CRONACA DI UNA PANDEMIA – ITALIA, 11 APRILE 2020

CRONACA DI UNA PANDEMIA – ITALIA, 11 APRILE 2020

Veronica Menchise, Vigevano, 21:26 – “L’esodo”

L’esodo di Veronica Menchise

Potenza, ore 15:44 – Antonio Di Stefano

Fuori gli alberi sono in fiore, prime foglie spuntano, i radi passanti hanno dismesso le giacche pesanti. Mia figlia si rassegna, con un serio rammarico adolescenziale, all’idea che il paltò acquistato a saldo ad inizio marzo potrà finalmente essere indossato solo in autunno.

Non trovo voglia di raccontare altro. Empatizzo con quei bambini che si tappano orecchie ed occhi e sperano alla loro riapertura che il mondo sia diverso.

Solo un’immagine ho piacere di condividere: lungo il tracciato della ferrovia che si vede dalla mia abitazione, stamattina, nel deserto di presenze umane, una donna procedeva inconsueta, osservando in giro, fermandosi di tanto in tanto. Raccoglieva verdure sorte spontanee sui terreni accanto ai binari. Sembrava giovane e portava una giacca rossa che risaltava nettamente nel paesaggio dai colori tenui.

Una cartolina da Shindler list “de noiartri” in tempi di pandemia.

Matera, ore 23:30 – Rossella Spiga

E così la fine?

Antonio Califano, Potenza, 11 Aprile, ore 19

Avrei voluto andare da Ismail, ma non è stato possibile, mi hanno intercettato ad un posto di blocco e non è bastato mostrare il mio foglio di autocertificazione, mi hanno intimato di ritornare a casa. Un ufficiale dei carabinieri, gentilmente ma con decisione, mi ha redarguito e mi ha detto – “professore sta un po’ esagerando, la teniamo d’occhio, troppe fughe anche all’estero, abbiamo tollerato ma ora sta esagerando”. Hanno ragione a volte esagero, poi oggi sono anche un po’ stanco, sarà il primo caldo, questa dolce primavera, un calo di pressione, mi trasferisco sul mio balcone. Forse sono stremata anche dalla serata precedente, prima la conferenza stampa del Presidente Conte poi la visione di “It- parte seconda”, roba per stomaci forti, soprattutto la prima. Ha sbroccato Conte, lo capisco, forse qualche dettaglio non era proprio esatto ma la sostanza si, a me le persone che sbroccano piacciono, non mi fido di quelli che non si incazzano mai o che urlano facendo finta di dare di matto ma si capisce che è una recita. Ce l’aveva con due “soggetti” che io ho proprio antipatici, uno faceva anche una parte importante in It, anzi era proprio It, bravo a gonfiare quei deliziosi palloncini rossi peccato che poi li usava per mangiare i bambini (ma i bambini non li mangiavano i comunisti?….sono proprio confuso oggi). Il sole picchia sul balcone, rientro e mi becco la conferenza stampa della protezione civile in cui ci sono delle strane curve che si alzano, ma non è che si alzino proprio .…..poi si abbassano, insomma delle curve che si alzano e poi si abbassano contemporaneamente, relativamente, roba che Einstein li piglierebbe a calci in culo. E’ troppo anche per una mente elastica come la mia, va a finire che mi incazzo peggio di Conte, mi metto a suonare il sax così non rischio di fare danni…forse, la musica aiuta a trovare la lucidità quando il pensiero s’inceppa.

Matera, ore 23:59 – Maria Domenica Cifarelli

C’è un’aria serena, morbida, rosea. Un leggerissimo fresco che mi riporta sull’erba dei prati. Dal sesto piano riesco a vedere una parte di cielo più ampia e il respiro, qui, mi pare che possa farsi più profondo. Che possa prendere più sogni. Da qui riesco a vedere tutti i balconi del palazzo di fronte. Quei balconi che in sei anni non sono stati mai popolati. Quei balconi le cui finestre restano chiuse anche d’estate. In sei anni non ho intravvisto neanche un frammento degli interni delle case che ho davanti, non ho scorto neanche la curva di una bocca o il colore dei capelli che danno forma e colorano quelle mura. E così il piccolo giardino che unisce i due palazzi. Ieri, però, qualcosa è successa.

