CRONACA DI UNA PANDEMIA – ITALIA, 16 MARZO 2020

CRONACA DI UNA PANDEMIA – ITALIA, 16 MARZO 2020

Vigevano, 18:42“Vita con vista” – Veronica Menchise

Vita con vista di Veronica Menchise

Potenza ore 5,35 circa o forse – Paride Leporace

Mi sveglio di soprassalto. Forse ho avuto un incubo. Ero tutto sudato con la maglia inzuppata di sudore. Ho temuto di avere la febbre e di aver contratto il virus o ho avuto veramente la febbre e l’ho azzerata considerato che mi sento sano come un pesce. E’ l’aurora. Sono sveglio. Non mi va di accedere la lampada per leggere potrei svegliare Lucy. Per avere sul cellulare l’anteprima spremuta dei giornali di Giorgio Dell’Arti manca almeno un’ora.

Mi alzo vado nel salone. Sopra le colline delle splendide nuances tra il rosa e il vermiglio solcano e illuminano il cielo. Inutile fotografarle. La mia fotocamera non cattura da lontano quelle tonalità. Un rumore acceso solca la piazza. Il servizio di nettezza urbana. L’operatore scende dal retro del camion per raccogliere rifiuti senza nessuna protezione in volto. Il lampeggiante giallo solca l’oscurità del basso ossimoro della luce che cresce verso l’alto.

Il lampeggiante mi richiama la memoria. Oggi è 16 marzo. Il rapimento di Moro. Ma io non scrivo di anniversari impari che non siano da 5, 10, 20 25, 50, etc. Vecchia regola da giornali. 

Domani è 17 marzo. Dieci anni fa trovarono Elisa Claps nel sottotetto della Trinità. Fui uno primi a sapere la notizia. Non me la sentì di darla subito. Senso di responsabilità. Volevo verifiche che non si potevano avere subito. Vecchie regole da giornale.

Elisa Claps, il nostro 11 settembre al Quotidiano della Basilicata. Sessanta giorni di notizie, quasi sempre esclusive in apertura di giornali quasi sempre commentate da una foto o un disegno a sei colonne. Una tragedia collettiva immane a partire dalla famiglia e con quel cadavere che era la prova di tesi preconcette che avevamo smontato sulla base di fatti. Il più alto aumento di vendite di copie cartacee in termini percentuali nell’Italia del 2010. Ogni giorno sei pagine. Ricordi. Memoria. La Trinità è ancora chiusa al culto. Elisa riposa finalmente in un cimitero. L’assassino sta in carcere.

Me ne torno a letto a leggere Anteprima. E’ ancora tempo di coronavirus. 

Torino, ore 15:00 – Piero Bianucci

Cervello. Organo che in un moscerino fa un milione di operazioni al secondo, nell’uomo un miliardo di miliardi al costo energetico di 40 watt, quanto una lampadina da frigorifero. Un computer con una potenza paragonabile consuma 5000 volte più energia. Ecco perché prima di espandere l’intelligenza Artificiale conviene proteggere quella naturale. Usiamola per difenderci dal Covid 19

Potenza, ore 9:00 – Claudio Elliott
La città vuota

La città in cui vivi tu non la riconosci, in questi giorni.

La città in cui vivi tu la sfiori con la mano, come fai col pane appena comprato. Ne cadono alcune briciole.

La città, in questi giorni, la devi vivere quando le dita dell’aurora hanno appena tinteggiato il cielo lasciando il posto alla figlia, l’alba. Allora sì. C’è poca gente che cammina timorosa, con la mascherina sulla bocca e il cane al guinzaglio.

Sei a piedi anche tu, senza cane ma con la mascherina. Hai il permesso per andare a lavorare.

Per prima cosa senti un silenzio reale. Uno di quei silenzi a cui non sei abituato. Te ne senti circondato, come dalle braccia di un amico e ti guardi attorno cercandolo. È dappertutto e non lo vedi.

