CRONACA DI UNA PANDEMIA – ITALIA, 15 MARZO 2020

CRONACA DI UNA PANDEMIA – ITALIA, 15 MARZO 2020

QUOTIDIANITA’ ITALIANE AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Vigevano, Ore 19:30, “La primavera lo saprà?” – Veronica Menchise

“La primavera lo saprà?” di Veronica Menchise

Tolve, ore 23.50 – Rocco Mentissi

Mi siedo, socchiudo le labbra, poso le mani sull’ avorio dei tasti, chiudo gli occhi e comincia il viaggio, immobile, ed ecco che incontro il primo straniero : sono io.

 

Pignola 9.00 – Rocco Spagnoletta
Appena apro gli occhi, in queste ultime mattine, ho due pensieri.
Per prima cosa penso che grandioso atto di civiltà sia questo di rinunciare alle libertà personali in nome di un bene comune e della salvezza collettiva. Una roba che potrebbe aprire mille digressioni intellettuali, filosofiche e di diritto, ma che all’atto pratico si dimostra di un’incredibile semplicità.
Il secondo pensiero è che cazz’ aggia fa oggi tutta la giornata!

Ore 16.00
Rivedo Borotalco il film di Verdone con le musiche di Dalla e degli Stadio e penso che film così non se ne fanno più. Se iniziate a dire anche voi queste cose la quarantena vi sta invecchiando.

Ore 18.00
Flashmob sui balconi, porto una cassa sul balcone e metto Vivere di Vasco, L’anno che verrà di Dalla. Un mortorio intorno a me, a Pignola l’hanno presa davvero seriamente sta quarantena. Poi visto che col nazional popolare nessuno si affacciava ho provato con la musica colta e ho messo gli Squallor.

Ore 21.00 – 
Mi scrive una mia cugina del nord su un gruppo wa:
“Ma voi non lo fate il flashmob delle torce?”
“Noi a quest’ora si mangia!”

Potenza, ore 7:35 – Claudio Elliott
Corona virus in camera da letto
Anche in camera da letto la distanza regolamentare è di un metro. Anche sul letto. Anche sotto le coperte. Ci atteniamo alle regole, mia moglie e io, in modo geometrico. Direi sincronico e simmetrico. Dopo esserci accertati che la distanza tra noi sia realmente di più di un braccio maschile, ci guardiamo e, a un cenno d’intesa, lei si volta sul fianco sinistro e anche io mi volto sul fianco sinistro; lei si volta sul fianco destro, e io mi volto sul fianco destro; così non possiamo mai respirare né tossire o sternutire in faccia all’altro.
Lei tira fuori il braccio destro (non so perché) e io tiro fuori il braccio destro (non so perché), in perfetta sincronia; dopo un po’, bracco sinistro suo (forse ha caldo sotto il piumone), braccio sinistro mio (forse ha davvero caldo sotto il piumone), per cui ora tocca alla gamba destra, ora tocca alla sinistra, e insomma ci muoviamo come due tergicristalli o come due giocatori di tennis durante un doppio. Entra mia figlia con cappellino bianco e rosso, pone la sedia a metà letto e conferma: – Sono l’arbitro di linea.

Asti, ore 01:15 -Carmela Bruscella
In questi giorni sono cambiati gli orari abitudinari del pranzo e della cena. Si va a letto più tardi, perché è più difficile addormentarsi, si vedono film sulle piattaforme che in questo periodo hanno concesso un mese di prova gratis oppure ci si tuffa nei libri. Adesso è tardi e scrivo, perché mi rilassa e mi aiuta. Voglio raccontare cosa succede a casa mia quando si decide di uscire per comprare generi alimentari. Abbiamo imparato a fare la spesa online con ritiro presso il supermercato ed è comodo e veloce. Scegliamo i prodotti dall’elenco del sito e selezioniamo il giorno e l’ora per ritirare la merce. Ormai molti comprano in questo modo e quindi succede che le disponibilità per la consegna sono poche. Perciò quando è necessario comprare dei generi alimentari urgenti bisogna uscire e si decide chi sarà in famiglia. Si fa la lista della spesa, si prendono due guanti monouso (vorremmo indossare anche le mascherine FFP3, quelle sicure, ma sono introvabili) e si compila l’autocertificazione perché i controlli della polizia sono frequenti. Ciò che colpisce appena si parcheggia l’auto vicino al supermercato è la coda lunga formata da singole persone che sono distanziate tra di loro e sono fornite di carrello. Si aspetta anche un’ora prima di entrare nel supermercato. La gente è composta, seria, anzi direi preoccupata, ma nello stesso tempo è cordiale, ci si scambia comunque qualche parola, naturalmente si parla del virus. Molti nel frattempo parlano al cellulare, alcuni hanno le mascherine semplici e quando capita che qualcuno tossisce, viene guardato a vista. Un plauso va agli italiani che continuano a dimostrare la straordinaria capacità di adattamento e di rispetto per le regole e allo Stato che sta cercando di affrontare al meglio questa calamità.

