CRONACA DI UNA PANDEMIA – ITALIA, 14 MARZO 2020

QUOTIDIANITA’ ITALIANE AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Vigevano, Ore 19:30, “Di sera un silenzio diafano” – Veronica Menchise

“Di sera un silenzio diafano” di Veronica Menchise

Potenza, 14 marzo 2020 – Ore 17:42 – Renato Cantore
Al quarto giorno sono uscito di casa per fare due tra le pochissime cose consentite: comprare i giornali a andare al supermercato.
Vi risparmio il racconto scontato di strade deserte, pochi passanti frettolosi, atmosfera da “day after” nonostante una bella giornata di sole, con quella luce e quel blu intenso del cielo che solo le città di montagna con l’aria pulita sanno regalare quando annunciano l’imminente arrivo della primavera.
Vorrei però condividere con voi lo stupore e la meraviglia nel vedere come una situazione irreale e inimmaginabile riesca a cambiare i comportamenti e i rapporti tra le persone.
Prima meraviglia: le mascherine. Non ho ancora capito se servano o non servano. Ma l’uso che vedo farne in giro è davvero bizzarro. C’è chi la porta allacciata al collo, a mo’ di collana, chi sulla fronte tipo occhiali da sole: mi par di capire che sono pronti ad indossarla non appena il virus appare alle viste. E infatti tutti si guardano intorno con circospezione, come se il nemico dovesse apparire all’improvviso sbucando non si sa da dove. Pochi indossano la mascherina più o meno correttamente, ma tra questi c’è chi pensa bene di scostarla dalla bocca (per educazione?) quando deve parlare, cioè proprio quando forse potrebbe servire a qualcosa. Ho visto anche un signore con cappellaccio calato fino alle orecchie e una grossa sciarpa di lana a coprire bocca e naso, modello “Bonnie & Clyde”, nonostante il sole e i diciotto gradi: se un pezzetto di garza ci protegge, figurarsi lo sciarpone della nonna!
Seconda meraviglia: la buona educazione. Quella strana sensazione di sentirci tutti dei sopravvissuti ci spinge ad augurarci il buongiorno anche se non ci conosciamo, a guardarci negli occhi con un sorriso e soprattutto – incredibile! – a fare la fila. Frequento spesso per ragioni familiari l’Inghilterra, e posso assicurarvi che mai, mai ho visto, neppure in quel paese, la gente fare la fila con correttezza, pazienza, finanche divertita allegria come stamane davanti al supermercato vicino casa.
Terza meraviglia: la buona educazione e l’altruismo. È tutto un “prego”, “ha bisogno di qualcosa?”, “non si preoccupi, faccia prima lei, non c’è fretta”, “posso aiutarla?”. Il trionfo delle buone maniere e della solidarietà. Una bolla di “buonismo”, si sarebbe detto fino a qualche giorno fa, che ci avvolge tutti come nella melassa. Io stesso, prima di uscire di casa, su suggerimento di mia moglie (la più buona della famiglia), ho bussato alla dirimpettaia per chiederle se per caso avesse bisogno di qualcosa, visto che uscivo a fare la spesa. Non l’avevo mai fatto, e neppure lontanamente pensato, in più di vent’anni che abito qui.
I vicini, appunto. Questa l’altra grande scoperta. Fino a qualche giorno fa erano persone sconosciute da salutare distrattamente se proprio li incontravi sulle scale, e da evitare accuratamente nelle rissose riunioni di condominio. Rientrato a casa li ho trovati tutti sul balcone a chiacchierare da un piano all’altro, allegri, rilassati, disponibili. Li conosco da anni ma mi è sembrato di vederli davvero per la prima volta.
Tanti paragonano queste giornate, o meglio le giornate di chi per fortuna non è toccato dalla malattia ed è semplicemente invitato a restare a casa, alla sopravvivenza in tempo di guerra. No, credetemi, questa non è la guerra. È scoppiata all’improvviso la pace.
Ma tranquilli: passerà anche questa. Ce la faremo, e ricominceremo da dove eravamo rimasti: le urla nel traffico, le liti nel condominio, l’arroganza per evitare le code, la furbizia e la strafottenza elevate a virtù civili. Tutto andrà bene.

Parma 14 marzo 2020, ore 7:40 – Cristina Cogoi
Certo che se almeno lo avessi saputo prima , se gentilmente il governo avesse preso precauzioni drastiche in tempi migliori , avrei evitato di scegliere come fioretto quaresimale NO CARBOIDRATI
“45 giorni senza pane pasta pizza dolci insomma praticamente tutto ciò che amo“
che sommato ora a no baci, no abbracci, no uscite ,no amici,no tango, no sesso, comincia ad essere impegnativo lo ammetto
L’intento non era per dimagrire , almeno consciamente , era per il simbolo religioso , il valore della rinuncia e poi perché da buona biologa so il significato dell’infiammazione sugli organi soprattutto dell’utilizzo o meno di certi cibi e di come il non uso ne riducano lo sviluppo di radicali liberi e quindi di malattie
Ma ora , in questo isolamento forzato ,ora che guardo la mia dispensa colma di pasta che non posso mangiare , un fioretto e ‘ un fioretto , colma di biscotti di ogni varietà che non posso toccare ,solo i miei preferiti , la mia forza di carattere comincia a tentennare
All’improvviso ,In fondo alla scaffale scopro della cioccolata , la mente velocemente analizza le categorie alimentari e decido che questa e’ ammessa dal fioretto
Non c’è’ dubbio alcuno ,posso ,quindi allungo la mano e la mangio , o meglio la divoro e mentre tutto avviene nella frazione di una manciata di secondi penso …..,alzerà le mie endorfine , loro alzeranno le mie difese immunitarie (che la paura e lo stress abbassano) e io sarò sola , ma protetta e felice
E di questi tempi …..e’ tanta roba !

