CRONACA DI UNA PANDEMIA – ITALIA, 10 APRILE 2020

CRONACA DI UNA PANDEMIA – ITALIA, 10 APRILE 2020

Veronica Menchise, Vigevano, 23:30 – “Interno 2/4”

Interno 3/4, Veronica Menchise

Villa d’Agri, ore 14:00 – Nuario Fortunato

LA PASSIONE

Il Venerdì Santo è il giorno della croce, della Passione del Signore. Nella simbologia dogmatica e rituale, la croce diventa effige suprema e assoluta di sacrificio e sofferenza. Il dolore, seppur trasfigurato e accettato, al centro di un disegno divino universale che conduce alla libertà e alla felicità. Libertà e felicità che, mai come in questo momento, rappresentano l’aspirazione ultima del nostro immaginario, il desiderio più recondito e intimo di ognuno di noi. Ma quanto siamo stati distratti, superficiali e relativisti finora? Parliamoci chiaro, tutto ci è sembrato sempre lecito perché abbiamo inardito il concetto del bene e ingentilito, per comodità, quello del male, arrivando a non distinguere più l’uno dall’altro.

Così, anche per concetti, appunto, come libertà e felicità. E’ la quarantena a renderci così depressi, collerici, svuotati o la privazione in sé? Proviamo a rovesciare il punto di vista. E se, al netto della drammatica emergenza che ci circonda, fossimo più liberi e felici adesso? Abbiamo la libertà di poter riconsiderare e rivisitare lo stesso concetto di felicità, di plasmarlo a nostro piacimento, con razionalità ed equilibrio, di farne un vessillo quasi eziologico e apotropaico. La felicità e la libertà che ci consegna la sofferenza della croce serve ad allontanare la paura e l’inquietudine. La paura dell’ignoto, del dopo, del poi. Vivere nella paura paralizza, soffoca, angoscia, opprime.

Non ho la sfera di cristallo, la verità assoluta, la ricetta di eterna felicità. Nemmeno saprei definirla la felicità. Credo sia un momento. Anzi l’aspirazione di un momento. Però so che siamo ciò che vogliamo essere e, se questa massima di determinismo basico è vera, allora, è altrettanto vero che la felicità è un dovere morale ed etico. Individuale e sociale. Mentre vi scrivo controllo qualche mail di lavoro, ascolto Khorakhanè, leggo qualche poesia di Dino Campana e Palazzeschi (oggi mi sento anche un po’ crepuscolare in realtà), sbircio il prossimo libro che leggerò di Fernando Aramburu, mi lascio inebriare dal profumo di pastiere che pervade la cucina.

Poi mi volto, mia moglie è seduta sul divano. Osserva le sue serie televisive preferite, rigorosamente in lingua inglese. Mi sorride, come sempre, più di sempre. Mi sorride con quel sorriso generoso, rassicurante, dolce, che ha il sapore autentico del domani, della speranza, della fiducia. Quel sorriso straordinario e meraviglioso come lei. Mi sento l’uomo più ricco e felice del mondo. La felicità è quel posto in cui decidiamo di andare quando vogliamo sorridere. Dopo la croce e la sua passione arriva sempre la resurrezione.

Villa d’Agri, ore 23:00 – Antonella Marinelli

Quarantena incubus.

