È luce nuova che preannuncia la  rinascita.
La sofferenza dell’uomo, che vive su di se il pianto dei suoi  fratelli, apre alla speranza. Ieri record di guariti, ma l’ottimismo è cauto.
A squarciare il silenzio delle città deserte l’urlo di disperazione di uomini e donne pronti al saccheggio per fame.
Ma oggi noi lucani, piangiamo la morte assurda e prematura del piccolo Diego. Uno strazio.

Potenza, ore: 3:39 – Katia Genovese 

Stasera il sonno fa fatica ad arrivare, mi sono attardata nelle intime chiacchierate con mia sorella, quelle piene d’amore, piene di confidenze, allo stesso tempo colme anche di dubbi e perplessità. 

Poi però quando guardo bene i suoi occhi grandi e vispi, che caratterizzano il volto sin da bambina, ci trovo tutto quello di cui ho bisogno, è letteralmente il mio rifugio. 

E non fa niente se è così tardi, probabilmente l’indomani avrò un cerchio alla testa, che sarà compagno fedele per l’intera giornata. Penserò dunque:” ne è valsa la pena!”. 

Questo cambio d’orario poi complice perfetto per qualche piccolo senso di colpa, la quarantena ha ridimensionato completamente i miei ritmi ferrei.

Però proprio potevano mancare i miei pensieri a seguito di due giornate piuttosto intense. 

In questo tempo mi son sentita attraversata da diverse sensazioni, penso grazie ad esse di aver fatto un viaggio temporale che mi ha permesso di sentire ogni stagione sulla pelle.

Ho avvertito la rinascita simbolo della primavera, nelle parole e nella caratterizzante dignità di Papa Francesco, da tanto non vedevo il colonnato di San Pietro nella sua totalità, perché sempre gremito di persone che si affollavano da ogni parte del mondo, eppure nelle immagini recenti risultava deserto, nonostante ciò era impossibile non percepirne l’umanità incredibilmente vicina, 

(“Nessuno si salva da solo”)

… tutto questo ha restituito la speranza. 

L’estate si fa fatica a riprodurla, perché solitamente si associano ad essa momenti intrinsechi di felicità e spensieratezza, eppure sono tornata indietro nei ricordi fino  a quando ero bambina, arrivando alle interminabili giornate estive quando la scuola era ormai chiusa ed io cercavo ogni diversivo per impiegare il mio tempo nel migliore dei modi. Beh per alcuni versi è un po’ estate anche ora, si è un po’ più costretti, ma continuamente affannati nella ricerca frenetica di qualcosa da fare, per sentirsi in ogni modo attivi.

Mi son sentita autunno dopo aver visto i numeri come da consuetudine in aumento, immagini in tv molto simili a quelle dei giorni precedenti si accavallano come le foglie che caratterizzano la stagione.

È impossibile, poi, non far caso all’inverno che sembra di colpo essersi abbattuto sulla nostra regione, in particolare, ci siamo tutti stretti al dolore che ha tenuto alti i pensieri e la speranza del ritrovamento, in una notte di ricerche. Che si è conclusa in un grande dolore comune. 

Potenza, ore 10:30, Annamaria

Vorrei essere libero come un uomo

come un uomo appena nato che ha di fronte solamente la natura

che cammina dentro un bosco con la gioia di inseguire un’avventura”

Giorgio Gaber

La libertà di potersi muovere da casa,viaggiare, e vedere la primavera fiorire, liberamente, senza preoccupazioni è un desiderio comune a tutti noi oggi. Quando pensiamo al “viaggio” ci vengono in mente posti esotici, avventura e relax. Raramente pensiamo al viaggio come “mentale” perchè,adesso che ci sentiamo come in gabbia, è l’unico viaggio che possiamo fare ed è forse il più meraviglioso e sorprendente. Le nostre difficoltà quotidiane non devono bloccare il flusso dei pensieri e dei desideri. Non dobbiamo arrenderci e accantonare i nostri sogni nel cassetto solo perchè in questo momento non sono realizzabili. Non ci fermiamo e non fermiamo la fantasia,proviamo a viaggiare con la mente e lasciamo che voli libera dove più le piace. “Il viaggio è nella testa” (Jean Baudrillard) perciò,nel frattempo, cerchiamo di tenerla allenata e nutriamola di cose belle.

