CRONACA DI UNA PANDEMIA – ITALIA, 12 MARZO 2020

CRONACA DI UNA PANDEMIA – ITALIA, 12 MARZO 2020

QUOTIDIANITA’ ITALIANE AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Vigevano, Ore 18:30, “Maschere, mascherine e pensieri” – Veronica Menchise

“Maschere, mascherine e pensieri” di Veronica Menchise

 

Potenza, Ore 8:00, Claudio Eliott
Noi e il virus. A casa nostra le cose sono cambiate. Quando ci incrociamo, mia moglie e io, o qualche figlio o nipote ci viene a trovare, ci limitiamo a un timido saluto con la mano tenendoci a distanza di un metro, e meno male che la casa è grande e i metri ci permettono di accogliere fino a sei o sette persone, che fino a pochi giorni fa stavano tutte nel salotto o sulla veranda e ora, invece, stanno ognuna da sola in una stanza diversa.
La conversazione ne risente, devo dire. Le più disagiate sono le donne (cugine, nipoti, figlia e moglie e amiche varie) che prima (prima!) si incontravano tutte insieme nel bagno, che è grande come un salotto, e lì facevano conversazione, chi seduta a fare pipì, chi a farsi uno shampoo, chi a lisciarsi i capelli, chi a cercare imperfezioni sul viso davanti allo specchio, chi seduta sul bidet come se fosse una sedia aspettando che si liberasse la tazza per espletare lì le sue urgenze idrauliche, tra un turbinio di chiacchiere che riguardavano le faccende di famiglia, i figli, i nipoti, i mariti, e cercavano – mentre una si passava il rumoroso phon su capelli già asciutti – di capire chi aveva detto cosa. Ora si parlano a distanza ed è meno divertente.
A tavola abbiamo messo una rotaia e un trenino elettrico per passarci il sale o il pepe o il pane, perché ogni stazione dista dall’altra almeno un metro, il tutto cercando di emettere meno fiato possibile e di non tossire e fare starnuti nell’ansa del gomito proprio o del vicino: l’ordinanza non è chiara su questo punto. Mia moglie mia ha consigliato di non usare il gomito, ma il ginocchio, il mio. Alla mia perplessità ha risposto che così ottengo due risultati: non infetto nessuno e solidifico gli addominali.
Anche noi ci laviamo più volte le mani con acqua e sapone come se fossimo chirurghi, con movenze scientifiche, e se manca un disinfettante c’è sempre l’acido muriatico che dovrebbe agire come deterrente per i batteri però dimagrisce le dita a vista d’occhio. Giriamo per casa con le mascherine di carnevale, visto che le altre non si possono andare a comprare perché è consigliato rimanere a casa: ho avuto l’impressione che la mascherina che copre solo gli occhi sia sì molto sensuale ma non del tutto adatta alla bisogna (brutta parola, ma così si dice).

Tito, ore 12:45 – Maura Locantore
Dopo lo smarrimento iniziale, la frenesia del cosa fare, la paura delle cose rare e sconosciute, la fragilità dell’uomo moderno, si affaccia con prepotenza nel mio animo un solo sentimento: la voglia di condividere. Vengo presa da un raptus improvviso, guardo la rubrica del mio telefono e mi rendo conto di non sentire-ahimè da molto tempo- tanti miei contatti. Tutto diventa nitido e inizio a chiedermi perché spesso ci facciamo travolgere dalla quotidianità e dimentichiamo quanto siano importanti i nostri legami, quanto sia necessario riconoscersi e ritrovarsi nell’altro, come sia semplice e, oggi più che mai, coltivare la reciprocità. Inizio a scrivere decine di messaggi ai miei amici più deboli, chiedo loro se hanno bisogno di qualcosa, se posso essergli utile in qualche modo. Creo una lista broadcast e “spammo” tutti con un banale “hei, come stai? È da tanto che non ci sentiamo. Volevo solo dirti che io per te ci sono”. Parte una catena umana virtuale ma vera, in cui si percepisce la consapevolezza del sapere che nessuno si salva da solo. Iniziamo a scriverci come forsennati e anche la scrittura diventa il viatico del noi, ci sentiamo meno soli e ci stringiamo in un abbraccio collettivo che ha il sapore antico dell’autentico, il sapore dolce dell’essere comunità. E così, citando Moravia, riscopro all’epoca del coronavirus il valore supremo “dell’uomo come fine”