Potenza, ore 7:00 – Lorenza Colicigno
Sono le 7.00 del 15 marzo 2020.
Mio marito, appena sveglio, dalla sua stanza mi grida:
“Cosa fai?”
“Penso” – gli rispondo, dopo una ragionevole pausa.
E lui: “Sempre la solita originale, tu!”

Potenza, ore 11:16 – Dino De Angelis
L’ostia trasparente
Ci sono un paio di caratteristiche che in questi tempi di ristrettezze sociali mancano più di tutti, e sono due cose a cui l’uomo da sempre non può abdicare: la sicurezza e le abitudini. Mancano tremendamente, e alcuni dettagli di queste giornate di clausura forzata ce lo confermano anche se facciamo finta di niente. L’aspetto della sicurezza è evidente come il sole di questi giorni, invece mi soffermo brevemente su un dettaglio che riguarda il secondo aspetto, quello delle abitudini.
Abito in linea d’aria a pochi metri dalla campana di una chiesa, oggi è domenica e puntualmente la campana alle 10,15 suona annunciando l’imminenza della messa. Solo che a questa messa oggi non andrà nessuno. Pur non essendo un frequentatore di chiese, immagino la scena che tra poco avverrà in quel sacro spazio. Immagino il sacerdote in piedi sull’altare osservare i banchi vuoti, probabilmente è la prima volta che gli capita: in questo momento in cui ciascuno di noi ha affrontato alcune “prime volte”. Lo vedo poi voltarsi e prendere un’ostia dal tabernacolo, sollevarla al cielo in segno di clemenza. Vedo quest’ostia trasparente tenuta dalle sue dita e illuminata dal sole di una primavera generosa che filtra attraverso i vetri colorati della chiesa, poi una preghiera sottovoce e l’ostia che scompare nel suo palato, poi un segno di ringraziamento rivolto al crocifisso e infine lo vedo scomparire veloce nella sagrestia, con il corpo di Dio dentro di sé e un sacco di domande fuori.
Andare in chiesa la domenica è per molti la principale delle sicurezze smarrite. I fedeli che non possono seguire il richiamo delle campane della domenica restano a casa forse a pregare nel silenzio della loro camera, con una piccola luce accesa su un tavolino pure se è mattina.
È una domenica di festa, ma per qualche ragione che molti non comprendono, sarà una delle tante giornate passate nel chiuso di una casa ad aspettare risposte.

Parma, ore 6:00 – Cristina Cogoi
Suona il telefono , e’ mia figlia ,Greta , da alcuni mesi ha scelto di vivere con sua padre
D’altronde e’ figlia di entrambi e’ nel suo diritto ma e’ stato duro accettarlo
Ha fatto male , molto , inizialmente l’ho vissuto come un tradimento, ma ci si abitua a tutto anche al dolore e al distacco
Ora sto bene ,anzi forse aveva un senso tagliare quel cordone ombelicale, forse il suo e’ stato un gesto d’amore ,forse ,il tempo mi aiuterà a comprendere la cosa ,non ho dubbi ,per ora la sto ancora elaborando
“Mamma preparati il 19 mattina alle ore 9 mi laureo online poi festeggiamo tutti insieme “
Per un attimo solo per una frazione di secondo le orecchie registrano solo due parole
“ Festeggiamo “e “ tutti”
La mente avverte il pericolo , tutti chi ? Tutti quanti ?
Festeggiamo tutti dove ? come?
Ma poi il cuore , il cuore di mamma prende il sopravvento e orgoglioso e grato pensa già a soluzioni possibili e impossibili e con stupore , con entusiasmo e creatività la mente lo appoggia
La tecnologia aiuta in questo momento ,sino a che regge internet , sia chiaro, da un anno bisestile oramai potrei aspettarmi di tutto a questo punto
Giorni che lavoro e studio online cosa vuoi che sia organizzare un party ?
Già mi immagino scenari plausibili
Ognuno su Skype a casa propria con trombette champagne e musica , o forse si potrebbe sfidare la sorte e festeggiare nella stessa stanza a un metro di distanza con mascherine munite di filtri con abbracci indossando guanti
Per un attimo rimpiango la casa appena venduta ,ampi spazi , mille metri di giardino pieno di rose e ortensie ,vetrate da cui entrava luce naturale che sapeva di pace di fiducia nel futuro
Come festeggeremo non lo so
Una cosa e’ certa la laurea di mia figlia , la mia unica figlia , la persona che più amo al mondo senza se e ma , non me la perdo sicuro !