Io viaggio,scrivo,sogno. E poi ricomincio. Perchè viaggiare è come vivere più vite in un solo corpo. Scrivere significa viaggiare sempre, anche quando il viaggio finisce. Sognare dà forma a nuovi viaggi e nuovi racconti,e viaggio dopo viaggio,racconto dopo racconto, il mondo comincia a cambiare.

Potenza, ore 13:30 – Giampiero D’Ecclesiis

Ritrovarsi. Sono passati 15 giorni di clausura, da ieri sia pur con prudenza e limitandomi al cortile davanti casa ho ripreso a fare un pò di esercizio fisico, ne ho bisogno, in parte perché è una precisa prescrizione che ho ricevuto dopo l’ultimo controllo cardiologico e in parte perché so che mi fa star bene mentalmente.
Non è comodo correre avanti e dietro sotto casa, ma mi è consentito e nonostante la limitatezza degli spazi mi consente di fare quel poco di movimento finalizzato a rimettere in sesto la mia macchina anatomica dopo un periodo troppo lungo di permanenza “in garage”.
In pochi minuti ritrovo il mio ritmo naturale, quello che mi porto dietro da quando ero ragazzino e facevo le gare di mezzofondo:
tam-tam, inspiro-espiro; tam-tam, inspiro-espiro; tam-tam, inspiro-espiro;
Piano piano scompare tutto, case, cortile, marciapiedi, rimane solo il mio respiro e il ritmo dei miei passi.
Mi si svuota la mente.
Mezz’ora, è quello che mi richiede il mio programma di allenamento e quello che in questo momento il mio fisico riesce a darmi, la mezz’ora migliore da un sacco di tempo a questo parte.

Potenza, ore 11:20 – Claudio Elliott

CONFUSIONE DA VIRUS

Diciamo la verità: siamo tutti confusi, smarriti. Impotenti davanti al più piccolo dei nemici. Fu oltre un secolo fa che la pandemia spagnola provocò nel mondo cinquanta milioni di persone, e da allora in poi non si sono verificate epidemie di quella portata.

Questa confusione mentale l’ho constatata di persona stamattina. Dico a mia moglie: – Vado al bagno poi porto a spasso il cane.

Mi fissa preoccupata: – Come hai detto?

Ripeto tutto, e lei mi dice: – No, guarda, hai detto: vado al cane e porto a spasso il bagno.

– Ti pare possibile che abbia detto una sciocchezza del genere?

Troppo tardi mi accorgo di averle lanciato un amo gigantesco, a cui si è subito aggrappata: – Vuoi che ti ripeta solo il dieci per cento di quelle che hai detto nell’ultima settimana?

Non rispondo e comincia, allora la fermo: – Abbi pietà. Ogni tanto sfarfallo.

Ahi, altro amo!

– Ogni tanto? Con l’età ti stai proprio rimbambendo.

– Il fatto, mia cara – e qui c’entra davvero la confusione da virus – il fatto è che sono distratto.

– Eh, con la scusa che pensi ai libri che stai scrivendo o alla scena che devi scrivere più tardi …

La interrompo: – Lo sai che sono distratto. Come quella volta che sono andato al funerale sbagliato porgendo condoglianze a perfetti sconosciuti che tra l’altro stavano celebrando un matrimonio?

– Non si chiama distrazione, ma stupidità – dice la mia dolce metà (e la rima bene ci sta).

– Però mi hai sposato.

– Quella fu stupidità – puntualizza lei, e mi chiedo se si riferisca a me o a lei stessa.

– Ma ora è diverso: con questo virus stiamo in prigione, se usciamo dobbiamo portare un lasciapassare, le notizie dei tiggì sono talmente preoccupanti che ci accorgiamo di essere una nullità, e i pensieri si accavallano nella loro vacuità. Può capitare di avere dei lapsus.

– Portare a spasso il bagno è il più grande lapsus che si è sentito dai tempi di Freud.

