CRONACA DI UNA PANDEMIA – ITALIA, 7 APRILE 2020

CRONACA DI UNA PANDEMIA – ITALIA, 7 APRILE 2020

Veronica Menchise, Vigevano, 23:00 – “Anti-Gravity Love Song”

“Anti-Gravity Love Song” di Veronica Menchise

Potenza, ore 24:00 – Pino Paciello
Ti conosco Mascherina

Se è vero che la vita sociale, oltre quella vissuta con i componenti familiari tra le quattro mura, ormai è solo quella che pratichi sulla rete, ho notato che la mia bolla si è allargata permeando una quantità di informazioni, ma anche battute, celie e motteggi, non sempre soddisfacenti. 

Non che prima fosse diverso, mica riuscivi a seguire tutte le stronzate che ti bombardavano dentro e fuori la rete ma mi accorgo che è ancor meno facile cercare notizie utili seguendo il gigantesco flusso di input provocato dai singoli utenti.

Ho un carattere indolente che mi ha sempre preservato dal noise di fondo, riesco per esempio a bypassare quasi sempre quella lì che fa da contrappunto in tutti i commenti convinta di rivelare, nella modalità “e le foibe? “, chissà quale verità. Ma stavolta è diverso: la fame di informazioni mi espone ancor più a questo fastidio durante la ricerca di notizie che possano, in qualche modo, difendere me e i miei simili.

Allora ti ritrovi, al solito, a fare una selezione naturale scrollando velocemente sui post cercando quelli più interessanti e oggi, per esempio, ho capito che le mascherine possono essere: 

– democratiche, quelle chirurgiche, che evitano il contagio a terzi ma non difendono se stessi durante l’inspirazione

– da stronzi, FFP3 quelle con il filtro utili a prevenire il contagio di se stessi ma non quello degli altri durante l’espirazione;

-cerchiobottiste, la mia, senza alcun filtro che dovrebbe essere utile al doppio scopo ma che forse contrariamente a quello che mi ha suggerito la mia capacità di dirimere, non eviterà il contagio né a me né a chi mi sta difronte. 

Ora non è importante che vi reputate democratici o stronzi, l’importante è che sappiate sempre qual è la mascherina giusta per voi.

Genzano di Lucania, ore 15:55 – Gianrocco Guerriero

Erano le 23:35 dell’8 marzo, quando scrissi la prima pagina di questo diario: ero sdraiato sul divano: al di là della finestra pioveva e soffiava il vento. È trascorso un mese e ho usato il passato remoto per rendere conto del tempo soggettivo. Al di là della finestra oggi è primavera e ho desiderato rileggere ciò che misi sulla pagina quel primo giorno: esordivo confessando il bisogno di chiarire le idee a me stesso. Lo confermo: è stato quello lo sprone per i successivi trenta giorni, e continua a esserlo. È lo scopo principale della scrittura, d’altronde.

Anche adesso sono steso sul divano, con un po’ di libri a fianco, e riesco a misurare le quattro settimane rimanaste alle mie spalle dalla quantità di cose che ho letto e scritto, dai “buongiorno” ricevuti con le fusa dalla gatta e dai ritmi acquisiti dalle mie “bambine”, divenuti ormai routine. Voglio uscire più forte, più preparato, con qualche conoscenza in più da questa esperienza: non ho altri obiettivi né potrei averne.

Non appena il cielo sarà buio, uscirò in giardino per guardare un po’ la luna: stanotte sarà piena mentre sfiora l’apogeo (circa 360.000 mila km), quindi più vicina del solito alla Terra: è quella ch’è chiamata “superluna”. Ma è un plenilunio importante anche per un’altra ragione, quello fra oggi e domani: è il primo dopo l’equinozio di primavera: viene utilizzato per stabilire la data della Pasqua, che cade sempre la domenica successiva a tale evento.