Come di consueto, dopo lavoro, esco in balcone. Mi guardo intorno: in alto mi cattura il cinguettio di qualche uccellino, a sinistra il mio orizzonte, il luogo dove si sono annidati desideri, angosce, nostalgie, visioni di futuro, decisioni mai prese e dove ho collezionato i più bei tramonti. All’improvviso l’itinerario di questo viaggio visivo subisce un improvviso cambio di rotta.

Uno stupore, “un miracolo” penso. Per la prima volta, in sei anni, il giardino ha preso vita. Sull’erba un po’ soleggiata e in parte all’ombra una signora vestita di scuro agita in mano una chitarra giocattolo, di quelle tutte colorate che a San Rocco si trovano sulle bancarelle, difronte la nipotina che con il suo vestitino fiorito riequilibra quei toni marroni e che balla con lo stesso ritmo delle braccia della nonna. Nella parte di prato meno esposta una donna in tuta bianca su un tappetino da yoga viola, “vieni qui” dice al suo bambino che con un gioco tra le dita corre via sul camminamento in cemento. Più in là due ragazze, che potrebbero avere la mia età, con le gambe incrociate sull’edera leggono un libro, “saranno due studentesse” penso. Ma perché non le ho mai incrociate? Quindi, qui ci non abitano solo anziani? E nello scorcio più riscaldato dalla luce una donna anziana seduta su una sedia in vimini, mi sembra che una uguale fosse in casa di mia nonna, ma forse mi sbaglio. Di sedie così son piene le case di tutte le nonne. È la scena più bella e commovente di questi giorni. Ho provato una gioia che ha dilatato la bellezza che abita la mia mente: quelle figure messe lì come bambole, paiono, dal mio sesto piano, un quadro di Seurat. Uno sprazzo di colori su un opaco senso di nostalgia mi invade.

Dopo qualche minuto penso a queste mie emozioni e mi stupisce che per sei anni quello stesso spazio non sia mai stato così vivace. Che non sia mai stato vissuto. E penso a quanto nella mia vita, prima di Milano, abbia praticato l’invasione degli spazi comuni, l’appropriarsi delle strade, l’ispezione degli angoli vicini. Il vicinato come luogo meno estraneo. Ho passato buona parte della mia infanzia e adolescenza a distribuire fra i vicini il cibo che mamma preparava in abbondanza. È sempre stata una consuetudine senza scopo, gratuita. E adesso mi sembra poetica.

Perché non ho replicato quella buona pratica qui? Perché non mi è mancato il vicinato? Perché non ho sentito il bisogno di vivere gli spazi comuni del condominio in cui vivo?

Forse è proprio vero che l’isolamento e la riflessione facciano emergere l’essenza di noi. Rendono cristallino quanto abbiamo coltivato e quanto invece abbiamo contribuito a far appassire. Quella tavolozza verde macchiata di puntini colorati mi squarcia dentro e ora è chiarissimo che la scarsità è la nostra più grande risorsa. Quando non si ha molto è necessario creare, ingegnarsi. Necessario per rispondere a una situazione inedita, per superare una criticità o semplicemente per sentirsi appagati in un contesto che offre poco. La scarsità presuppone reattività. Farsi avanti. L’abbondanza mi ha sempre confusa, a partire dallo scegliere fra il menù. E adesso ci dimostra quanto la sua presenza ci renda passivi: se non mi piace dove sto c’è sempre un altrove dove andare. E perché invece non cerco di fare qualcosa per migliorare “dove sto”? Chiusi nei nostri appartamenti, cominciamo a pensare come renderli più belli, ci affacciamo dal balcone di casa e sorridiamo ai vicini. Mostriamo finalmente le curve delle nostre bocche, i colori dei nostri capelli. Cominciamo a cantare insieme. Recuperiamo dai cassetti remoti della nostra anima strati profondi della nostra umanità.

La straordinarietà fa esplodere la normalità.

Straordinario è ora parlare col vicino, andare in giardino, i suoni che ridono, le voci che discutono, le urla dei bambini, il cinguettio degli uccelli, il rumore dei piatti, l’aspirapolvere, la chitarra, la TV accesa.

La gente ha cominciato a tenere le finestre aperte e il fragore e i colori che, con forza, da lì escono spalancano l’umanità che mia madre mi ha vestito di normalità.

E oggi, per la prima volta in sei anni, dal mio sesto piano, ho preparato del pane e lo porterò ai vicini.