Poi provi un senso di fastidio: quel silenzio viene strappato dal primo rumore, una serranda che viene alzata; è come la sveglia sul comodino: da lì inizia tutto, come per un segnale convenuto. Dietro quella serranda stanno già lavorando ed è da lì che proviene quel profumo che non conoscevi prima, quello del pane appena sfornato. Ora lo conosci e non lo dimenticherai mai.

Dopo la serranda che ha dato il la, si riversano in strada versi di gatti e di cani, il rumore strascicato dell’aprirsi delle porta-finestre, la tosse di persone appena svegliate che si affacciano al balcone, quasi tutte con mascherine verdi o bianche.

A piedi ti avvicini al bar, che non dovrebbe essere aperto. In realtà ha la saracinesca aperta ma la porta chiusa. Un ragazzo mette sotto pressione la macchina del caffè, ed è un suono che mai avevi notato prima. Il ragazzo ti fa un cenno di saluto, tu rispondi con la testa. Neanche lui lo avevi mai notato prima. Eppure vai spesso in quel locale, in tarda mattinata e con i sensi ottusi dalla presenza di voce e rumori.

È tutto reale e surreale.

La macchina del caffè sbuffa e il ragazzo serve a se stesso la prima tazzina e scuote la testa: non può aprire per offrirtelo.

Procedi lungo la strada i cui lampioni si spengono come per miracolo al tuo passaggio.

Le automobili dormono come enormi insetti. Non danno fastidio. Non ronzano, non russano. Stanno lì immobili. Inutili.

Ti rendi conto che ancora non hai sentito una parola, in questa città mattutina.

Sotto i tuoi piedi, un borbottio e alle tue orecchie un tremore: la metropolitana ha iniziato le sue corse. Il sangue comincia a scorrere nelle vene della città.

Il fruttivendolo sistema frutta e verdura che, a quest’ora del mattino, hanno odore: senti il basilico dalle larghe foglie verdi e quello dalle piccole foglie, senti il mandarino che il fruttivendolo, protetto dalla mascherina, ha appena sbucciato e che ti sta offrendo da lontano per poi riprendere a disporre con arte antica le cassette, le ceste, in una esultanza di colori non casuali: mele verdi gialle rosse rosa come sfondo alla grande bancarella, poi, a scendere verso di te, l’arancione delle ultime arance e degli ultimi  mandarini provenienti dall’estero, appena corretto dai limoni con sfumature gialle e verdi (e lo senti meglio, ora che li vedi belli sistemati, il profumo degli agrumi che prima ti è stato offerto dal fruttivendolo).

Come per un accordo, ancora non una parola ha rotto questa bolla, questo incantesimo nella città in cui vivi e che non riconosci, in questi giorni.

È come la nascita di una creatura o di un’opera d’arte: tu ti guardi intorno e vedi gli esordi, i tentativi, e puoi solo immaginare l’opera compiuta. In realtà quella la conosci e la percorri e pensi di viverci. Ma è la nascita il momento vitale, quello che dà  l’avvio alla vita della città o dell’opera d’arte o della creatura (ciò che sarà creato: ha il futuro nella struttura della parola).

Parma 16 marzo  ore 6:00 – Cristina Cogoi 

Vivere da sola ha suoi vantaggi , lo devo 

ammettere  , già lo avevo percepito in tempi non sospetti, ma ora in questa forzata permanenza in casa , ne ho la certezza , una matematica certezza

A onor del vero  sola sola non lo sono mai stata visto che divido l’appartamento  con il mio bichon Frize’ ,12 kg di amore puro ,il mio secondo figlio 

Lui fortunatamente ha scelto di vivere con me senza se e senza ma, lui mi ama così come sono ,l’unico  che io ricordi che mi abbia accettato nella sua vita senza giudizio , senza critica ,senza volermi cambiare mai 

L’amore vero non è forse questo ?

Amarsi a prescindere nel bene e nel male nella buona e cattiva sorte ?

