CRONACA DI UNA PANDEMIA – ITALIA, 24 MARZO 2020

CRONACA DI UNA PANDEMIA – ITALIA, 24 MARZO 2020

Veronica Menchise, Vigevano, 8:26 “Repetita iuvant (sed stufant)”

“Repetita iuvant (sed stufant)” di Veronica Menchise

Potenza, ore 17:54 – Giampiero D’Ecclesiis

Il tempo.
Il tempo è una cosa cui non diamo mai troppa importanza, e quella che gli diamo è quella sbagliata, ci preoccupa essenzialmente il suo trascorrere, legati come siamo alla nostra esistenza, legati come siamo alla vita.
Sono giorni in cui la dimensione del tempo dovrebbe dilatarsi, disponendo ciascuno di noi di più tempo venuto meno, per la maggioranza, l’impegno del lavoro eppure…Non so dire a voi ma a me il tempo, dopo il primo giorno in cui mi è parso dilatarsi a dismisura, si va via via restringendo.
E’ l’effetto della noia, della mancanza di imprevisti, a casa la dimensione del tempo si restringe.
Mi preoccupa la qualità del mio tempo, di come lo trascorro, mi capita di usarne tanto, troppo, a pensare a ciò che accade e che è fuori della mia possibilità di agire e poco, troppo poco, a un uso utile.
Oggi ho fatto un esercizio, ho scritto un elenco di tutti i miei desideri, tutti, senza classifica di merito o di valore, del tipo da “Vorrei la pace nel mondo” a “Vorrei un gelato alla fragola” e a ciascuno ho assegnato un numero proporzionale al livello di difficoltà di vederlo realizzato.

Oggi ho realizzato il primo.

Ho cucinato i fagioli e poi ho anche fatto i cavatelli. Buonissimi.
Lo considero un primo passo verso la pace nel mondo, certo l’elenco è lungo ma il mio totalizzatore di oggi segna +1 e non malinconicamente zero.
Sono fiducioso nel futuro.

Torino, ore 12:30 – Piero Bianucci

Chissà se questo primo piccolo segnale di arretramento del coronavirus è significativo o solo una fluttuazione statistica. La settimana che incomincia ce lo dirà. Intanto mi piacerebbe che i miei colleghi giornalisti usassero le parole giuste e non confondessero la crescita aritmetica del contagio con quella esponenziale, parola, questa sì, diventata virale.

Se la crescita fosse esponenziale da tre mesi la Terra sarebbe disabitata.

Potenza, ore 10:00, Annamaria

Credo che siano così le persone in questo periodo: s’aggrappano.

Non più ai sogni, quelli sono sfuggiti via. S’aggrappano al minuto, al primo giorno primavera, al vento di burrasca, a qualcuno da amare, alla solitudine, alla paura d’abbracciare. S’aggrappano a cappotti dai colori coraggiosi, alle poesie non dette, ai castelli di sorrisi e carta venuti giù in un attimo, al primo sospiro. Si aggrappano a mani sfuggenti, a carezze proibite, a sciarpe di lana, a cappucci che intrappolano ricci e capricci. S’aggrappano a rivoluzioni d’amore, a contestazioni silenziose, a mutismi caotici. S’aggrappano e restano in piedi. Quando scivolano, s’aggrappano a se stesse e magari si graffiano.

Ferite-feritoie.

Escono sorrisi e fiori da quei solchi di pelle.

Parma ore 12.43 – Cristina Cogoi

Sono sempre stata affamata di conoscenza e questo mi ha avvicinata alla lettura.

I libri,  gli integratori della mente, sono stati i miei amanti preferiti, con loro ho passato notti insonni sino al punto di ritrovarmi all’alba esausta, con occhi e muscoli sfiniti.

 Quanta gioia, quanto appagamento, quanto desiderio, mai sazio.

Non ricordo il titolo del libro nè chi l’abbia scritto, ma una frase è scolpita nella mia mente da sempre.