Matera, ore 20:20 – Doreen Hagemeister

“Rosso di sera”

Oggi una giornata piena di lavori. Mentre sto rivoluzionando la mansarda (che dal trasloco di meno di due anni fa è diventata il ripostiglio per tutte le cose pensabili e inimmaginabili), approfitto per tirare fuori le decorazioni di Pasqua, gelosamente conservate per l’occasione. Alcune cose create dai ragazzi come lavoretti di scuola, altre invece ereditate dai miei genitori che mi riportano all’infanzia. Più tardi vado a preparare il dolce per domani, mentre mia figlia ha deciso di farci assaggiare domani il suo gelato alla stracciatella.

La giornata di oggi era bellissima, il sole e gli uccellini sembravano voler annunciare che domani è festa! Anche stasera il clima è ancora mite e ho appena ammirato un tramonto mozzafiato.

Rosso di sera, bel tempo si spera!

Ero completamente assorta nei colori del tramonto, mentre i pensieri viaggiavano. Ma purtroppo anche oggi, come fin troppo spesso nell’ultimo periodo, mi sono arrivate notizie brutte da amici. Questa volta non collegate al Coronavirus. Ma la perdita delle persone care in un periodo così, che non permette un ultimo saluto, che non permette di andare a far visita a chi sta male, che non permette la compagnia soltanto perché quella persona ha la sfortuna di essersi ammalato in un periodo di pandemia, lo ritengo tristemente disumano! Mi rendo conto che ci sono tanti dolori in questo periodo, che prescindono dal “semplice” virus, problemi a livello umano. Per primo la solitudine! E tu, amica, non puoi andare dai tuoi amici a essergli di conforto. Rimane solo il telefono. Mi sento impotente.

Non dimenticare: i bei tramonti hanno bisogno di cieli nuvolosi.” (Paulo Coelho)

I miei occhi tornano ad ammirare il tramonto: “Rosso di sera”. Tutto nella mia mente assume una sfumatura diversa. Penso agli amici, soli nel loro dolore. Penso a coloro che non ci sono più. Penso a mia mamma e mio papà, e cerco un segno nel cielo, un loro “segnale” tra i bagliori rossi.

Mi sento particolarmente in sintonia con questo tramonto. Il tramonto di una giornata, il tramonto di due vite, ma anche il rosso del sole. La speranza! Io voglio continuare a credere che tutto vada per il meglio. Non voglio perdere la speranza. Il cielo è passato da un arancione tenue a un rosso acceso. Vorrà pur dire qualcosa, no?!

Ora vado, insieme ai ragazzi, a colorare le uova di Pasqua, come vuole la tradizione tedesca. E certamente ce ne saranno di rosse! “Bel tempo si spera!”

Potenza, ore 22:30 – Giampiero D’Ecclesiis

Mi è piaciuto molto il pezzo di Doreen Hagemeister, mi sono specchiato, e le ho mandato una mail con le mie impressioni.

Magari ieri sera non ho guardato il suo stesso tramonto ma di certo ricordo che verso mezzanotte non riuscendo a prendere sonno sono uscito sul balcone e ho guardato il cielo.

Era sereno e da un lato la mia casa si affaccia sulla valle del Basento, non c’è troppa illuminazione e il cielo notturno è abbastanza visibile. Sono rimasto lì per un po’, faceva fresco, ma nonostante tutto ho resistito.
Mi sono venute in mente molte delle cose che sono venute in mente a Doreen, anche io non vedo mia madre da molte settimane, così come i miei fratelli, e molti amici di cui piango la scomparsa da lontano senza avere avuto il conforto di un abbraccio, senza averli potuti accompagnare nell’ultimo viaggio.

Allora mi sono ricordato della giornata appena trascorsa con il compleanno di mia figlia: 18 anni, l’età della speranza, dell’immortalità, della giovinezza che esplode spensierata.

Mi sono ricordato di quando l’ho abbracciata, non lo facevo da tanto per colpa di questo maledetto virus, ne avevo bisogno, e quando l’ho fatto ho capito che ne aveva bisogno anche lei, ho pensato lucidamente “Passerà, deve passare”, il ricordo dei suoi occhi azzurri che mi guardavano pieni di affetto ha attenuato il dispiacere ed è sbocciato come una margherita.
La margherita è il fiore più determinato del prato, ogni mattina si apre e ogni sera si chiude, se lo schiacci si rialza, cerca il sole incessantemente tutto il giorno.
La mia speranza è come quella margherita, dall’aspetto fragile, ma determinata a cercare il sole della vita. Sempre.