Beh stavo dicendo ,vivere da sola hai i suoi vantaggi ,non ho orari , mangio quando voglio e quel che voglio ,non discuto sulla scelta di programmi televisivi , ho un divano di marca tutto per me , non faccio a gara  su chi deve portare fuori il cane ( insieme alla spesa unica boccata d’aria certificata ma consentita ) e soprattutto ,cosa non di poco conto ,non litigo con nessuno se non con me stessa e per ora mi sopporto 

Per essere esatti ancora non mi parlo , si perché parlarsi richiede una capacità di ascolto attivo che in questo momento delicato non ho 

Sono così concentrata nell’ascoltare il mio corpo che proprio non ho tempo per altro 

Ma ,prima o poi mi devo decidere 

La mia nuova Me , quella che a stento riconosco  nello specchio esige attenzione , e’ capricciosa , impaziente , lancia segnali forti , fa domande , attende risposte 

Molte cose  però ci uniscono fortemente 
Amiamo il silenzio e la musica 
Amiamo la meditazione e il lavoro online 
Amiamo questa attesa che sa di rinascita 
Amiamo i film romantici e di storia 
Amiamo la vita in tutte le sue sfumature 
Ma si ho deciso 
Domani mi sveglio e le do il buon giorno 
Poi vedo come butta e se mai le parlo

Potenza, ore 9:00 – Amodio Parmentola

Il segreto di Einstein è consistito nel vedere con occhi nuovi i concetti di spazio e tempo.

Sono le 9 di lunedì- A quest’ora a casa mia non ci sarebbe nessuno. Adesso siamo in 5. Servono 2 postazioni di lavoro, 2 di studio e una di gioco. Mi sono fatto coraggio e ho emesso la mia prima ordinanza valida per tutto il territorio casalingo, balconi inclusi.

Ho requisito il tavolo da pranzo in salotto motivandolo con mancanza di ospiti. Ne ho disposto l’allungamento fino a 2, 5 mt per ricavarne due postazioni a norma. Altre due scrivanie sono state destinate ad uso esclusivo lavoro e, in caso di emergenza, viene opzionato il tavolino blu ikea del piccolo.

Viene segnalato il primo problema: Domenico non rispetta la zona rossa. Sono le undici ed emetto già la seconda ordinanza: a turno uno dei lavoratori/studenti dovrà giocare con lui.

Non so quello che succederà nella vita “post corona virus” ma sicuramente per la vita “durante il corona virus” è necessario vedere con occhi nuovi spazi e tempi.

Villa d’Agri, ore 08:30 – Antonella Marinelli

LO SPOGLIATOIO.
Settimo giorno rosso. E’ lunedì. Non raggiungerò i miei studenti oggi, ma ho comunque deciso di vestirmi come faccio quando sono rilassata e pronta per uscire. I pantaloni neri ,un golfino morbido, la giacca pied de poule, tronchetti neri, calze nere 30 den. Nello spogliatoio, tra l’armadio e la scarpiera è il balcone a tre ante. Decido di mettere un piede e poi l’altro sul terrazzo. Il mio condominio è stato edificato negli anni ’70 tra il costone che dà inizio al paese e una fontana d’acqua sorgiva che ancora oggi riempie bottiglioni, catini e fiaschi dei villadagresi resistenti, quelli che non hanno ceduto al fascino delle acque snellenti o povere di sodio. Negli anni su questo declivio è nato un vigneto, qualche ulivo e un pergolato di kiwi. C’è un vento tagliente stamani che rende il sole insufficiente. Respiro profondamente. Respiro. Ho immediatamente pensato alla “radioattività” dell’aria, ciò che è vitale ci è nemico. L’aria impalpabile che fa da tramite per la trasmissione del responsabile della nostra vulnerabilità.
Rientro, mi siedo sullo sgabello, indosso la prima scarpa e con molta calma, come a voler assecondare un rito di vestizione, metto insieme pensieri positivi. L’ultima volta che sono uscita a comprare il pane nel mio negozio di fiducia, stavo per incidentare il braccio proteso di un signore canuto pronto per afferrare l’ultimo litro di latte fresco. Io, incauta, con la sciarpa a mo’ di mascherina, senza vedere, ho provocato un balzo all’indietro repentino di quel signore che ha piegato gli occhi sul pavimento e piano piano si è allontanato. L’ho guardato qualche secondo da dietro. Dio quanta tenera pena. Ne usciremo cambiati, ma ne usciremo. Siamo brava gente, è questo un pensiero positivo. Resistiamo.

