CRONACA DI UNA PANDEMIA – ITALIA, 15 APRILE 2020

CRONACA DI UNA PANDEMIA – ITALIA, 15 APRILE 2020

Veronica Menchise, Vigevano, 20:58 – Milano in posa

Milano in posa di Veronica Menchise

Potenza, ore 23:20 – Luca Rando

La parola. Ora solo quella ci salva. Come testimonianza, come carezza, come monito. La aspetto, la offro. Non c’è altro in questa inquietudine quotidiana, in questa notte, in questa burrasca, perché “lì dove c’è il pericolo cresce anche ciò che salva”.

Torino, ore 10 — Piero Bianucci

Lo confesso: in questa clausura, unica arma per ora contro la pandemia, non sono a disagio. Anzi. Cancellati tutti gli impegni pubblici, ho più tempo per i lavori che mi piacciono: leggere e scrivere.​

Ma lo dico con imbarazzo e un immenso senso di colpa perché penso alle ventimila vite che il Covid 19 si è già portato via gettando nella disperazione altrettante famiglie, ai 105 medici e non so quanti infermieri morti per il contagio negli ospedali, all’economia in caduta libera, a tutti quelli che perderanno il lavoro.​

Finora sono stato fortunato, e c’è di che vergognarsene.

Potenza, ore 8:45 – Claudio Elliott

Pesi e misure durante la quarantena

Il nemico numero uno non è il virus: è la bilancia, il sacro totem che molte donne vorrebbero portare nella borsetta e molti uomini nella ventiquattrore ma che, in questo periodo inconsueto, ti osserva indisturbato e negletto, in attesa del giorno della nemesi: la vendetta, si sa, è un piatto che si serve freddo, mentre durante questi giorni prefestivi festivi postfestivi i piatti erano caldi e fumanti. E la bilancia lo sa.

Negli anni scorsi questi erano i giorni della prova costume, per cui il sacro totem non era solo utilizzato con un certo timore ma, come si addice a una divinità, era fatto oggetto di preghiere e invocazioni. E a volte di imprecazioni, seguite da un reverente: – Scusa.

Stiamo in casa, facciamo poco moto, il frigorifero ci fa l’occhiolino ogni volta che gli passiamo vicino e, se lo abbiamo ignorato, ci rifila un calcione negli stinchi per ricordarci la sua esistenza, allora lo salutiamo e facciamo per andare via (non ci indurre in tentazione!) ma lui allunga la maniglia verso la nostra mano che, controvoglia, spalanca la porta del Paradiso con tutte le magnificenze comprate un poco alla volta nelle uscite programmate appunto per fare la spesa: un giorno la carne, un altro la verdura, un altro i formaggi, un altro le birre mentre anche il forno attira la nostra attenzione accendendosi e spegnendosi più volte con una foga che mai avremmo immaginato. Anche se gli diciamo che nei giorni passati non lo abbiamo ignorato per niente, anzi, lui e il compare frigorifero insistono per essere utilizzati pure nei giorni non festivi, comunque non dovete uscire, tanto vale che mangiate.

La bilancia gongola. Nel cassetto del corridoio sento una risatina, so che in casa non c’è nessuno, a parte Thai che però sta russando nella sua cuccia e che, in ogni caso, non ridacchia. Apro con cautela il cassetto e vengo avvolto, in un colpo solo, dal collo alle gambe dalle spire di un serpente giallo. Non ho conoscenze approfondite sui rettili, ma ricordo (mentre cerco di liberarmi dall’abbraccio) che gli unici due che si sono affacciati incautamente dalle nostre parti erano una piccola vipera e una lunga biscia nera. Incautamente perché la prima ha avuto a che fare con mia moglie: è bastato un suo sguardo ed è scappata (la vipera, non la moglie) mentre la biscia ha avuto a che fare con Thai che le abbaiava festosa e scodinzolante; questa reazione l’ha talmente sconvolta che si è ritirata in buon ordine e pare che si sia data alla vta monastica.

Questo affare che mi sta stritolando, invece, è giallo. Cerco di respirare senza farmi prendere dal panico. Riacquisto un poco di dignità e di lucidità: le spire si allargano e mi permettono di avere più o meno il controllo dalla situazione.

Arrivo strisciando in piedi (strisciare stando in piedi è un ossimoro, ma io ci convivo, con gli ossimori) all’interruttore della luce e lo aziono.

Mi compaiono davanti agli occhi alcune tacche e dei numeri sul corpo del serpente giallo, il che mi sembra abbastanza strano, allora mi faccio coraggio e con pollice e indice afferro il corpo dell’immondo rettile e lo scaravento via con un Ah! di soddisfazione.

