CRONACA DI UNA PANDEMIA – ITALIA, 8 APRILE 2020

CRONACA DI UNA PANDEMIA – ITALIA, 8 APRILE 2020

Veronica Menchise, Vigevano, 20:23 – “Attenti al virus”

Attenti al virus di Veronica Menchise

Potenza 8 marzo – ore 24,00 – Pino Paciello

UN MESE DI DIARIO 

Era un pomeriggio come quello di oggi, giusto un mese fa, quando nella solita telefonata quotidiana Giampiero mi fa: Hai visto, con Gianrocco abbiamo cominciato a scrivere su Totem un diario di (quella che allora era solo) un’epidemia.

Siccome qui mi chiamano Capo (non lo sono ma è bello che me lo lascino credere)  c’ho voluto subito mettere del mio contestando che l’idea era buona ma si correva il rischio che potesse rimanere uno scarno dialogo a due e che col tempo l’impegno potesse scemare. 

E quindi, come spesso accade nel processo creativo, ho rilanciato: dobbiamo allestire un diario collettivo! Un racconto dei giorni a più voci che possa fissare la memoria del momento ma che possa diventare col tempo anche un richiamo più sereno degli avvenimenti. E poi, non dicevamo negli anni della nostra formazione che il privato è pubblico? Chiamiamo a coorte (leggera enfasi) tutti i nostri autori e chiediamo a ognuno di loro di regalare ogni giorno ai lettori una sensazione, un pensiero, 1000 battute. Praticamente un soffio.

La risposta al tam tam è quella che leggiamo ogni giorno su queste pagine. Oltre 20 amici da ormai un mese raccontano quotidianamente il loro lockdown; chi con assiduità, alcuni con minore regolarità, tutti secondo il sentiment del momento. Succede, allora, che la scrittura intimista si alterna al racconto sociale o, addirittura a quello militante.

Perché alla fine stili e sensibilità diverse si fondono in un unico crogiolo non più segreto (tipico di un diario) ma attento a interagire piacevolmente con un soggetto esterno che è il lettore.

E proprio a uno di questi che qualche giorno fa attraverso un commento apprezzava uno dei racconti in particolare ho risposto:

i nostri racconti sono tutti belli perché sono veri. 

Villa d’Agri, ore 23:00 – Antonella Marinelli

Piccole storie dolci 3.

Trentesimo giorno rosso. Ho tre classi e tre alunni diversamente speciali, ma speciali davvero.

Francesca è una contessina piena di mollette colorate tra i capelli. Ligia al dovere come pochi. Si offende con se stessa se cinque minuti del suo prezioso tempo vanno perduti tra una merendina senza zuccheri (dannato diabete) e il cambio ora. Visto che le orecchie di Franci fanno i capricci, questa signorina tutto pepe s’è dovuta specializzare nella lettura del labiale, roba da guinnes. Facendo fatica anche ad articolare le parole, che nella sua bocca diventano dispettose, usa tablet e pc con una straordinaria disinvoltura. Francesca non aveva mai toccato il mare e l’anno scorso, d’accordo con i suoi compagni, decidemmo di recarci sullo Ionio per realizzare il suo sogno. Il sentiero che dal parcheggio conduceva al mare era una specie di radura impervia, ma noi preventivamente ci eravamo muniti di una di quelle sedie con le ruote gommate di un giallo bellissimo. Sarebbe stata perfetta per le gambe fragili di Francesca, che però inizialmente fece resistenza, testona e convinta com’era di potercela fare da sola, magari a braccetto con il prof di scienze motorie e con la fiera lentezza di una testuggine. I suoi compagni, che la amano anche se non lo sanno dire, la convinsero a deporre le armi. Dopo cinquecento metri la distesa blu si offrì a noi e quando Francesca arrancando, serrata per il busto, immerse la sua mano nella schiuma gelida, il mare le fece l’inchino. Francesca salta la scuola anche solo per un raffreddore di uno solo dei suoi compagni, il suo sistema immunitario non vuole saperne. Maledetta pandemia.