Potenza, ore 13:00 – Antonio Di Stefano

Settimo giorno. Guardo dalla finestra mia moglie uscire di casa per andare al lavoro. La vedo entrare in auto. Indugia un po’, in quell’attimo chissà perché penso “Ecco, la macchina non parte e stamattina resterà con noi.” Poi sento il rumore del motore che sia avvia e la seguo con lo sguardo mentre si allontana e scompare alla vista. Non sono preoccupato per lei. Sono solo un po’ malinconico, questo penso mentre le mie figlie ancora dormono e vado ad accendere il pc nello studio. Un’altra giornata da passare a casa, un disagio indefinito mi pervade e mentre questa sensazione mi avvolge provo anche un senso di vergogna. Mi vergogno di questa inquietudine personale e collettiva, mascherata attraverso decine e decine di trovate più o meno divertenti che ci spammiamo l’un con l’altro, nelle quali mariti si lamentano della convivenza forzata con mogli e viceversa, vicini di casa che si sfanculano con gioia dai balconi, ciclisti che pedalano in salotto e uomini che portano a spasso il pesce rosso. In un’Italia a campionato di calcio fermo milioni di allenatori si sono riciclati in virologi e raffinati giuristi. Tutti a discettare del tasso di rischio se si esce a far la spesa e a discutere la rilevanza penale di una corsa in solitaria all’aperto. Tutti , chi più chi meno, direttamente o indirettamente, a sottolineare il comprensibile disagio dello stare a casa e al contempo l’inattitudine collettiva al sacrificio.

Mio padre, ultraottantenne, frontiera tecnologica massima il suo televisore, alla domanda “Papà, non è che vuoi fare due passi sotto casa?” ha riposto “No” e basta. Senza menarsela troppo e preparandosi a guardare la finale del campionato del mondo Italia Francia del 2006. Mi viene in mente la signora molto anziana intercettata in una intervista televisiva che, a proposito della limitata attenzione dei giovani verso i comportamenti a rischio, lamentava in soldoni: “Abbiamo fatto la guerra, abbiamo tirato su questo Paese e adesso possiamo essere lasciati a morire solo perché ‘sta manica di stronzi che sono venuti dopo se ne fotte e pensa solo a sè?”. Non lo diceva proprio così, era più educata, ma questa era la sintesi.

Oggi penso che noi, “quelli a cui è dato di salvare l’Italia restando seduti sul divano”, a noi “tristemente” ai domiciliari a cui è tuttavia consentito di uscire per comprare la Nutella che è finita, il giornale e le sigarette, a tutti noi le persone che hanno più di ottanta anni abbiano diritto, all’occorrenza, di sputarci in faccia.

Anche in tempi di contagio da coronavirus questo sputo dovrebbe continuare a essere comportamento penalmente irrilevante.