In questo stesso momento rientra mia moglie: – Ma che fai? Giochi col metro?

Fisso stupìto prima lei poi il metro giallo e cerco di giustificarmi: – Mi ha riso in faccia.

– Questa la devo raccontare, insieme al fatto che parli con i tuoi personaggi e anche con i fiori e con gli alberi.

– Se è per questo, tu parli con la bilancia – dico, giusto per pareggiare i conti.

– Non solo – dice lei, che prende il metro e inizia ad avvolgerlo: – Parlo anche con lui.

Parma ore 6.56 – Cristina Cogoi

Apro gli occhi e stranamente mi accorgo di essere incazzata, incazzata nera.

Al diavolo il virus, l’economia, la pandemia. 

Al diavolo i tamponi, i reagenti finiti, il vaccino che tanto valuterò se fare come tutti i vaccini, influenzale o della meningite 

Al diavolo morire, tanto di qualche cosa si deve morire mica siamo eterni. 

Al diavolo i telegiornali pilotati,  le notizie fuorvianti, la politica che mi fa venire la nausea, la crisi se ci sarà ci penserò.

Al diavolo il bonus di 600 euro che mai vedrò, al diavolo se avrò i soldi per pagare l’affitto, amen tornerò dai mie una soluzione si trova sempre. 

Ora ? Sinceramente senza tanti giri di parole avrei voglia di avere accanto chi dico io e farci l’amore fino a consumarci, come se non ci fosse un domani e poi dopo una doccia tonificante ricominciare come se invece ci fosse concesso ancora un altro giorno. 

Questo vorrei fare, ecco l’ho detto, mica della filosofia, della meditazione, delle congetture, dei pronostici , tanto andrà come e’ già scritto, tanto passerà come è sempre passato tutto, tanto il biglietto comprato è di sola andata comunque che lo vogliamo o no e la fermata e’ sconosciuta a tutti.

Allora tanto vale godersi il viaggio e quando si è sotto il tunnel  tanto vale “ arredarlo” come dicono e illuminarlo con la fantasia e se ne siete privi, ok fatevi da parte  lasciate a chi ne ha di farlo al posto vostro e intanto provate a vivere e se non vi riesce cantate o cucinate ma smettetela di lamentarvi.

Potenza, ore 13:00, Annamaria

Gli sbalzi d’umore oramai scandiscono le mie giornate, è sempre tanto difficile fare i conti con la realtà.

Penso, penso a tante cose fino a non riuscire a smettere di pensare, fino a mettere in dubbio tutto, fino

a non capire più cosa sento. Penso a tutto quello che sta succedendo, non succede mai che me lo

dimentico, al fatto che fuori da casa mia c’è un mondo malato, un mondo che sta soffrendo, persone

che letteralmente non respirano e tutto questo mi fa fare i conti con le mie paure.

Perché la vita un giorno si sveglia e decide che ti deve chiudere in gabbia. Ti spiega, ti racconta che sei

solo una formichina tra la folla e questo sarai sempre.

La vera gabbia però è quella dei miei pensieri, con un po’ di tristezza tra le mani e tanta speranza.

Perché se c’è una cosa che ho imparato della vita, fin da bambina, è che anche dopo le tempeste

peggiori lei ritorna ad essere bellissima sempre, se tu lo vuoi. Se sai coglierne le sfumature, lasciare le

mani alle paure, goderti l’amore, spegnere la mente e vivere qui ed ora.

Villa d’Agri, ore 08:30 – Nuario Fortunato

HI GUYS

‘Hi guys’. Sto sognando o sono i deliri da quarantena? Cerco di aprire gli occhi ma si fa fatica anche a distinguere la luce dal buio. Mi faccio coraggio, guardo l’orario. Sono le 8,30 di un mercoledì qualunque di una settimana qualunque. In questo periodo i giorni sono diventati ‘palindromi’ nelle loro dinamiche.

Mi alzo. Lo avrei fatto comunque da lì a poco per calendarizzare un po’ di impegni di lavoro. La vocina inglese proviene dalla cucina. E’ quella di mia moglie, alle prese con i suoi ragazzi e la didattica a distanza. Cerco di non far rumore, resto lì in silenzio a osservarla e ammirarla. La guardo con estrema fierezza, lei è di spalle.

È così piena di vita e di verve. Mi ha sempre affascinato la sua sconfinata dolcezza, ma ancor più mi hanno sempre affascinato la sua incrollabile determinazione e quella spaventosa forza interiore. Sarebbe capace di resistere a un mare tumultuoso in tempesta, a un branco di lupi, alle macerie. Con orgoglio e dignità. Credo che in tutta la sua vita il pensiero della fuga e della resa non l’abbia mai neanche minimamente sfiorata.