Sarà una Pasqua strana, questa: come non l’abbiamo mai vissuta. Sfruttiamola, la diversità. Sono ateo da che avevo quindici anni (da quarant’anni, ormai): il mio non è un messaggio religioso, e neanche retorico: è tutto umano: questa pandemia passerà, come ne son passate di peggiori, in tempi che erano peggiori, lasciando segni e lutti ancora più marcati: peggiori. C’è ne saranno altre, prima o poi. Dovremmo ricordare questa Pasqua come quella in cui il Pianeta tornò a essere la Patria (tutti nella stessa sorte) e di esso (essa) si iniziò ad aver rispetto: non siamo (ancora) cervelli digitali: distruggendo l’atmosfera, le foreste e i valori che ci hanno resi ciò che siamo non facciamo che distruggere noi stessi. È il mio solo augurio, questo.

Potenza, ore 7:45 – Luca Rando
Il sole illumina la stanza di una luce intensa. Mi affaccio dal balcone sulle strade vuote, sul silenzio delle cose che compongono questo paesaggio, anch’io ridotto a “silenzio di cosa”. Nessun suono, nessuna voce, nessun nome. Ogni parte del paesaggio è fissata nella sua essenza: la casa è una casa, la collina una collina, la ringhiera una ringhiera. Nessun segreto da svelare, nessun simbolo nascosto. Le cose sono così, oggi, rimandano ai miei occhi il loro essere e mi parlano in modo semplice, mi ricordano la vita che prosegue. Ma la vita aspetta? Questo mi chiedo. Forse ci stiamo abituando a questo stare chiusi, al guardare dalla distanza (di uno schermo, di un balcone), a veder scorrere la vita delle cose fissando la nostra in queste stanze, in questo stare. La sveglia mi dice che sono le 7:52, il corpo mi invita ad andare, a correre sul ponte, intorno a Montereale. E sono stanco, a volte disperato a volte lieto, ma sono stanco, perché le cose rimangono mute al mio sguardo anche se le fisso, aspettando che avvenga un miracolo. Non arriva, non arriva mai.

Potenza, ore 23:30 – Giampiero D’Ecclesiis

Non è facile stare a casa tanto tempo, bisogna industriarsi per impegnare la mente, specie poi se a casa ci stai da solo.

Vedi un film, o una serie televisiva, magari ascolti un vecchio disco, scrivi, leggi, giochi.

Stasera apro una vecchia scatola di fotografie, mia madre le ha conservate in maniera metodica, distinte per anno e per luogo. Mi siedo alla scrivania e faccio un viaggio nel tempo.

Ritrovo la mia cartella rossa, che nella foto in bianco e nero è grigia però, e il mio grembiule azzurro (sempre grigio), ritrovo i miei capelli, il mio ciuffo e dopo un po’ anche la mia prima stempiatura.

Superato il 1990 ad uno ad uno tutti e tre i miei figli. Piccoli, piccoli.

C’è una foto che ricorre con tutti e tre stesi sulla mia pancia addormentati, mi commuovo un po’, mi ricordo di luoghi, di persone. Recupero frammenti.

Matera, ore 19:50 – Doreen Hagemeister

“Tra risate e ricordi”

So che chi mi legge oggi si aspetta un intervento incentrato sulla Superluna. Infatti, sono appena stata sul balcone ad ammirarla. Fra 20 minuti, la Luna piena avrà raggiunto il perigeo, ovvero la minore distanza dalla Terra, cioè quasi 178 volte la distanza tra Matera e casa mia nel nord della Germania, Grabow/Meckl. Contemporaneamente Terra, Sole e Luna saranno perfettamente allineati. Motivo per cui la Luna sarà visibilmente più luminosa e apparirà più grande all’occhio umano. Già poco fa era brillantissima.

Mi armo di fotocamera ed esco.

Tutta la famiglia si raduna attorno al cavalletto con la macchina fotografica. A un certo punto, io e mio marito ci troviamo a girare (una scena unica nella sua goffaggine), spiegando il moto lunare ai ragazzi. Io sono la Terra. Mio figlio, ridendo, esclama: “Prima ero più convinto!” Tutti e quattro scoppiamo in una risata sonora.

Avendo due ragazzi teenager, oramai non succede spesso che di stare tutti insieme e soprattutto tutti dell’umore giusto.

Stavo pensando proprio a questo: cosa ci ha regalato questa pandemia? Essendo ottimista cerco sempre di vedere il bicchiere mezzo pieno, cerco di trovare il lato positivo delle cose.

