CRONACA DI UNA PANDEMIA – ITALIA, 21 MARZO 2020

CRONACA DI UNA PANDEMIA – ITALIA, 21 MARZO 2020

Vigevano, 21 marzo 2020 – ore 18:32 – Veronica Menchise

Conoscenze imbastite ”

Conoscenze imbastite di Veronica Menchise

Matera, ore 19:00 – Lucia Summa

Matera, 21 marzo 2020

 Il  tempo libra verso l’alto,

preda  di una clessidra al contrario.

Trasporta  in alto corpuscoli decantati.

Il movimento  è lento e godibile

il flusso  dei sentimenti familiari lo permea.

Smarrite salgono particelle soffocate

da principi nel distillato perbenismo comune.

La virale spinta sfida la gravità

lasciando  pulviscolo

 a scintillare.

Diario di una Pandemia – Lucia Summa

Grumello del Monte (BG), ore 20:36 – (don) Fabio Picinali

Scrivo dal luogo che in questi giorni è definito “la prima linea”; in realtà sono a 26 Km in direzione Brescia dal capoluogo di provincia. 

Nonostante non ci troviamo nell’occhio del ciclone la vita di questi ultimi 23 giorni sta segnando le nostre vite. 

Il clima è più che surreale, le strade sono praticamente deserte, qualche macchina e alcuni pedoni (tutti rigorosamente con l’autocertificazione in tasca e la mascherina sul volto) e le sirene delle ambulanze che riempiono in maniera stridente il silenzio che si è creato. Quando chiedi a qualcuno cosa fa in giro la risposta è solo una: “dobbiamo mangiare qualcosa” ed allora si fanno lunghe code ai supermercati (rigorosamente a distanza gli uni dagli altri e sempre tutti con le mascherine sul volto) e appena si riesce ad uscirne, subito a casa.

La piazza del paese è vuota, non ci sono i nonni che chiacchierano seduti sulle panchine, non ci sono i bambini che giocano allegramente, i bar sono tutti sprangati …

E’ il silenzio a farla da padrona, un silenzio interrotto solo dalle sirene e dal suono della campana della parrocchia che ci aggiorna sui defunti istante dopo istante.

Dicevo che non mi trovo nell’occhio del ciclone ma anche nella nostra Grumello del Monte, un paesotto di poco più di 7000 abitanti, solo in questa settimana abbiamo accompagnato al cimitero 13 persone mentre quelle ricoverate in ospedale non le contiamo, sono tante e di ogni età.

Noi possiamo ancora portarle al cimitero le persone ma nella città di Bergamo i problemi si fanno sentire; è due giorni che l’esercito carica le bare sui camion e le porta in altre province per la cremazione, perché in bergamo i forni crematori non riescono a coprire il fabbisogno nonostante le 24 ore su 24 del servizio; è davvero uno spettacolo straziante.

E noi in tutto questo come ci sentiamo … iniziamo ad essere stanchi ma non possiamo permettercelo. Io sono un prete e sento forte il dovere di stare vicino a chi in questi giorni perde la speranza, dai più giovani ai più anziani ma è difficile stare vicino a qualcuno quando sai che la tua vicinanza può metterlo in pericolo! Io sono reduce di qualche giorno di febbre e da più di una settimana di debolezza causata da questa febbre. Non ho fatto il tampone perché non c’è per tutti, lo fanno solo quelli che vengono ricoverati in ospedale, ma nessuno mi toglie dalla testa che io ho contratto il virus ed ora potrei contagiare qualcuno di più debole! Quindi come stare vicino a qualcuno senza potergli stare vicino? Io e gli altri preti che vivono con me le stiamo inventando tutte: dai canali YouTube ai gruppi Whatsapp fino alle chiamate personali e alle centinaia di messaggini che intasano il telefono … 

Non possiamo mollare, dobbiamo uscirne prima o poi!

Poi … appunto! E poi come sarà? Questi giorni ci stanno facendo riscoprire modi nuovi di vivere, ci stanno facendo riscoprire relazioni che avevamo perduto, ci stanno facendo riscoprire una sensibilità che si era un po’ oscurata … chissà il dopo come sarà, chissà se la vita di adesso potremmo portarcela un po’ dietro …  chissà ..