Kevin è un diciassettenne dalla battuta veloce. Ride alla vita, ride sempre. Credo sia innamorato di Roberta e guai se lo sapesse Francesca. Non ha voglia di concentrarsi. Trova di una noia mortale sillabare e poi leggere bene glia/ glie/ glio/ gliu e ricopiare dieci volte sul quaderno, uh gli sbadigli. Come dargli torto. Poi però nel cambio ora, alla ricreazione, con il suo panino stracarico riempie i corridoi. Scambio di battute con Mauro il bidello, due parolacce a quelli dell’ultimo anno e giù occhi dolci a Roberta, ma occhio a non farsi scoprire da Francesca. Ed eccola Franci, sulla sua sedia elegante, aspetta Kevin che per i dieci lunghi minuti dell’intervallo le farà da cicerone facendole fare capolino in tutte le aule. Nell’ultimo periodo le crisi di Kevin sono diventate più frequenti, ma se ne dovesse arrivare una molto forte i suoi compagni conoscono il protocollo. Due di loro si recano in Presidenza nell’armadietto dei medicamenti, gli altri avvertono i colleghi preposti al soccorso. Kevin a scuola è felice. Maledetta pandemia.

E poi c’è Andrea lo sportivo. Diciotto anni, tifosissimo della Juve. Anche Andrea non ama leggere, né rispondere alle domande di comprensione del testo. Appena può chiede di uscire per andare in bagno, in realtà recarsi in bagno è l’ultimo dei suoi pensieri, ha cose ben più importanti a cui badare. Come ad esempio preparare il borsone per il corso di nuoto del pomeriggio o tirare di nascosto due calci a un pallone di fortuna lasciato sotto una sedia da qualche suo compagno. L’altro giorno mentre eravamo in collegamento via skype con la sua classe ha esordito dicendo che a lui manca la scuola e che a casa si annoia. “Che cosa farai oggi Andrea?”, gli ho chiesto. Mi ha risposto che avrebbe giocato con il suo cane: “Professorè adesso mio fratello lo ha portato fuori per il bisognino, appena torna gli faccio una foto e ve la mando, è bello il mio cane”. Andrea vorrebbe urlare nei corridoi della scuola che la Juve vincerà di nuovo il campionato. Maledetta pandemia.

Roma, ogni minuto va bene – Rossella Spiga

Ho scritto tante cose,

di mare,

di musica,

di vento e di corse in moto.

Poi le ho cancellate,

per non fartele leggere.

Potenza, ore 23:30 – Luca Rando

La casa-totem che ci protegge è diventata la nostra nemica, o almeno la mia. Il rischio che paventavo in un’altra pagina sembra diventato reale. È il rischio di stare bene a casa, nel caldo abbraccio delle pareti domestiche, tra i familiari, gli schermi, i libri.

Ieri l’ho provato forte. Ho dovuto fare uno sforzo per uscire, andare in garage a prendere dalla dispensa le cose che servivano, nonostante il sole, nonostante i molti giorni che sono chiuso in casa. Nell’uscire ho chiesto ai miei figli di accompagnarmi. Ecco, è qui forse che ho sentito come sarà difficile riprendere una vita tranquilla, perché i miei figli hanno detto di no, anche chi, Matteo, nei primi giorni di quarantena mi chiedeva sempre di uscire. Non Giulio, così simile a me nel trovare il proprio luogo in un angolo qualunque della casa in cui stare da solo.

Fuori c’è un bel sole. Attraverso il ponte di Montereale senza fretta, respirando l’aria primaverile. Nessun suono, nessuna macchina. Fatti i servizi, rientro. Fotografo Potenza dal giardino sotto i tigli e ripercorro lento la stessa strada. C’è una voce che grida “Chi mi viene a prendere?”, “Chi mi viene a prendere?”. Più volte.

Nessuno risponde. nessuno grida il suo nome, il mio nome. Nemmeno io.