Istanti come questo, insieme coi ragazzi ad ammirare la Luna e scherzare. In quest’ultimo periodo ci sono stati tanti momenti belli! Le grigliate della domenica. I semplici pasti (in un periodo normale, solo nei fine settimana riusciamo a pranzare insieme). E ne escono di battute a tavola. E poi i film, tutti seduti sul divano con una coppa gigante di pop corn. Per non parlare del tagliarsi i capelli, con risata garantita.

Basta poco per rendere felice una vita, è tutto dentro di te, nel tuo modo di pensare” (Marco Aurelio)

Sono riaffiorati anche tanti ricordi. Come molti di noi, stando più tempo a casa, anch’io mi sono messa a sistemare scatole e armadi. Sono spuntati fuori tante fotografie e oggetti che mi hanno riportato al passato. I disegni dell’asilo nido di entrambi i ragazzi. I regali del battesimo che abbiamo riaperto per guardarli insieme. Vecchi giochi loro, e non solo. Proprio ieri sera ho visto le mie due bambole preferite (avranno ora circa 45 anni, ma beate loro!, non si vede).

Non ricordiamo giorni, ricordiamo momenti” (Cesare Pavese)

Questo periodo, con tutte le difficoltà, ci ha fatto dei regali belli: tra risate e ricordi!

Firenze, ore 18:00 – Rossella Spiga

Interno giorno ma più allegro

Mi alleno tutti i giorni, sempre da sola, sfasata rispetto al gruppo. Faccio molta fatica. Seguo in video una mia amica argentina che non vedevo da anni, abbiamo vissuto insieme ai tempi dell’università, poi non ci siamo più viste.

Piccoli ritorni che sanno di buono.

Parma ore 17:32 – Cristina Cogoi

Parma 14.30

E mentre i giorni scorrono incuranti di ciò che avviene intorno a me, mi amo.

Amo ogni frammento di me stessa, ogni parte antica e nuova, ogni lato più oscuro, più fragile, ogni paura, ogni goccia di coraggio che imperterrita disseta il mio Io più nascosto e lo nutre per quei nuovi tempi che verranno a prescindere dal tutto e mentre mi amo,  VIVO !

Potenza, ore 17:00, Annamaria

Torneranno le luci non più in casa, ma nei nostri occhi, quando finalmente potremmo riguardarci, torneranno le musiche in piazza, i microfoni che fischiano e le camicie sudate dopo un ballo scatenato tra la folla.

Torneranno il calore di una risata, le battute e le lacrime in compagnia.

Torneranno gli abbracci, i brividi sulla pelle fino ad arrivare al cuore, gli sguardi intensi, la spensieratezza nel guardare il cielo e sentire il sole che scalda il viso o nel vedere brillare la luna e le sue stelle, e insieme a loro, anche i nostri occhi.

Torneranno tutte le emozioni che abbiamo sempre vissuto e ci renderemo conto di quanto nel loro piccolo fossero in realtà così immensamente grandi.

Genzano di Lucania, ore 19:00 – Rocco di Bono

Per gli appassionati del genere, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Sui social girano vagonate di video che mettono in fila le decine di dichiarazioni, più o meno stolte e imbarazzanti, che Donald Trump ha rilasciato sull’epidemia di coronavirus a partire dal 22 gennaio, il giorno in cui è stato registrato il primo caso negli Stati Uniti. Dichiarazioni che vanno dalle tesi complottarde di “è una montatura”, anzi no: “è un virus cinese”, a quelle rassicuranti che iniziano con “non siamo preoccupati, abbiamo tutto sotto controllo” e proseguono, qualche giorno dopo, con “Molte persone che contrarranno il virus si riprenderanno rapidamente, senza neanche andare dal medico”; per poi profetizzare al paese che “molti esperti pensano che andrà via in aprile”. Nemmeno la presenza di uno scienziato come il dott. Anthony Fauci è riuscita a contenere le esternazioni di “The Donald”, il quale ha rincarato la dose nominando suo genero e consigliere Jared Kushner nella task force per la lotta contro il coronavirus.​ Risultato: secondo gli ultimi dati dell’Oms, i casi di contagio da coronavirus negli States ormai hanno raggiunto la soglia delle 400mila persone, per un totale (dati del 7 aprile) di 11.004 decessi, di cui 3.200 solo a New York (più dei morti dell’attentato dell’11 settembre). “It’s morning in America / It’s morning in America / We’re mourning in America / And I can’t see the dawn” (è giorno in America / è giorno in America / siamo in lutto in America / e io non riesco a vedere l’alba…): oggi l’America si sveglia con le parole di questa canzone, “Morning in America” di Durand Jones & The Indications, e apre gli occhi su un incubo che il suo presidente aveva definito “niente di più di un comune raffreddore”.

