CRONACA DI UNA PANDEMIA – ITALIA, 1 APRILE 2020

CRONACA DI UNA PANDEMIA – ITALIA, 1 APRILE 2020

Veronica Menchise, Vigevano, 9:30 – Il cielo in una stanza

Il cielo in una stanza di Veronica Menchise

Faenza (RA), ore 5:40 Domenico Marchione
Il sibilo del vento di questa notte non è poi così diverso dal fischio stridoso  dei ventilatori, delle CPAP, delle Bilevel che per tanto tempo in corsia soprattutto di notte ascoltavo con attenzione pronto ad intervenire al variare del suono o all’ accendersi dell’allarme.
Penso ai miei colleghi, ai loro volti segnati e ulcerati dalle maschere.
Penso alla sofferenza per l’attesa nell’espletare le loro funzioni fisiologiche! Alcuni di loro indossano pannoloni.
Penso ai calciatori, la loro federazione prepara una stima delle perdite, danni fino a 430 milioni. Che rabbia, che ingiustizia, che vigliaccheria.
Quando tutto finirà ho bisogno di ritornare al cinema, guardare un film che parli d’amore. Ho bisogno di ritornare in teatro. Perdermi per pochi secondi nel buio per poi ritrovarmi, a sipario aperto, a sognare di essere lì sul palco a recitare. Ho bisogno di ritornare in libreria, la solita, sul corso, il sabato e annusare l’odore delle pagine. Accarezzare le copertine, ascoltare il fruscio rapido delle pagine che faccio scorrere tra le mie dita e il vento in faccia che trasmettono. Ritornare a guardare al futuro con ottimismo e speranza. Ho bisogno di ritornare a scrivere poesie. Le vecchie, impolverate, nella memoria del mio vecchio pc in attesa di essere lette. L’ottimismo non mi abbandona. È nella mia natura, scritta nel mio DNA. L’ho trasmesso anche a mia figlia. Mi sorride sempre, la sua serenità è contagiosa. Oggi mi ha chiesto di raccontarle una storia. Una di quelle che mi invento tutte le volte che dorme con me nel lettone, parla di me bambino e del mio cane magico Pippo, delle nostre avventure nelle scorrazzate per il bosco magico.
Le ricorda tutte, fin nei minimi dettagli, spesso mi chiede di ripeterle.
Non le ricordo mai!

Parma ore 7.30 – Cristina Cogoi

Oggi ho disubbidito alla mia mente, lei  ancora dorme così ne ho approfittato e sono scappata di casa.

L’aria profuma di buono, come il silenzio che l’avvolge.

Decido di prendere la macchina e di dirigermi verso il supermercato più vicino per supportare le mie scorte alimentari ormai ridotte allo stremo.

La macchina ha preso il comando, le lascio vivere questi attimi di indipendenza, lascio che la musica della radio, a massimo volume, mi inebri i sensi e fingo che tutto sia normale.

All’improvviso la musica viene interrotta e lo speaker  radiofonico lancia  con voce impostata, ma suadente questo messaggio

“ Se è tre ore che state guidando vi raccomando  fermatevi e riposate “

e io finalmente RIDO A CREPAPELLE!

Potenza, ore 10:45 – Luca Rando

Sono uscito oggi dopo 4 giorni. Mi piace camminare sulla neve e vista la giornata ne ho approfittato per andare a fare la spesa. Quello che non pensavo di trovare era la tanta gente per strada. Intendiamoci, non una folla ma tantissime persone (dai 40 ai 70 anni) lungo via Pretoria, come se tutto fosse finito.

Io non so se sia finito, penso sia necessario un ultimo sforzo per evitare che la conta dei contagiati e dei morti salga, per evitare che lo sforzo prodotto fino ad oggi non sia servito a niente.

C’è un’altra ipotesi, certo: che tutta quella gente fosse uscita proprio in quel momento come me, per la spesa, la spazzatura, la neve.

Genzano di Lucania, ore 15:35 – Gianrocco Guerriero

Non me l’aspettavo la neve stamattina, quando ho “buttato” lo sguardo fuori dai miei vetri come lo “butterebbe” un astronauta dall’oblò in un ritorno di fortuna.
Quest’anno segnato da una cifra tonda (che in base dieci dà una doppia successione di 2 e 0, in base tre sarebbe come scrivere 60 e in base cinque 260 – gioco un po’ coi numeri) è un anno che segna una cesura. Non ne ho alcun dubbio. Più profonda di quella che, nel 2001 (che in base tre fa 10 e in base cinque 30) fu segnata dall’11 settembre: allora si ebbe uno sconvolgimento, sì, ma interno al paradigma; adesso invece il paradigma è morto e bisognerà cambiarlo. Sono rari, nella Storia, i momenti delle grandi decisioni (le biforcazioni, in Dinamica dei Sistemi). Noi, adesso, ne abbiamo uno fra le mani: dobbiamo scegliere la “base” per ricostruirlo e, dunque, per poter reinterpretare tutto (ambiente, energia, guerre, relazioni – a ogni livello -, salute). È aprile, la neve già si è sciolta, è tornato il sole e soffia il vento.