Varese, ore 21:51 – Nina Di Stasi

È sera, la giornata volge al termine e sento l’esigenza di descriverla, anche se non si discosta di molto da tutte le altre che ormai da un mese a questa parte, salvo l’uscita settimanale per la spesa, si consumano esclusivamente tra le mura di casa. Gli spazi sono piccoli, ma non manca nulla per fortuna. Certo se avessi il terrazzo anziché il balcone, avrei più ampio raggio di azione, ma va bene così, riesco lo stesso a mangiare fuori, avere piante ed erbe aromatiche che mai come questa primavera mi hanno deliziato della loro fioritura e poi ma non ultimo a prendere il sole, fare il pieno di vitamina D oltre che a togliere quel colore biancastro dal volto. Questo sole vitale che arriva dalla mia parte, ad ovest, intorno alle 15 per poi tramontare dietro il massiccio del Monte Rosa verso le 19.40. Resto lì finché non scompare del tutto, quell’enorme palla infuocata, lasciando poi fino a tarda ora il suo alone roseo nel cielo, a riempirmi occhi e cuore. In questo lungo lasso di tempo alternato alla preparazione in cucina di qualche manicaretto per la cena, seduta sulla mia sedia in vimini con i piedi appoggiati alla ringhiera leggo, anzi rileggo “Gli spiriti non dimenticano” di Vittorio Zucconi, un libro che racconta la storia vera del capo tribù Cavallo Pazzo e la tragedia dei sioux. Alterno alla lettura, che immancabilmente mi porta ad una profonda riflessione sulla crudeltà dell’essere umano occidentale verso un popolo che viveva in perfetta simbiosi con la natura e da cui abbiamo molto da imparare, una pedalata sulla cyclette, osservando attentamente ciò che mi sta davanti. Case basse e grandi condomini, ma non li ho addosso, diciamo che stanno a distanza di sicurezza, che di questi tempi non è poco. E poi il parco della Chiesa dei SS. Pietro e Paolo, il campanile con le sue enormi campane a rintoccare lo scorrere del tempo ad ogni mezz’ora, dalle 7 del mattino fino alle 22. A rompere il silenzio della strada, con pochissime auto circolanti, è il cinguettio degli uccellini e la dolce melodia della viola suonata da mio marito, nell’altra stanza, che è diventata la colonna sonora di queste giornate. Ecco d’un tratto che si aggiungono altri suoni, o meglio voci; inizialmente sono quelle di alcuni bambini che stanno giocando a pallone in un cortile, non li vedo, non rientrano nel mio campo visivo. Ad un tratto, da una finestra di un piano alto, si affaccia una signora, che con un elegante accento francese, fa loro osservazione. Non passa molto tempo che da un’altra apertura dello stabile ecco sbucare la mamma dei bimbi in questione e prendere le loro difese. Da qui è tutto un susseguirsi di finestre che si spalancano e ognuno a far sentire le proprie rimostranze, sembra di assistere ad un’assemblea condominiale. “Lei che ha da dire dei bambini, perché telefona a mezzanotte parlando ad alta voce disturbando chi dorme?” Di rimando: “Ma io chiamo mio padre che sta in Francia, è anziano ed anche un po’ sordo! E poi lei cerchi di svuotare la cantina dalle sue cose, appartiene a me come da documentazione, cosa aspetta? Inoltre quando la incontro mi parla senza neanche indossare la mascherina!” Poi di nuovo, la signora francese, riprende con la mamma dei bimbi, che intanto stava in silenzio o forse era entrata in casa: “ Ora chiamo i carabinieri, anche se mi sembra eccessivo farli venire per un motivo che potremmo risolvere noi! Anzi ora li filmo mentre giocano assieme!” E l’altra, parecchio arrabbiata: “ Lei non si permetta di fare riprese con il telefonino, non si può, sono minori, altrimenti la denuncio!” Interviene una nuova voce a dire: “ E poi la mattina vi svegliate alle 11, vi sento tirar su la tapparella, ma vi sembra quella l’ora di alzarsi?” Questo insolito carosello continua per una bella ora e mezza, per un momento ho avuto la sensazione che la situazione potesse degenerare, e invece no, ad un tratto, gradualmente, tutto si placa, ad una ad una le finestre si chiudono ed i bambini riprendono a giocare. Faccio un sorriso e soddisfatta dell’epilogo chiudo anche io le imposte e mi ritiro, in segno di solidarietà!

Matera, ore 20:00 – Doreen Hagemeister

“Voglio la felicità dei bambini”

Stamattina, appena alzata, ho saputo di un amico che non ce l’ha fatta. Che brutto risveglio! Le ultime notizie che avevo di lui dicevano che stesse migliorando. Non era né anziano né malato, anzi era uno sportivo. La notizia mi è arrivata come una doccia fredda.

Ho sentito un nostro comune amico, che era molto legato a lui. Ha pianto al telefono. Un colpo al cuore!

Che assurdità, morire così!