Non so cosa dire. Ha ragione: qui non c’entra la distrazione.

Prendo il guinzaglio e scendo in strada col bagno.

Asti ,ore 06,30 – Carmela Bruscella

Ho qui davanti a me il Papa che sta celebrando la messa su RAI1, come ogni mattina in questi giorni di pandemia.

Mi sono svegliata presto, mi capita spesso e anche di notte, ho acceso la televisione per sentire le ultime notizie e ho visto il Papa. L’ho ascoltato, ho sentito il Vangelo che parlava di Lazzaro e di come si sia commosso Gesù alla notizia della sua morte. Papa Francesco ha voluto sottolineare questo aspetto, di Gesù che ha pianto per il suo amico. Nel Vangelo si parla del pianto di Gesù solo due volte, questa e poi quando ha pianto per Gerusalemme. Il paragone con quello che sta succedendo nel mondo è stato logico, il pianto sta diventando un comune denominatore per tante persone che perdono i propri cari. Ora è il tempo del pianto, ha detto il Papa, sono ancora troppe le morti e i contagiati. La sua omelia è terminata così, non c’era più nulla da aggiungere, solo l’invito alla preghiera.

L’ho seguito con piacere e l’altro giorno che l’ho visto in Piazza San Pietro da solo, mi ha emozionato. La sua immagine, lì da solo davanti alla Basilica, con il suono delle sirene della polizia e delle autoambulanze rimarrà nella storia.

Molte persone lo seguono ogni mattina su RAI1, perché c’è bisogno di credere, di aiuto, di rifugiarci nella fede, così labile almeno per me. Aiuta soprattutto le persone anziane e sole, come mia mamma che l’abbiamo isolata al sicuro nel suo alloggio. E’ serena quando vede il Papa, quando sente la parola di Gesù.

Sono sempre rimasta affascinata da questo “personaggio”. E’ stato un rivoluzionario, uno che andava contro corrente. Aiutava gli ultimi e criticava i ricchi, chiusi nel loro egoismo. Le sue parabole sono insegnamenti di vita. Per esempio ha detto “porgi l’altra guancia” ma anche “non dare le perle ai porci” nel senso difenditi da alcune persone. Pillole di saggezza che fanno parte del percorso della mia vita.

E’ indiscusso che Papa Francesco, per il suo modo di essere e di come parla di Gesù, è un punto di riferimento per molte persone che si sentono sole e disperate come se fossero su una zattera in mezzo all’oceano e se questo aiuta la disperazione della gente allora ben venga, in ogni senso.

P.S. mi sono accorta ora che sono le 7,30 e non le 6,30, stanotte hanno cambiato l’ora.

Parma ore 14.27 – Cristina Cogoi

Ventesimo giorno di clausura  e leggo che la categoria più disperata sono i nostri figli che soffrono a stare in casa, quelle case troppo strette, considerate dai più alberghi dove trovano  in molti anche se non tutti , un letto pulito, pasti caldi a qualsiasi ora, luce gas riscaldamento pagati e abiti nuovi, spesso di marca  disponibili negli armadi.

 Ragazzi ostaggi in casa che non possono uscire.

Non possono andare in giro a divertirsi.

Non possono vedere gli amici, i morosi, i meno fortunati,  gli  altri sono stati accolti nelle famiglie con convivenze allargate per l’emergenza. 

Non possono saltare  la scuola, già ora online non hanno scuse.

Non possono fare tardi la sera.

Non possono fare nulla se non all’interno delle loro case.

Che poi se ci penso bene,  io e quelli della mia generazione eravamo segregati in casa anche senza pandemia.

Avevamo rigidi coprifuochi che se sgarravi venivi  punito con botte.

Avevamo orari e minuti contati  in cui ricevere o fare telefonate da telefoni fissi, non cellulari sempre carichi in tasca.

Avevamo discoteche ( se avevi il permesso di andarci al sabato,  se eri stato bravo, se avevi fatto i compiti,  se avevi preso buoni voti ) che chiudevano all’una non che aprivano a quell’ora.

Avevamo misere paghette mensili che ci insegnavano il valore dei soldi quei soldi faticosamente guadagnati dai nostri genitori.

