CRONACA DI UNA PANDEMIA – ITALIA, 17 MARZO 2020

CRONACA DI UNA PANDEMIA – ITALIA, 17 MARZO 2020

Vigevano, 18:50 “Pensieri in gabbia” – Veronica Menchise

Pensieri in gabbia di Veronica Menchise

Potenza, 17 marzo ore 24.00 – Pino Paciello

Caro diario, stanotte solo per dirti che il contagiato, l’infettato, l’appestato è la vittima e mai l’untore. Sempre.

Potenza, 17 marzo ore 8.00 – Claudio Elliott

Forse qualche lezione la dovremmo trarre da questa esperienza. A parte godere del silenzio, della lettura, della musica, della natura, a gioire per la mancata invasione di parenti chiassosi che si vedono solo la domenica, ad ammirare quanto sono belli gli occhi al di sopra delle mascherine, c’è anche da riflettere su alcuni fatti, abbastanza clamorosi: i mari sono diventati più puliti, compaiono cetacei anche nei porti, a Venezia si scopre che l’acqua dei canali è trasparente, nelle grandi metropoli l’aria è diventata respirabile. La lezione? A Venezia via i trasporti a motore, dai motoscafi agli scandalosi transatlantici da crociera, perché non è il dio denaro che comanda ma un microscopico virus; nelle città si dovrebbero finalmente eliminare i motori inquinanti e passare all’elettrico ma anche imparare a usare biciclette, dove è possibile. Vabbè, sono solo parole, perché tra poche settimane tutti avremo dimenticato tutto: le passeggiate sul lungomare a un metro di distanza l’uno dall’altro (ma che bello il mare, però), le scarpinate in montagna a un metro eccetera (però, quanti tipi di alberi esistono, e che silenzio), il cielo pulito (ah, ma quello è il cielo), un romanzo letto e riletto per assaporare alcuni passi; dimenticheremo che possiamo dire di una persona che è positiva senza che gli altri si scostino e chiamino polizia carabinieri guardia civile ambulanze e Canadair (“È una persona positiva” è un complimento, non una condanna).
Possiamo imparare ad imparare, che è la lezione più importante.

Potenza, ore 23.00 – Giampiero D’Ecclesiis

Mi manca il mare.

Sembra strano detto da uno come me che vive a Potenza.
Ma mi manca.
Mi manca la possibilità di mettermi in auto e andare, il mare è la mia valvola di sicurezza, nei momenti complicati, difficili, di solitudine, amarezza, di preoccupazione quello che faccio è prendere l’auto e fare i 100 chilometri che mi separano dalle spiagge di Metaponto, e andare lì, a sedermi sulla spiaggia, a sentire l’odore che mi porta il vento.
Mi purifica la mente, la sgombra.
Oggi arrivano notizie brutte, nuovi casi, nuove situazioni, il Covid-19 si insinua, scivola prudente ai margini delle nostre esistenze e, prima ancora di raggiungerci fisicamente, già tenta di cambiarci.
Leggo intorno a me crescere la paura e con essa la sua scorta abituale: intolleranza, vigliaccheria e odio.
Mi manca il mare.

Ascolto Miles Davis al buio, il sonno non arriva

Tolve, ore 19:22 – Rocco Mentissi

Se mi vince la paura, il pensare si fa corto, povero, piatto. La devo contenere nella sua funzione utile all’ autoconservazione, altrimenti toglie luce, riduce il respiro.

Devo conservare, in primis, il buonumore, il farmaco più potente, allora torno a leggere. Leggo Aldo Moro, un gigante, l’energia illuminante delle sue parole spinge più in là il buio di questi giorni.