Matera, ore: 18:30 – Doreen Hagemeister

“La mia cometa”

Ho finito da poco la pennichella. Ma non ho riposato, ho avuto un incubo sul Coronavirus… non sogno, o meglio, non ricordo mai i sogni. Io sogno a occhi aperti… Sono, per dirla ‘alla Vasco’, “un incredibile romantica”!

Questo giusto per rispondere a un mio amico, che stamattina, commentando il mio diario di ieri, mi ha scritto: “speranza, bellezza e dolcezza… Ora a me lo puoi dire dove nascondi l’erba… la voglio anch’io!” Mi sono fatta una sana risata… ma come leggerà domani, qua nessuno sta tanto sereno. Semplicemente cerco di restare positiva!

Stamattina è iniziata con una bella quanto inaspettata sorpresa… non sono più riuscita a levarmi il sorriso. Poi ho fatto tanti servizi, come ogni sabato, ma passato anche tempo sul mio balcone per ascoltare il vocio del mio pino e sentire le carezze del sole. Per svago navigo in rete.

Oggi mi ha colpito l’immagine astronomica del giorno della NASA:

La cometa ATLAS e le potenti galassie

(Immagine credito e copyright : Rolando Ligustri ( Progetto CARA , CAST))

Lacometa ATLAS C/2019 Y4 è l’ultima cometa scoperta nel 2019 dalla NASA in ambito dell’Asteroid Terrestrial-impact Last Alert System (ATLAS). Ora è sempre più luminosa nei cieli settentrionali. Il coma piuttosto verdastro è in alto a sinistra di questo skyview telescopico, catturato da un osservatorio del New Mexico il 18 marzo. In basso a destra vedete le due grandi galassie M81 e M82, famose per la loro particolare interazione gravitazionale, distanti circa 12 milioni anni luce (vicine all’Orsa Maggiore). ATLAS, attualmente, è a circa 9 minuti luce dalla Terra, ancora oltre l’orbita di Marte. La sua orbita allungata, simile all’orbita della Grande Cometa del 1844, con una traiettoria che la riporterà nel nostro Sistema Solare tra circa 6000 anni. 

Ma ATLAS raggiungerà il perielio (un approccio più vicino al Sole) il 31 maggio all’interno dell’orbita di Mercurio e, nei prossimi giorni, potrebbe diventare una cometa visibile a occhio nudo.

Guardatela! Bellissima!!!… E aggiungete che la cometa è uno dei simboli per eccellenza della speranza!

Anzi… non per tutti! Ci sono tanti proverbi e detti che associano le comete al male, come “Cometa annata poco lieta.”, “Cometa porta sulla terra o peste o fame o guerra.” oppure (e qua comincio a fare un segno di scongiuro) “La stella cometa porta per sette anni una coda di peste e di malanni.”

Ma poi c’è la stella cometa di Natale (un po’ fuori tempo, ammetto – oggi inizia la Primavera!). E ci sono detti che mi piacciono molto di più: “Anche se il cielo è buio, la cometa si vede sempre.” (proverbio palestinese)

Io ti amo e fuggo lontano, la misura di quanto ti amo è il pianeta. Di ogni viaggio lontano da te sei la meta. Io re magio – Tu stella cometa, io re magio – tu stella cometa!” (Jovanotti, “Stella cometa”)

E un cielo accenderanno… comete come te.” (Claudio Baglioni, “Noi no”, dall’album “Oltre”)

Vado fuori, sul mio balcone… a scrutar il cielo… in cerca della mia stella cometa!

Firenze, ore 16:00 Rossella Spiga

Ho deciso di stare un po’ a casa. Persa per anni tra obiettivi, progetti, viaggi, tra due città, con il cuore appeso a metà strada e la testa che corre su un’isola… Mi sono accorta all’improvviso che stavo correndo troppo e la visione d’insieme stava sfumando. Temevo la noia, il vuoto, la sosta, l’assenza. Sentivo l’ansia assalirmi non appena mi fermavo.

Adesso sono ferma, e siamo tutti fermi.