“Puoi focalizzarti sul problema oppure spostare l’attenzione da esso e cercare nuove soluzioni”

Questo e’ quello che sta facendo la mia mente da quando io e lei siamo rinchiuse in casa.

Lei, come un abile giocoliere, ha aperto cassetti della memoria che erano sigillati, ha ritrovato chiavi perse da tempo, ha spolverato ricordi soffocati dalla quotidianità .

Lei come un antico illusionista, ha dipinto nuovi scenari,utilizzando i colori più rari, le mie consapevolezze, più’ brillanti, le mie fantasie, più caldi, le mie abilità.

Insieme, unite più che mai,  stiamo ridefinendo una nuova vita, fatta di nuove sfide, di nuovi strumenti, di nuovi progetti, di nuovi sogni.

Solo una cosa abbiamo deciso di portare con noi

I miei valori, il mio amore per il prossimo, questi nessun virus, neanche il più’ pandemico li potrà mai contaminare o uccidere.

Potenza, ore 2:45 – Nicola Cavallo

Si svegliò all’improvviso. Ricordò di aver sentito qualcosa mentre puntava l’estremità metallica del suo ombrello verso il cielo scuro. Un fremito nella mano che reggeva il manico. Un sussulto registrato dal suo cellulare al quale, neanche vi dico come, aveva collegato il sottile filo che proveniva dall’impugnatura. Non poteva fare altro, rintanato com’era da mesi a causa di quella terribile pandemia, e passava le ore a brandire quella ridicola antenna verso l’ignoto.

Si alzò nell’oscurità e raggiunse il PC. Aprì l’applicazione e caricò quell’insieme di bit. Era audace anche lui, certo, nel cercare a tutti i costi un segnale alieno nel buio cosmico dell’universo spazio-temporale.

Avviò il monitoraggio dell’intensità. Ridusse il rumore. Scelse di analizzare la frequenza con un modello binario. Optò per una Fast Fourier Transform del segnale nella sua interezza … già, perché solo nella complessa integrità avrebbe potuto nascondersi il messaggio, non certo nei particolari dove tutti gli altri cercavano brandelli di codici e frammenti d’ipotetica vita.

l’App dette un risultato provvisorio: la frequenza non era udibile. Non sembrava un segnale ancora attivo. La lunghezza era breve, troppo breve. Si distinguevano vagamente due parole soltanto. Una consonante -quasi dentale- ed una vocale … poi, forse, due vocali intervallate da una labiale. Immaginò e … pianse.

Potenza, ore 18:00 – Antonio Califano

Stamattina siamo usciti per la settimanale spedizione al Supermercato, il freddo è pungente, ogni tanto cade qualche fiocco di neve, mentre Pina bardata come un ghostbuster prende posto nella fila, ordinatissima e di poche persone, io mi sgranchisco le gambe fuori dalla macchina, passeggiando per il parcheggio. Avverto la sensazione dell’altra volta: ansia e smarrimento, quasi una crisi d’ansia, allora resetto e parto per uno dei miei viaggi, associo il mio stato attuale ad un’analoga sensazione provata non molto tempo fà. Sono all’ingresso del Reginstan a Samarcanda, in piena sindrome di Stendhal, Registan significa “Luogo di sabbia” o “deserto” in Persiano. È già sera, l’enorme spianata, su cui affacciano tre monumentali Madrasse che celebrano la grandezza dell’impero di Tamerlano che fece di questa città la capitale del suo enorme impero, è ancora più imponente alla luce dei potentissimi fari che l’illuminano. Le maioliche azzurrine e verdi lottano con i chiaroscuri delle ombre, gli odori si fondono con i colori, l’aria è tiepida. Un cammello con una mascherina verde mi guarda. Strano! Mi scruta e parla, cazzo parla italiano- “ma lei è in fila o posso entrare io?”. Penso- “ma pure questo vuole entrare nella cruna dell’ago” mica è cavallo, poi un flash giusto il tempo di sentire – “ma guarda che rincoglioniti che si incontrano!” e mi ritrovo con una busta della spesa in mano e una voce conosciuta che mi dice “ho trovato pure la Falanghina”. Forse è meglio ritornare a casa, oggi mi sa che rileggo il “Il Grande Gioco” di Peter Hopkirk, nel mio studio nessuno si intromette, tutt’al più dovrò vedermela con qualche avventuriero inglese e qualche predone tagico, ma il cammello mascherato che parla con l’inflessione putnzese almeno me lo risparmio.