Potenza, ore 11:29, Katia Genovese
…con lo sguardo che si ritrova nell’altrove e che arriva in un abbraccio fin lassù, sensazioni che s’intrecciano…

Leggo alcuni articoli, un po’ di fretta inizialmente, nonostante le mie giornate sembrino infinite so che il tempo non è mai troppo per fare tutto quello che vorrei. Uno sguardo lontano, sognante altrove e dall’altro lato ho i miei libri imponenti che mi aspettano, affannosi più di me, mi ricordano di mettermi a passo con le lezioni online… già dalle prime battute li trovo interessanti e mi soffermo, mi emoziono, riesco quasi a percepire la vostra presenza, sento di non esser sola, provo compassione e non posso fare a meno di scrivere.
È circa una settimana, o forse più, in realtà ho perso il conto, il ritmo, il tempo!
Tutti i giorni sembrano uguali, guardo allo specchio il mio riflesso e quasi mi sento diversa, disobbediente al tempo tiranno contro il quale prima ero costretta a correre per scandire i ritmi delle mie giornate.
I più quando gli si chiedeva come stessero rispondevano così : “bene, ma vorrei una pausa”, ora che questa ci è stata imposta sembra una violazione di libertà, sembra violare il confine labile della nostra persona, come l’ostacolo più grande tra noi ed il mondo circostante, i nostri affetti lontani, i nostri impegni al di fuori, i nostri svaghi, gli amici, per alcuni l’amore.
Una interruzione ex abrupto della preziosa quotidianità, cerchiamo diversivi, mille modi per non pensarci, tenerci impegnati!
Ci vedo uniti grazie ad i social che la maggior parte degli adulti fino a qualche tempo disdegnava, ora i loro occhi felici ed emozionati perché scoprono che non è solo un chattare nervoso e compulsivo, ma attualmente l’unico vero mezzo di contatto e vicinanza e comprendono totalmente i motivi per i quali ormai cellulari, tablet, portatili sono presenza costante nella nostra quotidianità.
La primavera s’impone con tutta la sua forza, un marzo che sembra maggio e la voglia di uscire è ancora più forte, inevitabilmente il pensiero rincorre i miei anni passati, le mie primavere, sinonimo di rinascita, i mesi sognificativi, la curiosità del mio marzo, la leggerezza del mio aprile e tutto quello che sento “next to me”, la gioia festosa del mio maggio che colora tutta la mia città.
Sento il bisogno di racchiudere in questo spazio tutto ciò che per me conta davvero ed è per questo che alzo gli occhi al cielo e penso che voi avreste sofferto più di tutti per questa quarantena, siete anime libere, forse siete insieme a sorridere anche un po’ per noi, non c’è momento in cui il mio cuore non vi percepisca vicini. Oltre ogni distanza.
Gli occhi si fanno traboccanti, penso sia meglio correre in camera dove mia sorella ancora riposa, guardarla dormire è tra le gioie più intime, tenerezza infinita, la miglior rappresentazione del concetto “odi et amo”, quando la ho così vicina a me abbiamo sì mille motivi per discutere, ma ancor di più per riscoprire il nostro legame in ogni attimo.
È bene spiegare le vele quando il vento soffia forte… intima nostalgia, compiaciuta tenerezza, infinita fiducia e meravigliosa speranza!

Matera, ore: 20.30 “Liberaci dal male” – Doreen Hagemeister
Mi sto godendo il tempo che ho e faccio tante riflessioni. Oggi poche sul Corona Virus, ma piuttosto su quello che voglio iniziare nei prossimi giorni. Ho tanti progetti nel cassetto e forse è arrivato il momento di spolverarli: mi piacerebbe scrivere (testi divulgativi) e ho due idee che, modestamente, ritengo buone.

Intanto sono davvero arrabbiata con la mia bilancia, penso che la metterò in punizione!!! Finché salgo con una gamba va tutto bene, mi chiedo quanto pesa la mia gamba sinistra?

Scherzi a parte, mi sento una “Desperate housewife”. Quanti servizi che ho fatto negli ultimi giorni! Ma constato con piacere che anche la mia famiglia si dà da fare. Stendendo i panni, ho parlato da balcone a balcone con la vicina di casa: anche lei sta rivoluzionando casa sua.

La mia vita sociale oramai si svolge al telefono, e sui social media.

Oggi, e ne avevo letto tante battute su facebook, ho sperimentato la sensazione di ANDARE FUORI per buttare la spazzatura. Incredibile che una cosa così normale possa sembrarti quasi una trasgressione! Io non ero più uscita da venerdì scorso.