E’ pragmatica, incisiva, taciturna. La corposità delle sue parole e delle sue esternazioni è come la quantità di sale e pepe nelle ricette: quanto basta. Zero retorica, zero smancerie melense, zero artifizi allegorici. Però la sua presenza, apparentemente silenziosa, fa rumore, scuote. È una presenza rassicurante e fortificante. Come quella di un ‘mastino’ mediano per un trequartista anarchico. Un mediano che cuce i reparti, copre le spalle, fa il lavoro sporco, corre per tutti, dà ordine, idee e geometrie. Senza aspettarsi nulla in cambio, senza chiedere nulla in cambio. Un mediano per cui la fatica non è un sacrificio ma un premio. È un’anima buona, pura e nobile in una corazza da generale.

Si accorge di me, mi accoglie con un sorriso. Un piccolo cenno, quasi a chiedermi scusa. Le strizzo l’occhio e sollevo il pollice per farle capire che è tutto ok. Inizia una nuova giornata. Una nuova giornata con lei.

Lei: una donna, una moglie, una lavoratrice impeccabile, un’italiana. Un’italiana vera!

Asti – ore 23,00 – Carmela Bruscella

Stasera c’è vento ad Asti. Sono uscita sul balcone per stendere degli stracci e sono stata avvolta dalla bellezza della natura. Adoro il vento, per me è vita, movimento, musica. Nel buio della notte ho sentito il vibrare delle foglie e ho visto gli alberi ondeggiare. Abito in campagna e da casa mia sento il rombo del fiume che scorre a volte impetuoso. Ho sentito rumori dappertutto, il vento lambiva ogni cosa, ha spostato sedie che erano state sistemate in un angolo, alcuni teli legati allo scooter svolazzavano nei lembi e il ciliegio giapponese, riccamente fiorito con bellissimi petali rosa, sembrava accarezzare l’acero rosso che gli sta accanto. Non si sentiva il verso di nessun uccello notturno che solitamente padroneggiano a quest’ora. Di tanto in tanto si sentivano tonfi e rumori strani, tipici di un film horror, invece per me è stata una magia che mi ha inebriata e mi ha avvolta a tal punto da diventare parte di essa; potrei essere una nuvola che si lascia trasportare dal vento.

Poi il freddo pungente mi ha costretto a rientrare in casa, sono rimasta sul balcone giusto il tempo per memorizzare ogni particolare di questa serata e poterla descrivere qui nel diario. Una serata della quarantena da ricordare.

Potenza, ore 18:00 – Antonio Califano

Come si fa a scrivere un diario giornaliero in giorni che sono tutti uguali tentando di raccontare/si sempre cose diverse? Vi svelo il segreto, che è anche un esercizio utile, naturalmente vale per me: quando non ho niente di nuovo da raccontare, cioè spesso, parto da una riflessione, una frase, una suggestione, un viaggio,un libro. Oggi è la “La società dello spettacolo” di Guy Debord un saggio del 1967: “Più la necessità viene socialmente sognata, più il sogno diviene necessario. Lo spettacolo è il cattivo sogno della moderna società incatenata, che non esprime in definitiva se non il proprio desiderio di dormire. Lo spettacolo è il guardiano di questo sogno”. La spettacolarizzazione del nostro vivere è bella che compiuta (lo era anche prima per la verità) tanto da averci precipitati in una sorta di “Truman Show”, in una realtà che abbiamo difficoltà ad accettare e percepiamo ancora come irreale, in cui il quotidiano è scandito da un continuo dipanarsi di rappresentazioni approssimative. Il punto più alto è “il bollettino del contagio” delle 18, ipnotico, falso come i soldi del monopoli, officiato dai nuovi sacerdoti del presente che ci forniscono dati che, lo sanno anche loro, non rappresentano la fotografia di quello che sta accadendo ma sono sempre la rappresentazione di quello che “il sistema” percepisce possa essere utile a chi ascolta e funzionale a quelli che devono fare le scelte, non per malafede, peggio, per “formazione” scientifica. Io lo so ma rimango incollato al televisore, faccio il tifo per una curva che si abbassa, dimentico i deceduti e penso alla barzelletta finale del film “Io ed Annie”: Un tale va da uno psichiatra e gli dice – dottore, dottore, mio fratello è pazzo, crede di esser una gallina. E il dottore gli fa – perché non l’interna? E lui risponde – e poi a me le uova chi me le fa? E intanto aspettiamo il sequel del film, dal probabile titolo: “La Pandemia parte seconda: la vendetta”.