Sento una tensione arretrata di cose sospese, di pensieri accumulati, ma ho la sensazione di poter smaltire questa scia pensate con la perseveranza della solitudine, delle attività semplici, del non avere paura di restare sola. Siamo tutti soli e io non devo correre più da nessuna parte. Tanti, troppi pensieri, possono trovare il loro ordine e darsi pace.

Restiamo sospesi, ma presenti. Vediamo.

Potenza ore 7:50 – Luca Rando

Nell’abbraccio mancato

Qui, in casa, negli schermi
di computer e telefoni alla ricerca 
di un senso, una parola 
che dia significato,
occhi negli occhi, sorrisi,
sguardi assonnati, cercare,
cercare ancora e ancora, senza sosta
l’ordinario nel tempo straordinario
della quarantena, perché la luce,
sì, la luce, è qui, tra queste
ombre, nascosta eppure visibile,
lontana, oltre i giorni che mancano,
ma vicina, nell’abbraccio mancato,
nelle parole taciute e che pensiamo,
tutti, insieme, e che forse non diremo, 
no, neppure domani, 
quando ci incontreremo.

h. 12:48

Ho scritto questa poesia di getto, e casualmente proprio nella Giornata mondiale della poesia che si celebra dal 1999 proprio in coincidenza con l’inizio della primavera. Anche in questa piagata primavera ho sentito il bisogno del verso, della parola, umile fiammella di speranza nel buio dei giorni.

Oggi sono uscito. Ho convinto mia moglie, che era impegnata, che potevo uscire io a buttare la spazzatura ma poi, per evitare che uscisse lei più tardi per fare la spesa, mi sono allungato in via Pretoria per comprare pane e mozzarelle.

Noto che all’esterno ci sono soprattutto anziani (quelli a cui è più consigliato di rimanere in casa). Immagino che per alcuni di loro sia una necessità assoluta uscire, per la spesa, lo stipendio, servizi improrogabili. Alla latteria parlo dalla distanza con un gentile signore: commentiamo questi giorni, mi dice che alle poste fanno entrare due persone per volta con due soli sportelli aperti (e io immagino la fila, oggi, per chi deve ritirare lo stipendio). Aspetto il mio turno paziente, d’altra parte cosa ho da fare di così urgente? Si entra uno alla volta anche se sulla porta c’è scritto che si può entrare in due (ma perché io dovrei spezzare la prudenza avuta dagli avventori che mi hanno preceduto?).

Tornando ascolto i commenti di tre persone affacciate alla finestra. Una si lamenta di quanto ha dovuto pagare 3 mascherine (60 €), maledicendo i commercianti. Le dicono di denunciare e che è una vergogna. Sono tempi ben tristi se si lucra sulle paure e sulle sofferenze altrui.

A casa sono tutti impegnati con incontri o compiti da consegnare. Non c’è più la percezione del tempo, che oggi è sabato. Ogni giorno è uguale all’altro, tutti si susseguono con lo stesso andamento. Non c’è l’uscita serale con gli amici, non c’è il locale, il cinema, la gita. Oggi è come ieri e come sarà domani.

Ma la luce, anche se oggi non la vediamo ancora, c’è. Lontana, forse, sommersa dal buio della paura, della conta dei contagiati, dei morti, ma c’è. E quell’abbraccio promesso e oggi mancato ci sarà, lo so, e sarà più bello.

Breda di Piave, ore 18:00 – Federica Neso

Oggi il 21 marzo. Non vorrei che la pandemia ci portasse via la memoria…

Oggi 21 marzo si ricordano le vittime di Mafia..In questa giornata che si sentono numeri da guerra non dimentichiamoci di chi un’altra guerra ha combattuto per noi.. Ed è caduto… Una guerra che non è finita… Non è un virus che si combatte restando in divano.

Sono stata a Palermo ad ottobre, una città meravigliosa, gente che ha voglia di vivere e soprattutto di riscatto.

Ricordiamoci passata la pandemia di tenere tutta la rabbia che abbiamo adesso nel voler denunciare il furbetto della corsa per il deliquente che spaccia, che deruba … Non sarà Mafia con la M maiuscola ma è comunque criminalità legata a qualcosa di più grande.

Non dimentichiamo.