Trentaduesimo giorno rosso. Poi sarà anche vero che andrà tutto bene però non ci costringiamo a dire che chiusi in casa in coabitazione coatta va tutto bene, perché mentiremmo senza pudore. La verità è che questa inibizione delle più elementari libertà personali ci ha messo a nudo. Semplice volersi bene e andare d’accordo in un quotidiano fatto di assenza, lontananza, impegni, svago, interessi svariati e ricongiungimenti serali. Ma oggi il lockdown ci ha veramente catapultati in un mega “Mai dire banzai” a prova d’urto. Della serie si slavi chi può. E tenuto conto del fatto che i legami recenti sono maggiormente esposti a erosioni atmosferiche, perché la materia umana è meno solida di quella di qualche generazione addietro, non so cosa determinerà questo decorso pandemico tra le pareti domestiche. Insofferenti, nevrotici, umorali, alla continua ricerca di tic, difetti e peli nell’uovo. Le liti furiose, la rabbia atavica, l’io indomito e prevaricatore. La fine della tempesta, la calma, la riflessione, il corpo estraneo. Così una di fronte all’altro, schiacciati dall’abitudine, piegati dalla convivenza coatta, gli occhi guardano e si guardano, ma ormai neanche si vedono. Nella candida incoscienza e nel dolce inganno del pensiero di essersi scelti, i sorrisi di piacevolezza ricadono sull’unico affetto generato. Ha vinto lui ancora una volta. Questa quarantena è una specie di macchina della verità, non si sfugge. Una specie di esame universitario per il quale sai di non aver studiato abbastanza, ma può andarti bene d’esperienza. La pandemia non si limiterà a trasformare il mondo, il cambiamento epocale sarà quello dell’io nel mondo.

Matera, ore 22:00 – Doreen Hagemeister

“Non capisco”

Stasera abbiamo visto in tv la conferenza stampa del Premier Conte in cui spiegava le novità del prossimo decreto. Il lockdown è stato prorogato fino al 3 maggio, ma con la riapertura di alcuni negozi. Per noi significa quasi un altro mese di chiusura in casa, prima di poter sperare in una parziale riapertura delle attività. Alcune mi sembrano logiche e necessarie.

Altre scelte non le capisco.

Ovunque guardo, vedo solo notizie sul Coronavirus: I numeri italiani, tra contagiati, vittime e guariti; nel mondo sono morti ad oggi oltre 100.000 persone; la Spagna sembra aver finalmente superato il picco; l’8 aprile è stata riaperta la provincia di Wuhan a una vita quasi normale, ma ora la Cina teme una nuova ondata dell’epidemia e il governo ha ordinato il lockdown nella regione dell’Heilongjiang; negli Stati Uniti la situazione è tragica, al Central Park viene allestito un ospedale da campo, si procede con sepolture comuni; in Germania e in Svizzera salgono i numeri dei contagiati e dei decessi, il lockdown in Gran Bretagna potrebbe essere prolungato a tre mesi… potrei continuare per intere pagine.

Accanto a queste informazioni, le immagini del Papa che celebra la Via Crucis nella Piazza di San Pietro.

Nell’aria si sente odore di pericolo. Pur essendo ottimista, è evidente che la fine di questa epidemia è ancora lontana. Magari si torna a una quasi normalità prima dell’estate, ma sarà comunque lontana una vita come quella a cui eravamo abituati. E forse, almeno in parte, è anche un bene. Certamente avremo paura ad avvicinarci alle persone, figuriamoci ad andare in luoghi affollati.

E poi leggo che il Presidente della Federcalcio, Gabriele Gravina, punta su una veloce ripresa del campionato calcistico, quando anche tutto il mondo dello sport si sta orientando verso lo stop definitivo ai campionati interrotti per l’emergenza Covid-19. Il Presidente del CONI, Giovanni Malagò, giustamente sottolinea che la salute è la priorità assoluta, e lo sport italiano deve essere esempio. Ma Gravina insiste: “Il calcio non è come gli altri sport…il calcio ha una sua specificità, lo è per dimensione, per partecipazione e per impatto economico”.

Nelle mie orecchie continuano a rimbombare due parole: impatto economico! Non ne capisco di calcio, questo è sicuro. Ma resta una domanda che prescinde dalla passione: La vita e la salute valgono meno degli interessi economici?

Certe cose non le capisco!

Mi sa che chiudo qua per oggi. Tanto, non capisco proprio!

Potenza, ore 19:00, Annamaria

Aprile è diventato per me, per noi, il simbolo della resistenza.

Che poi resistenza significa due volte esistenza, a pensarci bene.