Stanotte, per rilassarmi, mi sono bevuta due birre in solitudine davanti a un “rilassante” film dell’orrore: “Liberaci dal male”. Titolo evocativo… attuale più che mai! Adoro l’horror, adoro la sensazione di paura che mi trasmette, contemporaneamente alla consapevolezza che si tratta solo di un film.

Prima del film ho registrato mio marito che insieme a mia figlia ha suonato per il flashmob. Mi stava venendo voglia di spolverare la mia fisarmonica, ma poi – ridacchiando – ho pensato ai poveri vicini di casa mia. Sentono tutti i giorni musica: quella dei ragazzi (alcune canzoni belle, altre –OHHMIODDDIO!), mio marito e mia figlia che provano (chitarra e flauto traverso) e mio figlio con la tromba, rigorosamente senza sordina. Vedremo nei prossimi giorni se mi decido!

Potenza, ore 9:20 – Ida Leone
Ci sono molte cose che la permanenza forzata a casa ci sta aiutando a fare. Io personalmente sto cercando di esaurire scorte alimentari ormai d’antan. Mi spiego meglio. A casa avevo un sacchetto di fagioli secchi di almeno un paio di chili, originale regalo di compleanno del 2019. Sono rimasti chiusi nel sacchetto di tela col logo della Fondazione Matera 2019 per un anno. Appunto. Cuocere i legumi secchi richiede tempo ed un minimo di organizzazione: bisogna metterli a bagno la sera prima, il giorno dopo sciacquarli, metterli a cuocere, schiumarli, sorvegliarne la cottura (lunga). Dovrei avere nascosti qua e là per la casa anche sacchetti molto più piccoli di lenticchie secche che dovevo vendere per beneficenza e mi sono scordata fino a che è diventato inutile provarci. E’ arrivato il momento di farmi la mia scorta congelata di legumi.
Poi con la fortuna che mi ritrovo andrà via la corrente e dovrò buttare tutto.
I fagioli sono in cottura.
Oggi vedo se riesco a procurarmi qualche capo di pezzente o un osso di prosciutto.
Resistiamo, e restiamo a casa.
Domani è un altro giorno.

Asti, ore 23:35 Carmela Bruscella
Stasera mi sono affacciata alla finestra di casa mia. Ho visto in lontananza le luci del piccolo paese sulla collina, il grande lampione sulla strada provinciale deserta e a destra le luci dei miei vicini. La luna non c’è più e tutto intorno regna un buio pesto. Ciò che mi ha colpito è stata l’assenza di rumori “umani”. In genere a quest’ora circolavano ancora le auto, si sentiva addirittura il rumore del traffico della tangenziale della città, a volte lavoravano anche nei campi con i mezzi moderni agricoli, si sentivano addirittura i treni che arrivavano o partivano dalla stazione che dista circa due chilometri, a volte passava un’ambulanza a sirene spiegate. Ma stanotte non si sente nessun rumore “umano”, c’è un silenzio inusuale, da brividi. Siamo tutti rintanati in casa in questo periodo del coronavirus. L’unico suono che sento è il verso di una civetta, almeno credo che sia quello, che nel silenzio assoluto rimbomba in tutta la zona. Ecco cosa ricorderò “dopo”, il silenzio inquietante della valle.

Lauria, ore 16:33 Giacomo Bloisi
Le mie giornate ormai trascorrono tra una battuta d’agenzia e l’approfondimento di una notizia, col costante pensiero del dovere etico e morale che noi giornalisti soprattutto in questi giorni difficili dobbiamo mantenere.
Perché il peso di una parola o di un pensiero è importante, può dare calore, sicurezza o affetto se saputa esprimere, ma può ferire se si ha il solo fine di fare “scoop” o corse al sensazionalismo.
Per questo mi affido alla responsabilità, che varia dallo stare in casa fino ad ascoltare gli umori di chiunque e cercare di farli miei, arrivando a “sfogarli” nella mia grande passione, la musica.
Riscopro i vinili di mio padre, le storie degli album che hanno fatto la storia e cerco di evadere e far evadere da questo momento non semplice attraverso aneddoti, melodie e parole appunto.
Quelle parole che oggi ritrovo anche sullo stemma della mia città, Lauria, che recitano il “Noli Me Tangere”, che fa quasi da monito a queste settimane senza contatti fisici, abbracci o carezze. Questo virus colpisce i nostri affetti, le nostre spontaneità, che variano dal tendere una mano amichevole in segno di saluto, fino a un abbraccio sincero e rassicurante.
Avremo tempo per ritrovare tutto ciò, ma oggi riscopriamo le nostre emozioni e la nostra indole, in un abbraccio collettivo che ci riporta a pensieri sinceri che forse per troppo tempo abbiamo ignorato. A noi la responsabilità di custodirli e “custodirci”.