La paura per il virus, che fino ad oggi sono riuscita a tenere a bada, è esplosa come un vulcano. E insieme anche la rabbia per l’impotenza. Siamo qua, chiusi nelle nostre case, per non esporci al contagio. Solo mio marito esce lo stretto necessario per fare la spesa, ovviamente con le dovute precauzioni. Tanti dubbi mi sommergono: ma quelle mascherine proteggono davvero? Pochi giorni fa avevo visto un video realizzato da un medico spagnolo e condiviso da mio cugino medico, in cui si faceva vedere che la mascherina che comunemente usiamo, fa passare tutto. E allora chi di noi può stare davvero tranquillo di non essersi esposto al contagio?

E poi ti affacci sul balcone. E vedi tanta, troppa gente in giro. Da quando è uscito il decreto che permette a un genitore di uscire sotto casa con i propri figli, la gente per strada è decisamente aumentata. Ma quelli che vedo io dal mio balcone, non sono in compagnia dei figli. Magari qualcuno va da un parente anziano, bisognoso di assistenza. Qualcun altro a lavorare. Ma non credo tutti. Vedo troppe persone con il cane, qualcuno con una piccola busta da spesa, altri ancora in tuta ginnica. Mi sembra come se quel decreto, insieme alle notizie che parlano del superamento del picco dei contagi, avessero allentata la tensione abbassando, però, la guardia delle persone in modo pericoloso.

Mi butto sul lavoro per distrarmi.

Poi mi arriva la notifica di un messaggio con la foto di due piccoli bambini che ridono e la scritta: “VOGLIO LA FELICITA’ DEI BAMBINI!”

Potenza, ore 19:46 – Ida Leone

LE COSE CHE HO IMPARATO

1. La metafora preferita da molti in questo momento surreale é quella bellica. “É una guerra”. La trovo totalmente fuorviante. La guerra é molto meglio di una pandemia. La guerra si fa contro un nemico visibile. La guerra é una cosa voluta dagli uomini, e gli uomini hanno il potere di farla cessare in qualunque momento. E quando questa decisione viene presa, la guerra finisce, totalmente e irrevocabilmente, e si può uscire strada a festeggiare ed abbracciarsi, contenti per averla scampata. Nulla di tutto questo vale, per il Covid-19.

2. Il sostegno degli amici arriva a sorpresa, in modi impensati, commoventi, lancinanti. E mi inducono a riflettere sul modo con il quale io sono stata di sostegno a qualcun altro. Se mai é accaduto. 

3. Il sentimento più difficile da combattere è la Solitudine. Che viaggia sempre insieme a sua sorella, la Tristezza. Sentimenti inusuali, che nessuna videochat riesce a colmare. E’ la solitudine della perdita dei punti di riferimento, e per gli anziani è anche la tristezza del tempo che si sta perdendo, la sospensione di faticosi percorsi e l’allontanamento indefinito di traguardi che chissà se si potranno ancora inseguire, e come.

4. Odio le riunioni a distanza (Skype, Zoom, Microsoft Teams, telefono) esattamente quanto detestavo le riunioni dal vivo. Forse di più.

5. Gli alberi hanno messo le gemme. Le mie ortensie hanno le foglie. Gli usignoli, nell’ora buia che precede l’alba, cantano sotto le mie finestre gorgheggi d’amore in cerca di compagnia. La primavera si annuncia con cieli azzurri e aria tiepida. La natura è totalmente indifferente alle nostre disgrazie. La Terra sopravviverà, siamo noi che scompariremo.

Genzano di Lucania, ore 15:23 – Gianrocco Guerriero

Stanotte ho fatto un sogno. Ho l’impressione di averlo ripetuto tante volte, fino al risveglio. Un sogno, mentre ci sei dentro, ti appare sempre logico e coerente, e il tempo ha un suo ritmo peculiare. Ciò che invece resta alla memoria è sempre un cumulo di cocci e, nello spazio-tempo della veglia, si trasforma in una buccia d’arancia obbligata sopra un piano.

Il sogno (a quest’ora già troppo sfumato) è questo: c’era una pianura e c’era un fiume, forse artificiale: l’acqua era del colore che ha nelle pozzanghere: io ero in canottiera e avevo una canoa, gonfiabile, gialla (ce l’ho davvero): dovevo navigare, non avevo scelta: dietro c’era un muro, e di cemento, anche, erano le rive. La cosa più terribile era il fatto che, non lontana, c’era una cascata, verticale e alta: dovevo escogitare il modo di affrontarla: le ho pensate tutte: lasciare la canoa poco prima del salto per cercare di tornarci a bordo dopo, legarmi a essa con dei lacci e scivolare insieme giù, proteggermi con qualcosa per non fratturarmi gli arti (gli ospedali servivano per cose più importanti), simulare la caduta a mente per minimizzare i danni.