Potenza, ore 18 – Antonio Califano

Parto dalle parole, da una parola: Anomia. Sta ad indicare l‘assenza della legge, della regola o dell’ordine. “In sociologia, la condizione di relativa assenza di regole nel comportamento dei singoli come diretta conseguenza del venir meno di un quadro istituzionale capace d’integrare le diverse attività e i diversi valori”. Ma anche un tipo di afasia per cui si riconoscono gli oggetti ma non si sa definirli o chiamarli con il loro nomi. Da quando mi sono svegliato mi sento così, in fase anomica. Tutto questa richiesta di ordine, di esercito, di regole da seguire mi pare il paravento di una società che si scopre improvvisamente senza regole perché chi doveva farle rispettare non le ha mai rispettate e non è più credibile quando ne chiede il rispetto. Allora è inutile urlare, le dobbiamo rispettare perché lo decidiamo noi tutti insieme, perché serve a noi, cominciamo da noi facciamolo perché ci conviene. Penso a che mondo di merda ci siamo assuefatti, alle fabbriche aperte, agli operai delle zone più a rischio trattati come carne da macello, da licenziare quando scendono i profitti e da mandare al fronte senza protezioni quando serve, ai precari senza reddito, ai profughi delle guerre che abbiamo “esportato per i nostri affari”, alla nostra incapacità di definire le cose perché ne abbiamo troppe e le confondiamo con i sentimenti, a quelle merdacce della Total, che ci stanno depredando il territorio, cancellandoci il futuro e che alla richiesta di aiuto di un sindaco, della zona in cui hanno costruito un enorme centro oli, dicono che non hanno soldi per dare una mano alla nostra sanità ormai allo stremo. Scrivo sempre con una musica di fondo, oggi Kohln Concert di Keith Jarrett ma forse dovrei mettere Wagner e organizzare l’invasione di Tempa Rossa, con le mascherine naturalmente.

Genzano di Lucania, ore 17:00 – Gianrocco Guerriero

La mia vita, da circa dieci giorni a questa parte, è una vita orizzontale. Mi alzo dal letto per sdraiarmi sul divano. È una vita intensa pure quella orizzontale, per quanto ho potuto constatare: non mi avanza tempo, non mi annoio, mi diverto.

Sto in orizzontale anche se mi accingo a prevenire l’atrofia, facendo un centinaio di flessioni, a venti a venti. La posizione verticale dura pochi istanti: quelli necessari per spostarmi a tavola, o per emigrare verso la poltrona, se mi accusano di monopolizzare. C’è una “società”, fra queste mura. Conviviamo bene, in fondo. Senza bisogno di un decreto (chi lo fa? questo è il problema) siamo giunti a un equilibrio naturale, spartendoci – fra sopra e sotto, giorno e notte – spazio e tempo. Certo, abitando sul perimetro del mio paese, con a Sud tutta campagna, potrei eludere il decreto (l’altro, quello esterno) scendere nel bosco che (una vita fa) ho esplorato a menadito, e correre, fare atletica sui rami, assaltare Primavera, come un Giove scatenato. E – perché no? – incontrare amanti (rido). Ma… mi sentirei una coglione, se non peggio. Dunque resto a casa, come tutti gli altri.

Si è parlato tanto di globalizzazione, negli ultimi decenni. Che stupidi eravamo. Pensavamo fosse chissaché: economia, mercati, banche…. E invece! Ecco che cos’è, la globalizzazione, quella giusta: l’umanità, sul globo, a combattere la pandemia: tutti nella stessa merda: è una cosa orizzontale, la globalizzazione.

Che ***** ci voleva, per capirlo prima, che “globale” era come dire “orizzontale”? Spero resti tale, anche quando avremo vinto, con qualche variazione verticale, giusto per gli spostamenti.

Matera, ore 16:57 – Antonella Radogna

Alla mia finestra stupisce oggi questo ingresso di primavera: la natura in tripudio nei giardini intorno, il cielo cobalto che illumina la Murgia materana contro le strade irriconoscibili e deserte degli uomini. E’ anche la giornata mondiale della poesia e la mia poetessa preferita mi sussurra: “ La speranza e’ un essere piumato che si posa sull’anima, canta melodie senza parole e non finisce mai (…)” E.Dickinson …e anch’io canto…

LUCE PROFONDISSIMA

Tu luce prima vera

che bruci profondissima,

centro del mondo

che mastica ombre

e fa nuovi i crinali.