Resistiamo con la primavera che ci scoppia addosso, resistiamo con magliette di cotone che ci avvolgono come abbracci, resistiamo avvolti nelle nostre mascherine, resistiamo con i raggi di sole che riflettono sulla nostra scrivania, che scaldano il viso, che accendono sogni.

A guardarsi intorno, gli attimi di resistenza non sono pochi. Basta solo notarli.

Potenza, ore 16:17 – Angelo Soro

BOLLETTINI DI GUERRA NR 3

Il mio smartphone è un tipo preciso.

Mi mette in contatto con amici e parenti, mi spiega per bene l’itinerario per arrivare a un indirizzo specifico, mi avverte quando ho un appuntamento o ricorre un compleanno e, senza chiedermelo, cambia automaticamente orario quando si passa dall’ora legale all’ora solare e viceversa.

Come ho detto, è un tipo preciso.

Lui (lo immagino di genere maschile, anche se gli presta la voce una certa Siri) credo che sia anche cosciente che qualcosa di strano stia accadendo fuori dal suo guscio di alluminio e cristallo temperato.

Immagino che sia al corrente della situazione di clausura forzata dovuta al Covid19 perché, altrimenti, son convinto che sullo schermo sarebbe apparso un messaggio del tipo: “Angelo noto che da qualche tempo i tuoi movimenti sono molto limitati. Sei stato rapito o arrestato?”.

Ciò non è accaduto e questo mi autorizza a pensare che il mio cellulare sia in possesso di una intelligenza quasi umana, benché microprocessata da un microprocessore.

Stamattina mi ha avvertito, con mezz’ora di anticipo, di un appuntamento fissato per le 10 in punto: il barbiere.

Io avrei fissato un appuntamento con il mio barbiere? Non lo ricordavo affatto. È dal 9 marzo che i barbieri e le altre attività commerciali son chiuse, perché mai avrei dovuto fissare un appuntamento?

Ho pensato che potesse essere un’invenzione del mio smartphone? Potrebbe essersi accorto che i miei capelli sono arrivati al punto di potermi permettere di formare due treccine. Può darsi che, tra un selfie e l’altro, si sia reso conto che i miei capelli sono “fuori sagoma” e hanno bisogno di un abbondante taglio. Così, mosso a compassione, potrebbe aver deciso di farmelo notare indirettamente. In maniera soft, insomma, educatamente.

Il dubbio mi stava lentamente consumando. Perciò ho deciso di chiamare Vito, il mio barbiere.

Dopo i convenevoli e le rispettive dosi di lamentele per questa serrata delle attività commerciali (“… eh, lo so, ma altrimenti sarebbe stata una carneficina…”, “sì, ma così è una carneficina economica: chissà quante attività non riapriranno!” e via discorrendo), gli ho posto la domanda che mi premeva di più:

– Scusa Vito, non so come chiedertelo, però te lo devo chiedere lo stesso. Ti ricordi, per caso, se qualche mese fa ho preso appuntamento per un taglio di capelli?

Dopo qualche attimo di silenzio, in cui ho anche pensato che fosse caduta la linea, ho sentito Vito balbettare qualcosa.

– Vito, non ho capito, puoi ripetere?

– Sì, ma non qualche mese fa, mi sembra che è stato venerdì scorso. Se vuoi posso venire a casa tua. Mi metto la muta da sub e vengo da te, dammi mezz’ora…

– Dai Vito, non scherzare! Sono sicuro di non averti chiamato!

– No, ma non mi hai chiamato tu. Era una ragazza, una certa Siria, mi pare.