Non so com’è finita. Il suono della sveglia mi ha fatto riapparire lì sul letto e mi sono detto che il mio Io profondo si era inventato quella storia per dirmi qualcosa di importante. Ne terrò conto.

Una cascata è una “catastrofe” (nel senso di René Thom e Vladimir Arnold), ovvero un cambiamento brusco, repentino, refrattario alla matematica più usale. Tuttavia non sono rare, le catastrofi: sono la normalità, anche se non le notiamo perché ci siamo abituati: l’alba, per esempio, è una catastrofe nel cielo nero, un ponte che si rompe anche, e lo è il pianto di un bambino appena nato.

Il tempo che viviamo adesso sembra anche esso un sogno. Ma non lo è: vedo una cascata, un po’ più in là: ci aspetta: il senso da dare alla catastrofe associata tocca a noi deciderlo: per questo ci dobbiamo preparare.

Asti, ore 16,00 – Carmela Bruscella

In questa quarantena ho la sensazione di trovarmi in un Universo parallelo a quello in cui vivevo un mese fa. Tutto è uguale ma nello stesso tempo tutto è diverso e non ci appartiene. E’ un mondo ignoto e buio che ci costringe ad una vita di sacrifici in cui il pensiero è dominante sull’essere umano.

Il pensiero è diventato un protagonista, la notte è la sua schiava, mentre il giorno cerca di ingannarlo. A volte ne abbiamo paura perché riemergono rimorsi o colpe commesse, più o meno gravi, che la quotidianità aveva cancellato oppure diventano pensieri profondi che non ci permettono di fuggire da noi stessi. E’ tempo di agire, di cambiare. Tutto sarà diverso e in meglio, ne sono sicura, e la cultura sarà trainante. Tutto ciò che stiamo vivendo causerà un cambiamento in ognuno di noi; i valori, la spiritualità e la consapevolezza di noi stessi non saranno più gli stessi ma ci sarà un’evoluzione, forse è quella che tutti auspicavamo. Ne usciremo più forti, feriti nell’animo ma più forti. Ora il risveglio di tutti i giorni è caratterizzato dall’angoscia di una realtà che non ci appartiene che fa parte del mondo parallelo, ma “dopo” sarà diverso, ogni mattina ringrazieremo per ogni giorno che vivremo. Diventeremo più positivi, più intraprendenti, pronti a far fronte alle difficoltà, che naturalmente continueranno ad esserci, ma le affronteremo in maniera diversa. Chi non lo crede è solo perché ha vissuto sempre in maniera superficiale e continuerà a farlo.

Genzano di Lucania – ore 13,00 – Rocco Di Bono

Un personaggio deandreiano, quel Yaakov Litzman. Rabbino e capo del partito ultraortodosso israeliano Agudat Yisrael, ministro della Salute nell’attuale governo Netanyahu, un fanatico religioso che, in piena pandemia da Covid-19, ha sistematicamente violato le regole sul distanziamento sociale dettate dal suo stesso dicastero per partecipare a riunioni di culto; un esaltato senza freni che a marzo aveva definito il coronavirus “una punizione divina per l’omosessualità”. E qui casca l’asino, anzi il rabbino: che il 1° aprile (bello scherzo, eh…) è risultato positivo al virus. E adesso come la mettiamo? Avrà scelto questo modo (un po’ contorto) per fare outing? O la sua hýbris, la sua insolente tracotanza di giudicare gli altri senza pietà ha ricevuto la giusta nemesi, la vendetta degli dei? Chissà… Nel dubbio, proviamo a chiedere lumi, ancora una volta, alla poesia del grande Fabrizio De Andrè, il quale nel 1968 prende una canzone di George Brassens e la traduce in italiano con il titolo “il gorilla”, facendone un’ironica invettiva contro ogni forma di tracotanza e di prevaricazione. La canzone ci racconta di un “giovane giudice con la toga”, che il giorno prima aveva fatto tagliare il collo ad un povero diavolo per il solo gusto di scrivere una sentenza un po’ originale: a somministrargli il giusto contrappasso per la sua sorda e miope applicazione di una giustizia che spesso non è legge, ma solo esercizio della propria superbia intellettuale, è un nerboruto gorilla che, fuggito dalla gabbia in cui era rinchiuso, decide di saziare i propri appetiti sessuali. E lo fa, ahimè, proprio a scapito di quel magistrato, che viene “preso per un’orecchia e trascinato in mezzo a un prato”: e così, “sul più bello / dello spiacevole e cupo dramma / piangeva il giudice come un vitello / negli intervalli gridava mamma / gridava mamma come quel tale / cui il giorno prima come ad un pollo / con una sentenza un po’ originale / aveva fatto tagliare il collo”. Attenti al gorilla: e anche al coronavirus…