Potenza, ore 18.00 – Antonio Riviello
E’ l’ora più difficile. Ho sparato come al solito tutte le cartucce: libri, quotidiani, film1, serie tv 2, scorrazzate sui social, piccole riparazioni di casa, per rimediare alle quali, quando tutto sarà tornato alla normalità, dovrò chiamare un esperto tuttofare. Ho anche provato a giocare alla playstation, ma senza mio figlio non è divertente. Passeggio nervosamente in corridoio quando sullo schermo del pc, tramite skype si materializza il volto di una cara vecchia amica che mi chiama da San Francisco. E’ allarmata per le notizie dall’Italia, vuole sapere come sto. E’ affascinata per le tammurriate sui balconi, per la nostra capacità di reagire anche nei momenti più bui. E’ come parlare con un noi di 15 giorni fa, cominciano ad avere consapevolezza dell’emergenza, le scuole sono chiuse ed anche le attività sportive minori chiudono (non solo la NBA). Non immagina e non vuole minimamente pensare agli eventuali arresti domiciliari a cui noi siamo sottoposti da una settimana ormai. Le spiego nel mio inglese zoppicante le regole principali che seguiamo e che sarebbe il caso seguano anche loro, intimamente fiero che un italiano dia “lezioni” ad una californiana. Poi, per distrarci un po’ facciamo virare la chiacchierata su cose piacevoli, sui ricordi di un’estate lontana. Mi vengono in mente le parole di una bellissima canzone di Guccini “…dieci anni da narrare uno all’altra ma le frasi rimanevan dentro di noi…” , “…e le frasi quasi fossimo due vecchi rincorrevan solo il tempo dietro a noi…”. Ridiamo un altro po’, poi chiudiamo il collegamento. Sono le 19.45, è quasi ora di cena. La sera ha il sapore della normalità, anche per oggi ce l’abbiamo fatta.

Potenza, ore 13.05 – Valerio Nicastro
Oggi è domenica, uno di quei giorni che rendono ancora più evidente l’anomalia di questa situazione. Di solito la domenica la distingui nettamente dagli altri giorni della settimana, perché ha tempi, regole e consuetudini che ne regolano l’esistenza. La domenica è un rito fatto di pallone, di pasticcini e pigiami trascinati fino a orari improponibili, una pausa di lusso dopo una settimana di corsa.
E invece, è proprio questo che sta cominciando a diventare abitudine: tutti i giorni sono esattamente uno uguale all’altro, tutte le ore sono diventate superflue. Piano piano sto perdendo l’abitudine di guardare l’orologio, è il mio corpo a dettare il ritmo delle mie necessità.
Infatti, mi accorgo che è ora di mangiare dal profumo dei cannelloni che arriva dalla cucina. Grazie, mamma, ti voglio bene.

Potenza, ore 9.00 – Leonardo Pace
Mi accingo ad andare a studio, la settimana ricomincia. Lo troverò immerso nel silenzio, come da giorni oramai. Penso che uno studio professionale vuoto è come una discoteca senza musica: ma questà è la realtà del lunedì mattina, che ti colpisce come un ceffone in volto.
Magari chi giudica approfitterà di questa pausa inattesa e surreale per smaltire l’arretrato: ordinanze civili e penali da depositare, ingiunzioni annose da emettere, liquidazioni antiche da approvare. Chissà.
Il tempo di assegnare una traccia ai ragazzi per il loro compito di italiano quasi quotidiano, così cerco di integrare il lavoro a distanza che svolgono i professori. I professori, meno male che ci sono loro, mi danno l’impressione di non mollare mai. Fatto. Ora è tempo di uscire; magari domani.
Facciamo inglese…

Maratea, ore 10.00 – Biagio Velardi
Oggi mi sono dovuto recare al supermercato per comprare latte uova zucchero farina (beni di prima necessità) poi sono salito al nostro negozio a prendere una bella bottiglia di Olio Evo made in Basilicata e qualche bottiglia di Aglianico ottimo igienizzante del cavo orale e perciò molto utile in questi giorni di quarantena (ogni scusa è buona). Non ho resistito sono sceso anche giù alla spiaggia a vedere il mare. Il contatto col mare il colore del mare l’aria di mare è quello che ci manca più di tutto a noi che abbiamo fatto di questo sfondo largo luminoso mutevole parte integrante del nostro vivere.
Procedendo in macchina mi sentivo l’interprete di un film di Lars Von Trier: nessuna colonna sonora, il cielo plumbeo, lunghi piani sequenza sul vuoto. Strade deserte, solitudini, qualche cane randagio. E pensare che avevamo pensato di riaprire il negozio il 15 di marzo! Immaginavamo già i primi stranieri a farci visita con gli occhi pieni di curiosità e di meraviglia, qualche soldino che cominciava ad entrare e il vitale respiro della primavera che ci introduce con dolcezza verso la piena stagione. Niente di tutto questo. Solo qualche “superstite” privato dell’identità da questa mascherina chirurgica che mi da molta inquietudine.
Mi sto dedicando in questi giorni a rifare il sito dell’agenzia immobiliare ho trovato come impiegare utilmente il mio tempo. Non è un’operazione semplice ma mi tiene lontano dai media che insistono su morti, contagi, positivi, parziali, totali, numero di tamponi, necrologi.
Sto pensando anche di provare a “cucinare” l’impasto di ricordi, emozioni, momenti di vita, vissuti a volte pericolosamente, che albergano nella mia mente. Giorni in cui mi sentivo invincibile molto diversi da quelli di oggi in cui mi sento abbastanza fragile. Vedremo qualcosa verrà fuori credo qualche dolcino rudimentale ma gustoso.
A presto