Potenza, ore 12:05 – Rosa Solimeno

Caro Giovanni, benvenuto!
Ben arrivato a casa, amore di zia!
Tu sei l’ultimo arrivato di una famiglia non solo tanto numerosa ma anche visceralmente legata; purtroppo hai avuto fretta – saresti dovuto nascere l’11 aprile – e sei venuto al mondo in uno dei periodi storici più difficili per l’umanità, quello in cui un nemico invisibile – il coronavirus – ci costringe a vivere in quarantena, isolati gli uni dagli altri, in cui vietati e pericolosi sono coccole, abbracci e baci.
A proteggere te ha pensato la tua mamma che, seppur sola, con infinita dolcezza e tanta determinazione, ha fatto in modo che tu nascessi senza nessuna complicazione; nel mio cuore, amore di zia, resterà per sempre impressa la sua espressione di gioia mentre ti guarda con infinito amore, sorridendo con gli occhi, perché il suo sorriso è nascosto da una mascherina….
Oggi sei arrivato a casa, ed oltre ad accoglierti papà Daniele ed il tuo fratellino Nicola, c’eravamo tutti noi che, anche se non fisicamente lì con te, attraverso la tua nonna – ha sfidato le restrizioni per raggiungere Roma e venirti a conoscere – abbiamo pensato di farti sentire il nostro affetto e di sommergerti di coccole vocali!!!
Giovanni sei la nostra più grande gioia e con il tuo arrivo sei riuscito a colorare la tristezza di questi giorni….so amore di zia, ne sono certa, che presto potremo abbracciarci e recuperare così il tempo che questo brutto virus ci ha sottratto!

Con infinito amore ️
La tua zia più anziana

Potenza, ore 24:00 – Giampiero D’Ecclesiis
Sono solo nel letto, vorrei cercare di dormire ma il sonno fatica ad arrivare.
Mi è arrivata la notizia dell’ultima vittima nella mia città. Giovane. Meno di quarant’anni. Ho visto la sua foto condivisa da amici addolorati, un volto giovane, vigoroso, pieno di vita.
Mi ha colpito più duramente di quanto non abbia dato a vedere.
Mi passa per la testa distintamente un pensiero: e se toccasse a me?
Il primo pensiero che mi viene in mente è che da solo, intubato, incosciente non voglio morire.
Mi ripropongo di dire con un po’ di calma a chi mi è a fianco che se dovessi contagiarmi non voglio andare in ospedale, non voglio andare in rianimazione, non voglio morire, incosciente, in una stanza bianca di ospedale. Vorrei che mi si lasciasse a casa ad aspettare i miei esiti, fausti o infausti che siano.
Il secondo pensiero è che devo scrivere qualcosa ai miei figli e alle persone che amo, non solo istruzioni, che di quelle magari non c’è bisogno, ma qualcosa che gli resti, un foglio o due da aprire e rileggere quando avessero voglia di ricordarsi di com’era il padre o il compagno o il figlio secondo dei casi.
Comincio a pensarci con quella sistematicità che a volte ha la mia mente, prima Marcello, poi Adriano, poi Giulia, fluiscono pensieri, ricordi, raccomandazioni, incitazioni, rassicurazioni, con toni e parole diverse a secondo di come so essere i miei tre figli. Ad un tratto mi accorgo che mi scorre il naso e mi avvedo che sono allagato da un fiume di lacrime.

Non di paura, non di dolore, ma di commozione.
Interviene Miles che mi strilla nelle orecchie che non si piagnucola, che non si scrivono lettere mielose ai figli e ai parenti, che un uomo è un uomo per quello che fa e che i miei ragazzi non hanno bisogno di due pagine di lacrimosi, dolorosi, rimpianti di un uomo spaventato dalla prospettiva di morire.
-Alzati coglione!– E’ ancora notte.