Potenza, ore 20:00 – Antonio Califano

Stamattina giornata di uscita per la spesa settimanale, bardati con guanti e mascherine saliamo in macchina, panico, batteria completamente scarica, l’altra macchina in garage con batteria defunta da due settimane. Per fortuna ho il mio meccanico proprio di fronte, mi da una mano, la mettiamo in moto a spinta e mi da appuntamento per il primo pomeriggio per sostituirla. Sono giorni che ho gli incubi, le “cose” mi assediano, vogliono vendicarsi di me (di che poi?) penso: – se si blocca la porta blindata come alcuni anni fa, rimaniamo fuori che fine faremo? Se si rompe la colonna montante del bagno, come già accaduto, chi ci farà…? Se si rompe lo scaldabagno? Pure questo accade. Scopri le tua dipendenza dalle cose. Con questo spirito arriviamo al supermercato, Pina entra, io deambulo nel parcheggio e come Walter Benjamin, in Parigi capitale del XIX secolo, guardo le persone in fila alla ricerca del mio Flaneur, lo individuo, sta davanti all’ingresso pronto ad entrare anche se è l’ultimo della fila. Pantaloni di tuta, giacca a vento, scarpe adidas, mascherina indossata a trequarti, movimenti oscillanti, età sui trent’anni, sguardo vagante sulle donne più giovani in fila. Oscilla sornione, ammicca, spiega a chi gli è vicino che è tutta una sceneggiata, che i virus li hanno creati i cinesi per conquistare il modo. Mi viene qualche dubbio sul fatto che ne usciremo migliorati. Mi sposto ancora più il là …..: – e se la macchina ora non si rimette più in moto? E se vengo investito mentre la spingo?….Ho bisogno proprio di uno bravo. Domani riprendo a viaggiare che è meglio, ritorna il Vagabondo delle Stelle che è meglio.

Vietri di Potenza, 07 aprile 2020 – Ore 19:00 –  Francesco Panariello

Mi riscopro uomo, in lucidissime e quantomai attuali prospettive pascaliane:

Tutta l’infelicità degli uomini proviene da una cosa sola: dal non saper restare tranquilli in una camera. 

(B. Pascal, Pensieri, 354)

Tolve, 23:10- Rocco Mentissi

Dave Brubeck incalza con il suo piano, i battiti del cuore, il mio, salgono e la testa comincia a rimbalzare sugli accenti in levare, il corpo non riesce proprio a rimanere fermo, quando è colpito dalle onde sonore. Ascolto e scendo nei miei abissi, la musica si allontana, c’è un buio che rasenta il nulla, non freddo ma certamente incomprensibile, inafferrabile, laggiù non ci sono parole, segni, altri, ma solo una nera sfera compatta. Risalgo, ritorno avvolto dai suoni e allora danzo e scrivo parole, segni neri che emanano luce. Forse il nero di prima è la copertina di un romanzo luminoso nascosto, che muove e guida le nostre vite. La musica si interrompe e il corpo si arresta, il sole fuori è prepotente, ma non ho voglia di riverirlo, oggi mi scaldo con le parole, quelle giuste, quelle buone, che non sono: ieri, potere, domani, utile.

Potenza, ore 23:56 – Katia Genovese

Ecco finalmente, sento tornare il mio momento libero e leggero, ha passo deciso e ritmo incalzante. 

Senza preavviso, ma una scattante ed irrefrenabile energia pervade ogni cellula del corpo, che s’inonda di vita. 

Faccio il possibile per cibarmene fino all’ultima briciola, da sempre a caccia di pulsazioni.

Così in un battito di ciglia tutto il frenetico tran tran degli impegni giornaliero ha posato il suo ritmo, si è adagiato tranquillo ed ha trovato rufigio in una pagina confusa della mia agenda, proprio lì dove sono incastrate quasi perfettamente le ore ed i minuti che scandiscono le mie giornate. 