Tu primo sole,

primo fiato alla pietra,

primo bacio

e tuono di foglia

che tenta di fiorire

mi chiami ad amare

a recitare un rosario

di nodi tremanti

e potenti

come una bellissima collana sul petto,

in una danza primordiale di vita.

Potenza, ore 2:45 – Nicola Cavallo
Mi sveglio spesso la notte, ultimamente, per l’angoscia di non esser angosciato o, forse, la gioia di non essere felice. Mi alzo e cerco qualcosa, una frase, pochi versi, un volto…

“kogarashi no

hate wa arikeri

umi no oto”

“C’è una meta

per il vento d’inverno:

il rumore del mare”

Ikenishi Gonsui (1650-1722)

Potenza, ore 15:58 – Claudio Elliott

GINNASTICA IN CASA AI TEMPI DEL VIRUS

Finalmente ho capito a cosa servono le porte. L’esercizio è facile e serve a rafforzare i muscoli e tenere desta l’attenzione: si passa la porta dalla mano destra alla sinistra, sventolandola; lo si fa più volte, perché innanzitutto si arieggia la zona circostante e poi si tonificano i muscoli delle braccia e delle mani. Ma attenzione: se per un attimo vi distraete, magari perché vi hanno chiamato o vi è arrivata una telefonata, rischiate di sbatterci la testa, il che non è sempre salutare. Questo vale anche per la porta del frigorifero: vi arriverà un bel fresco e noterete la Nutella che vi fa l’occhiolino.

Se la vostra casa ha dei gradini (e la mia ne ha tanti) li potete salire e scendere più volte, in modo che i muscoli delle gambe e dei piedi si fortificano, insieme alla voglia matta di dire parolacce indirizzate al virus. Se siete soli, o a un metro di distanza da un familiare, potete anche sussurrarle.

Tirare fuori i cassetti e rimetterli dentro fortifica i muscoli delle braccia e, se siete accucciati davanti a cassetti bassi, ne trovano giovamento i glutei e le cosce.

Gli stipiti delle porte si possono affrontare per sollevarvi come Juri Chechi, ma c’è il rischio che cedano sotto il vostro peso, il che non è benefico per il vostro orgoglio.

Si può anche saltellare sul posto, ma non so a cosa serva se avete già sceso e salito i gradini sparpagliati per casa.

Per i muscoli del collo l’esercizio ha diverse funzioni: sollevando la testa e girando a destra e a sinistra più volte, si possono notare quante ragnatele abbelliscono gli angoli della casa ma li potete eliminare con una scopa  dopo esservi issati su una sedia, per cui il senso dell’equilibrio viene rafforzato.

Genzano di Lucania, ore 11:22 – Rocco di Bono

Su “Il Giornale di Basilicata” del 3 novembre 1918, viene data notizia di una conferenza tenuta dal dott. cav. Giuseppe Gilio, “capitano medico, valoroso professionista e infaticabile nell’adempimento del suo dovere“. A conclusione del suo intervento, il dott. Gilio formula questo “savio decalogo per la difesa individuale e sociale della febbre spagnuola:

1) Non ti preoccupare e non ti strapazzare.

2) Sii sobrio nei cibi e nelle bevande alcooliche.

3) Non sputare per terra.

4) Guardati dalla polvere e dalle mosche.

5) Cura l’igiene della casa e della persona.

6) Disinfetta spesso la bocca e le mani, specie prima di mangiare.

7) Non viaggiare senza necessità.

8) Non frequentare case di ammalati e non avvicinare ammalati e convalescenti.

9) Non frequentare luoghi, dove sono molte persone.

  1. Piglia, come preventivo, una tavoletta di chinino dello Stato la mattina ed una il giorno“. 

Potenza, ore 12:30, Annamaria

Gente che

vive nelle tiepide case,

gente che guarda la Tv

o

parla al telefono,

genteche sbadiglia,

che ancoradorme

o

già mangia.

Gente che si affaccia alla finestra,

che

sorseggia

una bevanda calda. Gente che stende lelenzuola,

che riordinalastanza.