Villa d’Agri, ore 12:00, Francesco Riviello e Cinzia Pasquale
SPECCHIO RIFLETTE
Francesco, 9 anni, il figlio
Sono le 10:00, apro gli occhi ammiro la stanza con tutti i miei giochi. Mi alzo, vado in bagno e poi in cucina. Saluto mamma, nonna, preparo la colazione fatta da una briosce Kinder, piccole fette biscottate con sopra cioccolato fondente e un succo all’arancia rossa. Ritorno in bagno e faccio la doccia. Quando sono sotto la doccia sembra stare come sotto le cascate del Niagara e…. penso, rimugino a tutte le cose che ho fatto e alle cose che farò, al mio libro (Diario di una schiappa), al programma che ho scoperto (Miracolus)… ma adesso è il momento di vestirsi e di andare a svolgere i compiti.
Cinzia, N anni, la mamma
E’ un amico, Gerardo, non di quelli di vecchia data né di quelli che rimandano a bagordi, vacanze trascorse insieme o lunghi pranzi. E’ un’amicizia adulta, poche parole in qualche occasione, sguardi nei quali ci si riconosce per esperienze vissute, frasi che rimandano a natali comuni, racconti nei quali si rivede se stessi. Appigli, insomma.
Gerardo ha un’arma affilatissima che utilizza in maniera appropriata, è un uomo diretto. E’ una caratteristica che mi affascina in donne ed uomini. Vorrei possederla pienamente. Ma ci vuole vigore. Forse anche una educazione meno perbenista di quella che ho ricevuto.
Martedì scorso, Gerardo, sempre molto sagace, sul mini gruppo whatsapp che in tempi non sospetti chiamai “Buena sorte”, mi ha risposto in maniera dura. Era alla ricerca di mascherine da mandare ai suoi figli, divisi tra la Lombardia e l’Emilia Romagna. Gli dico – Che ragazzi responsabili ed autonomi i tuoi, non sono scesi -, mi risponde – E’ bello parlare con il culo degli altri-.
Lo so. E’ convinto di quello che mi ha scritto. Sono convinta anch’io del mio pensiero: mi preoccuperebbe molto di più l’inconsistente struttura umana di mio figlio.

Tito, ore 17:00,Marianna Carbone
Al risveglio, come sempre, guardo l’ orologio. La suoneria è muta già da qualche giorno. Dalle fessure delle tapparelle si intravede la luce, il sole; per un attimo  dimentico, mi pare “solo” un bel giorno di primavera, ma…ecco il silenzio di fuori, ovattato come quando cade la neve: è l’inverno in primavera, un’inverno con il canto degli uccelli ed il profumo delle mimose, un inverno che si impone, che scompone, che disorienta, che allontana, che non vuole andarsene, un inverno che modifica, ferma, inibisce, a marzo, la forza del suo 21.
Pensieri, sensazioni queste, che accompagnano, come un costante sottofondo, la colazione, le telefonate, il lavoro al pc, la fila al fruttivendolo, le faccende casalinghe, il lavoro all’uncinetto, le pagine di un libro.
Solo la notte è rimasta uguale (forse): ha il suo silenzio come sempre. E allora allungo la notte e accorcio le giornate. La vivo la notte, perché lei è “normale” e la riempio di parole, abbracci parlati (di chi e con chi la vive con me e come me) e del sogno che domani, al risveglio, ‘la neve’ di paura  finalmente si sia sciolta…

Corona virus in camera da letto

Anche in camera da letto la distanza regolamentare è di un metro. Anche sul letto. Anche sotto le coperte. Ci atteniamo alle regole, mia moglie e io, in modo geometrico. Direi sincronico e simmetrico. Dopo esserci accertati che la distanza tra noi sia realmente di più di un braccio maschile, ci guardiamo e, a un cenno d’intesa, lei si volta sul fianco sinistro e anche io mi volto sul fianco sinistro; lei si volta sul fianco destro, e io mi volto sul fianco destro; così non possiamo mai respirare né tossire o sternutire in faccia all’altro.

Potenza, ore 8:30- Claudio Elliott
Lei tira fuori il braccio destro (non so perché) e io tiro fuori il braccio destro (non so perché), in perfetta sincronia; dopo un po’, bracco sinistro suo (forse ha caldo sotto il piumone), braccio sinistro mio (forse ha davvero caldo sotto il piumone), per cui ora tocca alla gamba destra, ora tocca alla sinistra, e insomma ci muoviamo come due tergicristalli o come due giocatori di tennis durante un doppio. Entra mia figlia con cappellino bianco e rosso, pone la sedia a metà letto e conferma: – Sono l’arbitro di linea.

Potenza, ore 00:12 – Luca Rando
Mio figlio ha vomitato. Nel clima di paura creato dal contagio si cerca di capire se possa essere un segno di presenza del virus. Non ha la febbre, per fortuna, ha solo esagerato con chat e telefonino, cosa che gli ha procurato mal di testa e spossatezza.
Il clima di paura genera anche rabbia, risposte scomposte alle domande.
Restare chiusi tre giorni senza uscire provoca reazioni violente, grida, una rabbia che esplode senza freni, una scostumatezza che non conoscevo nei miei figli e che mi lascia sgomento.
C’è anche un lato di orrore quotidiano in questi arresti domiciliari, le piccole cose insignificanti nella vita quotidiana diventano macigni insormontabili in questi tempi.
Finirà, mi dico. Ma intanto mi chiedo se non sia in fondo anche un bene questo esplodere di reazioni come sfogo alla paura, al “carcere” della vita familiare.
14.3.2020 h. 16:43
È faticosa la vita di questi giorni in cui l’unico momento di “svago” è la spesa quotidiana. Ieri mi sono affacciato al balcone alle 18:00. Mi aspettavo una folla sui balconi circostanti, un momento di rivalsa contro la paura, per il flashmob sonoro. C’ero io.
Stamane per strada nessun pensiero: la mente era libera di vagare in un clima primaverile, finiti, per la settimana, video incontri, correzioni, video da inviare. Tra coloro che si conoscono ci si saluta dalla distanza. Per via Pretoria anche chi passeggia insieme lo fa sui due lati opposti della strada. Questo parlare di fianco, mentre si cammina e non ci si guarda negli occhi, ha un suo fascino, sono le parole ad assumere peso, non il contatto fisico, gli occhi.
Mi ripeto come un mantra che torneremo a guardarci negli occhi e che quella parte che manca tornerà a combaciare, quel vuoto che sentiamo tornerà a riempirsi.