Avevamo famiglie in cui alla sera si cenava alla stessa ora tutti insieme  e tavole senza telefonini come segnaposti.

Avevamo chi ci ascoltava , con idee rigide certo ma ci ascoltava, non che aveva fretta di uscire per tornare tardi alla sera, dando colpa solo al lavoro invece che alla mancanza di voglia di casa. 

Avevamo genitori meno ansiosi meno distratti meno concentrati sull’apparire.

Penso a questo tempo a queste famiglie finalmente riunite.

Penso alla fatica di adattarsi a nuovi ritmi, di stare insieme condividendo spazi troppo stretti non solo fisici ma per lo più mentali e improvvisamente mi ritrovo contenta di essere degli anni sessanta, di avere anticorpi resilienti che in questi giorni da silenti si sono accesi  e mi hanno ricordato l’importanza di certi valori mai persi, ma a volte domati o combattuti .

Penso che non ne usciremo tutti migliori questa sarebbe un’utopia, come non ne usciremo tutti vivi, ma chi lo farà, oltre ad avere culo oltre che ad avere un buon sistema immunitario, sarà colui che in pareti chiuse avrà visto orizzonti, in silenzi forzati opportunità di dialoghi, in distanze precauzionali vicinanze desiderate , in regole e disciplina, liberta’ condivisa, in assenza di baci ed effusioni, valore in ciò che spesso regaliamo e disperdiamo nell’aria.

Quell’aria che oggi e’ più pulita più pura meno carica di metalli pesanti e soprattutto di quel niente che per molti di noi era il suo tutto.

Potenza, ore 2:45 – Nicola Cavallo

Dite quello che volete ma a me … manca il barbiere.

Nel passato era una scocciatura. Rimandavo per giorni. Dicevo a me stesso: “c’è tempo, un giorno in più cosa mai sarà?”. Finché, un giorno, quando qualche mia collega mi diceva: “ma che hai fatto ai capelli, oggi?” capivo che non potevo più sottrarmi al destino.

Da piccolo era peggio. Da piccolo m’annoiavo tremendamente quando mio padre mi portava da Don Vincenzo, il suo barbiere, che era stato quello di mio nonno. L’unica cosa bella che ricordo era quel calendarietto, piccolo, profumato, con il fiocchetto, celato in una bustina opaca intrisa di talco, che una volta trovai nella tasca della giacca di papà. Che cosa meravigliosa … un mondo mi si apriva davanti.

Ora, che a causa di questo forzato isolamento in casa, li senti che crescono, si allungano, iniziano ad intersecarsi fra loro, a cercare strade diverse da quelle lecite, ad aggrovigliarsi come i tuoi pensieri … dopo che hai ascoltato l’ultimo bollettino, ti viene in mente che non ci puoi andare.

Penso al mio barbiere, si … anche a lui … che in questo momento se la vede nera, senza possibilità di lavorare. Forse ha provato a esercitare l’antico mestiere come si faceva una volta, casa per casa, testa per testa. Avrà imparato, lui che parlava del tempo e di politica, ad entrare di nascosto nelle abitazioni a prima mattina, e come … ‘a capera … ad interessarsi dei fatti tuoi, a raccontare quelli degli altri, a riferire: “ne’ , me l’ha detto mio cugino infermiere, quello che lavora al San Carlo. Qui la situazione è seria. Questi… quelli… ci vogliono morti”.

Mi manca di andare nella sua bottega, sedermi nel divanetto, dare uno sguardo alla gazzetta, accomodarmi sulla sedia, farmi fare lo sham…

Si… lo shampoo. Gaber diceva:

“Una brutta giornata

chiuso in casa a pensare

una vita sprecata

non c’è niente da fare

non c’è via di scampo

mah, quasi quasi mi faccio uno shampoo”

Mi manca il barbiere.

Mi manca ascoltare di una politica che non c’è più.

Mi manca quell’inutile parlare del tempo.