Potenza, ore 10:00, Annamaria

A volte si vede dalla distanza

se qualcuno ti vuole bene davvero,

si vede dal fatto

che non te lo riesce mai a dire

senza inciampare nelle parole,

senza avere la voce rauca

di tanto in tanto,

senza vergognarsi.

Non si è mai distanti sul serio

se i cuori restano vicini.

Parma ore 5:30 Cristina Cogoi 

Se si riducesse tutto solo ad un discorso di attesa sarebbe accettabile, sopportabile, gestibile, ma qui stiamo parlando di silenzio, di ascolto, di guardarsi dentro, di morte, di rinascita.

Sti cz……

Potenza, ore 19:00- Antonio Califano

Volevo partire oggi con il mio “Vagabondo delle Stelle”, non posso, troppo il dolore: è andato via Donato Sabia. Atleta lucano, mite, forte, schivo ed elegante, due finali olimpiche negli ottocento metri, amico di Pietro Mennea. Fu emarginato dal mondo dello sport nazionale perché, dopo un infortunio alla ripresa della preparazione, si oppose all’ utilizzo del doping per migliorare le prestazioni (ce lo ricorda il “Corriere dello Sport”, oggi). Era elegante Donato, una falcata lieve e potente, composta, poesia pura, la poesia che può esprimere solo un corpo e oggi ci è negata. Correrai libero anche lassù per noi e anche per quelli che continuano a dire che va tutto bene. Spero che almeno per un giorno i cretini tacciano, rispetto: è morto un “uomo”!

Potenza, ore 16:00 – Claudio Elliott

Silenzi e suoni all’ombra del virus

Stamattina, quando mi sono alzata per venire qui a pattugliare con Giovanni e Gianfranco, ho percepito ancora una volta il silenzio. Rari suoni urbani (la superstrada è a pochi passi da casa), una campana proveniente da non so quale chiesa (“da un non veduto borgo montano” direbbe il Pascoli), cinguettio di uccellini che mai prima di ora avevo notato, la voce ovattata dei vicini. Poi il silenzio.

Vedo lo scrittore che si avvicina. Sembra che stia parlando, ma non gli vedo cellulare né cuffie. Appena ci vede inforca la mascherina. Ci fa il solito cenno con la testa. Noi tre, bardati da capo a piedi, rispondiamo. Appena è proprio davanti a noi gli chiedo: – Lei parla da solo?

– Lo faccio spesso. Anche se in realtà ho sempre un interlocutore.

Gianfranco: – Non vedo la cagnetta, se è lei che intende. Anche se trovo strano che uno parli con gli animali.

Giovanni: – Io parlo con la mia gatta, e lei mi risponde.

– Anche oggi va a fare la spesa? – chiedo, ligia al dovere. L’ordinanza parla chiaro.

– No. Vado da un vicino che ha bisogno, il che è permesso, mi pare.

– Certo – dice Giovanni. Che poi aggiunge: – E dove abita? Credo che per vicino si intenda il dirimpettaio.

– Da noi in campagna il vicino è lontano.

Ci guardiamo e non sappiamo cosa rispondere.

Ritorno alla domanda iniziale: – E ci va parlando da solo?

– Non è vietato, almeno finora. E poi, come ho già detto, parlo con qualcuno, anche se non si vede.

– Come il virus, che c’è e non si vede – dice Giovanni. – Ed è il nemico più pericoloso che esista.

Gianfranco: – Hai voglia di spendere miliardi per aerei militari, F24 o 25, non lo so. Questa non è una guerra convenzionale.