Bella, ore 18.00 – Veronica Turiello
Scena 45. Camera da letto. Interno Illuminato
Il Dio delle piccole cose sovrasta col suo peso Il Mondo alla fine del mondo. Sotto la pelle c’è Qualcuno con cui correre. La Linea d’ombra preme su L’insostenibile leggerezza dell’essere.
I libri della mia libreria rimasti fuori dalla collocazione verticale e impilati l’uno sull’altro sono piccoli palazzetti di diversi piani e senza un piano colore. Recano messaggi che all’improvviso posso leggere, come una che ha ricevuto un codice segreto e una nuova vista.
In attesa di una nuova libreria, di una collocazione più comoda e di un piano urbanistico che li salvi dalla condizione di costruzioni abusive parlanti, i libri in orizzontale sono come baracche di parole nomadi che ascoltano con me dalle finestre spalancate un Nessun dorma in cui le voci di Pavarotti e Freddie Mercury si alternano in modo armonico. Rabbrividisco.
La mia pelle diventa un piano di puntini in rilievo e penso a quanto vorrei imparare il Braille. Non per capire cosa dica oggi il mio corpo ma per capire cosa sentano le persone cieche mentre accarezzano le pagine con le dita e le pagine diventano dipinti dietro le loro palpebre. La quarantena è un campo lungo per una realtà aumentata. Anche fuori – fuori campo – accadono cose insperate. Gli arcobaleni sono diventati messaggi condivisi. Lo erano già prima per chi li leggeva come bandiere di identità da proteggere. Il Sud è diventato il nuovo Eden proprio adesso che i grappoli dell’ira, appesi ai balconi, sostituiscono i cruschi. Oggi c’è troppo silenzio per registrare le voci fuoricampo. Aspettiamo domani.

Potenza, 14 marzo. Ore 9.00 – Pino Paciello

Potenza, 14 marzo. Ore 9.00

Abito sopra un parco, oggi non potrò scendervi. Un’ordinanza del sindaco da stanotte lo vieta, pare che troppe persone frequentino gli stessi spazi verdi facendo capannelli. Comprendo la ratio del provvedimento ma non la condivido. Non è tempo, però, di disobbedienza civile, troverò un altro modo, legittimo, per mettere il naso fuori di casa. Perché lo confesso, sono uno di quelli che da quando c’è il lockdown è sempre uscito. A volte per necessità, spesso per puro piacere. Mi ritrovo spesso a pensare cosa potrei auto-dichiarare qualora fossi fermato da una pattuglia: il ritiro di una ricetta medica, un appuntamento di lavoro, mostrare la tenuta da jogging, finanche le cavallette!

Passeggio da solo nella città semideserta e la gente che incontro sembra dirmi: scànsate! Faccio attenzione a non toccare niente e quando proprio non posso ricorro al flaconcino di amuchina recuperato al mercato nero. Non ho nemmeno una mascherina, non l’ho trovata, la mia compagna ha seguito un tutorial per costruirne una con la carta forno e me l’ha consegnata raccomandandomi, come si fa con i bambini, a non perderla. Sappiamo che non serve ma vuoi mettere un altro pretesto per farci due risate?

Milano, ore 18:00, Lorenzo Casati
Stamattina mi sono svegliato con un pò di stanchezza. Mi sono affacciato alla finestra: pioveva.
Ho preparato il caffè e ho dato un’occhiata a Facebook. Ormai le notizie che ci fornisce l’algoritmo sono personalizzate e utilizzano l’intelligenza artificiale per mostrarci la pubblicità di oggetti che potremmo desiderare. Ma le prime notizie che mi compaiono riguardano tre argomenti: oggi è il pi-day (giorno in cui i matematici festeggiano la costante pi greca), è l’anniversario di nascita di Einstein e quello di morte di Stephen Hawking (due fisici che si sono occupati di capire com’è fatto il nostro universo). Ma la mia riflessione di oggi va ad un altro grande matematico e fisico, forse uno dei più grandi esistiti: Sir Isaac Newton. Newton nacque nel 1642 e quando aveva più o meno 24 anni si trovò in una situazione simile a quella che stiamo affrontando noi: dovette trascorrere più di un anno a casa, lontano da Cambridge, la sua università, perché c’era la Great Plague of London, la grande peste di Londra che infuriava per l’Inghilterra e le strategie che presero all’epoca non furono troppo diverse da quelle prese in questi giorni dai governi nazionali: si pensò che stando tutti a debita distanza la peste sarebbe scomparsa da sola. E cosa fece per un anno a casa il giovane Newton? All’epoca non c’era Netflix per passare il tempo e allora pensò bene di portarsi avanti con lo studio per l’università. Era il 1666, aveva 24 anni e, si sa, i matematici fanno gran parte delle proprie scoperte prima dei 40 anni. In quell’anno Newton, o meglio, il giovane Isaac, visto che dobbiamo immaginarcelo come un ragazzo e non come lo vediamo nei dipinti, ormai cinquantenne e col parrucchino! Beh Isaac pose le basi per il calcolo differenziale, per la legge di gravitazione universale e poi siccome non era soddisfatto comprò dei prismi di vetro, fece dei piccoli buchi alle persiane e studiò come un sottile fascio di luce (bianca) veniva scomposto quando attraversava il prisma. Il 1666 è stato il suo ANNUS MIRABILIS, in inglese the year of wonders. Finita la peste, Isaac tornò a Cambridge, baldanzoso, con le sue scoperte sotto braccio e nel giro di due anni diventò professore. Mi piace pensare che anche durante questa epidemia qualche giovane ventiquattrenne stia sognando ad occhi aperti e lavorando intensamente per rivoluzionare il nostro mondo: magari è uno scienziato che scopre un vaccino per curare il Covid-19. Nel frattempo sta calando la sera, qui a Milano. Manteniamo il morale alto.