Genzano di Lucania , ore 17 — Rocco Di Bono

Come si combatte contro nemici invisibili come virus e batteri? Con tutti i mezzi. Quelli della scienza medica, fondamentali per debellare malattie che oggi sono scomparse o fanno meno paura di ieri. Come il vaiolo, che i latini chiamavano variola e che, a quanto pare, sarebbe stato usato, nel 1763, dall’esercito britannico in America come arma batteriologica per sterminare le tribù indiane dell’Ohio. O come la poliomelite, malattia che avrà una diffusione spaventosa nella prima metà del ‘900: e proprio una epidemia di poliomelite, scoppiata negli Stati Uniti nel 1952 (58.000 contagiati e 3.145 morti, oltre ai 21.000 paralizzati) farà nascere i primi reparti di terapia intensiva. Ma la lotta contro virus e batteri si fa anche con armi non convenzionali, per esempio a colpi di propaganda, con quelli che oggi chiamiamo influencer. Il primo è uno dei miti del rock & roll, quell’Elvis Presley che nel 1956 aveva appena conosciuto il successo con Heartbreak Hotel, canzone destinata ad entrare nella storia della musica: prima di partecipare all’Ed Sullivan Show, Elvis si fa vaccinare contro la polio davanti alle telecamere, contribuendo così alla scomparsa di questa terribile malattia. Per stare ai nostri giorni, la campionessa di scherma Bebe Vio, che ha posato, insieme ad altri atleti paralimpici, per #WinforMeningitis, una campagna per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza della vaccinazione come forma più adeguata di prevenzione. Poi ci sono, ahimè, gli antivaccinisti. Ma contro il virus della stupidità, purtroppo, non c’è cura che tenga.

Potenza, ore 20 – Antonio Califano-

La domenica. Ho sempre odiato questa giornata di vacanza, vacanza viene da vuoto, non si può godere del vuoto. Poi la domenica in questi domiciliari, con il primo giorno di ora legale, mi girano le palle come un elicottero (metafora aeronautica), Quando torno da un viaggio mi chiedono sempre -come è andata la vacanza? Cretini, la vacanza per me è la routine quotidiana, vacanza dal mio essere reale, non viaggiare. Ho dormito fino a tardissimo, poi ho ripreso la mia quotidiana attività di rapporti sociali telefonici con amici che ho sparsi un po’ dappertutto, poi un po’ di social, figli e nipoti via Skype, infine mi sono immerso nella lettura di un libro straordinario che mi ha consigliato un mio coltissimo amico scienziato (altro che certi equini). Si intitola “Il destino di Roma” uno studio interdisciplinare di uno professore universitario americano che si chiama Kyle Harper, profetico, che riguarda molto il nostro tragico quotidiano. Sono 600 pagine, in formato elettronico, devo finirlo per stanotte, quindi vi lascio. Niente è imprevedibile, niente che accade non è già accaduto, basta saper leggere la storia……… poi vi spiego. Anche in reclusione con una giornata a disposizione non riesco a fare tutto quello che la mia testa vorrebbe fare e meno male che il tempo non esiste!

Matera, ore 19:20 – Doreen Hagemeister

“Ora legale”

È di nuovo domenica. Il tempo vola, col senno del poi. Oggi, invece della grigliata domenicale nel giardino, mio marito ha preparato pesce affumicato col BBQ affumicatore.

Lui si è alzato presto, ma a noi l’ora legale ha giocato uno scherzo. Sono andata tardi a letto, e con l’aggiunta dell’ora legale, ovviamente mi sono alzata tardissimo. I ragazzi dormivano ancora. Tutto è slittato, ma non mi sembra abbia grande importanza.

Questa, però, potrebbe essere l’ultima volta che spostiamo le lancette perché il Parlamento Europeo si è detto favorevole a sospendere la convenzione. Spostare le lancette dell’orologio ogni anno a marzo e ottobre serve per sfruttare al massimo le ore di luce a disposizione e ridurre i consumi energetici (“daylight saving time” -DST).