Vado in cucina, bevo un po’ d’acqua, faccio la pipì, mi guardo allo specchio, occhi lucidi, un po’ stanchi, mi restituiscono uno sguardo tranquillo, mi sorrido allo specchio e torno a letto.
Viviamo un giorno alla volta.

Potenza, ore 16:51 – Claudio Elliott

COVID 19. CANE E NEVE, PRIMO APRILE.

Quasi mimetizzati con la neve caduta stanotte, li vedo lì, tutteddue, che mi salutano con un cenno della testa, bardati come sempre.

Il cane femmina mi trascina come se lei fosse un husky e io una slitta. Riesco a frenare davanti ai due, che ormai mi sembrano amici di vecchia data.

Lei scodinzola perché, nonostante una muscolatura poderosa e una stazza tarchiata e forte che potrebbe incutere un certo rispetto, è una coccolona. Uno dei due si china per carezzarla. L’altro dice:- Giovà, potrebbe mordere.

Lui ritira fulmineo la mano mentre mi chiede: – Lei che ne pensa?

Non colgo il nesso, per cui mi avvalgo della facoltà di non rispondere.

– L’ospedale – mi spiega Gianfrà, dopo aver messo al riparo la mano. – A Milano ne hanno costruito uno in pochi giorni, lì alla Fiera.

– Che ne penso? Mi pare una cosa buona.

Interviene Giovà: – Ma lei vive in Italia, no?

– Ma che domande! – dice il collega. E l’altro: – Allora: in genere per costruire un ospedale, mica una casa, ma un ospedale, in Italia si devono presentare trenta chili di documenti, certificazioni, permessi, ottemperanza a non so quante leggi, norme di sicurezza.

– Ti sei fatto una cultura.

– Certo. Per una casetta in campagna è lo stesso.

Nel frattempo la cagnetta esplora il terreno circostante e un gruppo di allegri sciatori sciama sulla neve a pochi passi da noi. Uno si azzarda anche a salutare, ma un altro lo frena con la mano.

– Voglio dire che ci vuole un sacco di tempo per raccogliere tutti quei permessi e documenti vari. E non voglio parlare di quelli che vogliono anche specularci.

– Insomma – dico – lei vuol dire che quando si vuole, si può fare.

– Ecco. Ma adesso si può uscire con i figli.

– Cosa c’entra? – chiedo, cercando l’aggancio logico, che evidentemente è andato via con gli sciatori.

– Non si deve abbassare la guardia – dice uno dei due che, dopo un attimo di pausa durante il quale si accerta che non passi nessuno senza il lasciapassare governativo, aggiunge: – E ora li promuovono tutti.

Va bene che si fanno due chiacchiere sotto la neve del primo aprile e con un cane femmina di indole esplorativa, ma questi voli pindarici mi fanno perdere l’orientamento. Lui nota la mia perplessità: – Scusi, signor Aliotto, ma lei per essere promosso ha studiato, no?

– Beh, quelle rare volte che mi hanno promosso con una striminzita sufficienza, sì.

– E mò, con questa scusa del virus, vengono tutti promossi.

– Beati loro – fa l’altro. – Però meglio promossi che contagiati.

– Lezioni virtuali, promozioni reali – dico. Poi aggiungo: – Porto il cane a casa. Poi vado a fare la spesa. Vi trovo qui?

– E dove vuole che andiamo? Di qui non passa nessuno, se ci siamo noi.

Potenza, ore 19 – Antonio Califano

Per quanto tempo ancora? Mi sono svegliato con questa domanda in testa, e non penso alla fine della quarantena in senso stretto, ma al lungo dopo, a quelle che uno scrittore di fantascienza chiamava le “Cronache del Dopo Bomba”. Per quanto tempo ancora ci negheremo come “zoon politikon”’? La socialità virtuale non può sostituire a lungo la vera socialità se non cambiandoci dentro, facendoci diventare altro, asettici esseri senza odori, parole senza gesti, voci senza corpi. Mi accorgo che mi ci sto abituando troppo facilmente e mi dà fastidio, ho bisogno di dialoghi fatti di corpi; riprendo un testo di Hanna Arendt- “Socrate”, che poi è la trasposizione di un suo corso del 1956 alla “Notre Dame University” negli Usa. Si tratta di una riflessione sul rapporto tra Socrate e Platone, della inimicizia tra filosofia e politica che viene addebitata al tradimento metafisico di Platone. La politica mette a morte Socrate, ma la sua è la morte dello spirito critico, il trionfo della ragion di stato, l’incapacità a comprendere l’ironia del motto delfico che lo definiva “il più sapiente degli uomini”, tanto da farla diventare una accusa nel processo, perché era l’unico che aveva capito che gli uomini non possono essere sapienti, il “sapere di non sapere” rende Socrate sapiente. L’unica via è la ricerca continua, il dialogo, l’ironia, la ricerca di verità che vanno messe sempre in discussione per altre verità, l’utilizzo del “dialeghesthai”. Troppe parole: si può morire affogati dalle parole, poche emozioni: non si vive senza emozioni. Dobbiamo ancora resistere lontani, ognuno a casa propria ma non dimentichiamo quello che siamo veramente…..per il dopo o arriveranno i guai.