Potenza, ore 18 -Antonio Califano

Ho un amore che coltivo come un fiore, che frequento furtivamente da molti decenni, come si frequenta un’amante, di nascosto con la voglia di non conoscere tutto subito, ma centellinando il piacere della complicità, diluendolo nel tempo, con lunghe pause per riprendere poi daccapo senza routine, sapendo ogni volta di conoscere poco e quindi avere tanto da scoprire. Questo amore, questa passione questa “unfurgettable fire” si chiama Walter Benjamin, amico fragile e potente. Rileggere in questi giorni per la centesima volta “Parigi capitale del XIX secolo” è un viaggio, un deambulare in un luogo tanto frequentato quanto sconosciuto. Non per passare questo tempo sospeso ma esattamente per il contrario, – “Non bisogna far passare il tempo, ma anzi invitarlo a fermarsi presso di noi”. Non si sfugge al presente perché non ci piace, invitiamolo questo scorrere dei minuti, apprezziamone la lezione, solo così, forse, ci rimane qualche speranza. Mi sento “flaneur” tra le sue pagine, come lui mi insegna. Il suo scrivere “moraceau” mi concede un incedere non lineare – “la strada conduce il flaneur in un tempo scomparso. Per lui ogni strada è scoscesa”. Anche questa noia, questo torpore che ci prende di tanto in tanto va destrutturata -“la noia è sempre il lato esterno dell’accadere inconscio. Perciò squisita ed elegante ai grandi dandys. Ornamento e noia”. Ho fatto stamattina il percorso da casa mia alla farmacia (2,5 km mi dice il mio ormai inutile contapassi) con lo spirito del “flaneur”, che poi è anche un investigatore come Jean Battiste Adamsberg (ispettore parigino spalatore di nuvole), ho incontrato luoghi, storie, persone, le ho viste animarsi davanti ai miei occhi, abito da sempre questo quartiere, ho rivisto amici persi da tempo, mi sono commosso. Al ritorno a casa mi sono sentito bene, ripreso possesso del mio divano ho messo sul “piatto” un vinile storico (1973) “Distant Hills” degli Oregon e mi sono messo a scrivere, giuro …nessuna canna. Ma veramente pensate che uno stupido e cattivo parassita possa mettere fine a tutto questo? Mi preoccupano di più alcuni decerebrati bipedi che abitano questo pianeta.

Genzano di Lucania, ore 15:00 – Gianrocco Guerriero

Essendo le giornate ferme nello spazio, provo a ravvivarle con qualche variazione temporale. Stamattina, dopo una settimana di notti lunghe (per me prima rare), alle quattro ero già in cucina. Il mondo a quell’ora è ancora un uovo, e ci sto bene dentro. Sono uscito sul balcone: c’eravamo io e la luna: si è messa in posa, alta, bianca, e l’ho fotografata: è venuta bene: belle soprattutto le sue rughe. Elaia mi ha elargito un rotolo di fusa in cambio di carezze, e si è fatto giorno sul divano con le sue zampine intorno al braccio che uso meno con l’iPad.

Erano bianche, di legno niente affatto lavorato, senza identità, le bare accumulate dentro un solo fosso, che ho visto a pranzo nello schermo affacciato su New York: l’America, che quando l’IBM era una stanza è andata sulla luna: siamo sempre in gioco e la partita non finisce mai.

In Italia, ad oggi, sono morti andando avanti 127 medici, 28 infermieri e 6 farmacisti. Poi ci sono i già muti d’esistenza prima e ancor più muti negli elenchi adesso: gli indispensabili invisibili a qualche euro all’ora.

Ho guardato il coraggio e la paura, ieri, fissando gli occhi di Francesco dalla copertina del settimanale Time. S’è cortocircuitato il mondo, in quello sguardo: chi intuba un infettato da qualche parte (lui, medico nel sangue, in un ospedale di Ravenna) li intuba tutti ovunque: c’è il virus e c’è l’umanità, sul Pianeta del 2020: ogni altra sfumatura è morta. Ma c’è una differenza, fra noi che stiamo a casa e chi come come Francesco rischia: prendendo spunto dal filosofo sloveno Slavoj Žižek (il quale a sua volta prende spunto da Lacan) potrei dire che Francesco, ogni giorno, assieme a quelli come lui, in prima fila, tira giù il “reale” dentro la “realtà” e lo combatte, vincendolo nel rischio d’esser vinto; per noi altri invece il “reale” è solo nebbia ossessionante, una spada appesa un filo sopra il letto che non cade mai. E se tutto questo può sembrare assurdo, si pensi a cosa fa un bambino quando giochi a spaventarlo: più rapido che può, corre ad abbracciarti.