La proposta fu avanzata per la prima volta a Parigi dal politico americano Benjamin Franklin, appassionato di scienza (è l’inventore del parafulmine) nel suo saggio “Un progetto economico per diminuire il costo della luce” (Journal de Paris -1784). Franklin propose di obbligare la popolazione ad alzarsi prima al mattino, sfruttando la luce del sole, con metodi che oggi considereremmo inaccettabili: Tassando le persiane per esempio, razionando le candele, proibendo la circolazione notturna e installando per le vie delle città sveglie rumorose che sparavano colpi di cannone.

Tuttavia, tale proposta venne accolta solo all’inizio dell‘900, secolo della rivoluzione industriale, grazie all’inglese William Willett e, nel 1916, venne attuato non solo nel Regno Unito, ma anche in Italia e in altri paesi di Europa. Dal 1996 fu adottata con un calendario comune in tutta Europa.

L’orario di Greenwich (GMT) nasce soltanto nel 1884, rendendo il meridiano pari a 0, da cui parte il calcolo dei fusi orari. Ma molte nazioni fanno di testa propria: La Terra ruota ogni ora di 15° di longitudine, ma invece dei 24 fusi orari, quelli terrestri attualmente in uso sono ben 39! Per lo stesso motivo, la linea internazionale del cambio di data, una linea immaginaria che taglia il globo terrestre all’altezza del 180° meridiano, è una traccia a zigzag. Viaggiando in direzione ovest si aggiunge un giorno all’orario, caratteristica che Jules Verne sfruttò nel suo romanzo “Il giro del mondo in 80 giorni” per far vincere ai suoi protagonisti la scommessa.

(Fonte: https://lamenteemeravigliosa.it/wp-content/uploads/2017/07/non-perdere-tempo.jpg)

Il tempo resta per me una di quelle curiosità che non comprenderò mai appieno, ma che cercherò di sfruttare a mio vantaggio. Mahatma Gandhi disse: “Voi occidentali, avete l’ora ma non avete mai il tempo.

Tolve ore 21:30 Rocco Mentissi

I pensieri si affollano, si assembrano, loro non rispettano le regole. Gli stati d’animo e i sentimenti si alternano, si combattono, a volte, convivono. Ai numeri dei morti, impersonali fino a ieri, cominciamo ad associare nomi, età, volti, vuoti incolmabili, ricordi lontani, persi in un vago sogno, dove anche tu eri felice, vivo, con gli altri. E tutto senza la possibilità di un estremo saluto, di dire loro, silenziosamente, pubblicamente, con il corpo fermo, le labbra inermi e le lacrime agli occhi: “ ti ho voluto bene e te ne voglio ancora”. La morte oggi, ai vivi, non concede consolazioni. Quando il mondo tace, però, affiora la voce del cuore e sussurra: “ umano, fratelli, ama, perdona, perdonati”. Nella quiete in tempesta, siamo viandanti celeri tra sentieri incerti, inesplorati.

Genzano di Lucania, ore 19:30 – Gianrocco Guerriero

Siamo in fase REM. Fino a non molto tempo fa un sintagma del genere avrebbe avuto un senso univoco, ancorché strano per almeno due ragioni: 1. il numero utilizzato per il verbo “essere”; 2. l’uso della terza persona. Essere in fase REM (Rapid Eye Movement), infatti, vuol dire trovarsi in uno stato di sonno profondo, durante il quale avvengono i sogni più vividi e realistici: non a caso, il colegamento volontà-muscoli si disattiva, altrimenti chissà quante ne combineremmo! Chiarito ciò, è evidente che avrebbe senso scrivere “sono stato in fase REM”, “è in fase REM”, “sono (loro – magari durante un esperimento di neuroscieze) in fase REM”, e così via, utilizzando altri numeri e tempi verbali appropriati. Ma “siamo in fase REM” proprio no, a meno di non trovarci tutti in un film di fantascienza (anche se comincio a dubitare che non sia così).