Genzano di Lucania, ore 18:30 — Gianrocco Guerriero

Mi sento un po’ disadattato, oggi. Forse perché stamattina sono uscito per un’ora: il tempo di prendere un giornale e di sbrigare qualche commissione. In fila davanti al fruttivendolo mi sono sforzato di riconoscere dagli occhi un conoscente che mi aveva salutato. Con il tempo la affinerò, questa capacità, ne sono certo. Senza contare che riusciremo a distinguere gli amici (e non solo loro) dalle mascherine. Molte saranno personalizzate. Già la mia lo è: con l’immagine della Terra e al posto della luna un cuoricino. Me l’ha regalata una sarta che fa cose carine dopo aver appreso del mio desiderio su Facebook. Su questo diario devo averlo già scritto. Qualcuno potrebbe decidere di metterci il nome, sulla propria mascherina, o il logo della propria ditta, le iniziali sue e di chi ama con un cuore in mezzo, una bandiera, un simbolo di partito o della squadra per la quale tifa (a livello emotivo non c’è più molta differenza fra le due entità), oppure un gatto, una barca a vela, un razzo e così via. So già quali mascherine mi irriteranno, quando saremo tutti un’altra volta fuori e un nuovo business (impensabile fino a poco più di un mese fa) avrà invaso il mondo: quelle griffate, che serviranno a dire “io chi sono” e che arriveranno a costare anche mille, diecimila o centomila euro (quelle con diamanti e intarsi in oro). Beh, mi rendo conto che in fondo anch’io, la mia, l’ho scelta per dire “io chi sono”: un abitante del Pianeta.

Pignola, ore 09:30 – Vittoria Smaldone

Mia figlia questa mattina dorme ancora, io faccio colazione mentre leggo le ultime notizie sul Covid-19. A rallegrarmi oggi c’è il canto degli uccellini che spezza il silenzio assordante del quartiere. Il mio cellulare per ora tace ma, a breve, si trasformerà in un piccolo condominio virtuale. Gabriella, mia figlia, riceve moltissime videochiamate. I nonni e gli zii ormai per lei abitano in una scatola che mamma e papà maneggiano più volte al giorno. Quando li vede comparire, ride, si agita, emette dei gridolini. Ma, mi chiedo, cosa accadrà quando li incontrerà? Come reagirà la bimba quando si troverà nuovamente ad essere circondata dalla corte dei parenti? Da più di un mese vede solo me e il suo papà, proprio ora che riconosce i volti ed è più consapevole.

L’unica nota positiva degli arresti domiciliari da quarantena è l’alfabetizzazione digitale dei miei.  Mia madre, refrattaria ad ogni forma di innovazione tecnologica, pur di vedere la nipote, ha imparato ad accedere uno smartphone per videochiamare con WhatsApp. Una novità che ha subito comunicato alle sue amiche, nonne super tec. Mio padre, invece, per assistere alle celebrazioni liturgiche pasquali, ha imparato ad utilizzare YouTube sulla smart tv. Penso a mio nonno, suo padre, che non era andato a scuola ma aveva imparato a leggere da solo per poter decifrare la parola del Signore impressa sui libri sacri. Come cambiano i tempi. Gabriella si sta svegliando, lo smartphone squilla… È la prima videochiamata della giornata!

Matera, 15 aprile, ore 20:10 – Doreen Hagemeister

“Lacrime di coccodrillo”

Oggi mi sono dedicata alla lettura. Quest’anno si celebrano ben due anniversari di Gianni Rodari: sia i 40 anni della morte (14 aprile 1980), sia il centenario della nascita (23 ottobre 1920).

Rodari ha conquistato grandi e piccoli, persone che amano la fantasia e il suo humor, l’assurdo e il surreale, quel modo di vedere le cose un po’ sbilenche, che riesce a far tesoro degli errori ortografici e dei giochi di parole, dal “L’ago di Garda” ai “coccodrilli sapienti”.

Le fiabe sono alleate dell’utopia, non della conservazione. E perciò (…) noi le difendiamo: perché crediamo nel valore educativo dell’utopia, passaggio obbligato dall’accettazione passiva del mondo alla capacità di criticarlo, all’impegno per trasformarlo.

Mi ha colpito profondamente come lui spiega il concetto di fantasia con l’esempio della famosa storia di Newton:

Ora una volta, se è vero quello che raccontano, stava seduto sotto un albero di mele e gli cadde una mela in testa. Un altro al suo posto, avrebbe detto quattro parole poco gentili e si sarebbe cercato un altro albero per stare all’ombra. Invece il signor Newton comincia a domandarsi: e perché quella mela è caduta all’ingiù? … Occorre una grande fantasia, una forte immaginazione per essere un vero scienziato, per immaginare cose che non esistono ancora e scoprirle, per immaginare un mondo migliore di quello in cui viviamo e mettersi a lavorare per costruirlo.