Ed ecco qua, ho scritto la mia risposta a Doreen e man mano che scrivevo mi sono reso conto che il frammento che avevo già preparato per la “cronaca” di oggi era carta straccia e che il testo della mia mail sarebbe diventata la mia cronaca.

Potenza, ore 20:40 – Claudia Schettini

Produttività.

Dovere.

Obbligo.

Parole che mi hanno sempre contraddistinta. Parole con cui mi sono sempre identificata. In una giornata di 24 ore non ci si può permettere di sprecare nemmeno un secondo. Leggi, sottolinea, ripeti, leggi, sottolinea, ripeti, leggi, sottolinea, ripeti…si è incantato il disco.

Giorno “non so più nemmeno io” di quarantena: produttività inesistente, concentrazione sotto i piedi e voglia di fare solo cose che mi possano giovare e provocare quel minimo di piacere e benessere che, di questi tempi, non può che far bene.

Non mi riconosco. Davvero posso permettermelo?

Apro gli occhi e intravedo i raggi del sole che irradiano il prato verde.

Mi alzo silenziosamente, preparo il caffè e mi rimetto sotto le coperte, sorseggiando la mia dose di energia mattutina e leggendo le prime pagine di un nuovo libro, “Machines like me” (titolo calzante direi).

Scendo in giardino e inizio la lezione di yoga.

Namasté. Finita l’ora di meditazione.

Decido di rimanere stesa ancora un po’ sul tappetino e godere del sole che un Aprile strano e silenzioso ci sta regalando.

Voglio prendermela con calma oggi, al diavolo la produttività.

Il mondo è sospeso e, per una volta, voglio sentirmi sospesa anche io.

Sospesa nella leggerezza dei pensieri.

Sospesa nella purezza della natura.

Sospesa nella sorpresa di sostituire il piacere al dovere.

Potenza, ore 21:00, Annamaria

In questo tempo sospeso pensiamoci come delle piccole piantine che se ne stanno al sole aspettando che qualcosa succeda, che sia il nostro momento per germogliare e tornare a fruttare come la vita reclama.

È vero, la vita sa essere spietata ma contempla sempre la possibilità di tornare a noi, sa essere insolente, sa opporsi puntuale quando ci verrebbe da dire “perché proprio adesso”? Eppure, con la stessa puntualità, magicamente ci ripaga, lasciandoci smarriti al suo mistero. In questa quiete finta che soffoca preoccupazione e serenità, consapevoli di tante mancanze e, in questo limbo tra paura e speranza, cerchiamo di concepirci migliori, come ad un primo appuntamento, per il bello che verrà. Quest’anno, per Pasqua, uova e dolci fatti in casa, e magari una giornata in giardino con i raggi di sole che auspicano un buona crescita per le piccole piantine, un modo per onorare il dolore e le tante vittime celebrando la vita, un modo speciale per dare un senso al significato profondo della Resurrezione.

Che siano giorni di decanto in cui cogliere opportunità nel dramma e rinnovare intenzioni nella fiducia.

Villa d’Agri – ore 16,30 – Nuario Fortunato

O BIANCO FIORE

In vista di una due giorni di pasti particolarmente succulenti, oggi ho deciso di pranzare ‘a sacco’. Qualche paninetto, due Tuborg (si può dire?) fresche (quasi ghiacciate) e via. Terminato lo spuntino corposo, squilla il cellulare. Sul display compare ‘Jack’. Jack è il soprannome che ho dato a mio padre quasi vent’anni fa in onore di Jack Torrance (quindi di Jack Nicholson). Lo scelsi perché la furia dirompente della sua forza di pensiero e di ragionamento mi ricordavano la ‘lucida’ follia omicida in Shining. Mio padre è così: ti colpisce e t’affonda. Quando capisci di essere al tappeto è troppo tardi.

Bene, rispondo. Iniziamo, come ogni giorno, a fare una sorta di rassegna stampa vis à vis, face to face. Una rassegna stampa, magari provinciale e rudimentale, sui fatti del giorno, principalmente sulla cronaca politica. Logicamente, nonostante le visioni identiche, ogni commento è potenzialmente l’anticamera di uno scontro generazionale. Gli animi si placano quando arriviamo a parlare di Colombo. Oggi Emilio Colombo avrebbe compiuto 100 anni.