Il suo “Non si può dire Patria, senza dire Tutti” è un potente raggio di sole, che sigilla la sfida ardua della democrazia, la quale pulsa della sacralità di ogni uomo. Infatti la democrazia, quella vera, è un’arte, l’arte di includere. Il pensiero, intanto, libero di pensare, mi porta a mia madre: fra qualche giorno compirà ottant’anni. Non è qui, è a Vigevano, a casa della sorella, ormai da più di un mese. Quando le telefono, poche volte, sento lo sforzo, il suo, del coraggio, in me, invece, la colpa, non colpevole, di non starle accanto. Intanto, altri pensieri affollano la mente: è il tempo dei sognatori, di chi avanza con il cuore, perché l’inossidabile Realtà, quotidianamente e gradualmente evapora, lasciando un vuoto foglio bianco, che solo l’indomita fantasia, la naturale e umana creatività cominciano già a riempire.

Siamo la Vita, non possiamo e non sappiamo fare altro.

Potenza, ore 18 – Antonio Califano

Ci sono libri che vanno ripresi più volte, sono un farmaco, parlano al cuore e alla testa, ti cadenzano la giornata, ti fanno guardare alle cose in maniera diversa, e funzionano in situazioni diverse. ”Dieci (possibili) ragioni della tristezza del pensiero” di George Steiner, ha svolto per me questa funzione, da quando uscì nell’ ormai lontano 2007. “Schelling…annette all’esistenza umana una tristezza fondamentale, inevitabile…….questa tristezza fornisce il fondo oscuro in cui si radicano la consapevolezza e la conoscenza”. Stamattina dopo più di una settimana ho messo il naso (con annessa mascherina totemica) fuori di casa per andare a fare la spesa con Pina. Fila ordinata, si entra uno alla volta, siamo ordinati noi Lucani (ho sempre sostenuto che siamo i prussiani del Sud), ci si guarda da lontano ma si legge negli occhi seminascosti questo tipo di tristezza. Consapevolezza della situazione difficile, conoscenza di quello che si deve fare, determinazione. La tristezza non è necessariamente un sentimento negativo, c’è poco da ridere, c’è da combattere e lo stiamo facendo, ognuno nel proprio piccolo. Steiner chiama questa “pesantezza dell’animo” Schwermut, significa che noi siamo qui…fatevi sotto replicheremo colpo su colpo e vinceremo noi.

Pignola ore 9.00 – Rocco Spagnoletta

Anna Sant dice che si trasforma in una super eroina e distruggerà batteri e virus ma solo dopo colazione. È il suo modo per dire che farà le pulizie. Lo smart working è una cosa abbastanza complicata se vivi in un bilocale e devi fare slalom tra le videochiamate di Anna Sant con le amiche. A furia di stare con la tuta inizierò a scrivere canzoni trap.

Parma, ore 5.40 – Cristina Cogoi

Sto ballando un Tango,lento, appassionato sensuale 

Accolta in un abbraccio che mi avvolge,vengo guidata  in passi a me sconosciuti di cui attendo pazientemente  il comando.

I miei occhi sono chiusi, mi fido, mi affido

Mani sapienti scivolano sulla mia schiena nuda

Indosso un abito di seta, color del mare che come onde capricciose,asseconda,anticipa,ritarda i miei movimenti

Non voglio svegliarmi,non sono pronta ad aprire gli occhi e,come in una moviola che dura da giorni, controllare