Credo che la fantasia, da cui spesso gli adulti si sono “liberati”, è uno dei motori fondamentali per migliorare il mondo! Poter far anche diventare il sogno realtà.

Viviamo in un mondo inquinato e ora anche malato; in un mondo, dove fin troppo spesso la vita umana vale meno degli interessi economici; in un mondo dove i valori umani tendono a scomparire.

Ma chi si è mai preso la briga e il tempo di fermarsi a guardare e a riflettere? Noi corriamo dalla mattina alla sera, sempre appresso a questo orologio, per adempiere a doveri effimeri. Ci è voluta una pandemia per fermarci!

Io vorrei che nella luna ci si andasse in bicicletta. Per vedere se anche lassù chi va piano non va in fretta

Ci si meraviglia che il pianeta ha ricominciato a respirare, senza l’uomo che lo calpestava e le industrie che lo inquinavano.

Tanta gente non lo sa e dunque non se ne cruccia. La vita la butta via e mangia soltanto la buccia

Mi auguro che l’”esperienza” del Coronavirus abbia aperto gli occhi a tanta gente, altrimenti – per dirlo a mo’ di Rodari – ci saranno “lacrime di coccodrillo” da versare!

Potenza, 0re 23:00 – Claudia Schettini

Una, due, tre, quattro, cinque, sei, sette…cento pecorelle.

Ormai passo le notti a contare le pecore, l’insonnia è tornata a farmi visita.

Ho la testa affollata di pensieri, di idee che da li a poco verranno dimenticate, di programmi da fare per il giorno seguente che, nel 90% dei casi, non riuscirò a rispettare e me ne farò anche un cruccio.

Chissà se la porta della stanza a Roma è rimasta aperta…

Dove avrò messo l’anello con la pietra turchese? E il maglioncino rosa a coste?

Non ricordo come si dice quella parola in francese, forse posso andare a prendere il dizionario e controllare. No meglio di no, poi davvero non mi riaddormento più.

Ma avrò spento il termosifone? L’aria è particolarmente calda.

Spero di avere ancora qualche cialda per il caffè…come farò domattina altrimenti?

Domani devo trovare il tempo per andare al supermercato, ed oltre al tempo anche la voglia. Vediamo, cosa manca in cucina?

Hey Jude, don’t make it bad, take a sad song and make it better…forse se canticchio qualcosina riesco a prender sonno.

Niente.

Sono le 7, sarà meglio che mi alzi. Mi sento un po’ stanca però…ma no, non posso mica rimettermi a dormire a quest’ora. Forse stasera sarò così stanca che finalmente riuscirò a dormire.

Il giorno sembra notte e la notte sembra giorno e ogni giorno è uguale a quello precedente.

Tutti gli sprazzi di ottimismo e positività che ho cercato di mantenere per quasi 40 giorni mi stanno abbandonando. Mi manca la mia normalità. Che normalità non era perché, diciamocelo, la normalità non esiste. Mi manca la mia normale anormalità.

Ma no, non mi posso lasciar trasportare dalla nostalgia e della tristezza, non ora. Se mi abbandono a me stessa non vado da nessuna parte. Resisti, resistiamo, che poi ricorderemo quanto siamo stati forti, quanto siamo statti coraggiosi. E quando ci sentiremo il mondo crollare addosso ricorderemo quella forza che credevamo aver smarrito completamene.

Non so che ore siano. Ma mi fermo, respiro profondamente…e ricomincio:

…And anytime you feel the pain
Hey Jude, refrain
Don’t carry the world upon your shoulders!

Tolve ore 23:00 Rocco Mentissi

Il mattino è clemente, con il suo sole gentile, educato, tiepido, quasi una carezza alla pelle. Apro un libro, mi siedo, il sole si accomoda sulle spalle, lo sento amico, benevolo, la sua luce si fonde con quella che sale dalle parole di Arnold Schönberg: “Al suo più alto livello l’arte si occupa solo di riprodurre la natura interiore”.