Gente che gioca aivideogiochi,

che legge un libro o danza.

Gente che prega in ginocchio o in piedi, che dipinge di verde,bianco, rosso il suo cappotto.

Gente chehapaura,

gente che non piange. Gente che sogna,

gente che guardaavanti.

Gente dinuoviorizzonti

e nuovi progetti,

siamogente.

La Gente che non si arrende,

la Gente,

quella Gente

che tuttal’Europa

guarda,

che tutto il Mondo invidia,

che hapaura,

tanta,

ma che continua a LOTTARE!

Potenza 12:17, Katia Genovese

Timida primavera che si posa sul nostro cuore in tempesta, 

limpida lucente e leggera 

offre il suo lato migliore. 

Grido di speranza 

quella che trovo negli occhi grandi e verdi di mia madre,

impeto e forza la stessa che mi hanno insegnato le mani grandi di mio padre, 

amore incondizionato e folle me l’ha trasmesso mia sorella dal suo primo istante di vita! 

Ora rinascere tocca solo a me…

Novara, ore 11:17 – Irene Spagnuolo

TU CHIAMALA SE VUOI PRIMAVERA…tanto lo è. Perché qui fiorisce più che mai, nel cielo terso, nelle acque limpide, nella campagna verde.

Fiorisce a dispetto nostro che appassiamo aspettando che un minuscolo virus ci lasci tornare alla nostra vita di prima. Come se tra “il prima e il dopo” bastasse trattenere il fato. Come se fosse una piccola gara di resistenza per poi arrivare vincitori al traguardo.

Macché. Lui l’aria ce la sta togliendo davvero. Ci sgonfia come palloncini che non volano più. Ci isola per levarci le forze. Ci spaventa per metterci in fuga.

In fuga, esattamente. Da noi stessi e dagli altri. Tutti appestati di solitudine. In cambio ci illude della libertà di parlare di ieri, oggi e domani, di cantare, di piangere, di sperare. La miserabile libertà di chi crede di mettersi in salvo stringendo i denti, rinviando gli abbracci, difendendosi dal pericolo di essere umani.

Fatalmente non ci sono più bisognosi, malati, morti per cui soffrire se non son quelli travolti dall’onda d’urto di un microscopico killer. Brutalmente non ci sono più affetti e amicizie cui essere vicini, possono attendere e capire che c’è ben altro ora che conta: il nostro smisurato smarrimento.

Conteremo un impressionante numero di vittime. Vittime di malattia, di crisi economica, di disperazione, di delusione, di dolore, di paura. Scopriremo che non basta sopravvivere…anzi ci chiederemo se è stato veramente bello sopravvivere. Sopravvivere con tutto quello che abbiamo perduto, sopravvivere accorgendosi di aver preso a calci ragione e cuore, sopravvivere avendo dimenticato di accudire ciò che consente alla vita di essere considerata tale.

Chi si prodiga, chi soccorre, chi lavora, chi tende la mano, più che applausi meriterebbe emulazioni. Bisogna saperlo. Bisogna provare a capirlo. Bisogna impegnarsi a riconoscerlo.

Smettiamola di giustificare la nostra isteria e il nostro panico ignorando i sentimenti, le fatiche, i drammi degli altri. Smettiamola di fingere di essere buoni e giusti se agli altri non offriamo bontà e giustizia. Smettiamola di guardare a un meraviglioso futuro post emergenza se non avremo mosso un dito perché possa esserlo.

La nostra vicina di casa chiede aiuto. I nostri cari hanno problemi che vogliono soluzione, la nostra stessa salute pretende attenzioni. La vita è qui e ora e difficilmente si preoccupa di garantirci un tempo a nostro piacere e scelta.

Ci sono la responsabilità e il buon senso. C’è una misura, per ogni cosa.

Le pretese scordiamole. Non ci sarà un interruttore che ci farà riaccendere la luce quando saremo comodi. Forse faremmo meglio a decidere di non stare al buio. Mai.

Allora in questa primavera straordinaria c’è proprio un messaggio: restare umani si può ma, soprattutto, si deve.

Parma ore 4:30 -Cristina Cogoi

Quando ho imparato a silenziare la mia mente e non è stato facile, la mia  anima ha cominciato a parlarmi.