ad uno ad uno tutti i miei organi sperando siano sani 

Voglio che la magia continui,ancora pochi istanti

e un nuovo ballo inizia

Asti, ore 18,20 – Carmela Bruscella

E’ risaputo che durante i periodi critici le persone riescono ad adattarsi e ad escogitare soluzioni per sopravvivere sia dal punto di vista fisico che psicologico. E così nel periodo del coronavirus, in cui vige l’obbligo di stare a casa, si cerca di trascorrere il tempo in maniera originale. All’inizio la cosa sembra interessante e nuova, si parte con i buoni propositi ma con il passare dei giorni risulta faticoso. Ma dobbiamo andare avanti così e anche con un buon ottimismo per non peggiorare la faccenda. Voglio raccontarvi l’iniziativa della mia parrucchiera. Ho ricevuto oggi questo messaggio da lei su WhatsApp con la quale ho un buon rapporto d’amicizia. L’ha mandato alle sue clienti: “Buongiorno a tutte! Stiamo attraversando un periodo davvero difficile! Penso a tutte voi, spero di riuscire a tornare presto alla normalità! Ho pensato di scrivervi per farvi sapere che vi sono vicina e se avete bisogno di consigli su che shampoo usare o che prodotti usare o come asciugarvi i capelli mi potete scrivere e sono ben felice di aiutarvi virtualmente! Un abbraccio forte e un bacio!”. Naturalmente mi ha fatto molto piacere riceverlo. Le ho risposto che ora asciugo i capelli al naturale senza fare la piega e cerco di raccoglierli con una pinza. Il risultato è una testa somigliante all’opera di Caravaggio “Scudo con testa di Medusa”.

Come risposta mi ha mandato tante faccine ridenti.

Genzano di Lucania, ore 18:30 – Gianrocco Guerriero

È stata una giornata normalissima: il grosso del lavoro l’ho sbrigato mentre tutti qui erano nel sonno, da solo con la gatta, poi mi hanno distratto il via vai per casa, le notifiche su fb e wa e due telefonate con amici che avevo voglia di sentire; le bambine (sarebbe ora, forse, di imparare a dire “le ragazze”?) hanno fatto le lezioni online, finanche quelle del Conservatorio, impossessandosi ciascuna di una stanza e costringendomi a migrare da una parte all’altra con computer e fogli fra le braccia; mia moglie non ha smentito le sue doti di essere quantistico, essendo sempre ovunque in ogni istante. Non la vedo neanche più, ormai.

Normalità, dicevo.

Si è fatta sera. Ho già un libro a fianco. Roba tosta. Concluderò così, un po’ adesso e un altro poco dopo cena. Ho pensieri vaghi e strani in testa: la fretta di uscire la mattina, il desiderio di tornare a casa, le ore in auto, le cene con gli amici, i baci di rito a ogni incontro … Era un’altro mondo?

Stiamo ancora tutti insieme, certo, forse più di prima, ma in una interazione digitale. Ieri mattina, nel primo dei messaggio piovuto su wa c’era una canzone, fra le più belle che conosca, senza un commento, non era necessario. Stamattina l’ho riaperto e poi l’ho cancellato. Siamo ancora umani. Abbiamo i corpi. Probabilmente più di prima.

Firenze, ore 13 -Rossella Spiga

Passo molte ore a sbirciare di soppiatto un pallido pallino verde, sperando che dall’altra parte ci sia tu che aspetti un piccolo segno di vita da parte mia. Ho guardato spesso il cancello sperando di vederti arrivare, ma hai deciso di non venire da me.

Non mi spaventa la solitudine, piuttosto il tempo che abbiamo davanti, non obbligato più da una corsa ossessiva. Dobbiamo farne buon uso, non abbiamo più scuse, siamo inchiodati.

Oggi ho iniziato a fare i conti con alcune questioni spinose, prendendole più di petto. Piccole piante spinose, da smettere di annaffiare così da fare definitivamente seccare. Altre piantine invece le ho rinfrescate e messe al sole.

Fuori, sventola il bucato.

Tra le mani, i messaggi di molti amici.

Penso a quante storie leggiamo, intravediamo passare, correrci sotto gli occhi nel nostro tempo libero. E ora siamo soli davanti a un romanzo, basato su una storia vera: la nostra vita.

Matera, ore: 20.00 – Doreen Hagemeister

Il tempo scorre… lento… ma non si ferma… pensi di avere la giornata per fare tante cose, e ti trovi che è già ora di pranzo… e poi ora di cena… che giorno è oggi? Il 17 marzo… lo so, grazie a questo diario… ma che giorno è oggi… ah ecco, è martedì. Cambia qualcosa? Domenica… martedì… boh! Apatia temporale!