Avigliano, ore 14:45 – Nicola Sileo
Oggi abbiamo mangiato presto. È domenica, ma è anche lunedì, è martedì, è mercoledì. In questi giorni ho avuto già molte epifanie, che si sono ripetute più volte prima di essere accantonate, forse definitivamente.
Tra le prime anche una buona intenzione di studiare. Un po’ l’ho fatto. Domani iniziano queste leggendarie ore di didattica a distanza con l’Università. Ne ho sentito tanto parlare, ma l’unica cosa che so per certo è che, se si tratta di un assaggio del futuro, mi fa già schifo. È un’emergenza, certo, ma non vorrei diventare insegnante e dover poi fare lezione col binocolo o con google. Però sto giocando d’anticipo: in questi giorni mi sono impegnato a pensare a come sgattaiolare da un eventuale futuro troppo digitale. Insomma, mi sto rimettendo in discussione. Qualche anno fa pensavo che fare lettere classiche mi avrebbe aiutato ad evitare l’inchiodo, ma pian piano mi sto rendendo conto del fatto che forse non sarà così. Allora ho avuto la seconda epifania: faccio lo scrittore. Scrivo subito un libro, inizio oggi. Cazzo che bello. Ma se poi si pubblicherà solo in digitale? Mi fanno troppo schifo gli eBooks. La terza iniziativa è stata quella di leggere, come molti, ma vado inevitabilmente a rilento tra i caffè, le pisciate del cane, le dormite, la scelta del prossimo libro e molte frivolezze. Forse mi piace stare in quarantena e basta. È straziante scoprire che, sotto sotto, ciò che preferisco fare in questo momento è niente: insomma, controllo in modo maniacale il bollettino, ascolto musica distrattamente. Rispondo al telefono. Penso. Domani ne saprò di più, forse vorrò fare il professore di nuovo.

Potenza, ore 18.30 -Antonio Califano
La “Cina è Vicina”, film di Marco Bellocchio del 1967, visto e rivisto nei cinema “d’essai dei miei anni romani”….a saperlo. La Cina è vicina ma il mondo ci è attaccato addosso, siamo uno a fianco all’altro. La “cinese” di Godard, rivista ultimamente, Qiu Xiaolong che ho presentato, come Letti di Sera, recentemente a Potenza con il suo libro “L’ultimo respiro del Drago”, “No intenso Agorà” di Joao Salles film di un regista brasiliano che ci propone filmati in super8 girati dalla madre, francese, in “gita” in Cina durante la rivoluzione culturale, bellissimo. Insomma oggi ho “La sindrome cinese”, non sono mai stato in Cina. L’ho solo respirata da lontano, dalla Birmania quando in autobus sono risalito fino ai suoi confini, ma la Cina ormai la respiri dappertutto in Europa, Asia e Africa, ce l’ho nel mio studio con un grande poster di Bruce Lee che con Corto Maltese rimane un mio mito. Anzi lo sapete che c’è? Mi sparo la visione di “Dalla Cina con Furore”, già lo so piangerò come un vitello sulla scena finale quando circondato da un plotone di soldati giapponesi invasori con i fucili spianati, Chen, prima di “caricarli” con uno spettacolare “yoko-tobi- geri”, sapendo di andare incontro alla morte, dice (cito a memoria) “Tanto in Cina ce ne sono milioni come me pronti ad arrivare” …. E so palate……

Villa d’Agri, ore 16:00 – Cinzia Pasquale
Darwin
Sì, va bene.
Sono periodiche le crisi epocali, poi ci si riprende. Corretto il riferimento al Risorgimento ed alla capacità tutta italiana di reagire e reinventarsi.
Vanno bene pure il flash mob virtuale e le finestre animate. Ok al crowdfunding ed alla generosità che ci contraddistingue.
Va bene dirsi che questa situazione contingente ci consente di riappropriarci del tempo.
Ma sentire Johnson riadattare cinicamente la teoria di Darwin e dell’evoluzione della specie ai cittadini britannici, non va bene.
A cosa porterà questo poderoso processo di cambiamento? Dove finiranno i legami sociali?