O sacro invisibile, che ti ammanti di vesti visibili ma ingannevoli, reali e convenienti soltanto per la mente che oltre non cerca. Oggi da ogni parte si sente parlare di normalità perduta, di surrealtà, ma quanto surrealismo imbottiva ieri i meccanismi di mercato? Quante condizioni disumane accettate come normali, vite lasciate morire nell’insensibilità generale, nel silenzio complice di un’ umanità sempre meno capace di com-passione, affondata nel comfort indolore e smemorato dell’angusto recinto che va dal mio al nostro. Si dice anche che sia scoppiata “la guerra”, eppure credo che una guerra ci fosse già ieri: quella tra i pochi con il coraggio della verità, sognatori che non fanno rumore, e i tanti cosiddetti realisti, abili stregoni che, con il loro carico di carte false, infrangendo le regole comuni, si impongono e dispongono. Guardiamo avanti, è tempo di visioni, il virus ha alterato i segni. La normalità è un concetto, non una realtà.

Potenza, ore 22.30 – Claudia Pace 
La sveglia tardi, la colazione lenta, la musica di radio Italia e poi di nuovo il cuscino morbido, il sole timido, il sonno che fatica ad andarsene.

Ti alzi per la seconda volta, ci riprovi, ti attivi. La scrivania in disordine dal giorno prima, gli evidenziatori aperti, le pagine incolori di un libro in bianco e nero. L’inconfondibile suoneria di Skype, il professore inizia la lezione, i tuoi colleghi presenti ma tutti più lenti.

Pausa. Un caffè al volo, si ricomincia. I minuti passano i compiti non tardano ad arrivare. I saluti.

Il pranzo, la bilancia, i soliti quattro rigatoni al dente, il tgR sempre di sottofondo.

Scappi in giardino, vuoi prendere tutto il sole per te.

Le 18. L’inno di Mameli sul balcone. Forse siamo una delle poche palazzine che continua a sventolare ancora il tricolore. I saluti con i vicini affacciati come te. ‘A domani” “A domani sì, per qualsiasi cosa siamo qui” e chi si muove. C’ è il bollettino ad aspettarti. Papà nasconde i suoi occhi lucidi.

Le 19 e il tuo pilates, la tua “powerhouse” sempre più potente. Ti concentri per ritrovare te stessa in qualche esercizio, ce la puoi fare. Il tuo corpo è attivo ma la mente è vuota . I teaser, il neck pull, lo shoulder bridge. Sei apparentemente forte e concentrata. puoi resistere ancora un po’.

La doccia bollente, non lunghissima perché si sa, l’acqua che scorre alimenta i pensieri. E invece tu devi fermarli per non annegare.

Finalmente le cena, di nuovo la bilancia, tua madre ti sorride.

La sera è dura, vedi nonna e zii in videochiamata. I messaggi sono più intensi, più veloci, tutti connessi, tutti più vicini. “Com’ è andata la giornata?” “Bene, e la tua?” “Bene, che vedi?”

Pieraccioni ti strappa un sorriso. Sei a letto, Ia mente divaga. Non sei stanca abbastanza, non lo sei mai. Ti addormenti lasciando i pensieri appesi ad un filo che lega la mente al cuore.

Sogni ma ormai fatichi persino a ricordarli. Anche l’inconscio è un attimo in stand by, forse si rifiuta. È tutto più lento. Tutto più silenzioso, tutto. La tua comfort zone ringrazia. E di nuovo la sveglia suona e per inerzia ti rialzi, un nuovo giorno è arrivato: c’è il sole, si ricomincia.

Potenza, ore 1:01 – Katia Genovese

È surreale la situazione che ci troviamo a fronteggiare, costretti a questa sorta di grande fratello, in cui i più fortunati non perdono nulla, o quasi, ma sicuramente nessuno ne uscirà illeso nel profondo, il segno indelebile solcato in ognuno diventerà un distintivo.

Quella che ogni giorno ci permette di proseguire con la speranza che sia solo un brutto sogno, da cui l’indomani ci si possa finalmente svegliare e sentire l’eco rimbombante dei tg annunciare: “0 contagiati e 0 decessi”, la stessa notizia ovviamente è auspicabile che si ripeta ancora e ancora. 

Fino a rendere la preziosa e tanto anelata “normalità” del futuro, molto simile, o idealmente uguale a quella che caratterizzava i giorni passati, per intenderci quella di qualche mese fa. 

È paradossale che si guardi al domani, facendo costantemente riferimento ad uno ieri un po’ più remoto. Ed è ancor più incredibile pensare a quanto prima chiunque non si rendesse conto di ciò che realmente avesse in pugno, della ricchezza di cui ognuno nel suo piccolo era artefice e complice.