Genzano di Lucania, ore 18:30 – Gianrocco Guerriero
Un altro giorno è andato via. Voglio essere sincero: a me non pesa restarmene rinchiuso in casa. Ho un lavoro da sbrigare e mille cose da studiare. Non mi basterebbe il tempo della vita, per finire quello che ho da fare. Solo non avrei voluto fosse questa, la ragione dell’isolamento. Tuttavia non vedo una “disgrazia”, in ciò che sta accadendo. Poteva (e potrebbe ancora) andare molto peggio.
Un filosofo di Oxford, Tony Orb, in “The precipice: existential risk in the future of umanity”, fra i peggiori rischi da temere nel futuro (prossimo o remoto che sia) ne addita tre in particolare: il cambiamento climatico, l’intelligenza artificiale e la guerra biologica. Io vi aggiungerei un quarto: la follia della finanza.
L’autore fa anche notare che lo scorso secolo la probabilità di collasso della civiltà (se non addirittura di estinzione della specie) dava “uno su cento”. Adesso è schizzata a “uno su sei”. La stessa, fa notare, che si dava per l’ascesa di Trump alla Casa Bianca!
Certe cose non si percepiscono, se non ci si allena a “percepirle” con la ragione. Fino al mese scorso eravamo tutti allegri e spensierati. C’è voluta la pandemia per farci capire che l’equilibrio non è di ferro. Eppure a una pandemia (fosse anche la peggiore) non può riuscire di sradicare l’uomo dal Pianeta. Può “ferirlo”, certo. In maniera dura, anche. Ma annientarlo, no.
Bene. Concludo. Se non ne usciamo migliorati, da questa esperienza “soft” (non è retorica, stavolta), ridefinendo la scala dei valori, non sarà servito a niente. Proprio a niente.
Oggi solo pensieri. Mi rimetto a leggere, fino all’ora della cena.

Potenza, ore 20:30 – Antonio Di Stefano
Quinto giorno. Percepisco segnali di cedimento. Alle 8.30 del mattino sono pronto per la spesa. Temo che mia moglie abbia un guizzo di vitalità e si offra volontaria. Così l’anticipo. Non mi mancano tanto le persone quanto il movimento, l’ambiente, il variare degli orizzonti, il rumore della città. Ho due missioni: la spesa per la mia famiglia e quella per i miei genitori. Missioni che eseguirò separatamente come espediente giustificato per muovermi più a lungo. Non mi sento troppo in colpa per questo, non solo perché mantengo le distanze di sicurezza e posseggo una giustificazione autorizzata all’uscita, ma soprattutto perché ho la sensazione di essere in buona compagnia: le strade sono sì scarsamente frequentate, ma comunque un certo movimento c’è, si percepisce carsica una voglia di normalità.
Vado a comprare la frutta da Scambiologico (sì, è pubblicità intenzionale), mi attardo all’ingresso, c’è un sole piacevole, e osservo il campionario dei comportamenti: la signora con la mascherina che prima di entrare osserva guardinga all’interno per soppesare la densità umana, l’amica in panico che mi saluta e mi mostra i guanti di lattice e confessa il suo terrore, una famiglia giovane, due trentenni e una bambina al seguito che mi chiede se sono fuori perchè si fa fila all’ingresso. No sto solo perdendo tempo. Allora mi sorridono ed entrano con disinvoltura, sono giovani, probabilmente razionali, si sono fatti i conti, l’evidenza statistica è con loro.
Torno a casa, lascio la mia spesa e riesco per quella dei miei genitori: hanno i loro fornitori di fiducia, faccio il giro raccomandato e mi avvio al ritorno in base. Mentre cammino con le mie sporte vedo più avanti un signore anziano. Cammina un po’ incerto, con l’andatura di chi non ha una meta precisa. Penso che forse non ha una ragione per essere in giro se non la solitudine che l’aspetta a casa. Gli anziani devono restare al proprio domicilio. Così prescrivono le indicazioni degli esperti medici e così ripete l’opinione pubblica unanime. Giusto. Ma forse anche spietato se hai ottanta anni, sei solo, non hai il collegamento internet, non hai nemmeno il computer, non sai cosa sono whatsapp e facebook e dunque in generale non hai neanche modo di passare il tempo chattando o guardando quintalate di sciocchezze che girano sulla quarantena collettiva. Ti hanno pure chiuso il bar sotto casa dove ingannavi il tempo con la scusa di un caffè. Questo penso mentre l’uomo continua ad avanzare ciabattando un po’ scomposto e nel farlo, senza guardarsi intorno, si avventura in un incrocio stradale. Non ci sarà troppo traffico , ma ne basta una di auto.
Mentre trasalisco e temo il peggio una ragazza giovane arriva a passo sostenuto verso di lui, in tempi di contagio e paura collettiva addirittura si avvicina all’uomo e, senza mascherina ma armata solo di umanità, gli dice: “Dovete attraversare? Rimanete accanto a me” e lo traghetta in salvo dall’altra parte dell’incrocio. Mentre da lontano vedo che si salutano con un cenno del capo e si separano penso che oggi valeva la pena uscire solo per guardarli attraversare la strada insieme.