Savoia di Lucania già Salvia, ore 15:00 – Antonella Giosa
Ore 15:00 di una domenica bestiale direbbe Concato; ma io non sono Concato.
Spesso nel posto meraviglioso in cui vivo si ha la sensazione di essere sospesi, mentre il mondo intorno viaggia, viaggia veloce… ed è bellissimo. Ma questa volta è diverso, c’è la paura.
Chi guarda vecchie partite di calcio, chi legge e chi pensa alla cena avanzando proposte. Io, come spesso accade, assorta nei miei pensieri che inevitabilmente mi riportano al “quante cose dovevamo fare, questo stop non ci voleva proprio”. Una roba simile mi pare proprio di averla già vissuta. Certo che l’ho vissuta ma non era un fermo colletivo, dovevo far nascere la mia secondo genita e fui costretta a fermarmi per sei mesi, a casa, ferma immobile. Passavo i pomeriggi a leggere e guardare vecchie foto…si perché no! Perché non farlo anche adesso, era una cosa che mi rilassava molto.
Eccola, la scatola rosa piena zeppa di foto (quando ancora le foto le sviluppavamo), alle foto di gioventù adesso si sono aggiunte quelle dei ragazzi ancora piccoli, dei loro primi anni di vita. Le foto sono memoria, sono momenti quasi sempre felici, sono racconti di sensazioni e di sentimenti. Sono racconti di viaggi.
Avere fra le mie mani quelle immagini è stato come rivivere tutto in un pomeriggio di una domenica bestiale. Rivivere, sperare e resistere. Perché è questo che ci chiede questo tempo, resistere per tornare ad esistere, meglio e più forte di prima.
Ripongo la scatola rosa come una reliquia, lì c’è la vita, quella vera quella che quando vuoi puoi tenerla fra le mani, fermarti a riviverla e poi ripartire.

Vietri di Potenza, Ore 18:00 – Francesco Panariello
Tra le tante attività, nelle quali sto cimentandomi in questi duri giorni, con la speranza di riuscire a fronteggiare la naturale quanto esecrabile tentazione alla neghittosità più totale cui la quarantena naturalmente ci sottopone, mi è capitato di riascoltare Ballate per uomini e bestie, album “semipagano, ma anche quasi cristologico” del grande Vinicio Capossela, pubblicato nel 2019.
E-capite bene-che, non senza ragione, la mia attenzione ha immediatamente eletto come suo oggetto una traccia in particolare, La peste.
Allora mi accorgo, ascolto dopo ascolto, che in maniera sorprendentemente profetica l`ottimo cantautore ha passato al vaglio, con largo anticipo, questioni intorno alle quali segnatamente c`arrovelliamo da qualche mese a questa parte, senza premurarci di risparmiare ai nostri amici virtuali malaccetti intasamenti di bacheche.
“La meravigliosa peste / [….] che libera il tremendo dentro / dentro ognuno ad uno ad uno” o altrove “La meravigliosa peste virale / che tutti ci fa liberi / che tutti ci fa uguali / ora che tutto è produzione / e neanche a casa sei padrone”.
Non dissimile dalla peste concepita dell’allegorismo caposseliano è, a pensarci, il virus che ha sconvolto le nostre vite, o che, quantomeno, ha alterato i frenetici ritmi cui avevamo piegato le stesse: il Covid-19 ha essenzialmente restituito all’uomo una nuova intimità con sé stesso, nonché la sua innegabile singolarità, perduta “sotto l’impero del consumismo” (Pasolini), inosservata, tradita e negata (non a caso Lasch parla di io minimo) in una realtà estremamente problematica dove anche l’Essere, in funzione del dio Mercato, diviene merce; il Covid-19 ha restaurato, “falce che pareggia tutte l’erbe del prato” (Manzoni), un regime ideale di appartenenza comunitaria, quasi di cosmopolita eguaglianza, in un mondo di profonde differenze, più apparenti che sostanziali in verità, giacché egemonizzato da un individualismo deprivato, paradossalmente, dei suoi individui, in quanto ridotti a silhouette dai bisogni indotti e toccati nella loro umana specificità; il Covid-19 ci ha liberati dall’ossessivo, forse nevrotico, gravame tanto dell’avere quanto dell`essere (inteso nell`accezione biasimevole del termine, nel senso di divenire, contare nella società) e perfino del dubbio amletico-frommiano, se sia preferibile asservirsi alla logica dell`uno o dell`altro.
“Una pestilenza infuria-ammonisce Capossela, scagliando il proprio anatema contro le derive improvvide del web-in questo Medioevo altro e tecnologicamente evoluto: una pestilenza morale, etica, di linguaggio, una corsa verso il basso”, non meno preoccupante, a mio dire, del virus stesso.
Ma non sarebbe opportuno, anzi, risulterebbe oltremodo infelice, che nel presente articolo m’impegnassi a suffragare o a smentire la fondatezza della precedente dichiarazione, né intendo, affatto, muovere critica o apprezzamento alcuno al mezzo digitale, in quanto tale e nella misura delle sue possibilità.
La canzone continua “[…] disconnessi al mondo connessi nella rete”, ed io un’obiezione, però, nelle vesti di consiglio non richiesto, mi sento, nel mio piccolo, in dovere di muovere: scolleghiamoci anche da questa e preferiamole il rifugio, come ai tempi del Decamerone, nel racconto, nell’espediente artistico di ogni sorta, nella diversione pascaliana, soltanto entro la quale l’uomo, riconosciutosi tale, alla luce della sua più autentica e incorrotta essenza, ritrova sè stesso e l’altro da sé.