L’irrequietezza, l’affanno, il bisogno di voler esplorare sempre nuovi confini e andar oltre le colonne d’Ercole è sempre stato un leitmotiv. Insomma l’uomo ha sempre trovato la sua dimora nell’altrove, mai troppo  abituato alla stasi, al contrario mosso dalla leggiadra libertà della scoperta e dell’ignoto, dal movimento vitale, ora vive di calma, si ciba della lenta quotidianità, del sapore della rinascita ed impara che nulla è scontato, ma che tutto è prezioso. Ora che sei fermo, sorridi, apprezza, ama, scruta, sogna, immagina, ma soprattutto vivi attraverso ogni singolo istante colmo della tua più pura essenza e di coloro i quali non si arrendono nell’offrirti sempre un motivo in più in qualsiasi circostanza. 

Potenza 15 marzo – ore 24.00 – Pino Paciello

L’ingresso nella imminente fase 2 fa sì che il dibattito diventi più aspro e meno solidale. Non è più tempo di partecipazione emotiva, ora si tratta di far ripartire la locomotiva e gli schieramenti si ricompongono sulla propria appartenenza politica.

E qui, caro diario, sento di dover fare una piccola confessione: ho un’insana passione per la parte più trash del social. Su tutti quello con i contorni blu. In fondo, ammetto di non essere poi diverso da quelli che inopinatamente passano del tempo sul divano a guardare Uomini e Donne o il GF. Addirittura Vip! (sic).

E’ più forte di me comincio a seguire delle discussioni così disarticolate, a volte addirittura becere, che dico fra me e me: voglio vedere questo stupido dove vuole arrivare. 

Mi guardo bene dall’intervenire a meno che i protagonisti non siano dei campioni del sarcasmo e allora provo a ingaggiare qualche piccola disputa sapendo in partenza di non poter tenere loro testa. 

Poi ci sono i piccoli Demostene, i logografi del 21° secolo, questi sono davvero bravi e lì rimango davvero ammirato. Riescono a piegare sulla loro tesi, con mirabili artifizi retorici, ogni tentativo di ragionamento da parte dei loro interlocutori, incuranti dal proferire a volte delle evidenti sciocchezze. 
Sia chiaro, non c’è nessuno che li paghi, lo fanno così, gratuitamente, direi per devozione verso la causa.
Ora, scusami, devo scappare, c’è uno che dice che il “debito” che stiamo per contrarre non lo dobbiamo restituire. A domani.

Villa d’Agri, ore 23:30 – Antonella Marinelli

La Taverna di Zu Cicco e il sogno di Gianpaolo.

Trentasettesimo giorno rosso. I lucani spesso sono schiacciati nella strana abitudine di considerare lucano e quindi ridotto di potenza tutto ciò che li riguarda. E accade che Maratea sia, per gli abitanti della nostra terra, un semplice lembo di macchia tirrenica secondo i lineamenti geomorfologici della costa. Ma Maratea è un’idea. Maratea è un quadro impressionista del migliore Monet. Quest’estate mentre mi recavo alle Giornate del Cinema Lucano, ho percorso in solitaria i 30 km della SS18 che separano Santa Maria del Cedro da Maratea. Una linea retta di mare alla mia sinistra, finché non sono stata ingoiata da stretti tornanti e montagne lussureggianti. Il sole ancora più alto del Cristo Redentore.

Maratea è stata d’agosto nella mia vita, per undicini anni. Ero sempre ospite della mamma della mia amica Stefania, un’insegnante comasca con i natali moliternesi. Una signora elegante, con le sue perle e le sue raffinate borse in macramè anche in spiaggia. La casa era in centro, in un vicoletto a ridosso della piazzeta del centro storico. Ricordo un pomeriggio al tramonto, una mostra di quadri tra i vicoli e il profumo della parmigiana con le melanzane grigliate. La signora Lina è scomparsa in questi giorni.

Maratea è proprio questo. Una macchia di colore che galvanizza. E lo sa bene chi ha tentato di costruire negli anni questa piccola città del turismo. Cinquemila residenti ma tremila effettivi e sono circa duemila quelli che lavorano nel turismo, tra loro Gianpaolo. Ho conosciuto Gianpaolo a settembre, quando con i miei alunni, in visita all’eurofestival Heroes meet in Maratea, decidemmo di pranzare presso la Taverna di Zu Cicco, tra tavoli che spuntavano nella viuzza di portali innervati di parietaria ed edera e un sottopassaggio a volta che si innestava nel centro abitato. Un posto molto carino e quando a ridosso della fine del pranzo un violento temporale estivo non ci lasciò scampo, i ragazzi trovarono rifugio sotto i grandi tendoni bianchi della Taverna e io raggiunsi Gianpaolo nell’androne del palazzo signorile di Renato. Fu prorio qui, sotto lo scroscio della pioggia battente che Gianpaolo mi raccontò della sua avventura imprenditoriale nel campo della ristorazione partita nel 2012. Anni di grandi sacrifici, notti insonni, sconfitte e ancora a denti stretti verso il successo, fino all’apertura di un secondo locale appena due anni fa, Zu Cicco Bistrot.

