CRONACA DI UNA PANDEMIA – ITALIA, 27 MARZO 2020

CRONACA DI UNA PANDEMIA – ITALIA, 27 MARZO 2020

Veronica Menchise, Vigevano, 23:19 – Venuta la sera

Venuta la sera di Veronica Menchise

Potenza, ore 9:52 – Claudio Elliott

STAMATTINA MI SONO AUTOCERTIFICATO.

Stamattina sono uscito di casa e, a passo spedito, ho percorso un centinaio di metri e finalmente li ho trovati.

– Sono giorni che vi cerco – dico ai due della pattuglia.

– Sììì? – mi chiede uno dei due con uno sguardo indagatore: ho la mascherina e quindi sono tranquillo.

– Non vedo il cane – mi fa.

– Neanche io – dico, guardandomi attorno.

– E allora perché esce? Lei non è quello che vediamo ogni mattina con il cane?

– Oggi non gli va di uscire.

– E allora?

– Vado a far la spesa, ma prima mi vorrei autocertificare.

Interviene il collega, che mi pare un tipo più sveglio: – Nome?

– Claudio. – Lui scrive su un modulo, uno dei tanti che circolano.

– Claudio e poi?

– Alessandro.

– Residenza? – Gli vorrei ricordare che non mi ha chiesto il cognome, ma ci pensa il primo dei due.  Dice: – Alessandro è il cognome?

– No: è il secondo nome.

– Ah, lei due nomi? – chiede l’altro.

– Non è permesso dalla legge?

– Giova’, ma è permesso avere due nomi?

– Certo, Gianfranco.

– Bene. Cognome?

– Elliott.

– Ehi, avevo chiesto la residenza. Allora?

– Via delle More.

– Dunque, via dell’amore – dice mentre scrive.

– No, no, via delle More,sa, quelle che si mangiano: il lampone, la mora.

– Da noi – interviene l’altro – la mora è la multa.

– Allora lei abita in via delle Multe, giusto?

– Non esattamente. Mora significa anche castana, ecco – dico, cercando un appiglio tricologico, dato il fallimento di quello gastronomico.

– Ah, allora correggo. In via delle Castane. Numero?

Qui casca l’asino, mi dico, perché la numerazione di casa mia è cambiata diverse volte negli anni a causa del superlavoro di qualche genio addetto alla toponomastica. Quindi rispondo: – Non sono sicuro.

Lui si leva gli occhiali (non li ha, ma se li leva lo stesso) e mi chiede con un ghigno beffardo: – Lei non conosce il numero civico di casa sua?

– Sì. No. Insomma.

– Cioè? – chiede lui, rimettendosi gli occhiali e fissando il modulo.

– Faccia una media – dico.

– Una media? Mica la media è un numero.

– Una media matematica tra 18, 16, 26, 28.

– Lei vuol dire – chiede l’altro – che abita in quattro case?

– Per carità: una sola.

– Come si fa una media matematica, Giova’?

– Fratello caro, metti un numero a caso non troppo lontano dalla prima e dall’ultima cifra. Tanto il signore mica si offende.

– A proposito – dice Giovanni, dopo aver scarabocchiato un numero – lei sta uscendo per fare la spesa, ha detto.

– Infatti.

– Non vedo le buste.

– Non c’è scritto sul modulo che ci vuole la busta – dico, nella speranza che l’ultimo dei venticinque moduli non la preveda.

Lui scartabella per circa quindici minuti, poi mi sorride: – Ha ragione. Cosa va a comprare?

– Una scatola di stuzzicadenti.

– E basta?

– Sì. Abbiamo poche esigenze in famiglia.

– Lei è a conoscenza ….- e mi legge tutto: alla fine non sono affetto da alcun virus, so che vi sono sanzioni eccetera.

– Ah, ci diceva il suo cognome.

– Elliott.

– Con l’acca?

– No, senza.

– Eliotto.

– No, senza la o finale.

– Aliott, allora.

– No, con la E iniziale e senza la a. e poi due elle e due ti.

Nel frattempo passano frotte di giovani senza mascherine, una banda musicale che intona ‘O sole mio, un paio di famiglie con vettovaglie e fiaschi di vino, un pullman di pellegrini allegri e avvinazzati. Il mio cognome sta procurando dei problemi, così mi viene il colpo di genio: – Senta – dico.