Lo ha fatto rispettando i miei tempi, con dolcezza ed eleganza ma insistentemente, senza mai demordere.

Ma negli ultimi giorni non mi parla, lei URLA

Mi sveglia ogni mattina sempre prima, ne approfitta del mio sonno profondo, sa che cosi non verrà interrotta da rumori, musica,  telefonate, lavoro online insomma da tutte quelle distrazioni che erroneamente crediamo riempiano vuoti quando in realtà ne creano.

La mia anima ogni mattina pronuncia un’unica parola che come un mantra mi accompagnerà per tutta la giornata.

Una parola sola sempre nuova, mai scontata, mai banale, mai ovvia.

Una parola conosciuta dal mio vocabolario mentale, ma mai sino ad oggi soppesata, compresa nella sua essenza, respirata nel profondo del mio cuore.

Si perché il frastuono della vita là fuori, il ritmo frenetico del mondo, il rumore di macchine, clacson, cantieri, il nervosismo tangibile dell’uomo moderno, la sua iperattività soffocavano tutto, impedivano di comprenderne il senso,  il valore,  il messaggio.

Ma ora c’è così silenzio così calma così quiete  là fuori.

Ora appena apro le finestre,  il cinguettio degli uccelli, il vento tra le foglie, la natura che si sta risvegliando riempiono la casa come una sinfonia di Bach e la inondano di profumi nuovi mai percepiti.

Questa mattina la mia anima mi ha svegliata alle  quattro.

Di soprassalto, senza alcuna gentilezza senza un bacio, un abbraccio,  un sorriso,  mi ha svegliata e ha urlato con tutto il fiato che aveva, con tutta la fame di vita che aveva, con tutto l’amore antico che conserva per me un’unica parola 

“ VIVI!”

e io grata anche oggi di questo giorno ho aperto gli occhi e ho respirato.

Potenza, ore 23:59 – Giampiero D’Ecclesiis

Stasi.

Questa parola rispecchia in maniera fedele lo stato della mia esistenza da un po’ di tempo.

Io non sono affatto un tipo statico, tutt’altro. Odio rimanere immobile ed attendere, ho imparato che uscire dalla trincea e affrontare il nemico è sempre la cosa migliore, si muore o si vince, la macerazione dell’attesa non mi appartiene. Eppure.

Ho come la sensazione di comprendere meglio i fanti della prima guerra durante un attacco con i gas, bloccati nel loro buco, aggrappati alla maschera antigas aspettando che il vento spazzi via il veleno.

Non si può far altro.

Sto immagazzinando energia emotiva. Finirà questa stasi prima o poi.

Attendo il fischio del sergente, la mia baionetta è lucida, è pronta, non rimarrò più fermo.

Tolve, ore 20:56 – Rocco Mentissi

Per sbaglio metto il sale nel caffè, bevo un pó di mare, subito acqua liscia e gorgheggi. Avevo scelto le tazze più belle, lei si era svegliata da poco, volevo sorprenderla: chi di sorpresa ferisce, di sorpresa perisce.

Rifaccio il caffè, lo rimetto in tazze meno belle, ma, questa volta con lo zucchero, lei sorride e spalma la marmellata su una fetta di pane. La rassegna stampa televisiva spalma, invece, titoli raccapriccianti, mi agita l’espressione: “è una guerra”.

È ,però, una guerra diversa, non tra popoli, ma tra l’umanità e un virus invisibile, un microscopico “non essere”.

Non si può abbattere con le armi, con gli eserciti, con il sofisticato nucleare e nemmeno possiamo schiacciarlo con i nostri grandi piedi.

Non ci tocca che studiarlo, conoscerlo, non ci resta che impugnare l’ “arma” più bella e luminosa : la “semenza [.] per seguir virtute e canoscenza”.

Tito, ore 22 Marianna Carbone

Azzerare: il movimento, il proseguire, il proiettarsi. Visione limitata al di qua di un confine immaginario, uno spazio statico ed indefinibile in lunghezza ed in larghezza. Una linea delimitante entro cui i pensieri si fermano al presente, senza programmare futuro, ritornando al passato. E mi rivedo bambina, in una scatola di cartone, una bolla infantile, circondata all’esterno da aghi, filo, stoffe e voci care…

Villa d’Agri, ore 23:30 – Antonella Marinelli

“Indovina chi viene a cena ma anche a pranzo”.