Potenza, ore 14.35 – Giuseppe Romaniello
Se ieri ragionavo sul sentirsi sospesi, oggi esploro la limitazione; oggi ho avuto netta la percezione di limitazione, limitazioni da alcuni invocata come strumento estremo, da altri temuta come luogo della privazione.
Se il rischio è potenziale, la limitazione è reale ed impatta sulle vite di ognuno; ogni limite ci mette tempo a manifestarsi per quello che è per davvero: all’inizio, ha la dimensione rassicurante del confine, genera confort , placa l’ansia, fa in maniera tale che la mappa della nostra percezione, spesso condizionata dalla qualità della nostra capacità di informazione e di riconoscimento del vero, coincida con il territorio del consentito. Ma tutto questo ha in sé l’effimero di ogni falsa rassicurazione; in un attimo la limitazione si propone con il volto autoritario dell’impossibilità, con la faccia arcigna del divieto, con il morso amaro del diniego.
Preferisco pensare positivo: la gabbia del limite è il grande concime del pensiero immaginifico e creativo.

Potenza, ore 15:17 – Valerio Nicastro
Fuori c’è il sole.
Fortunatamente, ho uno spiazzale e un piccolo giardino sotto casa, privato, dietro un cancello, e posso scendere a prendere una boccata d’aria: quel piccolo spazio verde pieno di rami secchi oggi mi sembra l’Eden.
Provo a tenermi occupato fisicamente quanto più possibile, avrò fatto 10 chilometri dentro casa, poi provo a lavorare un po’. Dovrei essere fortunato, il mio lavoro è il più smart del mondo visto che lavoro praticamente online e devo rispondere solo a me stesso. Il problema è che il mio lavoro è dare notizie e raccontare il calcio, e in questo momento il calcio è porte chiuse, sospensioni, positività che cominciano a spuntare tra i calciatori. E allora non so se oggi ho voglia di lavorare.
Ho voglia di sole, e me ne torno un po’ nel mio piccolo Eden privato.

Potenza, ore 6:00 – Rosario Avigliano
I sogni nel tempo di pandemia
Ho fatto un sogno paradossale ma favoloso.
Ho sognato di aver ricevuto una chiamata da un ricco imprenditore in pensione che vive a Milano in un attico di Via Montenapoleone. “Sig. Avigliano” esordisce, “sono Luca Brin e sto chiamando da Milano”.
Scorro velocemente nella mente se avessi mai incrociato un nome e un cognome cosi, ma non mi viene!
“Mi dica” rispondo, con lui che viene subito al dunque. “Ho verificato, dalle informazioni della conservatoria dei registri immobiliari, che lei è il proprietario di un’unità immobiliare sita nel comune di Vaglio Basilicata in Via Roma”.


Mi assale l’ansia e il livore contro mia madre che mi donò i due vani e una cantina dei miei nonni, disabitati da quando loro sono passati, oltre vent’anni fa, a miglior vita. “Avrò omesso di pagare qualcosa” penso. Brin mi rassicura dicendomi: “sono interessato ad acquistarla!”.
La saliva improvvisamente va via, penso ad un attore di scherzi a parte, rifletto se mandarlo a quel paese. Provvidenziale è la motivazione addotta dal mio interlocutore che conclude: “sa, Sig. Avigliano, ho compreso che non ha più un gran senso vivere qui. Mi manca il respiro e il pane non ha il sapore del grano. Non sopporto più i saluti di chi va di fretta e i discorsi che sono solo di affari. Non reggo più, ho maturato la decisione in questo tempo di pandemia. Mi piacerebbe avere la sua casa che è di fianco una chiesa e di fronte all’orizzonte dei monti”. Io: “ma è solo di due vani e cantina”, lui: “è sufficiente, può bastare”, replico ancora: “ci pensi bene”, lui risponde: “ho deciso, cambio vita!”
Sono consapevole di potermi svegliare ma non ho assolutamente voglia di farlo. Continuo a dormire e bene ho fatto. Saluto Brin con l’impegno di farmi risentire, giusto il tempo necessario alla decisione, rassicurandolo che andrò in suo aiuto.
Non faccio in tempo a chiudere con lui che mi squilla di nuovo il telefono. Un lunghissimo numero telefonico preceduto da +1. È una chiamata dagli U.S.A. Il mio interlocutore esordisce: “Good morning Mr. Avigliano, i’m John Miller from New York”. Che voleva? La stessa cosa di Luca Brin: la casa dei miei nonni!