– Scriva il mio secondo cognome, tanto il primo non lo uso mai.

– Bene. Qual è?
Esposito.

Potenza, ore 23:00 – Giampiero D’Ecclesiis

La giornata si avvia alla conclusione come era iniziata, ancora una brutta notizia, ancora preoccupazioni, dolore, ansia per persone che conosco e alle quali sono affezionato.

Mi dico che è così, il momento è questo e non c’è molto da dire.

Mi passa per la testa un pensiero: Devo dare le mie password a qualcuno, quelle del computer, del telefono, della mia pagina facebook, del mio blog, devo …

Provo ad immaginare la faccia di mio figlio Adriano leggendo queste righe…sorrido e mi mando a fanculo da solo.

Parma  ore 5:20 – Cristina Cogoi 

Apro gli occhi, e’ ancora prestissimo, mi arriva dalla cucina il profumo del tortino di porri e zucca fatto ieri sera,  ricordandomi che ho già fame. 

Le virtù dell’olfatto, dicono che questo virus ne annulli ogni percezione e mai come di questi tempi ne apprezzo il valore.

 Non ho bisogno di misurarmi la febbre, ora e’ lui il mio termometro.

A dire la verità sono sempre stata una persona noiosa sull’argomento.

Ritengo che dopo la vista, l’olfatto sia uno dei 5 sensi più preziosi, aiuta, seleziona,  diversifica, allontana,  esclude, cura,  ricorda, sana,  sazia,  innamora.

E allora mi aggiro per casa, come una leonessa in gabbia, con gesti sempre più abitudinari, ma fiutando l’aria. 

Non faccio più distinzioni, non sono più snob come un tempo, non arriccio più il naso per odori non di mio gradimento.

Annuso e basta. 

La mente fa un tuffo carpiato nei ricordi e come solo lei sa fare va a saziare cuore e anima.

E allora mi giungono chiari e forti profumi scolpiti nella memoria, profumi antichi,  amati, custoditi con cura. 

 Il profumo del pelle di mia figlia appena nata, Il profumo di mia nonna materna che mi ha cresciuta,l’odore misto a sudore  della pelle di un amante amato, il profumo dei fiori di pesco che sanno di rinascita,il profumo salmastro di certe camminate sulla spiaggia.

Inspiro a pieni polmoni ed espiro 

e decido con tutti i miei sensi ancora vigili  di vivere anche oggi e non di sopravvivere.

Potenza, ore 10:00 , Annamaria

“Io spero”, molto spesso lo sostituiamo con sinonimi: – mi auguro, mi attendo, auspico, – ma sempre con lo stesso significato: per far sì che tutti i desideri si realizzino, per far in modo che tutte le attese diventino certezze.

L’applichiamo a situazioni quotidiane, come all’attesa di rivedere e riabbracciare un amico che non vediamo ormai da tempo o al bel tempo che tarda a venire perché stanchi di un tempo nuvoloso e piovoso, anche nei detti popolari: “rosso di sera buon tempo si spera”. Ci sono situazioni, poi, che possono essere più serie e, personalmente, più coinvolgenti, come il ritorno a vivere,come prima. Ma cosa ci aspettiamo dal mondo attuale? Siamo in grado di leggere, anche noi, tra le sue pieghe, i vari problemi turgidi di conseguenze disastrose? E se sì, con che animo viviamo queste situazioni? Con animo lieto, distaccato o con spirito di coinvolti ? A volte non sappiamo neanche noi cosa pensare, ma intanto ci capita di essere “contenti” di questo stato di cose e ci lasciamo vivere, e questo vivere così a contatto con noi stessi, in fondo, ci piace.

Del resto “crucciarsi non ha molto senso, ci sono tante cose belle da fare, da creare.”