Eppure, siamo davvero in fase REM, perché da qualche giorno l’acronimo è diventato di pubblico dominio per denotare un’altra cosa: il “reddito di emergenza”. La lotta, ormai è fra la necessità di contenere il contagio attraverso la paralisi (quasi totale) della macchina sociale e il bisogno di riprendere le attività economiche per poter scongiurare una tragedia anche peggiore. Dobbiamo dircelo: molta gente comincia ad aver fame, la fame vera, quella delle guerre, cui voglio evitare di pensare. Gli addetti alla vigilanza che erano davanti alle banche, adesso, in alcuni luoghi del sud (dove il reddito era beh…), si sono spostati davanti ai supermercati. Non lo voglio citare il risultato di una ricerca (solo apparentemente fuori tema) di due sociologhe statunitensi, per non spaventare. Perché il problema è che nella fase REM in cui ci troviamo ora non c’è un meccanismo capace di inibire le azioni. E questo non è un sogno.

Firenze, ore 18 – Rossella Spiga

Stanca

dopo tante notti in cui fatico a prendere sonno e da cui mi risveglio sempre agitata,

questo lungo pomeriggio l’ho passato sola al sole, nel mio giardino, e lì sono crollata con un libro in mano.

Bruna Bianco e Giuseppe Ungaretti si incontrarono sei volte, tra loro l’oceano e cinquant’anni di distanza, e il loro amore eterno ha riempito pagine di poesie.

«Come fuoco che consuma e riaccende», lei si era presentata a un portone vestita di rosso, e i due avevano trovato rifugio in un giardino nascosto della città, per ridere e baciarsi, fino a cadere a terra, intrecciati.

Ho consumato così il pomeriggio, pensando a loro, e a un finale diverso di una storia già scritta.

Scompare a poco a poco, amore, il sole

Ora che sopraggiunge lunga sera.

Con uguale lentezza dello strazio

Farsi lontana vidi la tua luce

Per un non breve nostro separarci.

La tua luce, da “Dialogo” (1966 – 1968), in “Vita d’un uomo. Tutte le poesie”

29.03.2020 – Ore 23:59 – Luca Rando

Al di là della nebbia c’è il sole

h. 9:00

Capita spesso di sentire notizie di disastri e di morti: la guerra, la povertà, i terremoti in parti del mondo lontane. Ma solo quando ci toccano da vicino, quando sono qui, presenti, quei morti, ce ne accorgiamo. Leggo che abbiamo superato la soglia di 10.000 morti. E’ un numero enorme, inimmaginabile. Riusciremo ad essere diversi, a sentire empatia per il mondo, a non dimenticare gli aiuti arrivati da Cina, Cuba, Albania?

h. 13:00

Oltre a tutto il resto ci si è messo anche il cambiamento di orario a fare di questa domenica un giorno falsato, fasullo, uguale a ieri nella quotidianità della casa (contatti con colleghi, alunni, cucina, parole…).

h. 15:00

Al di là della nebbia c’è il sole.

Mi resta nella mente questo endecasillabo, ultimo bagliore della mattina di ieri, quando sono andato in garage a prendere la salsa per la settimana. Ecco. Di tutto quello che faccio in questi giorni mi restano frammenti di paesaggio, una parola ascoltata, una musica, un viso che scompare.

h. 20:30

Cos’è che ci definisce in questi giorni, che svela il nostro “essere uomini” (la nostra essenza per dirla con Heidegger)?

Non so rispondere. Forse non c’è la risposta. O meglio, la risposta sta nella domanda stessa, nell’interrogarci, nell’inquietudine che ci coglie, nel sentimento di vicinanza anche nella lontananza, nel percorso che compiamo per cercare, domani, di essere migliori.

h. 21.40

Al di là della nebbia, oltre quella frattura in cui tutto sembra scomparire, c’è il sole.

Villa d’Agri, ore 23:30 – Antonella Marinelli

Ventesimo giorno rosso. Sotto la betulla a fusto bianco della mia campagna, sedute su grossi massi di fiume, nell’erba un po’ umida e i tuoi piedi sempre nudi. Dicevi che tua madre ti lasciava sin da piccola calpestare i prati svizzerri nei pressi di casa. Tu eri come le Alpi, puntuta e forte. I capelli di pece e un kajal naturale sugli occhi te li tirava fino in oriente. Un sorriso mai mortificato, neanche dall’apparecchio per i denti che ha sferragliato nella tua bocca per tutta l’adolescenza. La tua lealtà un cristallo di quarzo raro.