Parma, 12 marzo, ore 19:00 – Cristina Cogoi

Stasera ho camminato in una Parma buia ,
finalmente vuota.
Come compagnia il silenzio.
Tutto tace ,tutto sembra stia dormendo, ma è  vigile
I miei pensieri oramai stremati si sono arresi
Tacciono ,non dialogano più con la mente
La ignorano ,sanno che li ingannerebbe ,
Ho camminato in una Parma stanca  , sporca
Gli occhi catturati da finestre  poco illuminate ,con tapparelle semi abbassate
Un’ ambulanza corre veloce ,non so dove.
La guardo scappare e il cuore fa un tuffo carpiato per abitudine.
Penso che quando sarà finito tutto non saremo più gli stessi
Io non sarò più la stessa
Tutti non saremo più gli stessi ,anche quelli che per ora sorvolano ridono minimizzano, sfidano la sorte
Ho camminato in una Parma AMATA
E desidererei un abbraccio
Ancora più di un bacio
Di quelli che scaldano che avvolgono che proteggono
Di quelli dove ti rifugi e ti senti amata
Di quelli dove ti arrendi
E finalmente
Silenziosamente
Piangi

Potenza, ore 16:00 – Antonio Di Stefano
Faccio un lavoro che si può fare anche da casa. Cosi da qualche girono mi risparmio la cravatta di ordinanza. Talvolta anche la camicia. Mi risparmio i tempi degli spostamenti, la pausa per il caffè e l’inevitabile chiacchiera con i colleghi, adesso nelle pause spolvero una stanza, carico una lavatrice. Alla fine ‘sto coronavirus innalzerà la mia produttività. Durante la giornata ogni tanto chiacchiero con le figlie school-free, dopo una certa ora, naturalmente, a risveglio avvenuto. Una ha deciso di testarsi sulla cucina, non era mai avvenuto in tempi non emergenziali. Mia moglie, l’unica che esce al mattino per obblighi lavorativi, ogni tanto si sincera delle nostre condizioni. Secondo l’ordinanza dovrebbe essere il contrario, visto che noi siamo a casa e lei no, ma stiamo al gioco, la rassicuriamo e neghiamo che in casa sia tutto uno sbraco. Nel pomeriggio ho una deviazione professionale, è un gioco che da qualche giorno faccio: prendo i dati del bollettino della protezione civile e calcolo le percentuali di contagio rispetto alla popolazione. Poi confronto le crescite percentuali giorno per giorno per avere una misura della progressione del contagio. E’ un gioco banale, che mi permette di rassicurare chi è spaventato, di dire che in Basilicata è infetto lo zerovirgolazerozeroqualcosa dei residenti, che se qualcuno per caso ti ha toccato mentre eri in farmacia domani molto probabilmente non morirai. Si scopre che meglio di noi fa solo la Calabria in termini di basse percentuali di contagio, scherzo via chat con un amico calabrese sulle proprietà antivirali della nduja e del puparulo crusko. Penso che ripeterò questa elaborazione personale dei dati ogni giorno, non è un gioco a minimizzare, ma il mio modo di esorcizzare il disagio, mi aspetto nei prossimi giorni un rialzo della curva della progressione del contagio per le regioni del sud, perché il virus si muove e se qui ed in Calabria è così rarefatto forse è perché pure lui si arrende alla basa infrastrutturazione viaria. La curva di progressione delle regioni del nord probabilmente pian piano si abbasserà, sperando che le misure intraprese funzionino, mentre quella del sud tenderà ad innalzarsi, poi con il tempo si appiattiranno anche le curve sudiste. Mi piace pensare che possa accadere presto, per Pasqua, un mese giusto giusto, così che a Pasquetta potremo godere di una giornata all’aperto senza distanze di sicurezza, mai spensierata come quest’anno. Sarà anche il compleanno di una bimba simpaticissima che conosco, le auguro, a lei e a noi, di poter festeggiare felicemente. Arriva sera, ormai sono così “abbottato” dell’enfasi comunicativa sul covid-19 che spengo la televisione, silenzio il telefono e mi metto a leggere. Dopo la produttività, il rafforzamento delle relazioni familiari, mi aumenta pure il bagaglio culturale. Ma vuoi vedere che a me ‘sto coronavirus fa bene? Sto scherzando, ovviamente, maledizione.