Matera, ore: 19.00 – Doreen Hagemeister
“Una domenica in quarantena”
Non sono solita a scrivere un diario. Anzi! Devo ringraziare chi mi ha coinvolto e ha insistito. Mi rendo conto che aspetto con gioia il momento in cui mi siedo al computer e metto nero su bianco i miei pensieri, le mie emozioni. E la mattina leggo le riflessioni degli altri… mi fa stare bene!
Ieri sera, dopo aver inviato il mio contributo, ho ricontrollato la mia posta elettronica del lavoro. È uscita una comunicazione ufficiale per cui, tra i pochi dipendenti chiamati ad essere reperibile in caso di necessità, ci sono anch’io. In un primo momento mi stavo agitando… non ero più uscita dal 6 marzo. I pensieri si susseguivano… ma poi la parte razionale ha avuto la meglio. Soprattutto la riflessione di quanta gente è costretta ad andare al lavoro in questa situazione per il bene di tutti, quanti amici miei che continuano a lavorare fuori casa… mi ha toccato. Per cui ho deciso che non mi tirerò indietro! Ora sto di nuovo serena.
Come sempre uno non capisce la fortuna che ha finché non ne viene privato!
Intanto la domenica è volata… la mattina i ragazzi si sono svegliati tardi. Mia figlia mi ha raccontato con orgoglio che chattando e telefonando con gli amici ha visto l’alba! Anch’io sto invertendo giorno e notte. Mi viene facile. Sono un animale notturno da sempre. Ma ora si tende a esagerare.
Io continuo ad alzarmi in un orario normale e mi dedico alle faccende domestiche. Comincio a fare il cambio di stagione (anche se oggi faceva freddo) … sono convinta che non usciremo da questa situazione prima di primavera inoltrata. Ma tanto, qua il lavoro non manca.
Il pranzo bello. Mio marito ha cucinato spaghetti con zucchine e gamberetti … una delizia! Si cerca di rendere bella la convivenza. Livia ha fatto persino una torta di carote, mentre mio figlio, Marvin, un budino al cioccolato. Si scherza e si ride tanto.
E poi ognuno nel suo personale rifugio di vita sociale adattata alla situazione. Io in chat, sui social e al telefono. Mia figlia in videochiamata continua. Il mio maschietto, invece, gioca al computer – connesso online con gli amici. Mio marito in videoconferenza con mezzo mondo. Vita sociale?
L’unica nota negativa: oggi ho sentito un’amica che vive sola nel Nord… Si sta disperando… Si sente sola, abbandonata da tutti, non riesce a riposare perché fa incubi… insomma la situazione la sta schiacciando. Non la lascerò sola!
“La vita è questa. Niente è facile e nulla è impossibile” (G. Donadei)

Genzano di Lucania, 19:3 – Gianrocco Guerriero
Stamattina mi sono alzato prima che sorgesse il sole per poter lavorare qualche ora nel silenzio. Mi sono sdraiato sul divano, sotto un piumone, e ho acceso l’IPad. La gattina ne ha approfittato per saltarmi sul torace. Mi ha guardato negli occhi: coscienza contro coscienza, non so cosa ci siamo detti. Poi mi ha sfiorato il viso con il suo bel facciotto e si è riaddormentata su di me. È stato più difficile scrivere, con lei addosso, ma c’è l’ho fatta. Dietro le persiane, imprecava il vento. Elaia era sdraiata sul mio cuore. Li sentivo palpitare, “lui” e “lei”. Ogni tanto allungava una zampina sul mio viso. Quando ha riaperto gli occhi ed è andata via, si era fatto giorno. Mi sono affacciato alla finestra. Il cielo era nuvoloso. Ho pensato che così fosse più giusto. Ieri, quella giornata di “piena primavera” stonava con la situazione. Fra le pieghe della luce bella e calda, l’aria nascondeva insidie da evitare. Come quando una persona ti si presenta davanti con un bel vestito, ma ottiene il risultato di farti ancora più ribrezzo, perché la conosci bene e sai che sotto è sporca.