Potenza, ore 15:30 – Giampiero D’Ecclesiis

Una frase al giorno, un pensiero al giorno, una memoria al giorno. Si accavallano i pensieri in un pomeriggio assolato di aprile guardando fuori dalla finestra in un’atmosfera rarefatta di rumori rari e lontani.

Questo isolamento sociale è un esperimento a volte molto duro, specie se passi la giornata da solo, i pensieri non sfumano, permangono, si incistano nella mente e si dissolvono lentamente, specie quelli negativi.

Quando il peso dei troppi pensieri contrari mi opprime accendo il computer e avvio le basi karaoke, ce ne sono infinite su you tube, e mi metto a cantare.

Non è affatto un’idea bislacca, il canto libera, ha in sé una sorta di magia ancestrale.

Oggi 10 aprile 2020 mi sento tanto Frank, mi riscaldo con April in Paris, mi gaso con Under my skin e riesco perfino a cantare My way senza commuovermi.

Potenza, ore 15:09 – Luca Rando

Di maschere, mascherine e altre sottigliezze

Ci sono maschere che coprono volto e cuore, che fissano per sempre una immagine di noi, irrigiditi in una immobilità di finzione, il nostro quotidiano inganno per vivere le relazioni; ci sono maschere che ci danno gli altri e che ci bloccano per sempre in un ruolo, imperitura immagine di noi, in una forma che si muove in mezzo ad altre forme occupate a ritagliarsi il loro piccolo spazio nella recita quotidiana della vita; ci sono maschere a protezione della vita, dietro cui si intravedono sorrisi, occhi stanchi ma fermi, paura anche ma ferma volontà di portare a compimento il proprio lavoro, anche a rischio della vita. Ecco, pensavo a questo leggendo della morte quotidiana di medici ed infermieri, gli unici che portano una maschera che non nasconde il viso ed il cuore.

Potenza 10 aprile – dopo la mezzanotte – Pino Paciello
Oggi è stata una giornata faticosa. Non difficile, direi complessa nel senso che ho dovuto mettere nella giusta successione tanti piccoli impegni a cui prestare una grande attenzione. A mezzogiorno, al telefono, al mio interlocutore ho detto scherzando che mi sentivo come un pompiere l’11 settembre a New York. Sarà che inconsapevolmente, come se fosse una prova generale, siamo entrati nella fase 2 senza aspettare che un decreto desse il via libera. Del resto, che ci sia voglia o necessità di ripartire lo dimostra il traffico fuori casa; tante macchine in giro e tanti pedoni con la giusta distanza provano a riguadagnare un minimo di vita sociale.Per fortuna arriva la sera e si ritorna all’andamento lento. La programmazione TV propone un film del ’78 vincitore di una palma d’oro a Cannes; decido di rivederlo. Nel frattempo ho buttato giù un post sullo sgarbo (a mio avviso) istituzionale perpetrato dal presidente del Consiglio che ha usato le reti unificate per togliersi un macigno dalle scarpe. Non le ha mandate a dire a quei due, sempre loro, che per tutta la giornata gli avevano sfrantumato gli attributi con una serie di dichiarazioni mendaci. Dicono che ne avesse ben donde, io rimango convinto che un’istituzione non usa l’edizione straordinaria urbi et orbi per rintuzzare attacchi politici.E’ tardi, anche stavolta L’albero degli zoccoli mi ha lasciato la stessa amarezza che provai quando lo vidi la prima volta in un cineforum. Do un ultimo sguardo al telefono, ci sono oltre 100 notifiche. Con grande disagio e imbarazzo scopro che nel mondo vero, quello che chiamano virtuale, i “nemici” sono diventati miei sodali e per tanti amici, invece, stavolta sono un compagno che sbaglia.

Piacenza, ore 15:45 – Antonio Calabrese

SITUAZIONE EPIDEMIOLOGICA DI UNA POESIA DI PROVINCIA n.1

Sto per impazzire.