Potenza ore 18 – Antonio Califano

Alternanza di sensazioni, ottimismo, pessimismo, proprio come il pendolo di cui parlava Schopenhauer. Ma si, dissimulare non serve, avere consapevolezza aiuta di più che fare gli “splendidi”. Oggi ho perso una scommessa con Pino Paciello per cui appena possibile dovrò andare a piedi a Tolve da San Rocco. Ora mi dedico alla musica, ascolto tutto quello che ho e trovo di Paul Desmond, così evito di suonare (per la vergogna) e non mi faccio cacciare dal condominio. Il soffio del suo sax è l’equivalente di un rovescio lungo linea di Federer, di una punizione a foglia morta di Mariolino Corso (qualcuno lo ricorda?), di un tacco di Socrates, di un tramonto sul Perito Moreno. Oggi per la lettura, con tale sottofondo, mi immergo in un testo di filosofia, particolare, di G. Weher, “Novecento Occulto”, il titolo è fuorviante perché in realtà è un testo molto “scientifico” (mi si permetta l’ossimoro) sull’esoterismo contemporaneo da Blavatsky a Tomberg (tenete presente quel libro sugli Arcani maggiori dei Tarocchi, che in una foto era sulla scrivania del Papa?) passando per Carl Gustav Jung. Densissimo e coinvolgente come un romanzo sulla mente umana, sui suoi poteri, su come poco ci conosciamo. E che volete oggi mi ha preso così, ma non vi preoccupate mi riprendo presto.

Tito. 17:30 – Marianna Carbone.

Mentre abbraccio il calore del sole di oggi, affacciandomi all’esterno dall’unica “realtà pensile” ossigenata e ventilata di questa “prigionia”, nei miei occhi le scene di quel film…”Le ali della libertà”. E penso che se la vita imitasse, per caso, l’arte, dopo questo assurdo e ansiogeno fermarsi, ci potrebbe essere ad aspettarci, ad aspettarmi, un posto sulla spiaggia di Zihuatanejo, dove porterei questo tempo “perso”, pieno di pazienza, fede, speranza e soprattutto tutti quei desideri, su cui, questi attimi “persi” di vita, mi hanno costretta veramente a soffermarmi, sentendoli, come mai prima, reali, impellenti, necessari.

Maratea, ore 12.50 Biagio Velardi

Evviva oggi è tornato il sole, il vento di ieri notte ha portato via le nubi e il cielo è terso come mai.

Al nostro cane Bruno (un bell’animale grande e pieno di peli) piace il vento, lo eccita, vede intorno la natura che si agita sente rumori nel bosco e abbaia e corre inseguendo fantasmi. Parte spedito verso una direzione poi va da un’altra parte, tutto diventa una specie di giostra per lui e lo rende felicissimo. A me piace molto meno anzi per niente però mi piace il giorno dopo che generalmente è soleggiato e perciò lo accetto come propiziatore di belle giornate.
A pensarci bene quando ero piccolo piaceva pure a me il vento provavo la stessa eccitazione di Bruno e mi piaceva il fatto che questa forza invisibile mi scompigliasse i capelli si opponesse al mio corpo la sentivo potente invisibile misteriosa.
Gli animali hanno l’innocenza la gioia istintiva che noi abbiamo perso con l’evoluzione col pensiero maturo con la consapevolezza.
Oggi ridipingeremo le cucce dei cani, colori, pennelli acquaragia tutto è pronto. Erano blu con le onde e i pesciolini stavo ispirato a quel tempo oggi le faremo verde bosco con due tonalità una più scura e una più chiara.
Besame Mucho suonata da Michel Petrucciani fa da colonna sonora a questo mio scritto un po’ triste ma piano di amore per le cose per il mondo per la vita.
Tutto tornerà come prima? Oppure niente sarà come prima? In fondo il mondo non era un posto così male da abitare.
Tanto mondo è passato sotto ai miei “sandali” e molte volte sono stato in cima al burrone e mi è andata bene. Poche volte mi sono sentito così insicuro eppure ho viaggiato su improbabili aeromobili (Douglas DC-3), su carrette del mare, fatto il bagno per spavalderia nelle acque buie dell’oceano di notte, sono stato in posti in cui l’igiene era un solo un opzional e coprotagonista incidentale in una storia di narcos in Colombia degna di un film e poi in questo tempo è arrivato il coronavirus che non mi fa vedere il cielo sgombro ma piuttosto denso di nembostrati con una pioggia pronta a riversarsi copiosa sulle nostre fragili esistenze.
Intanto a Marina di Maratea qualche criminale ha messo fuoco alla pineta. Che tristezza!!