Il tutto sembra avere un ritmo imponente e determinato che non si arrende, anzi fa degli scarabocchi immensi, come una grande matassa ben annodata su sè stessa.

 Starà ritrovandosi, o sarà forse uno scudo?  

Allora mi fermo un attimo su di esso, fino a vederne man mano nitide le immagini nella mente…

Sa di futuro, il mio, mi costruisco attraverso passi già segnati, che sono artefici del mio destino. 

Con le parole si può dir tutto ciò che si vuole, non a caso le adoro, lascio che si posino su di me e mi ricoprano dei moti ondosi che le caratterizzano.

Si può addirittura far credere che il proprio “io” si componga del ritmo di una terza entità, continuamente in movimento e mutevole: il tempo.

 Eppure il tempo è nostro, ci appartiene, ci è stato cucito addosso dal primo vagito di vita; è il dono più grande che ci è stato concesso e noi siamo clessidre con anima e sogni.

Dunque, dopo queste considerazioni, ritorno in me…non è adesso il momento per il vociare veloce e confuso, non è il momento per numeri che ancora fanno tremare il cuore, non è nemmeno il tempo per una risata scomposta e distratta.  Lascio che tutta questa concretezza ceda il passo allo stupore. 

Apro la mia finestra, mi affaccio, ora d’aria…c’è un clima piacevole, un vento frizzantino fa percepire un brivido sulla pelle, a cui subito non faccio più caso perché sono letteralmente persa nelle mie parole e nei miei pensieri. 

Alzo gli occhi al cielo e mi riscopro ancora un po’ fragile di fronte alla tua bellezza, Luna, stasera più esuberante che mai. Sei donna anche tu!

Mi è mancato il non raccontarmi in questi giorni,quando vengono meno le parole vengo un po’ meno anche io. 

Questo spazio, nonché universo fluttuante di pensieri, è un appuntamento che mi fa sentire leggera ormai, mi permette di scandire il tempo seguendo il ritmo del battito cardiaco. Un po’ come quando da bambina mi attardavo a scrivere al mio diario, mentre mamma mi ricordava di andare a dormire.

Stasera ti mostri piena più che mai, piena di desideri, sogni e speranze le stesse che ci uniscono gli uni agli altri per mezzo quel sottile fil rouge, forte e fragile, delicato ed imponente allo stesso tempo.

 Per gli amanti delle scienze,questo sarà non più del risultato di una delle tante congiunzioni astrali, o di qualche legge fisica. 

Ma io sono fatta di poesia e non mi fermo alle leggi e alle dimostrazioni, vado oltre, sogno forte, scappo, inciampo… talvolta fa un po’ più male, ma non mi arrendo!

I diversi algoritmi ci portano a credere che sia un fenomeno normale nella sua meraviglia apparente, ma provate a spiegarlo voi ad un cuore palpitante d’emozione che la scienza è troppo concreta e razionale per far spazio a sentimenti e lacrime. La scienza basta a sè stessa, ma il cuore lui no, vuole tutto… l’infinito!

Allungando il palmo della mano sognerò ancora di sfiorarti con un dito… perché siamo così, d’istanti.

LE STORIE DEL MARESCIALLO NUNZIOGALLO : LA MANO DEL DIAVOLO

Parte il primo esperimento di video racconto di TOTEM Magazine, Giampiero D’Ecclesiis & Fabio Pappacena vi propongono “LA MANO DEL DIAVOLO” della serie “Le storie del Maresciallo Nunziogallo”, per voi le prime tre puntate, da ascoltare e vedere con calma, un intreccio misterioso si svolge tra le strade del centro storico di Potenza, tra Via Pretoria e la Chiesa di San Michele si muovono ombre inquietanti, si sentono rumori, voci. Presenze oscure? Intrighi di provincia?
Ci penserà il Maresciallo Nunziogallo a svelare gli intrighi.
Chi sono i personaggi che si agitano nella storia? Demoni? Fantasmi? Sogni? Che succede nelle case di campagna dei potenti? Notai, avvocati, politici.
Un giro di ragazze squillo?
Da stasera per voi, su TOTEM Magazine. SEGUITECI , IL MARESCIALLO VI SVELERÀ OGNI SEGRETO

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