Potenza, ore 17:47 – Antonio Califano

Ci ricorda Carlo Rovelli che “alla fine il mistero del tempo riguarda ciò che siamo noi, più di quanto riguardi il cosmo”. E oggi che di tempo ne abbiamo tanto si materializza soprattutto come memoria, tempo interiore, ricostruzione di quando il tempo era movimento nello spazio ed ora è nella coscienza, ne approfitto e viaggio. Oggi me ne torno a Praga: è fine giugno del 1970, ci fermeremo fino a Dicembre, ci sono arrivato con Gianfranco un po’ in autostop e un po’ in treno, con un notturno da Vienna. L’armata rossa è andata via da pochi mesi, sotto i portici di Piazza San Venceslao c’è ancora un angolo annerito dove ogni tanto qualche mano furtiva lancia dei fiori. Nelle rare e complicate telefonate che faccio in Italia, con alchimie meccaniche col disco dei numeri per far entrare cabalistici prefissi, un amico mi ricorda che sono dentro la storia, non lo so se siamo sempre dentro la storia, la nostra e quella degli altri. Mi mantengo intercettando danarosi turisti italiani a cui propongo il cambio nero delle lire in corone, ho una rete di receptionists degli alberghi che me li cambiano al doppio, io tengo per me la metà come commissione. La canzone dell’estate è “In the Summertime” di Mungo Jerry, la si sente dappertutto, nei locali che frequento la sera, anche riproposta da improbabili “complessini” che fanno cover ed every green, i componenti sono attempati musicisti che mi dice Andy, un altissimo giocatore di pallacanestro di Zagabria figlio di un partigiano titoista, sono tutti orchestrali del teatro di Praga che arrotondano lo stipendio. Sono dentro la storia, non me ne sono accorto, per me la storia sono gli occhi azzurri di Gabi una ragazza della DDR che mi chiama Antonio “Bandito”. Ma sì, la storia è una città incupita, piegata da una tragedia appena consumata con tanta gente che sugli autobus legge continuamente, dappertutto, legge quegli oggetti misteriosi che si chiamano libri. Il Vagabondo delle Stelle, vi saluta. Bergson ha ragione, Proust ha torto non si può cercare il tempo perduto, e poi perché perduto, tutt’al più vissuto consumato e quindi già diventato altro. Ma sarà poi vero o tutta una fantasia? L’importante è crederci. Ora occupiamoci del sig. Virus e facciamogli il culo stando a casa.

Genzano di Lucania, ore 17:00 – Gianrocco Guerriero

Mi sono alzato alle quattro che soffiava il vento e quando qualcuno, ore dopo, ha aperto le persiane ho visto che fuori c’era il sole. Poco prima delle dieci è passato un amico a salutarmi. Lui è di quelli che lavorano per noi, più di prima. È stato trasferito. Voleva vedermi, per dirmelo come ai vecchi tempi. Siamo rimasti dalle due parti del cancello, distanti, lui con la mascherina e i guanti, io con addosso gli unici indumenti di cui ho bisogno adesso: i pantaloni di una tuta e una maglietta. Ciò che abbiamo rievocato c’è sembrato vecchio ormai d’un secolo: follie. La sappiamo la realtà qual è. Siamo rimasti così mezz’ora, ognuno carceriere per quell’altro. Ci siamo detti che ci rivedremo. Sarà così. Presenterò il mio libro anche a Tricarico, di certo. O sarà per qualche altro evento, e per il piacere, altrove. Non sono mai facili gli addii: neanche se ti sposti un metro.

Quando è andato via, sono rientrato. Mi faceva strano stare fuori. Mi è arrivata una telefonata, dalla sorella di mia moglie, quella che coccolavo tanto quand’era piccolina. Mi chiedeva che fosse accaduto, visto che la macchina dei carabinieri era rimasta ferma a lungo a casa. Aveva sbirciato dal balcone. A dir la verità, di primo acchito ho pensato di giocarci un po’, inventando qualche cosa di eclatante (che so, una rapina, uno spaccio di sostanze o d’armi, un uxoricidio…), ma poi ho riso fra me e me e m’è sembrato che non fosse il caso, con l’ansia che già tutti abbiamo addosso (anzi, hanno: io me la cavo bene).

È vero! Ieri avevo aperto una puntata… Non fa niente, continuerò domani. Tanto i giorni sono tutti uguali. Oggi Angelo ha funto da “clinamen” (ecco: questa è la parola giusta), perturbando un determinismo indotto. Anche un virus lo ha fatto, circa un mese fa, e l’addio lo abbiamo dato a un altro mondo.