Genzano di Lucania, ore 17:30 – Gianrocco Guerriero

Stamattina nevicava. I fiocchi non hanno aggiunto niente, all’anomalia che sta nell’aria. Per tutto il giorno, a sprazzi, nell’aria fredda si è affacciato il sole: una menzogna dopo la bugia. Nelle case sono chiusi i vivi il cimitero apre solo per i morti. Sofferenza e amore, in carcere nelle singole coscienze. Lo vediamo adesso, quello passava in un abbraccio o in una lacrima versata insieme. L’invisibile è sempre alla regia. E quando si comincia a seppellire, viene fuori il seppellito. Delle cose scritte sulla “piazza” mi basta leggere frammenti: le parole parlano all’insaputa di chi scrive. C’è chi sta zitto e prega o dà il sangue in qualche posto, chi si sente in ogni carne e piange, e c’è il sapone, che scivola di qua e di là a vedere chi è pulito e sporca.

Matera, ore: 19:10 – Doreen Hagemeister

“Chandra”

Ho una gattina. È arrivata a casa pochi mesi fa e a giorni compie 9 mesi. Ci ho pensato a lungo come chiamarla. È bianca, pelo lungo, bellissima. Fiera e dolce.

Volevo un nome adatto a lei, e a me.

CHANDRA

L’ho chiamata come il Dio-Luna degli Induisti, per il colore del suo splendido pelo (dal Sanscrito: चन्द्र – “brillante”).

Ma anche come il “Limite di Chandrasekhar”, calcolato per la prima volta dal fisico statunitense di origine indiana Subrahmanyan Chandrasekhar. Si tratta di un limite nell’evoluzione delle stelle: una stella può raggiungere massimo circa 1,44 della massa solare, al di sopra di quella, collassa su sé stessa e si trasforma in un buco nero oppure in una nana bianca. La mia nana bianca è Chandra!

Sembra che anche il nostro mondo, cosiddetto civilizzato, abbia raggiunto il suo limite. Sta collassando su sé stesso, il clima sta cambiando, l’ambiente e l’aria sono inquinati, i ghiacci si sciolgono, e la gente muore in massa per un virus “poco più che influenzale”. Lei, Chandra, non mostra segni di capire quel che sta succedendo. Forse neanche noi lo capiamo, siamo semplicemente costretti a “regolarci di conseguenza”.

Esiste anche una missione spaziale di nome Chandra, in onore del fisico Chandrasekhar: un telescopio orbitale della NASA per l’osservazione dello spazio profondo nei raggi X.

Quando miro in ciel arder le stelle;
dico fra me pensando: a che tante facelle?
… ed io che sono?

(Giacomo Leopardi)

Ecco, continuiamo a osservare. Le stelle, l’universo e… la Terra, la nostra città, la famiglia e gli amici – il nostro universo nel suo piccolo. Chandra, mi guarda mentre scrivo, e miagola … muta… come suo solito, quando sta serena.

Vietri di Potenza, Ore 21:30 – Francesco Panariello

La notizia della scomparsa dell`Uomo Arbasino, nella giornata di ieri, se non ha proprio costretto il mio spirito, di per sé inquieto in questa torbida fase di generale e diffuso impazzimento pestilente, ad un`ennesima inattesa frantumazione, almeno non vi ha lasciato il tempo trovato.