I tecnicismi del DSM non mi aiutano.

Questa sordida esplorazione

rettoascendentale sta avendo

effetti collaterali sul mio equilibrio psichico.

Esigo dalla mia attenzione un sospetto

che ricada sui rumori dei miei vicini.

Spengo un disco appena partito

con un altro pronto ad aspettare.

L'impazienza scalpita nell'impugnatura.

La desolazione che qui mi accompagna,

di certo non è diversa da quella che

troverei in un paesino della provincia materana,

con l'aggravante che ora i tabaccai sono chiusi

per un'assurda stretta sul territorio di Piacenza.

Comprendo che le attrazioni tra le persone

sono incontrollabili e oscure

davanti alla novità che viene

a salvarci dalla routine o a

intrappolarci definitivamente.

Ma sto imparando ad apprezzare

il suono del risparmio,

fumare il tabacco con lentezza,

costruire cartine con la carta del pane.

Lasciando un desiderio al bilancio di domani.

Potenza, ore 9:54 – Claudio Elliott

Pulizie di Pasqua durante la pandemia

La prima persona ad accorgersi che non sono sereno è Andrea, l’unica donna della pattuglia. Sono uscito con Thai, abbiamo fatto il solito giro, lei a testa bassa per annusare l’annusabile, io godendomi il silenzio della città. Appena vedo i tre, inforco la mascherina. Ci salutiamo con i consueti cenni della testa e un buongiorno a fior di labbra. Probabile che il mio sia meno cordiale del solito, perché Andrea mi chiede:

– Qualche problema? Dico, a parte il solito isolamento.

– No, tutto bene.

Interviene Gianfranco, che da quando ho firmato i libri per suo figlio, è più partecipe del solito: – Anche io colgo qualcosa: mi sembra invecchiato di colpo.

– No. Una piccola discussione con mia moglie.

– Allora dov’è la novità? – chiede Giovanni, ridendo. – A casa mia è pane quotidiano.

Nel frattempo Thai si è accucciata, dopo avere fatto le feste ai tre.

– Dovremmo fare le pulizie di Pasqua, mi ha detto mia moglie.

– Mi sembra giusto – dice Andrea.

– Sono d’accordo, e gliel’ho detto. Diamoci da fare.

– E allora?

– Allora? Mi ha preso per mano e mi ha portato in camera da letto.

– Buono! – fa Gianfranco.

Continuo: – Ringalluzzito da quell’insolito esplicito invito, roba che neanche nei primi tempi del matrimonio, la seguo ripassando mentalmente alcuni passi dell’Ars amatoria, giusto per non farmi trovare impreparato. Mi fa sedere sulla poltrona ed è in questo momento, non contemplato in alcun manuale di arte erotica,  che intuisco che le cose non stanno come avevo immaginato.

– Già, mossa inconsueta – dice Andrea, al che i due la osservano con sospetto.

– Infatti – confermo. Ripasso mentalmente tutta la scena:

 – Da lì dove sei seduto –  dice – vedi sotto il letto un solo granello di polvere? – Mi chino leggermente: – No. Ci si potrebbe mangiare, sul quel pavimento, se il letto fosse un bel po’ più alto.

– E nell’armadio – dice, spalancando le ante sotto e sopra e tirando fuori i cassetti – vedi sporcizia o disordine?

– No. Ci si potrebbe mangiare là dentro  – sto per dire ma non mi sembra il caso: non abbiamo mai mangiato in un armadio. Allora me ne esco con un: – Tutto perfetto.

Continuo la narrazione ai tre pazienti ascoltatori: – Allora mi prende per mano una seconda volta, mi fa alzare dalla poltrona e mi porta nel salotto, il cui pavimento bianco riluce talmente che cerco gli occhiali da sole e, mentre li cerco, mi trascina verso la libreria, che riveste una intera parete fino al soffitto e accoglie amorevolmente una buona parte dei nostri libri (il rimanente è in altre piccole librerie sparse per la casa). Mi intima: – Tira fuori un libro.