Matera, ore: 19.10 – Doreen Hagemeister

“Io seguo il Comandante”

Stamattina, mi sono svegliata cantando: “Mi manchi mi manchi mi manchi. Mi manchi in carne ed ossa. Mi manchi nella lista delle cose che non ho, che non ho, che non ho” (Takagi &Ketra “L’esercito del selfie”)… ero allegra… e poi il RITORNO ALLA REALTA’ … quanta gente mi manca ora!!!

Dopo una bella doccia e il caffè, ho lavorato al computer. A metà mattinata mi sono presa una mela per fare merenda e contrastare la continua tentazione di aprire il frigorifero. E di nuovo un’associazione di idee: “Una mela al giorno toglie il medico di torno!” E di nuovo il RITORNO ALLA REALTA’ – speriamo non ci serva questo medico…

Ogni azione crea pensieri… e al momento ogni pensiero va lì, alla peste del 2020… crea collegamenti… emozioni… sveglia paure, ma anche speranze… lascia col fiato sospeso, PERCHE’ NON CI SONO CERTEZZE! Solo speranze.

Ho letto una poesia, pubblicata da un amico (Giampiero D’Ecclesiis), che parla dell’atmosfera surreale nelle città, della morte che aspetta fuori casa, della paura di varcare la porta di casa, delle nostre paure in questo momento, ma si conclude con “Torneranno le rondini” (Miles 2020). Mi ha fatto rabbrividire e commuovere! ECCO, VOGLIO CHE TORNINO LE RONDINI!

Ma il messaggio più bello è arrivato da un mio carissimo amico, una persona che stimo all’infinito, un uomo che ho avuto la fortuna di conoscere: @Astro_Luca… Il nostro Comandante della Stazione Spaziale Internazionale… Luca Parmitano. Ieri ha postato un tweet: “La libertà è dentro di noi, non fuori. Si può essere in prigione per anni, come Mandela, e avere uno spirito indomito e libero. O si può essere all’aperto, ma schiavi di droghe, imprigionati in un incubo. #iorestoacasa per scelta. Quindi sono libero.”

(Fonte: https://www.95047.it/oggi-luca-parmitano-prende-il-comando-delliss-e-il-primo-comandante-italiano/)

ECCO, IO VOGLIO RESTARE LIBERA!

Continuo con la mia lista delle cose da fare, e sto serena. Mi godo la mia famiglia… e mi rendo conto che sono fortunata!

Potenza, ore 19:20 – Ida Leone

Cerco per quanto possibile di uscire pochissimo, meglio niente. Anche le giornate da reclusi lentamente prendono un ritmo e una routine, che è sempre tranquillizzante, e le giornate scorrono. L’elastico del tempo però è implacabile, se faccio il conto di quando è stata l’ultima volta che ho visto gente che non fossero le cassiere del supermercato vicino casa mi sembra un secolo. E invece sono passate poco più di tre settimane. E almeno il doppio ci aspetta, prima che – forse – possiamo vedere uno spiraglio di luce in fondo al tunnel.

Ho le mani screpolate e con uno sfogo di bollicine rossastre. Forse le ho lavate troppo, per eccesso di zelo, o forse è il mio fegato che comincia a restituire un po’ dei pesi di cui l’ho caricato. Ho anche una bella cicatrice, un segno che mi ha lasciato il forno in una delle tante volte che l’ho aperto per tirare fuori una teglia. Sono orgogliosa delle mie mani nodose, mi hanno sempre aiutato, spesso sono state le uniche su cui potevo fare affidamento.

Decido che proverò a coccolarle di più.

Da domani.

Restiamo a casa.

Firenze, ore 19:30 – Rossella Spiga

Dal giardino di casa si respira una primavera che non esita a farsi avanti. Le prima margherite tappezzano un manto verde, leggermente in discesa, ondulato da un venticello pulito.

Fuori, è tutto fermo, sospeso; dentro invece, tutto sobbolle.