L`oggi, caratterizzato da non ridotta mestizia, per fortuna, è transitato un tantino più celermente, merito forse della gran copia di articoli, assai caldamente e devotamente dedicati al benamato scrittore di Voghera, in cui ho avuto, tra un tentativo e l`altro di rimettere insieme i miei “sparsa animae fragmenta”, la godibilissima possibilità di inabissarmi, trascorrendo qualche ora in compagnia di chi, conosciutolo e apprezzatolo, non senza ragione, in vita, si è accinto a ricordarne, nel giorno in cui si è reso tributario delle Parche, la sorprendente vitalità tanto della sua figura quanto della sua opera, alla luce della quale, per un attimo, sono riuscito ad obliare “questo mortifero presente” (Langone).

Occorre che stiate tranquilli: non è stato il coronavirus ad ucciderlo, sorte toccata, invece, all`attrice ottantanovenne Lucia Bosè, cui va anche il mio ricordo, ma, dopo una lunga malattia, si è spento “serenamente”, con la stessa placidità e grandezza “dei primissimi Sessanta in cui correva lungo la penisola a bordo di una MG spider rossa” (Langone).

Tra i protagonisti dell’esperienza avanguardistica del Gruppo 63, “anticonformista ed eclettico, inclusivo nella struttura, politecnico nei linguaggi” (Lupo), ha raccontato, espressionista e non barocco, l`Italia “tra modernità e tradizione, tra società di massa e mondo agricolo” (Lupo), attento osservatore dell`”antropologia del cambiamento” (Lupo), ha smascherato, comico e non moralista, il provincialismo allignato, rampognandone, con penna sagace e talora impietosa, il velleitarismo e le meschinità, ha ribadito il sostanziale valore civile degli intellettuali, in onta al “contorsionismo del politicamente corretto all`italiana” (Arbasino, da un articolo apparso sull`Espresso nel 1997).

Spero che non ve l`abbiate a male per lo sforzo da me compiuto, atto a camuffare questo tributo sotto le spoglie di semplice, se non semplicistica, cronaca, quantomeno per l`innocenza dei suoi propositi e la purezza delle pulsioni e delle due volontà che l`ispirarono: secondando la prima, ho aspirato alla condivisione di un dolore diretto, per il venerabile signore di stile che Arbasino è stato per quell`Italia “dimessa ma ambiziosa, umile e sognatrice” (Lupo), che seppe massimamente ritrarre, e indiretto, transitivo, in quanto uno degli ultimi maestri di italiano del mio primo maestro di vita e di scrittura; mentre, secondando la seconda, ho voluto rivolgere, benché tra le righe, una necessaria parenesi a che, mai come oggi, sia accolta, quanto più possibile, la sua preziosa lezione.

Firenze, ore 17:00 – Rossella Spiga

Passo il pomeriggio a letto. Sono stanchissima, ho la febbre, non mi chiedo perché.

Ho messo il motore al minimo e lascio correre. E’ così che si sentono i vinti?

Allora tu portami via,

dalle ostilità dei giorni che verranno, dai riflessi del passato perché torneranno, dai sospiri lunghi per tradire il panico che provoca l’ipocondria… portami via da questi anni invadenti, da ogni angolo di tempo dove io non trovo più energia… Amore mio portami via, quando torna la paura e non so più reagire, dai rimorsi degli errori che continuo a fare, mentre lotto a denti stretti nascondendo l’amarezza dentro a una bugia… Se c’è un muro troppo alto per vedere il mio domani, e mi trovi lì ai suoi piedi con la testa fra le mani, tu portami via.

Sento una canzone mentre faccio una lunga doccia calda. Che giorno è oggi?

Tolve ore 22:34 Rocco Mentissi

Foglio bianco, inizio, cancello, riprendo, ritorna una parola costante: silenzio, quello buono per strada, dove finalmente parlano gli angoli, gli archi, le strade come poesie mute, cariche di uomini che son passati, di parole volate via per un dove inconoscibile o frantumate dall’aria.