Negli ultimi due giorni, in particolare, ho letto tante riflessioni e supposizioni: quando finirà tutto questo? I ragazzi torneranno a scuola prima dell’estate? Gli ottimisti rispondono il 3 aprile, ma è inverosimile, in considerazione del fatto che la curva del virus è ancora in crescita, poi deve scendere a un minimo controllabile, per evitare una nuova ondata. Gli ottimisti più realistici sperano si torni nel mese di maggio o a giugno… La maggioranza ritiene che l’anno scolastico è andato! Si torna a settembre a scuola. E poi ci sono quelli che, facendo i conti con un nuovo contagio in autunno, presumano non prima del 2021 (li chiamo i pessimisti).

E noi “grandi”? Quando potremmo tornare a una quasi normalità? E come sarà la “normalità” del dopo?

Oramai si vive sui Social. Vedo tanti post ironici, che fanno sorridere: ingrassati, capelli allungati, ricrescite spaventose (si scoprirà finalmente chi sono le bionde naturali), e altro… Tutto mira a chiedersi (anche ironizzando) COME SAREMO QUANDO USCIREMO? SI cerca di non parlare del presente… E poi si leggono i numeri, nuovi casi… “Per lottare contro l’astratto, bisogna un po’ somigliargli.” (“La peste” di Albert Camus)

Io mi chiedo: come sarò? Sento che sto cambiando. Ho trovato nuovi amici. E ho conosciuto alcune persone che già conoscevo in modo diverso, più intenso, più vero … nonostante la distanza… più vicine che mai! Immagino che affronterò con timore le prime uscite… paura della “morte invisibile”, anche quando non ci sarà più rischio… ma chi cancellerà questa paura? E questi giorni … e questi pensieri (che saranno ricordi)? E poi penso, che avrò un calendario talmente pieno di impegni, per riabbracciare i vecchi e abbracciare i nuovi amici, che mi viene da ridere e da piangere contemporaneamente.

STO CAMBIANDO! … “Non importa quanto il tempo passa, non importa cosa prende posto provvisoriamente, ci sono cose che non verranno mai assegnate all’oblio, memorie che nessuno può rubare” (Haruki Murakami) 

Potenza, ore 21:00 – Sandra Martinez

Si lo so, non scrivo più da tanto, troppo tempo… ma va così, certe cose hanno bisogno di coraggio e per questo io non ne ho più: non so più scrivere, fa parte di un’altra vita e al momento resta lì.
Stasera però devo ‘parlare’ e devo farlo adesso, mentre ascolto una radio di Rotterdam, Jazz de Ville – Groove. Forse è la musica o forse la ‘clausura’ forzata, fa riapparire una me che avevo dimenticato, eliminato. Stasera ho deciso, niente tv, poco social, solo musica, nessun notiziario, nessun aggiornamento, non voglio sapere, è già troppo. E’ troppo sentirsi come un animale braccato, sì avete presente quando durante la caccia gli animali si nascondono nella tana e nel silenzio più assoluto, immobili, ascoltano il predatore che gli dà la caccia? Lo sentono, lo percepiscono, l’odore, gli spostamenti, sentono che si avvicina, ma non sanno se capirà esattamente dove si trovano, non sanno di essere o meno al sicuro. La loro unica possibilità è stare fermi, non respirare quasi, non tremare, semplicemente stare nascosti e aspettare… Ecco, mi sento un animale braccato, che deve solo aspettare che finisca la battuta di caccia. Che strana sensazione adesso la libertà, quella vera dico, quella che profuma, quella che ti fa dire in un giorno di primavera ‘Sì, sono viva!

Vietri di Potenza, Ore 22:00 – Francesco Panariello

Tenera è la notte, specialmente se un altro giorno delle mie prigioni ha ottenuto di poter esser scomputato dal novero di quanti ancora s`inframezzano alla tanto agognata libertà.