E’ da qualche giono che penso a questo giovane imprenditore e gli ho scritto. Quest’anno a causa della pandemia la stagione estiva è già gravemente compromessa, il turismo straniero sarà assente finché non saranno riaperte le frontiere in tutto il mondo, gli italiani hanno disdetto completamente le prenotazioni e inoltre molti non avranno ferie perché costretti a smaltire quelle di questi giorni di confinamento per accedere alla cassa integrazione. Gianpaolo è giustamente preoccupato perché aprire due locali e sostenerne i costi senza clientela, quindi senza lavoro e introiti, è impossibile. E inoltre bisogna tener conto dei dipendenti che forse stanno già vivendo momenti non facili. Insomma Gianpaolo sta valutando di non aprire per questa estate, con tutti i rischi che ciò comporta ed è per questo che ora diventa determinante l’intervento della Regione e dello Stato nello specifico. Non basta la cassa integrazione in deroga, serve un prolungamento, una decisa diminuzione della pressione fiscale, la sospensione degli affitti di locazione, delle tasse, dei mutui e dei tassi di interesse aggiuntivi, insomma questo è il momento degli aiuti concreti per scongiurare uno scenario drammatico per il turismo marateota e lucano più in generale. Il lockdown ha piegato le piccole e microimprese italiane che hanno bisogno non solo di misure adeguate che ne garantiscano la sopravvivenza, ma che ne assicurino anche la ripresa.

Dalla brezza di pino, risalendo dai ginepreti e dalle macchie di mirto, hai portato sulle tavole del centro storico le specialità dell’antica tradizione culinaria marateota. E’ giusto che il tuo sogno continui Gianpaolo.

Potenza, ore 23:30 – Giampiero D’Ecclesiis

Le serate a casa sono bastarde a volte, cerchi di distrarti, di non pensare, di respingere i ricordi, i pensieri, che tornano alla mente la sera come la risacca.
C’è chi ascolta musica, chi vede i film, io questa sera vago tra le cartelle del mio computer inseguendo l’idea di fare un po’ d’ordine, tra le varie cartelle di un archivio di qualche anno fa la solita cartella “senza nome” la apro e tu sei lì.

Siamo insieme al Parco San Antonio La Macchia per una di quelle che tu chiamavi le colazioni, entrambi impugniamo gli oggetti del desiderio, due bei panini con mortadella e provolone e stiamo ridendo.
Mi pare di sentire la tua voce “Uagliò, nun fa ‘u strunz, nun te cantà la messa cu Ninetta!” raccomandandomi di non dir nulla a tua moglie della nostra trasgressione gastronomica.
Ti penso con un po’ di malinconia e inizio a scrivere sul mio solito quadernetto, quello che ti faceva dire “Effess! Uagliò mo a chi haja mette inda a libbretta?”

Appuntamenti
Ci rivedremo in riva la fiume,
dove la corrente si rallenta,
dove si poggia la cicogna a riposare
a metà del suo volo verso il mare.
Ci rivedremo col sole,
mangeremo un panino “omologato”
ci racconteremo i “si dice” del paese
e rideremo come due comari.
Ci rivedremo ancora,
altra vita, altro posto per sognare
ci sono sempre prati da inventare,
ci sono ovunque fiori da piantare,
e città vecchie tutte da cambiare.
Appuntamento alla solita panchina
se faccio tardi tu non borbottare
come al solito ti sei avviato presto
mi aspetti alla panchina senza tempo.

LE STORIE DEL MARESCIALLO NUNZIOGALLO : LA MANO DEL DIAVOLO

Parte il primo esperimento di video racconto di TOTEM Magazine, Giampiero D’Ecclesiis & Fabio Pappacena vi propongono “LA MANO DEL DIAVOLO” della serie “Le storie del Maresciallo Nunziogallo”, per voi le prime sei puntate, da ascoltare e vedere con calma, un intreccio misterioso si svolge tra le strade del centro storico di Potenza, tra Via Pretoria e la Chiesa di San Michele si muovono ombre inquietanti, si sentono rumori, voci. Presenze oscure? Intrighi di provincia?
Ci penserà il Maresciallo Nunziogallo a svelare gli intrighi.
Chi sono i personaggi che si agitano nella storia? Demoni? Fantasmi? Sogni? Che succede nelle case di campagna dei potenti? Notai, avvocati, politici.
Un giro di ragazze squillo?
Da stasera per voi, su TOTEM Magazine. SEGUITECI , IL MARESCIALLO VI SVELERÀ OGNI SEGRETO

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