Noi che mai ascoltiamo, noi che tessiamo di continuo veli, fermiamoci a guardarlo per un attimo, questo mondo senza noi.

Villa d’Agri, ore 22:30 – Antonella Marinelli

Qualche triste primato ma su tutto il primato della vita.

Quindicesimo giorno rosso. Sto ascoltando l’intervista di Giovanni Floris a Edward Luttwak. L’economista statunitense e consulente strategico del Governo degli Stati Uniti ha ribadito quanto sostenuto in diverse altre interviste tv. Secondo Luttwak la sanità lombarda, una delle migliori in Italia, ha rischiato il tracollo perché le strutture ospedaliere hanno messo le terapie intensive a disposizione di tutti i malati gravi Covid, a prescindere da età e ceto sociale. Negli Usa, ha affermato Luttwak, come in Portagallo e in altri paesi occidentali, i novantenni o più in generale tutti gli anziani con molte patologie pregresse non avrebbero occupato per settimane e settimane i letti delle terapie intensive, ma sarebbero morti in un sistema sanitario commerciale dove ha più speranza di vita chi è più ricco.

Al di là della freddezza con cui questi concetti sono stati espressi non si può non riconoscere che ci sia del vero in tali affermazioni. E’ possibile che in Lombardia come in Veneto e in Emilia Romagna sia accaduto proprio questo, ma ciò dipende dal fatto che al di là delle possibili inadeguatezze della classe politica, al di là di quella italianità grottesca che ci spinge a suonare sui terrazzi mentre in un’altra Italia l’esercito porta le bare al cimitero, al di là di tutta la burocrazia che ci impantana anche dove potremmo essere i migliori al mondo, al di là di tutto questo non possiamo non essere fieri della nostra cultura. Una cultura che pone sempre al centro l’uomo e il rispetto della dignità umana.

“Credo che tutto ciò faccia parte di un nostro bagaglio etico, e penso che quello che conta sia il rispetto del nostro umanesimo, del nostro essere uomini.” Carlo Rubbia

Potenza ore 15:26 – Luca Rando

Sono giunto ad un accordo con mia moglie: se lei non può uscire in mattinata per fare la spesa a causa delle videolezioni, uscirò io. È inutile preoccuparsi per me, d’altra parte anche se il virus dovesse contagiare lei non ci sarebbe differenza, lo porterebbe a casa.

Le persone fanno maggiore attenzione per strada. Me ne accorgo quando scendo a fare la spesa alle 12:30. Poche persone per via Pretoria (avrò visto al massimo 10 persone) e tutte che camminano con gli occhi bassi e le mascherine. Si evita qualunque tipo di contatto, anche quello visivo. Se qualcuno si incrocia tende a mettere il maggiore spazio possibile tra sé e l’altro addossandosi al muro opposto. Le distanze che si tengono con chi ci sta davanti sono di almeno 5 metri. Il pericoloso, l’altro, il diverso, lo straniero è chi non appartiene allo stretto nucleo familiare, quello con cui conviviamo quasi 24 ore al giorno. Solo nella tana-casa c’è sicurezza, il fuori è un mare tempestoso e spaventoso dove andare solo per stretta necessità e per il minor tempo possibile. La paura crea distanze fino a ieri inimmaginabili, facendo mutare anche il nostro atteggiamento sociale, i nostri comportamenti più semplici.

Quando tutto sarà finito, perché finirà, si dovranno ricreare situazioni, si dovranno superare i timori che queste settimane hanno creato, una sorta di nuova educazione all’incontro. Si farà fatica a darsi la mano, a toccarsi. Come bambini dovremo reimparare a fidarci, a buttarci all’indietro tra le braccia di un genitore.