Ciononostante sento, per certo, che, al pari della scorsa, “una gran parte” sarà “spesa in consulte angosciose”, e non già perché so che “l`indomani” sarà “giorno di battaglia”, ma, al contrario, proprio dal momento che è in me radicata l`incrollabile certezza che a breve inizierà a profilarsi un ennesimo dì di inscalfibile requie.

In tal caso-converrete, senz`altro, con me-non mi rimane che abbandonarmi alle mie inconcludenti teoresi: alla vista perpetuata, anche a ragion veduta, attraverso i media e pressoché ininterrotta dalle ore mattutine a quelle vespertine, di strade e piazze deserte tanto nelle grandi città, quanto nei piccoli borghi, da una parte ho avvertito un caratteristico sobbalzo al cuore e un generale rintronamento nello spirito, mentre dall`altra ho preso a vagheggiare nella memoria le opere di Giorgio De Chirico, il più robusto rappresentante della metafisica pittorica.

E così, passo dopo passo, inoltrandomi nella mia galleria mentale, m`imbattevo ne La ricompensa dell`indovino, ne Le muse inquietanti, o ancora nel capolavoro, almeno in questo difficile momento, più eloquente di tutti, Piazza d`Italia e scoprivo sempre nuove e coerentissime affinità con quanto, provocato dal virus, solo qualche ora prima, mi aveva cagionato non poco sgomento, e perdipiù tutte le assimilavo: in ordine sparso, la sconfortante solitudine, figlia dell`assenza di personaggi umani, in luogo dei quali l’artista rappresenta manichini, statue e figure mitologiche, idoli baconiani (specificamente “della piazza”, in riferimento alla loro collocazione), a tutti gli effetti, attuali più che mai, con il loro inveterato compito di obnubilare gli intelletti e pervertire i senni, per mezzo del quale, garantendo alla società cacciatori di streghe e, nel nostro caso, di untori, concorrono al regresso materiale e spirituale della stessa; il sapiente gioco di ombre, di per sé fortemente allusivo; da ultimo, un elemento fondamentale, tra le prerogative della scuola avanguardistica, quale l`atemporalità, non equivalente, però, s`intenda, al concetto di eternità, di immarcescibilità, in quanto nel presente contesto pittorico vale estraneità o trascendenza nei confronti del fattore tempo, che è, a mio avviso, proprio ciò che siamo, hoc tempore, condannati a subire, contrappesata, a livello figurativo, da un ben maggiore interesse per la componente spaziale, resa mediante campiture cromatiche piatte e uniformi, che, in qualche modo, fiaccano le mie attività immaginative, di solito refrattarie ad ogni quiescenza.

Sennonchè con buona pace del geniale De Chirico, mi rendo conto di anteporgli anche un po’ irriflessivamente, ai tempi del Covid-19, l`intuizione futurista: abbisogno esasperatamente, infatti, del tumultuoso dinamismo boccioniano, di quella fiducia sconfinata nel progresso scientifico (destinato, questa volta, al settore sanitario-epidemiologico, e non a quello strettamente tecnologico e meccanico, anelato dai marinettiani, in preda ai furori d`inizio secolo), di una manifestazione concreta della speranza finora latente che le città sprofondate ricomincino a salire. Per fortuna le mie finzioni (leopardianamente intese) non si protraggono a lungo, anzi, ex abrupto, sono ricondotto dall`appagante condizione di fauvismo onirico alla difficoltosa realtà della quarantena, su cui grava il Colosso goyesco del coronavirus, realtà se non proprio bunuelliana, come minimo surreale, a tratti distopica, tale, comunque, da inquietare il mio animo, più squarciato di una tela spazialista, alla percezione del suo innegabile stridio, somigliante a quello delle forme che contraddistingue le opere di Francis Bacon e di Lucian Freud.