Tolve – Ore17:00 – Rocco Mentissi

Vedo i miei alunni sullo schermo, non sono a mio agio, li avverto distanti, ciò mi addolora. La linea non mi basta, mi schiaccia, le emozioni pretendono volumi. Seduto, a mezzo busto, non riesco a lanciare segni duraturi e luminosi. Insegnare, per me, è come danzare, è un linguaggio di corpi. Mi resta l’incontro, mi consola il rivederli, guardare i loro occhi. Mi arriva, però, anche il loro smarrimento, lo copro con la leggerezza dei miei sofismi. Per fortuna, però, le alture della filosofia ci inducono a innalzare, non senza sforzo, le nostre menti, il che ci cattura e distrae. Lo dico da sempre: “ i miei alunni mi hanno salvato la vita”, tramite loro ho ritrovato me. In loro riconosco la mia umanità, il desiderio, irrinunciabile e irriducibile di un mondo più giusto, più vero. A loro devo il mio ri–bellarmi: il continuo, vitale richiamo del bello nella vita di ogni giorno. Finisce la lezione, resto inappagato, incompleto. Mi riprometto di migliorare.

Potenza, ore 23.05 – Luca Rando

La quarantena obbligata ha lati positivi e lati negativi. Ci sono esplosioni improvvise di rabbia, risposte date di cui pentirsi immediatamente. Passiamo troppo tempo con i dispositivi elettronici, me ne rendo conto, soprattutto per scuola. Ci sono però anche aspetti piacevoli: inviti al pensiero con vecchi amici; chiacchierate in video con chi non sentivi da tempo; testimonianze da un tempo passato e abbandonato. La memoria si deteriora, spesso si dimentica ciò che è stato (anche naturalmente visto che la vita va avanti). Allora questi giorni sono una lezione sull’attenzione, attenzione proprio sulla memoria che, per quanto insufficiente, ci servirà per ricordare quel che è stato. Attenzione alle cose piccole e insignificanti che ci circondano. Attenzione a chi ci è accanto. Ritroviamo parole, oggetti, libri abbandonati.

E così riscopriamo anche vecchi giochi: Scarabeo, Master Mind. E vecchi oggetti non più usati come una caffettiera napoletana con cui riassaporare un caffè di altri tempi.

Le piccole gioie di questi giorni bui.

Villa d’Agri, ore 23:30 -, Antonella Marinelli

Mattarella ma com’è umano lei.

Diciottesimo giorno rosso. Il messaggio alla Nazione con il fuorionda sghembo del presidente Mattarella, lasciato lì da una produzione forse scarnificata dalla quarantena, da una regia impicciata tra guanti e mascherina. Ma che omaggio al suo popolo Presidente. La voce un po’ roca, gaffiata forse da un mal di gola. Mio dio, un mal di gola di questi tempi poi. Rischiara la voce il capo dello Stato, inizia, si inceppa, ricomincia, bisticcia ancora con le parole. Intanto il collaboratore e portavoce Giovanni gli fa cenno di sistemarsi quel rigonfiamento canuto sulla parte destra del capo. E la mano di questo nonno delicatamente sistema e ripiega la chioma: “Giovanni, non vado dal barbiere neanch’io”. Sergio Mattarella è un uomo provato, stanco, arruffato, stizzito, timoroso, proprio come quel padre dei vicoli di Napoli che oggi alla tv che lo intervistava ha urlato: “Stong nda vintiquatt metr quadrat, simm cinc persun, ma qua quarantena, fra poco eggia i a rubbà si nu fatic”(Chiedo scusa ai partenopei per aver offeso la loro lingua). Anche questo padre merita gli stessi aggettivi di Mattarella, solo un po’ più veraci. Un padre sconsolato, spettinato, squattrinato, incazzato, spaventato. Due padri. Il primo padre simbolo di un Paese inquieto, stremato, un Paese che ha perduto la dignità in quei letti d’ospedale dove non è concesso neanche l’ultimo saluto ai propri cari e poi il secondo. Un padre di tre figli, avvilito, mortificato, combattuto tra la volontà di proteggere i figli dalla malattia e la necessità di lavorare per farli mangiare.