– Hai preferenze? Un giallo, un classico, un romanzo d’amore, una grammatica cinese?

– Non mi interessa il genere, spiritoso. Tirane fuori uno: ci vedi polvere o ragnatele?

– Il libro sembra nuovo.

– Quello – dice lei – è davvero nuovo. Lo ha portato il corriere ieri mattina. Un altro. Bene. Ci vedi ragnatele o polvere?

– No.

– Vuoi che continuiamo il tour? Cucina? Veranda? Lo studio?

– Mica la dobbiamo comprare, la casa – dico, sempre più stupìto per questa verve propagandistica . – È già nostra.

– Ed è pulita e disinfettata da cima a fondo e da fondo a cima. In questi giorni non ho fatto altro, a causa di quel maledetto virus.

– E allora perché mi hai detto che dobbiamo fare le pulizie di Pasqua se è tutto lindo e pinto?

– Ho detto: dovremmo. Condizionale. Se ci fosse da pulire, ma non c’è niente da spolverare, lavare, sgrassare.

– Allora dov’è il problema?

– Il problema, mio caro, è il rito. In primavera si fa il cambio negli armadi, via la roba invernale e dentro la roba per l’estate eccetera. È un rito. In autunno si fa l’inverso.

– Un altro rito.

– Già. E ora mi manca il rito delle pulizie pasquali.

Sono rimasto con il libro in mano, e l’idea mi balza in mente: – A proposito di riti – dico, e glielo porgo.

– Cos’è?- chiede senza neanche guardarlo.

– Ars amatoria. Ovidio.

Parma 8.20  Cristina Cogoi 

In questo tempo di non tempo

Ho imparato ad ascoltare il rumore incessante del mio silenzio. 

Ho imparato a sentire il fluire del sangue nelle mie vene. 

Ho imparato a riconoscere le carezze del vento sulla pelle.

Ho imparato ad accettare la lontananza fisica di chi amo. 

Ho imparato ad amarmi perfettamente imperfetta.

Ho imparato a vincere le mie paure.

Ho imparato a trovare nuova linfa per alimentare il mio coraggio.

Ma non riesco ad imparare ad accettare questa ipocrisia che dilaga,  questo buonismo che mi da i conati, questa paura      comandata dall’ignoranza mascherata da lauree in “ tuttologia “

Ma poi mi guardo intorno, ammiro  i peschi in fiore, il riverbero della luce entrare dalla vetrata , leggo di nuove nascite che combattono contro la morte, sento il mio cuore calmo, cresciuto, guarito che ha  voglia di innamorarsi ancora nonostante tutto, coltivo nuove farfalle nello stomaco per un nuovo progetto e allora allargo le mie braccia a questo nuovo mando che verrà, accetto la diversità che è in ognuno di noi,  lascio andare il giudizio, grande debolezza umana e decido di respirare la bellezza della vita anche questa mattina. 

LE STORIE DEL MARESCIALLO NUNZIOGALLO : LA MANO DEL DIAVOLO

Parte il primo esperimento di video racconto di TOTEM Magazine, Giampiero D’Ecclesiis & Fabio Pappacena vi propongono “LA MANO DEL DIAVOLO” della serie “Le storie del Maresciallo Nunziogallo”, per voi le prime cinque puntate, da ascoltare e vedere con calma, un intreccio misterioso si svolge tra le strade del centro storico di Potenza, tra Via Pretoria e la Chiesa di San Michele si muovono ombre inquietanti, si sentono rumori, voci. Presenze oscure? Intrighi di provincia?
Ci penserà il Maresciallo Nunziogallo a svelare gli intrighi.
Chi sono i personaggi che si agitano nella storia? Demoni? Fantasmi? Sogni? Che succede nelle case di campagna dei potenti? Notai, avvocati, politici.
Un giro di ragazze squillo?
Da stasera per voi, su TOTEM Magazine. SEGUITECI , IL MARESCIALLO VI SVELERÀ OGNI SEGRETO

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