Potenza, ore 21:25 – Luca Rando

Mi sono accorto che tendo a creare altre abitudini, come questa della scrittura sempre alla stessa ora. La mente ha bisogno di agganciarsi a cose certe e le ripetizioni di gesti e pensieri durante la giornata aiuta a ristabilire quella quotidianità perduta.

C’è un clima di untori, di caccia alle streghe che non mi piace. Leggere i social è come entrare nell’inferno del mondo, la parte peggiore che viene fuori con notizie incontrollate, fake news, una atmosfera da maccartismo con persone buttate in piazza alla gogna.

Ma c’è anche del bello tra i tanti messaggi, parole di speranza, di resistenza, di amore vero. Cerco quelle, tra le mille che ogni giorno sfoglio, mi carico come una pila di sensazioni positivi per non cedere alla paura. E mi ripeto le parole di Marco Polo ne Le città invisibili di Italo Calvino:
“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e approfondimento continui: cercare e sapere riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.

Potenza, tutta una giornata – Pierluigi Argoneto

Ore 5,30

Questa cosa del COVID-19 mi sembra strana: adesso mi addormento di nuovo ed è tutto finito. Vado in ufficio e stop: nemmeno durante la guerra hanno bloccato tutto!

Ore 5.40

Io non ho più un ufficio, maledizione. Lo smart working è iniziato più di un mese fa, non mi ci far pensare che ho ancora la bile che sale. Oh, è l’alba. 

Ore 6.00

E i giornali che parlavano di Morgan e Bugo? E lo psicomago della TGR? No dico, vedi un po’ tu: sembra un secolo. E io che mi preoccupavo di non buttare le lentine usate nel cesso perchè poi facevano soffocare i pesci?

Ore 12.00

La gente deve evitare zone affollate, salutare da lontano, ridurre al minimo gli spostamenti, cercare di stare a casa il più possibile, mantenere una distanza di sicurezza dagli altri, non guardare partite di calcio di nessuna categoria, chiedersi costantemente se ha veramente senso uscire, fosse anche solo per una passeggiata. Praticamente ora tutti sono costretti, per legge, a sperimentare la vita che faccio da sempre. Non è poi così male. Forse ne usciamo presto?

Ore 15.00

Apro Facebook. Non l’avessi mai fatto. Inorridisco a vedere tutti i grafici che vengono postati da persone che fino al giorno prima non sapevano nemmeno contare il resto del caffè. “Trend”, “curva”, “dispersione”, “regressione”, “picco” are the new black. Vedo decine di video di sindaci, asesssori, politici vari che parlano in italiano stentato, se non addirittura in dialetto. La gente ride. Io ho una crisi respiratoria. Ma non è il COVID, sono loro che me la provocano. Bisogna ammetterlo: prima del COVID ci ha fregati il virus dell’ignoranza, quando si è diffuso in Italia ci ha trovato tutti con le difese immunitarie basse.

Ore 15.30

Sto cominciando a pensare che per molti italiani funzioni solo la psicologia inversa. Obbligateli a uscire cazzo.

Ore 16.30

Non capisco il problema quale sia. Abbiamo Amazon, Glovo o che ne so per mangiare. I social per cazzeggiare, Youporn per l’amore, Spotify per la musica, Netflix per i film e le serie. Prima non uscivo mai di casa perché ero misantropo, da oggi posso dire di essere una persona responsabile. Oh, ma Mark Caltagirone poi?

Ore 16.31

Qual era la canzone che cantava Will Smith rimasto solo al mondo? Sì quella di Bob Marley…

Ore 16.35

No woman no cry. Anzi no: Three little birds. Eccola.

Ore 18.00

Il bollettino della protezione civile, una guerra. Tra un po’ arriva pure qua, lo so. I giornalisti però ci tengono a dirlo: anche stasera faranno un cazzo di flash mob dai balconi, dai tetti, a cantare nel blu dipinto di blu o qualcos’altro. Se il virus fosse intelligente non vorrebbe mai infilarsi in chi si comporta così. Doppia beffa, ci ammazza ed è pure stupido.