Non dimenticherò mai quando faceva visita a Paterno, quando ci onorava della sua presenza a casa nostra o dai miei nonni. O quando non faceva mai mancare il suo sostegno al mio papà, durante i comizi, da quel balcone di casa Fronticcia (per gli amici Rivera) che volgeva lo sguardo su una meravigliosa Piazza Autonomia di scudi crociati vestita. Io li ammiravo e li ascoltavo dietro le quinte, dalla cucina, con un’emozione che paralizzava anche un bambino.

Erano anni indimenticabili, fatti di passione e partecipazione, di ideali e di idee, di cultura e di visione. Emilio Colombo era un Gigante. Europeismo, questione meridionale, popolarismo. Il contributo che ha dato a questa terra, al Mezzogiorno, all’Italia e all’Europa con qualità e lungimiranza tangibili sono immensi.

Come immensa e incolmabile è la distanza tra simili politici e i predicatori odierni.

Genzano di Lucania, ore 15:55 – Gianrocco Guerriero

In aprile è inanellato un tempo denso. È un assembramento di durata, aprile: gennaio è lungo mille volte tanto e dura meno di un suo istante, perché in esso non accade niente. Pertanto aprile stride, con queste nostre vite di clausura, o forse le compensa. Fatto sta che non mi disorienta come ha sempre fatto. Anzi, quest’anno mi sorregge.

Ho iniziato a viverlo dall’alba, quest’altro grano di rosario. Anche stamattina ho visto il cielo dal balcone e fra i rami ancora nudi l’ho fotografata: la luna. Le ombre sono diventati solchi: un ritratto iperreale.

Questa permanenza in casa impenna il mio istinto all’astrazione: mentre Aurora friggeva la pancetta per la carbonare e io frustavo i tuorli, le ho descritto quattro uova rotte nello spazio delle fasi: ha riso, e solo per il suo rispetto verso un genitore non mi sono ritrovato “a quel paese”: era quello che vedevo in quel momento, senza forzature: lei che mi conosce bene, ogni volta mi perdona e si diverte.

Ecco, adesso vedo altre strutture, per quando il fremito di aprile tornerà là fuori: non nei campi: nelle città. Strutture astratte che descrivono ricchezze, per esempio: sono tante palle, e non c’è scampo: hanno direzioni: pochi cumuli corposi sparsi a caso (dove già ce n’erano un bel po’) e quasi niente altrove: è la legge: è impietosa, sì, ma alla matematica non tocca la pietà. Eppure c’è un rimedio, uno solo: la ridistribuzione: autentica e costante. Pena, il collasso: neanche qui c’è scampo. Nelle parole rivestite di realtà, quella soluzione ha due nomi almeno: tasse patrimoniali e tasse di successione, senza troppe sfumature: dal basso all’alto per la legge di B. Boghosian (lui lavora negli stessi spazi in cui ho sbattuto le mie quattro uova oggi); dall’alto al basso per le leggi dell’umanità e dell’equilibrio,

Sono ateo, lo ripeto un’altra volta oggi, e domani è Pasqua. Voglio dare a questa festa un significato astratto: per chi crede, non è pure “ridistribuzione”, quella posta in atto da un dio che prende (adorazione) e poi restituisce (il “figlio” ) sulla terra? Beh, come metafora la accetto e credo, in maniera iperreale. Altri auguri non ne saprei fare, in questa condizione.

Parma ore 14.20 Cristina Cogoi 

Oggi finalmente dopo un più di un mese ho riabbracciato mia figlia, Greta

L’avevo così desiderato, così minuziosamente immaginato nei particolari, eppure mai avrei pensato di provare un’emozione così intensa così forte così dilagante.

Senza paura, senza esitazione, ho allungato le mie mani e l’ho avvolta in un lungo silenzioso abbraccio. 

Il mio seno si è appoggiato sulla sua schiena, per non rischiare, le mie mani si sono chiuse sul suo cuore, la mia testa si è appoggiata alla sua nuca e tutto e’ stato intenso profondo, magico.

 Per una frazione di secondo i nostri cuori hanno battuto all’unisono.

Per una frazione di secondo i nostri respiri sono ritornati uno solo come quando l’avevo nel mio grembo.