Potenza, ore 9.00 – Milena Grassi

Sono le 9 di un giorno qualsiasi, la campanella non è suonata ma siamo tutti presenti. Nello schermo del computer riesco a vederli, sono proprio loro: gli alunni.

Sgranano gli occhi, sorridono increduli come me . Qualcuno ha i capelli spettinati, una ha una pinza tra i capelli, alcuni occhi sono ancora stropicciati di sonno, ma ci siamo! Alle loro spalle intravedo le pareti delle loro stanze, tutte diverse, ognuna racconta l’intimità di chi le vive. 

Ogni tanto si avvertono suoni diversi: TV, radio, la voce di un papà o la risata di un bimbo ma la lezione va avanti. Capita che le voci si accavallino, manca ancora un’armonia ma stiamo imparando insieme. Non c’è frontalità, il rapporto sembra addirittura paritario fra il professore che finalmente può sperimentare quelle nuove tecniche di insegnamento che ha letto solo sugli articoli di didattica e gli alunni, nativi digitali, che padroneggiano in maniera spavalda il mezzo confortati da ore e ore di condivisione digitale fra loro per gioco in questi anni.

Tra le consegne si chiede di scrivere una pagina di diario su ciò che sta accadendo.

E leggo questo da parte della mia alunna speciale:

Potenza, 01:10- Katia Genovese

Penso di aver perso qualche lacrima nella digitazione, se avessi scritto i miei pensieri su un foglio anziché tra le note del mio telefono, probabilmente avrei avuto come l’illusione che potessero essere ancora mie. 

Faccio fatica da sempre a lasciar andare persone, cose, luoghi o situazioni… l’unica cosa che lascio scorrere facilmente e da cui mi lascio trasportare con assoluta naturalezza sono le parole. A loro non mi va di porre freni e di fronte al loro impeto si fa da parte anche la mia assoluta razionalità. 

Questa sera avevo deciso che avrei guardato la luna. Mi ero ripromessa di farlo fino a quando ne avrei avuta voglia ed il desiderio era quello di non distogliere lo sguardo nemmeno se la cosa si fosse prolungata fino alle prime luci dell’alba, avevo intenzione di guardarla bene nella sua perfetta imperfezione, volevo capirne qualcosa, nella speranza che mi parlasse, con le sue parole rare, composte dalla silenziosa bellezza che la contraddistingue.

Ma non è stato esattamente così, non sono riuscita a mantener ferma la mia attenzione per più di qualche minuto.

I miei pensieri sono andati repentini altrove ed il mio sguardo si è subito spostato sulla mia scrivania, sono tornata con i piedi per terra nel cuore della notte.

È stato come un invito a vedere questo pugno allo stomaco, rubato alla quotidianità frenetica, con gli stessi occhi che mi portano tutti i giorni a vomitare parole.

Una cosa la ricordo bene, però: la luna mi ha detto:”ricordati che siamo fatti di amore, verbo in codice”.

Potenza, ore 24 – Pino Paciello

Parliamoci chiaro, il mondo migliore è quello dove le notizie non si sanno.

Oggi, caro “diario di una cosa che non citerò”, ho provato a cercare solo notizie che non ti riguardano e ho scoperto che sulla terra non c’è stato nessun omicidio né alcuna rapina. Le donne finalmente non hanno subito molestie e i profughi non hanno varcato i confini. Lo spread evidentemente non desta preoccupazione perché non è citato in nessuna agenzia.

Mi ci son voluti almeno 20 scroll sul miglior sito di informazione italiano per arrivare a due notizie che non ti riguardavano. 

La prima è un colpo di coda dell’inverno che ha portato le temperature notturne sotto lo zero. Pare che domani nevichi ma non abbiate paura, c’è l’esercito in città, pronto, nel caso, a intervenire (evito la battuta sulla possibilità che le scuole rimangano chiuse).