Matera, ore 19:20 – Doreen Hagemeister

“Il mio sogno”

Sogno
Vedo un muro.
Costruito nel mio giardino.
Attorno all’aiuola.
È troppo alto.
Non vedo le mie piante.
Mi chiedo
E ora come le raccolgo?
Come tolgo le erbacce?
Come coltivo nuove piante?
Rido
Creerò una porta!

(Tratto da un sogno vero)

Potenza,ore 20:00, Annamaria

Da questi giorni dobbiamo ricominciare. Non dobbiamo scoraggiarci nè buttarci giù, ma dobbiamo crederci: ce la faremo.

In questi giorni dobbiamo chiederci il senso di tutto, dobbiamo chiederci dove stavamo andando e utilizzo un tempo passato perché, quando tutto questo sarà finito, ricominceremo e potremo farlo da capo. Potremo mettere un punto e reiniziare.

Ricominciare. Punto e a capo. Quando tutto questo sarà finito potremo reiniziare, fare tutte quelle cose che non abbiamo mai fatto – per paura – fare tutte quelle cose che abbiamo sempre rimandato – per timore. In questi giorni, lasciamo che la paura lasci spazio al coraggio, ma anche alla riflessione per chiederci il senso di ogni cosa, per capire che, in questi anni, con gli anni, non facciamo altro che diventare sempre più superficiali. E non va bene perché non va bene dare per scontato tutte quelle cose che, seppur scontate, magari, non lo sono affatto e anzi sono tutt’altro, perché sono preziose. Diamo un senso a questi giorni e troviamo questo senso nel chiederci e nell’imparare a ringraziare e apprezzare tutte le piccole cose che abbiamo. Impariamo a lasciare un po’ altrove i nostri cellulari e reimpariamo a riguardarci negli occhi, reimpariamo a fare cose insieme in famiglia, a domandarci l’un l’altro come stiamo, a sostenerci, a incoraggiarci, a insegnare a chi non ci crede che andrà tutto bene e a dare coraggio a chi ha paura. Impariamo ad abbracciare più forte la nostra famiglia. In questi giorni, impariamo a ritrovare tutte quelle cose e tutti quei valori che negli ultimi tempi si erano un po’ persi.

A casa mia, tutte queste cose ci sono sempre state: noi siamo stati sempre abituati ai telefonini lontani da tavola, a guardarci negli occhi e a raccontarci la nostra giornata la sera,a fare tutto insieme e a me hanno sempre insegnato che se io ho un problema, lo hanno anche loro e se loro hanno un problema è anche il mio. A casa mia tutte queste cose ci sono sempre state eppure ora ci sono ancora di più. E non sapete quanto è bello. È bello perché è famiglia. Lo sentite il profumo di famiglia in questi giorni? Io si! Io lo sento più forte e spero di tenermelo stretto, anche quando tutto questo sarà finito. In questi giorni, in cui siamo stati costretti a cambiare le nostre abitudini, in cui tutti siamo stati costretti a rinunciare a qualcosa, piccola o grande che sia, restiamo pure nelle nostre case – dicono sia tutto quello che possiamo fare per salvarci, per salvare la nostra Italia e allora facciamolo – e stacchiamo un po’ la mente e pensiamo un momento a dove stiamo andando. Chiediamoci “È questo quello che voglio per me? È questa la strada che voglio percorrere? È con queste persone che voglio stare?”

Chiediamoci se le persone che abbiamo intorno, sono le persone che vogliamo davvero e troviamo il coraggio per dire tutti quei ti voglio bene che non abbiamo mai detto e di fare tutte quelle cose che abbiamo sempre rimandato.