Dodicesimo giorno rosso. Questa sera è dura, scrivo a denti stretti. Ho scelto la programmazione serale della tv di Cairo, “Indovina chi viene a cena”. Uno dei migliori film di sempre nella mia classifica dei film preferiti. Una pellicola di rara bellezza. Riuscite a immaginare una poesia come pugno nello stomaco contro pregiudizi, bigotteria e odio cieco? E’ proprio il film di Stanley Kramer.

Quando la governante Tilly dice al dottor Drayton che tutti i diavoli dell’inferno si sono scatenati ho sorriso e ho subito pensato a dov’ero rimasta con i miei ragazzi prima che questa maledetta pandemia ci costringesse a stare lontani. Sapete a che punto eravamo arrivati della storia? Alla costruzione nelle nostre classi di un mondo migliore. La scorsa primavera grazie ai fondi strutturali europei nella mia scuola abbiamo organizzato laboratori creativi tra i nostri alunni e i ragazzi ospiti delle case famiglia della Val d’Agri, ragazzi di diverse nazionalità. Ne è venuto fuori un cortometraggio dal titolo “Indovina chi viene a pranzo”. Il film narra la storia del giovane senegalese Sada Sall che, partito dal villaggio di Tambacounda, attraversa il deserto, assiste alla fucilazione del suo miglior amico nelle prigioni libiche, viene a sua volta torturato dai carcerieri e approda nelle nostre classi dopo aver vinto il Mediterraneo. Nasce una straordinaria amicizia con Mattia, uno spilungone dagli occhi profondi. La storia è vera, la sceneggiatura è venuta da sé.

E’ così che ho lasciato i miei ragazzi. E’ come aver lasciato un libro nelle sue pagine migliori, ma io non ho mai lasciato un libro a metà.

“Dott. Drayton a Padre Ryan- Mike una coppia così sarebbe fregata in questo sporco mondo!-

Padre Ryan- Sono loro questo mondo e lo cambieranno Matt, lo cambieranno.”

Potenza, ore 24:00 – Pino Paciello

Caro diario,

ormai non abbiamo più alcuna bussola, i riferimenti quotidiani sono completamente stravolti. Il tempo non è più cadenzato da particolari impegni, la luce solare si estende durante il giorno ed è difficile capire perfino che ore siano. Alla fine, l’unico punto fisso rimasto è la Ghigliottina prima del TG1.

Né riusciamo a capire a che punto siamo. Non sappiamo quanto tempo dovremo rimanere ancora in quarantena e, soprattutto, temo che non ne abbia idea nemmeno chi sta in alto. Perché una cosa, invece, è certa: i modelli di calcolo sono viziati dalla disomogeneità dei dati raccolti su infetti, morti e guariti, nelle diverse aree del contagio. Insomma, ho capito che stanno sommando le pere con le mele.

Intanto continua il dibattito fra quelli che vorrebbero sigillare le porte di casa (utilissimo) e quelli che reclamano l’ora d’aria. A supporto di quest’ultima, oggi ho letto da fonte autorevole (fidati, non me lo ricordo chi l’ha scritto ma l’ho letto su Il Post) che la segregazione comporti una serie di conseguenze psicofisiche più dannose dello stesso virus.

Per finire, due cose oggi mi hanno commosso.

La prima. Oltre 70 ragazzi, studenti di medicina, nel bresciano si sono arruolati volontari per l’emergenza e il mio pensiero è andato inizialmente a mio nonno, ragazzo del ’99, che fu mandato al fronte della 1° guerra mondiale e successivamente, a Victor, non ancora medico che curava i feriti della guerra civile in Spagna nel libro “Lungo Petalo di Mare” di Isabel Allende.

L’altra. La scomparsa di Gianni Mura. Da anni seguo meno lo sport, soprattutto quello agonistico, ma i “cattivi pensieri” di Mura raramente me li perdevo. Ne ha scritto un grandioso “non coccodrillo” Paride Leporace sulla sua pagina di FB. Devo ricordami di metterlo fra i “salvati”.

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