La seconda, per me, più triste. A Parigi è morto il leone del Camerun, al secolo Manu Dibango. Per noi che l’abbiamo conosciuto prima dell’avvento della world music ha rappresentato, non solo musicalmente, l’Africa che usciva dai suoi confini. 

E’ strano come tutti i grandi performer di jazz, funky, rock e soul riescano a raggiungere alte vette di lirismo con alcune ballade. Lui c’era riuscito con

Ce Soir su Village  

Une voix seleve au lointin
Invitant aux priere du soir!
Et la nuit setant sur le village
Les femmes bercent leurs enfants
Et les hommes allument leur pipes
Et la nuit setant sur le village
Oui oui et par un au claire de lune
Le tamtam resone…  

P.S.

Lo so che quelli bravi, che a volte sono anche i più tristi, mi faranno notare che Manu Dibango è morto a causa tua ma io continuo a pensare che esista ancora la differenza fra “con” e “per”. E’ una difesa che fa bene al nostro corpo e alla nostra anima.

Potenza, ore 19:43 – Antonio Di Stefano

Quindicesimo giorno. Mia figlia mi chiede su quale parte di casa può segnare le tacche. Ha ragione, il tempo sospeso che viviamo, sempre uguale a se stesso, questo tempo da Trumanshow casalingo, comincia a cancellare la differenza tra i giorni. La domenica somiglia assai al mercoledì che mi pare si discosti poco dal venerdì. A queste condizioni la raccolta differenziata appare sempre più a rischio.

Guardo gli ennesimi telegiornali locale e nazionale, empatizzo con le stesse giornaliste che da giorni si presentano a noi in collegamenti televisivi con ingressi di ospedali alle spalle, acconciature sempre più avvilite e facce sempre più sciupate. Qualcuno dia il cambio a Diana Fichera, mi pare se lo meriti.

Ed è mentre guardo il notiziario d’improvviso mi accorgo di un cambiamento radicale. Abbiamo a che fare con una malattia e facciamo domande ai medici. Ovvero nei mezzi di comunicazione si parla di sanità e si è smesso di chiedere l’opinione del calciatore, del filosofo, della soubrette, dell’influencer e del primo che passa per la strada. Era da tempo, forse dagli anni 70, che non si assisteva a tale linearità comunicativa e logica: abbiamo un problema Houston? E allora chiamiamo un esperto di lanci spaziali e lasciamo stare l’opinione del pizzicagnolo, la cui maestria resta inarrivabile solo quando si tratta di affettare la mortadella (saperi diversi evidentemente, non sovraordinabili).

Persino il governo prima di emettere ordinanze di contrasto alla SArs-Cov2 avverte puntualmente la necessità di sentirsi corroborato dal parere delle commissioni tecniche previste.

Ovvio che non durerà in tempo di pace.

Così, In questa situazione pandemica scarsamente allegra, almeno godiamoci il ritorno effimero dell’ordinario esercizio della competenza.

LE STORIE DEL MARESCIALLO NUNZIOGALLO : LA MANO DEL DIAVOLO

Parte il primo esperimento di video racconto di TOTEM Magazine, Giampiero D’Ecclesiis & Fabio Pappacena vi propongono “LA MANO DEL DIAVOLO” della serie “Le storie del Maresciallo Nunziogallo”, per voi le prime tre puntate, da ascoltare e vedere con calma, un intreccio misterioso si svolge tra le strade del centro storico di Potenza, tra Via Pretoria e la Chiesa di San Michele si muovono ombre inquietanti, si sentono rumori, voci. Presenze oscure? Intrighi di provincia?
Ci penserà il Maresciallo Nunziogallo a svelare gli intrighi.
Chi sono i personaggi che si agitano nella storia? Demoni? Fantasmi? Sogni? Che succede nelle case di campagna dei potenti? Notai, avvocati, politici.
Un giro di ragazze squillo?
Da stasera per voi, su TOTEM Magazine. SEGUITECI , IL MARESCIALLO VI SVELERA’ OGNI SEGRETO

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