Milano, ore 18:00 – Lorenzo Casati
Buongiorno mondo! È domenica e probabilmente sarà l’ultimo contributo che darò a questo diario condiviso su Totem. Sì, purtroppo da domani mi tocca studiare per un esame e non avrò più calma e concentrazione per dedicarmi alla scrittura: anche perché se lo facessi mi ritroverei solamente a parlare del teorema tal dei tali che immagino non interessi a molti.
Tuttavia volevo sfruttare questa occasione per parlare di due cose: la prima riguarda le buone notizie che ci arrivano dalla Cina. Beh il modello logistico fitta molto bene e dopo 42 giorni si registrano pochissimi nuovi casi (meno di 10) e si avviano verso la ripresa delle attività produttive. Purtroppo noi siamo ancora indietro nella linea temporale di cui parla Paolo Giordano e non abbiamo ancora raggiunto il picco di contagi. Qui in Lombardia la situazione non è delle migliori, soprattutto a Bergamo, ma cerchiamo di tenere il morale alto e stare in casa per rallentare la diffusione del covid-19. La seconda cosa di cui volevo parlare è di questa fantastica iniziativa di Totem: sono stati 5 giorni bellissimi in cui sono venuto a contatto (anche se virtualmente) con delle persone ironiche, intelligenti, sensibili. Di certo continuerò a leggervi con piacere e interesse. Da questa piccola realtà che è Totem e dalle tante piccole realtà locali che non conosciamo ma sicuramente esistono emergono le trame nascoste di cui è fatta l’Italia. Spesso siamo abituati a vedere solo i lati negativi del nostro paese: parliamo male del vicino, dei nostri parenti, del governo, dell’UE, in questi giorni critichiamo i tagli alla sanità; si parla male dei giovani che nonostante siano quasi tutti laureati, parlino inglese e spesso anche un’altra lingua, facciano nuoto, tennis, calcio, conservatorio, leggano libri, viaggino; beh non vanno mai bene! Si dice che sono NEET, scansafatiche, non gli va di ‘faticare’, cazzi e mazzi (scusate il francesismo). Beh non è la generazione che conosco io. I miei coetanei sono tutte persone interessanti: molti hanno deciso di andare all’estero per migliorarsi, confrontarsi con una realtà nuova. Sono coraggiosi. E non pensate che sia facile trovarsi da soli in una città dove non conosci nessuno e dove tutti parlano tedesco o francese. Ecco, questa non voleva essere una apologia dei giovani, anche se suppongo che così possa sembrare. Volevo esprimere solamente la mia opinione riguardo a ciò che sento in giro e che spesso è basato su luoghi comuni e non su dati a supportare le deduzioni che si fanno. Concludo citando una frase dello scrittore giapponese Haruki Murakami che credo ci dia speranza in questi tempi bui: ”E naturalmente dovrai attraversarla, quella violenta tempesta di sabbia. È una tempesta metafisica e simbolica. Ma per quanto metafisica e simbolica, lacera la carne come mille rasoi. Molte persone verseranno il loro sangue, e anche tu forse verserai il tuo. Sangue caldo e rosso. Che ti macchierà le mani. È il tuo sangue, e anche sangue di altri.
Poi, quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato. Sì, questo è il significato di quella tempesta di sabbia.’’(da Kafka sulla spiaggia).

Potenza, ore 22:36 – Lia Smaldone
“Diario di una pandemia giorno boh. È proprio vero che in una situazione straordinaria come questa non esiste un equilibrio, chi è solo è troppo solo, chi è in compagnia è troppo in compagnia. Se poi la compagnia è composta, oltre che dal proprio compagno, da due bambini di 7 e 2 anni beh, la questione si fa interessante. La giornata inizia prestissimo, perché almeno il primo caffè ci tengo a berlo nel silenzio assoluto, che per le successive quindici ore in casa ci sarà il finimondo. Mi angoscio un pò leggendo i numeri del giorno prima, qualche risata amara guardando i miliardi di meme a tema quarantena nelle varie chat, e inizio a pianificare a grandi linee la mia giornata, illudendomi di riuscire a fare qualcosa per me e dedicarmi addirittura del tempo. In questi giorni provo uno strano senso di colpa nei confronti dei bambini, costretti in casa nel pieno delle loro vite. Non che a loro dispiaccia anzi, per il momento non gli pare vero di avere mamma e papà a disposizione h24. Sarà una paranoia da madre, ma la prima cosa che faccio dopo le colazioni è vestirli, l’idea che trascorrano le giornate in pigiama, anche se devono stare in casa, mi infonde tristezza, così come l’idea che debbano rimanere ore e ore spiaggiati davanti alla tv. E allora è tutto un’organizzazione frenetica di attività, lavoretti, biscotti, libri, gare di macchinine, acquerelli e bolle di sapone. Che non sai se lo fai più per tenere impegnati loro o te stessa per evitare di pensare… in questi giorni assurdi in cui abbiamo tutti la lacrima facile mi commuovo pure se leggo una citazione di Frate Indovino. Ho lavorato fino a un paio di giorni fa; tornando a casa l’ultima volta ho immaginato la mia quarantena sul divano a guardare Netflix e a sorseggiare vino nella vasca da bagno; già è tanto se riesco a fare mezza doccia perché appena mi chiudo in bagno ai miei figli vengono in mente millemilacose inderogabili da comunicarmi proprio in quel preciso istante. Ma forse è così che mi salverò.”