Tolve ore 21:02 Rocco Mentissi
Devo scrivere, ma c’è troppa musica in casa, suonano tutti: spiego ai mei figli che la musica si compone anche di pause, anzi quelle cambiano il senso alle note o forse dicono di più, sono più vere, assolute, pure. Lo ha detto bene J. Cage, lui che il silenzio lo ha fatto suonare. La scrittura, infatti, è o dovrebbe essere verità, prima che grammatica e sintassi. Se non vibro mentre scrivo, metto nero su bianco ma non scrivo, non vivo. L’ ottimismo oggi non mi accompagna, mi vince il timore che alcuni uomini facciano fatica ad aprirsi al cambiamento, come corde di chitarre scordate, tendono sempre a tornare nella posizione di partenza, per quanto sia poco eufonica, resistono al nuovo, al diverso, ne hanno paura e fingono forza, apparente, e fingono coerenza, conveniente. La televisione spenta per tutto il giorno non è riuscita ad agitarmi, ma la “social”-democrazia è ridondante, prolissa, retorica, mi avvilisce. Penso che il virus attacchi l’uguale, il massivo e sono certo che teme la singolarità, allora intuisco: la Differenza ci sta già salvando, ma nessuno, ancora una volta, se ne accorge.

Villa d’Agri ore 16:30 Antonella Marinelli
Interno 5 – Lo studio.
Quinto giorno rosso. Se scrivo che ho il sole che mi picchietta la schiena e che sento qui fuori il vociare di due piccoli argentini italianizzati e più forti di Gig Robot Covid 19 sarà un buon inizio per questo pezzo?
Mentre frugo nel cassetto per cercare il mio prezioso tappetino con la mappa di Parigi, la mia mano ha urtato contro un’audiocassetta dei primi novanta. Giuseppe, prima di partire per New York, mi lasciò questo nastro. Stretta nei miei quattordici anni,io, si allargava nei suoi sedici, lui. The power of love, Nothing Compares, Desperado, Holding on to you, questi alcuni titoli dei brani. Terence Trent D’Arby poi è ritornato molti anni dopo prepotentemente nella colonna sonora della mia vita, era convinta che quella voce graffiata e tagliente avrebbe cristallizzato alcuni dei miei per sempre. Non avevo messo in conto che si sarebbe perso tutto, come spesso capita, nelle “frane del caso”.
Devo scrivere, ho anche qualche buon libro da leggere, ma voglio rifuggire dalla retorica delle buone letture da quarantena. Scruto la libreria, ma perché noto la foto di mia madre tra una piccola statua della libertà (by Cina) e il porta penne in latta con la stampa dei marshmello. Avrà avuto 25 anni anni. Bella come il suo sorriso. Sto pensando a lei adesso, ai suoi dieci anni di vita persi da quando è morta mia cognata, persi nell’apprensione per la cura di mio nipote, persi nel suo non sapere se andrà tutto bene.
Non la vedo da cinque giorni mia mamma. Non ci abbracciamo mai, ma sappiamo azzerare le distanze. Spero passi tutto in fretta, spero riacquisti leggerezza fosse anche solo con il carrello al supermercato.

Potenza, ore 18 – Antonio Califano
Sarà che oggi sono un po’ scarico ma mi vengono strani pensieri. Ieri è stata una strana giornata, euforica, piena di energia, le chat erano roventi, gente che cantava dai balconi, video, telefonate, grande voglia di reagire, posso dire che ci siamo quasi divertiti. Stamattina mi sono svegliato come dopo una sbornia, mi è venuta in mente quella scena dei “Vitelloni” di Fellini in cui all’alba un distrutto Sordi/Pierrot ritorna a casa con gli occhi più tristi del mondo. Dobbiamo evitare questo, questa battaglia la vinciamo sulla resistenza (come mi piace questa parola), sul lungo periodo e allora ritorno ai libri. Conoscete Fred Vargas? E’ una splendida scrittrice francese che ha rivoluzionato il noir, di professione, perché scrivere non è un mestiere, fa la etno paleontologa, esperta di peste e di grandi epidemie nel periodo medievale, Il suo personaggio principale Jean Battiste Adamsberg è un commissario dell’anticrimine particolare, si definisce uno “spalatore di nuvole”, cammina per le strade di Parigi prendendo a calci delle piccole pietre. Ecco cosa avrei voglia di fare oggi, spalare nuvole passeggiando, scalciando pietre come facevamo da bambini. Ma sto a casa, tranquilli, con Fred anzi vi consiglio di leggerla, mette allegria, se vi va cominciate da “L’uomo dei cerchi azzurri” e conservate le energie, non sparate tutte le cartucce, sarà lunga ma ne usciremo più forti anche se era meglio non entrarci proprio.