Non smetterò mai di scriverti, né di raccontarti. Perché la mia vita non sarà più la stessa, perché il ricordo non sempre si può custodire e riporre. Dicevo di quel pomeriggio sotto la betulla. Mi spiegavi come una piccola Montessori che forse a mio figlio bene avrebbe fatto qualche no più deciso con annesso piagnisteo a sirene spiegate. Ma io presuntuosa e convinta dei miei moderni, free e giusti metodi educativi rispondevo stizzita, richiamando qualche studio americano sulla necessità di una educazione più easy. Cazzate. Sto recuperando adesso con i no privativi e la disgraziata punizione della play station sequestrata.

Ti eri imposta dei tempi per la felicità. La tua famiglia si doveva comporre nel breve tempo, perché le tue creature potessero gioire delle tue energie. Ci hai provato a rispettare l’orologio della vita, ma questa volta non era un orologio svizzero e le sue lancette si sono fermate. Non so cosa verrà, ma so cosa non sarebbe stata la mia vita senza il tuo attraversamento.

E in questa notte lunga come tante sai dove sei? Nel trillo del campanello del portone di mamma la domenica a pranzo, quando ti spingevi in casa con quel sorriso che per noi era una religione.

Anima bella, sorella mia.

Pino Paciello 29 marzo – ore 24:00 

Ogni maledetta domenica.

Caro diario, oggi è domenica e, tu lo sai, io odio la domenica. Soprattutto la domenica che comincia legalmente un’ora più tardi. Dopo una settimana di lavoro dovrebbe essere la giornata dedicata al relax e invece ti ritrovi a fare tutto di corsa. Di corsa al Pantano per 10 chilometri, di corsa a comprare i ravioli, di corsa a tavola. Anche il pranzo è veloce perché bisogna arrivare per tempo allo stadio. E vuoi mettere l’ansia? Anche oggi il primato in classifica si è allontanato. All’uscita il traffico è lento, ho promesso a mia moglie che saremmo andati a vedere quel film di cui non ricordo nemmeno il titolo, dubito che riuscirò a vedere gli highlights del gol di Ronaldo. E’ sera, ordiniamo le pizze e finisco sul divano: chissà cosa c’è in TV.


Non me lo auguro ma come sarebbe bello per una volta se ci fosse una causa, un accidente, che ci costringesse a rimanere a casa tutta la giornata senza alcuna possibilità di uscire. Anche con un’ora in meno potrei fare le cose più lentamente, leggere con attenzione quell’articolo che avevo messo da parte, preparare il pranzo con mia moglie magari mettendo su ” I Heard It Trough the Grapevine” di Marvin Gaye. Il pomeriggio, poi, be’, questo non te lo dico. Per cena va bene ordinare la pizza e sperare che su Rai Movie diano ancora una volta “Moulin Rouge” di Baz Luhrmann  dove Nikole Kidman e Ewan McGregory si amano in una improbabile Parigi bohemienne che non esiste nella realtà ma è come tutti i romantici l’hanno sognata. 

Buonanotte.

LE STORIE DEL MARESCIALLO NUNZIOGALLO : LA MANO DEL DIAVOLO

Parte il primo esperimento di video racconto di TOTEM Magazine, Giampiero D’Ecclesiis & Fabio Pappacena vi propongono “LA MANO DEL DIAVOLO” della serie “Le storie del Maresciallo Nunziogallo”, per voi le prime tre puntate, da ascoltare e vedere con calma, un intreccio misterioso si svolge tra le strade del centro storico di Potenza, tra Via Pretoria e la Chiesa di San Michele si muovono ombre inquietanti, si sentono rumori, voci. Presenze oscure? Intrighi di provincia?
Ci penserà il Maresciallo Nunziogallo a svelare gli intrighi.
Chi sono i personaggi che si agitano nella storia? Demoni? Fantasmi? Sogni? Che succede nelle case di campagna dei potenti? Notai, avvocati, politici.
Un giro di ragazze squillo?
Da stasera per voi, su TOTEM Magazine. SEGUITECI , IL MARESCIALLO VI SVELERA’ OGNI SEGRETO

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