Chiediamocelo e rispondiamoci. E non temiamo di ascoltare le nostre risposte e, domani, quando tutto questo sarà finito, ringraziamo chi di dovere, chi sta rendendo l’impossibile possibile, stringiamo forte la nostra Italia e ricominciamo. Ricominciamo dalla paura che abbiamo avuto e dal coraggio che abbiamo trovato. Ricominciamo da noi stessi, dalle risposte che ci siamo dati. Chiediamoci: “Sono dove voglio essere? Sto andando dove voglio andare?” E se la risposta è no, quando tutto questo sarà finito, una volta trovato il coraggio, cambiamo le cose. Diamo un senso a tutto questo. Il tempo non è infinito. Abbiamo tanto tempo, ma per fare cose e non per rimandarle.

Da questi giorni dobbiamo ricominciare e imparare tutto quello che per troppo tempo abbiamo dato per scontato. Quando tutto questo sarà finito, avremo imparato ad apprezzare le piccole cose: gli abbracci, un caffè caldo con gli amici, casa e tutte le piccole cose, le più importanti.


Tolve, 23:30 – Rocco Mentissi
Lo sforzo di sentirsi bene, monitorarsi, deglutire prestando attenzione alle tonsille, testare l’olfatto preferendo gli odori forti, avvertiti ora come alleati tranquillizzanti. Potrei andare avanti all’infinito in questo elenco di infiniti, in questo film dove i corpi, mio, degli altri, benché isolati e distanziati, fungono da protagonisti, riscoprendosi così centro psico-fisiologico in un game universale, di cui ignoriamo le regole. Mi concedo un altro infinito: scrivere. Sembra che faccia bene anche a chi mi fa bene da sempre. Ma in fondo scrivere è ascoltarsi, impone lealtà, la forza della sincerità, il coraggio di scoprirsi anche fragili, diversi. Quando scrivi, sei tra l’altro e l’altro ancora, scrivere è un atto d’amore, di fiducia, religioso, poiché significa legarsi, congiungersi a distanza.

Villa d’Agri, 01:51 – Antonella Marinelli
Le madri.
Ventitreesimo giorno rosso. Anch’io sono madre, ma scrivo da figlia. Conosco madri composte, ordinate anche nel dolore, madri desolate e stanche. Le conosco perché conosco mia madre, i tormenti recenti, i sorrisi fiochi, gli occhi bassi. Le notti sono tutte più brevi da quando la storia ha preso a raccontarsi mentre la viviamo. Non ci ha lasciato il tempo di realizzare che siamo a ridosso di una svolta epocale e così vivo la stessa inquietudine del mozzo che non sapeva di essere approdato nelle Americhe.

Questa notte il mio pensiero è per la mamma di Pino e Marco. Che siamo finitesimi non v’è dubbio, che viviamo di indomiti inganni e di dolci illusioni per esorcizzare la caducità della vita pure, ma il dolore devastante, quello che ci rende vulnerabili e ci strazia cos’è se non il contrappasso per la straordinarietà di esserci. Sono certa che questa madre neanche se le è mai poste queste domande, avrebbe solo voluto amare i suoi figli e mai vivere oltre loro. Non so neanche che aspetto abbia questa madre, ma conosco gli occhi di Annamaria, un’altra madre dell’oltre, e ho un nodo che mi si strozza in gola. Vorrei abbracciare questa madre, amarla di calore per qualche secondo e sussurrarle nell’orecchio quello che mi disse una mia amica psicologa : “Antonella la vita farà per voi, perché è così straordinaria da impedire che questo dolore che vi devasta perduri, se così fosse ne morireste, il tempo vi donerà la rassegnazione che trasformerete in amore per tutte le persone care che vi legano a chi non c’è più”.

Al coraggio della mamma di Pino e Marco.

LE STORIE DEL MARESCIALLO NUNZIOGALLO : LA MANO DEL DIAVOLO

Parte il primo esperimento di video racconto di TOTEM Magazine, Giampiero D’Ecclesiis & Fabio Pappacena vi propongono “LA MANO DEL DIAVOLO” della serie “Le storie del Maresciallo Nunziogallo”, per voi le prime tre puntate, da ascoltare e vedere con calma, un intreccio misterioso si svolge tra le strade del centro storico di Potenza, tra Via Pretoria e la Chiesa di San Michele si muovono ombre inquietanti, si sentono rumori, voci. Presenze oscure? Intrighi di provincia?
Ci penserà il Maresciallo Nunziogallo a svelare gli intrighi.
Chi sono i personaggi che si agitano nella storia? Demoni? Fantasmi? Sogni? Che succede nelle case di campagna dei potenti? Notai, avvocati, politici.
Un giro di ragazze squillo?
Da stasera per voi, su TOTEM Magazine. SEGUITECI , IL MARESCIALLO VI SVELERÀ OGNI SEGRETO

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