Con uno strappo disperato di volontà, ho aperto le finestre e mi sono obbligata a uscire al sole. Oggi ho visto solo un signore in cravatta, in fondo al giardino del mio nido sulla collina, ai piedi dell’Osservatorio. Poi è sparito.

Ho appuntato idealmente alcuni propositi, tutti inutili. Un passo davanti all’altro, mi dico. Tutto quello che voglio è lontano, irraggiungibile.

come fa a morire il nostro amore
se sta scritto
in queste pagine

(Milk and honey, Rupi Kaur)

Genzano di Lucania, ore 18:55 — Gianrocco Guerriero

Le giornate cominciano ad essere diverse, nella loro identicità.

Può sembrare che abbia scritto un ossimoro per tentare di stupire, ma non è così. E la pagina di diario di stasera voglio giocarmela tutta su questo fil di lama.

Ho lavorato anche stamattina alla revisione che sto facendo a un testo, iniziando che era ancora buio, sul divano, sotto la coperta, con la gatta che mi stava intorno. Il minimo fissato per mantenere il ritmo. Poi mi è venuta voglia di fare qualcosa solo per il piacere, e ho preso in mano i fogli stampati l’altro giorno: un articolo sui fondamenti della Relatività di Einstein quella teoria strana in cui lo spazio è curvo, le lunghezze e i tempi perdono concretezza e la luce è un treno insuperabile che non si ferma mai. L’autore mi ha mostrato cose che credevo di sapere fino in fondo sotto un’altra prospettiva, e mi ha sconcertato, positivamente. Non cambia nulla, nella forma, eppure l’Universo muta totalmente, nel nuovo paradigma. Mi batteva il cuore.

Poi, a ora pranzo, hanno acceso la TV. Io le dò le spalle. La detesto. Se fossi solo in casa, sarebbe già finita da tempo fra i rifiuti (quelli speciali). Al TG il brodo è sempre quello. Ma il tema sul quale è stata posta l’enfasi, stavolta mi ha irritato. Se ne sono accorti tutti, a tavola, ma non ho detto niente. Lo scrivo qui. Il telecronista insisteva sul crollo delle borse e si disperava. Penso che sia apparso un ghigno, sul mio volto, perché ho pensato: Bene! che vada pure tutto giù, per sempre; che sia chiaro, finalmente qual è il danno di un’economia fatta con il fumo, che va di qua e di là al primo spiffero di vento e intossica il Pianeta. Certo, non sarebbe facile all’inizio, ma poi…E ho immaginato una comunità globale in cui il valore era tornato nel lavoro delle braccia e delle menti, nella creatività di un artigiano e nell’ossessione di un ricercatore che aspira a un risultato. Non più nei giochi di prestigio degli sbarbatelli senza etica, educati ai mercati finanziari, buoni solo a demolire il mondo.

Ho sognato a occhi aperti un altro paradigma, ecco, dove tutto sembra uguale ma in realtà è l’opposto. Non come nel romanzo “Il Gattopardo”, il contrario: identicità diverse: nella sostanza, non nell’apparenza.

Potenza, ore 21:23 – Luca Rando

Nel buio serale le stelle e le luci di una città che alle 9 di sera già sembra addormentata. Ieri il silenzio era rotto dalla macchina che annunciava pene per i trasgressori dei decreti dello Stato. Oggi niente. L’abbaiare dei cani (come ogni sera), qualche rara macchina.

Il sabato è trascorso senza la musica ed il vociare dei ragazzi per strada, la movida del nostro fine settimana. Nessuna voce, nessun nome gridato. La domenica non è stata diversa, così lontana da quelle dei mesi passati, trascorsi tra Montereale e le partite di basket dei miei figli. Quanto tempo sembra già passato dalla routine delle palestre, dei viaggi in pullman ad accompagnare la squadra nelle trasferte. Tutto passato, tutto dimenticato.