– Non è neanche una guerra – dice lo scrittore. – Ne parlavo poco fa a un mio personaggio.

– Ah, ecco – dico, divertita.- Lei parla con i personaggi.

– E loro parlano con me. È un colloquio continuo: di giorno, di notte. E con questo silenzio rotto solo da qualche latrato di cani o dal tubare di qualche colombo o dal cinguettio allegro dei passerotti, il dialogo con queste persone è molto più poetico. Anche se non so scrivere poesie.

– Persone? – chiedo.

Lui sembra titubante, poi dice: – Siamo troppo seri, stamattina. Invece dovremmo essere più sollevati.

Gianfranco: – Perché la curva dei contagi sta calando?

– Infatti – dice Giovanni. – E questo significa che dobbiamo continuare a rispettare le ordinanze.

– Come sei istituzionale – dico.

– A me – dice lo scrittore – piace questa situazione, da alcuni punti di vista. Il silenzio. La natura che si riappropria del suo spazio. Certo, stare chiusi un casa è un vero castigo. Insomma, c’è del positivo e del negativo.

– Poco fa con chi parlava? – chiedo, anche se so di essere invadente: poco fa non mi ha risposto.

Mi guarda sospettoso, poi: – Chiedevo a un personaggio se gli piaceva una certa scena. Beh, non mi guardate come se fossi rimbambito. Un giorno ero affacciato alla finestra e mia moglie mi chiese cosa stessi facendo da almeno un quarto d’ora in quella stessa posizione. Risposi che stavo lavorando. “Mica ti stai rimbambendo?” chiese, ed era una domanda retorica.

– Allora – dice Giovanni, con un tono annoiato – sta andando dal vicino, ci ha detto.

– Stavo andando – dice lui, – ma ora non è necessario. Non ha più bisogno. – Si avvia lentamente verso la sua casa.

– Come fa a saperlo? – gli chiedo.

– Mi ha detto che la scena non gli piace.

– Quindi – chiedo, ormai persa – il suo vicino è un personaggio?

– Certo – dice, sorridendo. – Vivono quasi tutti con me, ma quello a cui parlavo è andato laggiù, a casa sua, per provare la scena – e ha indicato una casa gialla, verso il fiume. – Mi ha detto che sta tornando.

Fa un saluto con la mano, si allontana.

Silenzio.

Potenza, ore 22:00 – Giampiero D’Ecclesiis

Devo staccare dai pensieri, prendermi una pausa dalle tante emozioni negative che questa giornata mi ha riservato.

E’ iniziata stamattina, mi giunge dolorosa la notizia della morte di Donato Sabia.

Grande campione. Grandi leve veloci le sue gambe. Non fortunatissimo nella sua carriera d’atleta colpito come fu da molti infortuni. Un uomo per bene, un altro uomo per bene che se ne va portato via da questo virus maledetto. Un uomo gentile.

Devo staccare dai pensieri dolorosi.

Spengo la luce e come faccio spesso lancio la selezione dei pezzi preferiti su spotify che questa volta mi tradisce, non mi porta lontano con la mente, mi lancia il brano “L’amico” di Giorgio Gaber, riesco ad ascoltare solo un pezzo poi devo spegnere.

Resto a lungo al buio in silenzio. Poi mi soccorre il sonno e non sento più nulla.

LE STORIE DEL MARESCIALLO NUNZIOGALLO : LA MANO DEL DIAVOLO

Parte il primo esperimento di video racconto di TOTEM Magazine, Giampiero D’Ecclesiis & Fabio Pappacena vi propongono “LA MANO DEL DIAVOLO” della serie “Le storie del Maresciallo Nunziogallo”, per voi le prime cinque puntate, da ascoltare e vedere con calma, un intreccio misterioso si svolge tra le strade del centro storico di Potenza, tra Via Pretoria e la Chiesa di San Michele si muovono ombre inquietanti, si sentono rumori, voci. Presenze oscure? Intrighi di provincia?
Ci penserà il Maresciallo Nunziogallo a svelare gli intrighi.
Chi sono i personaggi che si agitano nella storia? Demoni? Fantasmi? Sogni? Che succede nelle case di campagna dei potenti? Notai, avvocati, politici.
Un giro di ragazze squillo?
Da stasera per voi, su TOTEM Magazine. SEGUITECI , IL MARESCIALLO VI SVELERÀ OGNI SEGRETO

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