Casa mia, 18:00 Nicola Cavallo
Beh, stare a casa -anche se sono abituato a muovermi compulsivamente- non è neanche tanto male! Ho tanto da lavorare: grazie al cielo con skype si fanno anche le riunioni dei concorsi universitari senza dover viaggiare per l’Italia in lungo e largo. Ho un po’ di libri e di film da leggere e rivedere. Sto leggendo “Le mie amiche streghe” di Silvia Bencivelli; splendido esempio di come si può raccontare le “fisime” che certa gente ha nei confronti di presunti fatti scientifici, in particolare riguardanti la salute. Silvia è una brava giornalista scientifica, anche se laureata in Medicina e Chirurgia; d’altronde neanche io sono perfetto. Devo cercare di farla venire a Potenza. Ho rivisto “La corrispondenza”; una mia amica -che scrive versi stupendi- me lo ha ricordato un paio di settimane fa ed ho voluto ripercorrerne la storia. E’ un rapporto strano quello tra un fisico attempato ed una giovane astrofisica. Devo meditarci su! Perché ha voluto ricordarmelo?

Potenza, ore 23:50 – Giampiero D’Ecclesiis
Una giornata di primavera, bellissima, mi fa maledettamente rabbia dover rimanere chiuso in casa e, infatti mi organizzo, metto in una busta i miei bonghetti, un altoparlante bluetooth, esco per andare “a prendere i miei farmaci” e vado da Vittoria.
Mi accoglie con la faccia felice, una delle sue cose migliori, sorride con la bocca ma anche con gli occhi, e spesso è davvero quanto basta a farmi cambiare il verso ad una giornata.
Prendo una sedia e mi metto al sole davanti alla sua casa, santo spotify mi fornisce la musica, l’altoparlante fa il suo ottimo dovere e io gioco a fare il percussionista.
Mi diverte molto e, pur consapevole di essere una memorabile pippa, mi ispiro a San Ciccio Merolla e passo un’ora senza pensare a niente.
Lei dalla finestra mi riprende col telefono e minaccia di pubblicare il video su facebook, ridiamo, di questi tempi non è poco.
Nel pomeriggio vado a casa a trovare i miei ragazzi, Marcello è serafico seduto davanti alla televisione, viceversa Adriano fuma dalle narici, è evidente che si è rotto le palle di stare a casa, scherziamo un po’.
Con Giulia devo reprimere il gesto di abbracciarla e baciarla.
Mi metto di pessimo umore, considero l’impossibilità di avere un contatto fisico con i miei figli la peggiore delle ingiurie, stramaledico il Coronavirus e mi dico che, appena questa storia sarà finita …
Bhè, ve lo dico un’altra volta. Resistiamo.

Pignola – ore 14.30 Rocco Spagnoletta
Il tg parla della Francia, Macron dopo un primo momento di grandeur e di “vive la France” sta iniziando ad adottare restrizioni sul modello Italia, commento la notizia con Anna Sant: “E grazie ha capito che la vecchia col Corona se la gioca!”. La vecchia sarebbe la première dame de France (ndr). 
Che poi se uno dice Napoleone a me vengono in mente due immagini. La prima è il ritratto di Bonaparte che valica il Gran San Bernardo, quel quadro con lui a cavallo, grandissima opera di Jacques-Louis David da non confondere con quello dello shampo. La seconda è il Napoleone del Canova la statua del cortile della Pinacoteca di Brera (è una riproduzione in bronzo non l’originale che mi pare sia fuori dall’Italia). In questa statua Napoleone è statuario (appunto) e rappresentato come Marte Pacificatore, una bestia di muscoli. Invece Napoleone era una specie di Giancarlo Magalli francese. 
Questo per dire che i francesi sono molto più brutti di come li rappresentano.

ore 14.40
La chiesa sembra che non stia facendo niente per aiutare i malati. 
Anna Sant mi fa notare che invece la Ferragni ha raccolto più di tre milioni di Euro e allora dico “FACCIAMO PAPA LA FERRAGNI!”

ore 14.50
Io e Anna Sant ci stiamo annoiando così tanto che tra poco potremmo addirittura guardare il video del nostro matrimonio per la prima volta dopo 5 anni. 

ore 15.30
Una ferrea regola non scritta della pandemia è tenere la casa in ordine. “Vabbè ma non viene nessuno!” direbbe un maschio alfa ma sottovaluta l’era dei social: videochiamate, video su instagram, video #iorestoacasa per il TG3. 
E’ l’era in cui tutti ti entrano in casa pur non sapendo nemmeno chi cazzo sei!
Mi faccio un video e credo sia decente ma Anna Sant mi urla dall’altra stanza: “LO STENDINO!!!!”
Cerco un’altra posizione.
MA LO STENDINO MI INSEGUE TIPO SHINING.

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.