Torino, 12 marzo, ore 19, Piero Bianucci
Si è saputo oggi che la missione ExoMars, collaborazione tra l’Agenzia spaziale italiana e la Roscosmos russa, è stata di nuovo rinviata, come già avvenne nel 2018.
Pare che i russi non riescano a completare in tempo utile i test su alcune componenti essenziali.
Persa la finestra di lancio per far scendere il rover su Marte intorno all’opposizione del 13 ottobre 2020, occorrerà aspettare l’opposizione successiva, nel 2022, meno favorevole.
Già quella di quest’anno, con Marte a 62 milioni di chilometri sarebbe stata peggiore di quella
a 57 milioni persa nel 2018.
Da appassionato di esplorazione spaziale, la notizia avrebbe dovuto angustiarmi, così come mi amareggiò la brutta fine fatta dal rover “Schiaparelli” nel 2016.
Non è stato così. Naturalmente il rinvio mi dispiace, ma la pandemia di coronavirus ha cambiato la mia scala di valori, e credo che sia successo a molti. Cose che fino a un mese fa erano importanti
oggi mi sembrano futili.
Il contagio giunto fino alle vie del lusso di Milano di colpo ha rivalutato il senso della vita e della salute, quella cosa di cui ti accorgi solo quando non ce l’hai.
Il contagio in casa nostra dovrebbe anche riaccendere la sensibilità per i profughi dalla Siria e i disperati chiusi nei lager libici.
Mettendoci di fronte alla nostra fragilità, il coronavirus ci rende più sensibili alla fragilità altrui, e ci fa apprezzare i valori più autentici. Persino nei mali peggiori si può vedere qualcosa di buono.

Potenza, ore 18 – Antonio Califano
Mi sono svegliato con una gran voglia di giocare a tennis, abito sui campi coperti di via Racioppi, e sono abituato a due giorni, a settimana, di sudate con Giovanni e Donatello due istruttori federali. Mi sento pieno di energia, io freddoloso cronico avverto un piacevole tepore. Mi organizzo un incontro con sua maestà Roger Federer, parafrasando Hegel, praticamente Dio in terra. Apro il libro di David Foster Wallace “Roger Federer come esperienza religiosa”. Comincio, batto io: gli infilo uno slice a uscire sul suo lato destro, non velocissimo ma sulla linea, Roger “ribatte con un topspin ancora più carico. Quasi un colpo da terra battuta…mi costringe a retrocedere”, ma ti frego Roger ti ho letto (in verità ti sto leggendo in e pub) ma non controbatto, come quel pollo di Nadal, con una palla pesante, no, smorzata cortissima e punto. Ciao, ciao svizzerotto, greetings da Chianchetta. Il resto se volete leggetevelo voi, tanto siete a casa e non vi muovete mi raccomando. Ora doccia e riposino pomeridiano che ho una certa. Alle 17 monto il sax, si suona con Duke e Coltrane, dai proviamo “In a sentimental mood”. Intro di piano, lenta, languida, entra John il soprano sussurra, soffia, languisce. Garrison e Elvis Jones infilano beat che trapanano lo stomaco come mezza bottiglia di Jack Daniel a stomaco vuoto, si apre uno spazio per me su una rullatina di spazzole. Re/mi/fa#/la/si/re /mi, il contralto va, infilo un cluster per l’emozione, Duke mi fulmina con uno sguardo acido…. e che cazzo di perfezionista ma vuoi considerare che c’è la pandemia!