Ore 21.00

Più di 500. Sono i messaggi delle chat di Whatsapp che parlano di cospirazioni (ma sono stati gli americani o i cinesi a fare questo esperimento finito male? I russi? Ah, ecco. I russi!?), di gente infettata ma non di COVID, vabbè sempre infetta è, che semina il terrore con la frutta e poi il video di quello col cane di peluche, il finto dj ai fornelli, e poi Bill Gates che aveva previsto sta cosa 5 anni fa e sta a vedere che sto COVID è partito da un aggiornamento di Windows. No, ma davvero: io ho un bel po’ di nomi a disposizione: nemmeno loro possono uscire fuori, a farsi un giro, tutti insieme?

Ore 23.00

È un periodo difficile. Ho bisogno di staccare la spina. Ma non la mia.

Ore 3,30

Quella storia di Mark Caltagirone…bah.

Ore 5,30

Questa cosa del COVID-19 mi sembra strana: adesso mi addormento di nuovo ed è tutto finito. Vado in ufficio e stop: nemmeno durante la guerra hanno bloccato tutto!

Villa d’Agri, ore 23:00 – Antonella Marinelli

IL DIVANO.
Ottavo giorno rosso. E’ stata una giornata particolare, i primi contagi nella mia comunità e la consapevolezza che i numeri cresceranno. Su questo divano cerco di apprendere il bilancio della giornata e non è cosa semplice. Come scrive Andrea Rossetti su prima Bergamo “Bergamo non canta sui balconi, conta i suoi morti negli ospedali”. Non tutta l’Italia esorcizza la paura con i flash mob, la Lombardia è n ginocchio e per ora la bela Madunina se brille de lontan e piange per la sua Milan. A otto ore di strada la regione più importante d’Italia boccheggia e non è così lontana. La sorella di mio padre, i miei cugini, la cognata di mio fratello e qualche buon amico, tutti in quarantena a cercare di surfare in quell’oceano di numeri quotidiani in un microcosmo fatto di piccolo giardinaggio, smart working, un paio di gatti, buona musica, qualche libro, il lievito madre, la casa da ritinteggiare. Ed è così che il milanese medio si fa ostile per il virus opportunista, come l’ha definito la virologa Ilaria Capua.

E noi nell’entroterra della Basilicata, noi periferia d’ Italia, viviamo con lo stesso incedere incerto di chi nell’anno Mille aspettava il Giudizio Universale, solo che in questo caso non c’è in ballo la giustizia divina bensì l’ingiustizia dell’arbitrarietà della sorte. Forse ci aspettano giorni difficili, ci si aspetta un’ondata di contagi che, con il solito spirito di sopravvivenza, il sud dovrà fronteggiare.

Mi sto assopendo sul divano mentre la tv passa un documentario su Villa della Farnesina a Roma, oggi sede dell’Accademia dei Lincei. Progettata da Baldassarre Peruzzi. La Villa, affrescata dallo stesso Peruzzi e da Raffaello, fu costruita per conto del ricchissimo banchiere senese Agostino Chigi, personaggio di spicco della Roma del tempo che sposò una popolana, figlia di un fornaio che aveva casa e bottega nei pressi della Villa. Nel 1512 Raffaello, all’apice della sua gloria, dipinge su una delle pareti interne la Galatea, divinità del mare portata da due delfini, tra tritoni e vento marino. Lui immagina una scena marina con una donna meravigliosa su di una carrozza conchiglia a dimostrazione dell’emozione e dello stupore che la bellezza comporta, la bellezza del mare e del cielo marittimo. La bellezza che provoca lo stupore di essere vivi.

N.d.R.
Da ieri sera è iniziato “Tenera è la notte” il nostro appuntamento serale di discussione, approfondimento, spettacolo, musica, abbiamo cominciato con “Letter from home” e Dino De Angelis.

Non ve lo perdete. Presto altre novità.

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