Villa d’Agri (Pz), Ore 23:00 – Antonella Marinelli
E’ tra noi!
Sesto giorno rosso. Da un paio d’ore il mio telefono bippa continuamente. Si rincorrono voci, anche deliranti, si spera nella smentita ma invano. Nella mia piccola comunità di seimila persone un tampone è risultato positivo. In realtà il prelievo è stato eseguito nel nostro ospedale, l’esame effettuato al S.Carlo di Potenza, ma la signora risultata positiva vive in un paese a pochi chilometri dal mio. Come se questo facesse la differenza. Il punto è che in questa valle nota solo per la presenza dell’impianto petrolifero più grande d’Europa, costellata da tante piccole comunità di poche migliaia di abitanti, la paura per il patogeno era più un timore di trascinamento, una eco dei media, una battuta dal panettiere, un chiacchiericcio social quasi atteggiato, perché tanto con i pochi casi lucani forse non ci sarebbe stato poi da preoccuparsi. Questa sera qualcosa è cambiato tra la mia gente. Si percepisce nel silenzio social dei più, nei messaggi privati che si fanno più timidi e discreti un po’ per la paura che le ultime voci siano confermate e un po’ per il pudore di non sembrare invasivi.
In questa notte valdagrese dormiremo tutti un po’ meno, perché saremo logorati dal dubbio, il dubbio dell’imperizia. Quell’atteggiamento incauto che ci ha abbandonati nei giorni scorsi nei “massì senza mascherina”, “massì è rientrata da Milano, ma rimarrà qualche giorno in casa”, “massì non è che adesso va disinfettato tutto ciò che compro”. Il dato positivo però è che se mai fino ad ora non fosse stata sufficiente ed efficace la comunicazione del rischio, da adesso ci sarà il mordente della paura reale per vincere questa battaglia.

Potenza, Ore 24.00 – Pino Paciello
Il ragazzo che vive sopra la mia stanza, da un po’ sta imparando a suonare la chitarra. Lo sento soprattutto nel pomeriggio, fa progressi e in questi giorni riesce addirittura a mettere nella sequenza giusta gli accordi LA RE MI di Gianna del compianto Rino Gaetano. Sì, proprio quella che fa Gianna, Gianna, Gianna.
È lo spunto, questo, per dire che ormai sappiamo tutto di quello che accade sui balconi d’Italia ma non sempre conosciamo quello che succede dentro le case, le ansie che vivono i residenti di quelle quattro mura. Si è portati a credere che la pandemia, specialmente nel senso etimologico, colpisca tutti in ugual misura, che livelli allo stesso modo le preoccupazioni di giovani e vecchi, ricchi e poveri, scolarizzati e analfabeti, e tutti i profili possibili. Ma non è così.
Cosa ne sappiamo, invece, di chi vive in sei in due stanze? O di quel ragazzo a cui la famiglia non riesce a garantire i giga sufficienti per seguire le lezioni on line? A questo ragazzo qualcuno si è preoccupato di aprire la propria rete wi-fi? Per non parlare delle persone disabili che non riescono ad avere più lo standard di cure abituali.
Pare che ci voglia una buona dose di spirito (chi scrive ne fa uso abbondante) per stigmatizzare la paura e che questa battaglia contro il virus, seppur attraverso consapevoli azioni individuali, abbia bisogno di un sentire collettivo ma oggi, anche se in un contesto diverso, la mia amica Sara l’ha detto, anzi l’ha scritto: “Io comincio a trovare stucchevole e fuori luogo l’entusiasmo con cui inseguiamo flash mob, colori e ottundimento”. Pensiamoci.

Potenza, ore 22:00 – Giampiero D’Ecclesiis
Sono arrabbiato.
Sarà per via del mio carattere a volte ombroso ma è da stamattina che covo dentro di me una rabbia montante, la combatto, la dissimulo, ma la sento latente.
Mi infastidisce tutto, i commenti triti e ritriti su chi esce a fare due passi – purché li faccia in sicurezza proprio non si capisce perché non dovrebbe-, il gallinaio di commenti su casi di positività, chi, dove, quando.
Lo strisciante dilagare della paura che alimenta diffidenze, tensioni.
Mi sfogo cantando una canzone di Fred Bongusto e poi costruendo una parodia su chiave coronavirus, mi distende un poco, ma non del tutto.
Faccio fatica a prendere sonno, mi guardo “Man in the hight castle” bellissima serie che racconta una fantastoria di come sarebbe stato il mondo se la seconda guerra mondiale l’avessero vinta i tedeschi e i giapponesi. Lo trovo molto ben fatto, rappresenta una realtà disgustosamente disumana di cui, di tanto in tanto, riaffiorano i segni nel mondo addormentato di oggi e mai come in questi giorni, alla prova del contagio, è evidente che l’umanità non è tutta buona.

 

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