E forse ci tocca tirare in ballo un terzo padre, Francesco, che ci ricorda che credere in noi, nella nostra forza di volontà, nella solidarietà degli uni verso gli altri ci salverà. Ma guardando quella piazza stasera non vi siete sentiti tutti credenti?

Potenza, 27 marzo – ore 24.00 – Pino Paciello

La giornata formato lockdown è un susseguirsi di poche attività e molti pensieri. Non ho un’agenda serrata, i miei clienti, salvo quelli che sono già proiettati nella ripresa economica, hanno altro a cui pensare in questo momento. L’incarico  a cui sto lavorando sarà assolto, come concordato, per lunedì.

La mia amica, a cui ho detto che dormo poco e nemmeno molto bene, mi dice che è l’inquietudine e il pensiero va a Pessoa che amava raccogliere frammenti. 

Provo a farlo anch’io attivando un rewind veloce della giornata e, quasi per gioco, come facevamo da ragazzi con le musicassette, faccio ripartire il nastro cercando di fermare qualche momento particolare. Ne ho rivisti tre:

-ore 10,15

Un messaggio mi diceva che Tricarico in giornata sarebbe stata blindata e che con CoVid19 ormai non possiamo più scherzare. Come se, mi viene da pensare, nel frattempo fossimo rimasti a casa da venti giorni solo per vedere i video di Vincenzo De Luca 

– ore 14,30

Cercavo delle musiche da montare a corredo di un video e mi sono imbattuto in “E lucevan le stelle” suonata da Enrico Rava. Il pensiero è andato a una calda sera di maggio del ’93 al Chiostro di San Francesco di Sorrento dove suonavano proprio quelle musiche. E al caro Mario, storico agente di Rava, che mi chiese, benché dovessi rientrare nella mia città, di rimanere a cena con loro. Fu una notte indimenticabile, c’era Enrico; c’era Roberto che quella sera aveva sostituito Jon Crhistensen alla batteria; c’era Battista con la moglie Francesca, famosa regista del film del momento “Mignon è partita” (sì proprio l’Archibugi); c’era Richard che mi chiese se anche lui fosse in programma quell’anno a Marajazz e magari  riuscissi a trovargli quella Fiat 500 di cui spesso parlavamo; c’era Maurizio che mi parlava di una cosa a me ancora sconosciuta: la film commission. Ora che Mario da qualche mese non c’è più, penso spesso a lui, alle nostre vacanze. Avrei voluto salutarlo ancora una volta.

– ore 19,00

Squilla il telefono, mi sveglio, rispondo facendo finta di niente. Da quanto tempo dormivo? Ricordo solo che stavo leggendo steso sul divano. La voce dall’altro lato mi chiede se avessi assolto alcune incombenze che le avevo promesso. Va bene, lo farò domani.   

E’ fine sera, capita di guardare il cellulare per avere conferma che qualcuno, oltre i cari, ha ancora un’attenzione per te. La spunta dice 106 messaggi non letti, che fretta c’è? Li leggerò domani.

Potenza, ore 7:00 – Domenico Marchione

Riecheggia un silenzio fuori controllo in una delle piazze più importante al mondo. Il successore di Pietro, avvolto nella divisa bianca, ha il volto preoccupato. Il tono della voce trema, poi fermo: « Siamo tutti sulla stessa barca, tutti. Ti imploriamo, Dio, non lasciarci in questa tempesta». Per tanti è la fede che aiuta a superare i momenti difficili, che placa i tormenti degli animi.
Cadono i muri degli egoismi, della superficialità. Chiusi tra le mura domestiche si scava tra i ricordi, si interrogano i conflitti non risolti. Gocciola lenta la sequenza delle futili abitudini consolidate.
Oggi apprendo di tre nuovi focolai nella mia Basilicata, in tre paesi non molto distanti dal mio. In America i respiratori non saranno usati sui disabili, si è fatto una scelta, sono pochi. Parole assurde.
L’unità Europea è sul baratro. Le parole dal tono pacato e ferreo del presidente della repubblica cercano di aprire uno spiraglio di unità per una ragionevole collaborazione tra i popoli europei, si auspica vengano superati i vecchi schemi per aprire a maggiore flessibilità.
Da quattro giorni sono in ferie. Chiuso il reparto di chirurgia, gli ambulatori e le sale operatorie, gli interventi tutti sospesi. Si sanificano tutto per ritornare lunedì alla normalità! Già la normalità.