Per una frazione di secondo le mie labbra si sono appoggiate sui suoi capelli e insieme alle mie narici hanno inspirato profumi che mi appartengono da sempre.

Germogli in ogni dove annunciano la primavera, nel mio cuore oggi  e’ già estate.

Asti, ore 11,00 – Carmela Bruscella

“Ciao mamma, ormai ci sentiamo solo per telefono da più di un mese a causa di questa pandemia. I nostri discorsi sono semplici ma ricchi di amore e di nostalgia. Appena potremo, ci abbracceremo forte come prima. Mi manchi. Buona Pasqua”.

Potenza, ore 13:05 – Luca Rando

Se non fosse che la gente porta le mascherine ed è in fila davanti ai negozi di alimentari sarebbe un sabato santo normale. Un’altra giornata di sole, caldo, intenso. La gente si saluta e si dà gli auguri, sia pure a distanza, chiacchiera, sorride, per quanto il sorriso si possa vedere nascosto da mascherine di ogni tipo. Ma si vedono gli occhi, che sembrano più sereni.

A casa oggi ho più tempo, ascolto i R.E.M., metto ordine tra le carte lasciate ammassate in un mese intenso, preparo i materiali che dovrò utilizzare per le videolezioni, mi scrivo con qualche amico lontano, prendo accordi per incontri futuri.

Come stai? Stai bene? Cosa fai? Cosa pensi?

Siamo viaggiatori allo sbando con poche certezze. Tra queste c’è quella del bagaglio che mi porto dietro nel viaggio, che condivido con gli altri smarriti come me assaggiando il loro pane nero, bevendo la mia acqua calda, salata.

Genzano di Lucania – ore 11,30 – Rocco Di Bono

Cinque persone detenute, una famiglia vittima per un reato di omicidio, la figlia di un uomo condannato all’ergastolo, un’educatrice del carcere, un magistrato di sorveglianza, la madre di una persona detenuta, una catechista, un frate volontario, un agente di polizia penitenziaria e un sacerdote prima accusato e poi assolto dalla giustizia dopo otto anni di processo. Sono loro gli autori delle meditazioni sulla Via Crucis, lette in questa strana vigilia pasquale in una piazza San Pietro deserta; una Via Crucis che ha messo al centro quella condizione carceraria su cui Papa Francesco ha più volte preso posizione per ricordarci che la dignità e il valore della persona umana, di ogni persona, sono più grandi della sua colpa. Per questo – ha detto Bergoglio – bisogna imparare a riconoscere la persona nascosta dietro la colpa commessa. “Una vera giustizia è possibile solo attraverso la misericordia che non inchioda per sempre l’uomo in croce”, abbiamo sentito durante il rito della Via Crucis: sono parole forti che ci richiamano al dovere di rispettare la dignità di ogni uomo, anche di chi si trova oltre le sbarre di un carcere. In questo tempo di coronavirus, significa rendere più umane e civili le prigioni, con misure che riducano il sovraffollamento ed assicurino il distanziamento sociale, liberando – per esempio – quei detenuti che sono a fine pena, gli anziani e i malati oncologici e immunodepressi, e rendendo così effettivo il principio costituzionale (art. 27 Cost.) secondo cui “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.  

LE STORIE DEL MARESCIALLO NUNZIOGALLO : LA MANO DEL DIAVOLO

Parte il primo esperimento di video racconto di TOTEM Magazine, Giampiero D’Ecclesiis & Fabio Pappacena vi propongono “LA MANO DEL DIAVOLO” della serie “Le storie del Maresciallo Nunziogallo”, per voi le prime cinque puntate, da ascoltare e vedere con calma, un intreccio misterioso si svolge tra le strade del centro storico di Potenza, tra Via Pretoria e la Chiesa di San Michele si muovono ombre inquietanti, si sentono rumori, voci. Presenze oscure? Intrighi di provincia?
Ci penserà il Maresciallo Nunziogallo a svelare gli intrighi.
Chi sono i personaggi che si agitano nella storia? Demoni? Fantasmi? Sogni? Che succede nelle case di campagna dei potenti? Notai, avvocati, politici.
Un giro di ragazze squillo?
Da stasera per voi, su TOTEM Magazine. SEGUITECI , IL MARESCIALLO VI SVELERÀ OGNI SEGRETO

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