Eppure il tempo che mi mancava ieri mi manca anche oggi: c’era quel libro che dovevo leggere, ancora lì sul comodino, il riordino dei fogli di ricordi, le cartelle del desktop, gli appunti… È che io lavoro meglio quando sono più oppresso da cose da fare. Oppure no, è che non so godere di questo spazio interiore ritrovato, non so sorridere del tempo “inutile”… Pensieri in libertà, come se aspettassi qualcosa, un vento impetuoso, il temporale o la calma improvvisa di un tramonto.

 C’è una nuova quotidianità che ha sostituito quella di solo una settimana fa. Ci si abitua a tutto? Le giornate trascorrono tra l’uscita mattutina per la spazzatura e la spesa, i videoincontri con le classi, preparare le lezioni e i materiali, libri e tv. Manca l’incontro, di cui questi incontri a video sono un’ombra, ma sono l’unico modo che abbiamo, che ho, per mantenere il rapporto con i miei alunni.

Stasera mia figlio mi ha chiesto di uscire. Siamo andati al supermercato a fare la spesa che volevo rimandare a domani. Camminiamo distanti per strada, il che è un controsenso, vista la vicinanza a casa. Al supermercato una nuova disposizione: si devono indossare i guanti monouso forniti da loro e si può entrare solo un componente per famiglia. Va bene, tanto siamo usciti solo per prendere aria. Va lui a comprare qualcosa e poi torniamo lentamente a casa. Dieci minuti di aria serale potentina. Poi si torna alla quarantena. Di questo, forse, dovrò parlare: dei rapporti familiari che in parte si deteriorano (dove ho sentito che in Cina, finita la quarantena, sono esplose le richieste di divorzio?). ma sarà per un’altra volta.

Potenza, ore 17:30 – Giampiero D’Ecclesiis

Stasera ho un filo di angoscia, è strano come i numeri ti scivolino addosso finché non ti soffermi un attimo a pensare, ho la televisione accesa, come un’abitudine, quasi non ascolto, poi ad un tratto percepisco questa frase: “In Italia superato il tetto dei 2100 morti nel corso dell’epidemia di Covid-19”.
Duemilacento morti. In meno di un mese.
Il pensiero viaggia alla velocità della luce, penso ai miei figli, penso a ciò che mi è successo ad agosto: infarto, ospedale, intervento e poi ripenso ai 2100 morti.
Mi sento molto meno spavaldo e mi striscia dietro la schiena un brivido di inquietudine.
Fortunatamente interviene Miles, lui il mio alter-ego legionario, il mio essere diversamente Giampiero che mi rifila un calcio nel culo, sento distintamente il ferro dei chiodi della sua caliga e, come sempre, mi rimette in formazione. Torno a marciare.
Cadenza. Unus, duo.

Potenza, ore 24.00 – Pino Paciello

Se non fosse stato che oggi era il giorno del pagamento delle tasse, forse non mi sarei ricordato che era lunedì 16. Ormai non c’è differenza tra un sabato e un mercoledì, non sappiamo più se è giorno di brodo o di verdura, magari è quello degli gnocchi. Dopo la vivacità dei primi giorni le persone si accorgono di avere un sacco di tempo di cui però non sanno che farsene. Ho l’impressione che pochi stiano riconvertendo i propri pensieri convinti che tutto andrò bene.

Intanto se prima il virus mordeva le caviglie, ora, anche da noi comincia ad azzannare i polpacci. Se sono vere le proiezioni di contagio che giungono dalla dolcissima val d’agri manca poco che l’infezione affondi nella carne viva. L’umore si è incupito, lo sento nei discorsi delle poche persone con cui ormai ho contatto, lo leggo nelle parole degli amici che scrivono su questo diario.

Un altro giorno è passato. Tenera è la notte e gli animi si placano. Chissà se domani è il turno dei cannelloni

N.d.R. Da ieri sera è iniziato “Tenera è la notte” il nostro appuntamento serale di discussione, approfondimento, spettacolo, musica, abbiamo cominciato con “Letter from home” e con Dino De Angelis.

Non ve lo perdete. Presto altre novità.

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.