Matera, ore 18:15 – Doreen Hagemeister

“Beni di prima necessità”

Un’altra giornata sta finendo. Oramai non li conto più. Ho stabilito una mia routine. Un po’ sballata come orari, ammetto, ma molto più idonea al mio essere. Momento fondamentale in questa routine è questo diario. Rifletto già dalla mattina, analizzando il mio mondo intorno, e il mondo esterno che mi arriva tra telefonate, sbirciate sulla strada dal mio balcone, social e televisione.

E proprio ieri sera parlavo con un amico di cosa ci manca di più, e di cosa ci auguriamo non succeda in questo periodo.

Lui diceva che il suo dentista non ha lo studio nella sua città, per cui mai sia dovesse averne bisogno. Entrambi parlavamo del mare e, sono sicura, ognuno in quell’istante visualizzava ricordi e emozioni. Il mare: quanto vorrei raggiungerlo, per fare una passeggiata e raccogliere rami secchi e conchiglie, e mettere i piedi in acqua.

Mi mancano le mie camminate e andare a cavallo. Mi manca la boccata d’aria e di libertà che neanche il mio balcone e il giardino possono offrirmi.

Cosa sono i beni di prima necessità? Per me sono gli amici, le uscite con le mie amiche tedesche, e poi – con il gruppo allargato – le amiche straniere. Mi manca la cena fuori casa e le uscite al pub. E persino il messaggio whatsapp “Bionda, che fai stasera?” Quel che manca davvero è la mia libertà.

Chi vive nella libertà ha un buon motivo per vivere, combattere e morire.” (Winston Churchill)


A questa lista di “beni di MIA necessità” si aggiunge una lista opposta. Cosa non deve succedere ora, che Dio ce la mandi buona! Ho paura che proprio ora si possano rompere il cellulare, il pc, il televisore, timore che non funzioni più Internet. E mai sia la lavatrice, l’asciugatrice, la lavastoviglie e il ferro da stiro! Oramai vivo da casalinga! Ma soprattutto prego che nessuno si ammali (e non parlo solo di Coronavirus) e che nessuno si faccia male! Ieri, mio figlio Marvin, faceva le solite trazioni alla sbarra che gli abbiamo regalato di recente. Ne fa di acrobazie oramai. Sta crescendo, e sta curando il suo corpo. Lo guardo con orgoglio. Ma queste acrobazie ieri mi hanno spaventato. Mai sia dover correre al pronto soccorso con i propri figli! Ma ora sarebbe ancora peggio!


Fortunatamente questi pensieri puntualmente svaniscono. Retrocedono e si nascondono in un angolo della mia mente, mentre altre cose si fanno avanti: Mamma, mi aiuti coi compiti? Altre telefonate. Pranzo e cena. La lavatrice che finisce. La mia gattina Chandra che reclama le coccole. E il mio Diario! Beata routine!

LE STORIE DEL MARESCIALLO NUNZIOGALLO : LA MANO DEL DIAVOLO

Parte il primo esperimento di video racconto di TOTEM Magazine, Giampiero D’Ecclesiis & Fabio Pappacena vi propongono “LA MANO DEL DIAVOLO” della serie “Le storie del Maresciallo Nunziogallo”, per voi le prime tre puntate, da ascoltare e vedere con calma, un intreccio misterioso si svolge tra le strade del centro storico di Potenza, tra Via Pretoria e la Chiesa di San Michele si muovono ombre inquietanti, si sentono rumori, voci. Presenze oscure? Intrighi di provincia?
Ci penserà il Maresciallo Nunziogallo a svelare gli intrighi.
Chi sono i personaggi che si agitano nella storia? Demoni? Fantasmi? Sogni? Che succede nelle case di campagna dei potenti? Notai, avvocati, politici.
Un giro di ragazze squillo?
Da stasera per voi, su TOTEM Magazine. SEGUITECI , IL MARESCIALLO VI SVELERA’ OGNI SEGRETO

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