Villa d’Agri, Ore 17:30 – Antonella Marinelli
INTERNO 3. LA CAMERETTA.
Terzo giorno rosso. Il giorno ancora resiste nella cameretta di mio figlio. Il verde dell’armadio rimanda alla cremosità del gelato al pistacchio nella cialda croccante dei pavimenti tortora. Ho deciso di lavorare in questa spruzzata di colori oggi pomeriggio. Il piccolo zompetta con una palla tra i piedi, emula Edson Arantes do Nascimento, la sua ginga è altrettanto vivace, ci crede, continui pure in questi pomeriggi dove il dentro diventa il fuori. Mi fermo decido di ossevarlo. Ha sette anni. Tenta il palleggio, ma la presa è tradita da un collo del piede acerbo. Si affanna, dribla su se stesso. Scivola, si rialza, allunga la palla, tenta una veronica, scatta di prima, tiro feroce, baaaam, muro porta:”Mamma hai visto è gooooll!!”. Braccia al collo, stringe, serra,tenta di baciarmi la bocca come di solito, mi divincolo questa volta. Lui mi guarda, si ferma, ricorda i precetti, sorride, lo accarezzo. E si ritorna al Maracanà.
Questa crisi senza precedenti innescherà anche una rivoluzione umana senza precedenti. E sarà necessario ripensare ad un percorso psicopedagogico per ripristinare una socialità di cui senza preavviso i nostri figli si son dovuti privare. Costretti negli spazi domestici per difendersi da un nemico invisibile che può far male. E noi, impreparati come siamo, abbiamo l’obbligo di disegnare loro un nuovo cammino. Non credo mio figlio abbia paura, ma ha cognizione di un semaforo rosso che non accenna a diventare verde. Finge indifferenza sui notiziari del giorno, finge disinteresse sui suggerimenti di Amadeus, finge tranquillità sulla parola quarantena pronunciata più volte dal suo youtuber preferito.
Visto che domani nella sua cameretta si disputerà Brasile- Messico del ’62, mentre fuori si continuerà a disputare la partita più importante di sempre per il nostro futuro, simuleremo l’infortunio e tenteremo con le giuste cure e gli allenamenti opportuni di ritornare in campo il più presto possibile.

Milano ore 18:00, Lorenzo Casati
Il cielo è plumbeo, qui a Milano. Ciò rende ancor meno sopportabile l’isolamento. È pomeriggio, accendo la lampada a LED che ho comprato su Amazon lo scorso anno. Reca quattro pulsanti: reading, study, relax e sleep. La imposto su studying, e comincio a seguire la lezione di oggi di analisi armonica. Seppur mi impegni, mi rendo conto che è difficile trovare la concentrazione in questa situazione. Rammento il mese di gennaio, quando il virus era ancora lontano, in Cina.
Di lì una cascata di pensieri analoga a una reazione a catena. Penso che tendiamo a sottovalutare i problemi quando sono in un certo senso distanti da noi. In questo caso, distanti nel tempo: perché è solo una questione di tempo perché la nostra situazione diventi paragonabile a quella cinese. Lo ha spiegato bene Paolo Giordano sul Corriere della sera, parlando del pregiudizio dell’altrove e della linea temporale. In questi giorni ho sentito molte persone parlare di modelli matematici. Qualcuno ha parlato della differenza tra una esponenziale e una curva logistica, altri di modelli di Malthus, altri ancora di modello SIR. C’è tanto materiale online: a partire da un articolo di Maddmaths, lo stesso articolo di Paolo Giordano sulle epidemie e per una descrizione più ricca di animazioni su YouTube c’è il video del canale 3Blue1Brown intitolato Exponential growth and epidemics. Conoscere come questa epidemia potrebbe svilupparsi ci dà un’idea di come muoverci e soprattutto dà un’idea a chi ci governa di quali misure adottare. I concetti fondamentali che abbiamo capito tutti sono due. C’è un numero limitato di posti letto per la terapia intensiva e se i contagi dovessero aumentare in maniera considerevole l’ordine di grandezza dei malati che ne potrebbe aver bisogno sarebbe diverso dall’ordine di grandezza dei posti disponibili. Supponiamo per assurdo che l’andamento sia davvero esponenziale, ciò significa che esiste un intervallo di tempo dopo il quale il numero di contagiati viene moltiplicato per 10 rispetto a quello odierno e dopo lo stesso intervallo di tempo ancora per 10 e così via. Allora se ci sono diciamo 5 mila posti in terapia intensiva di cui ne sono occupati 500 ad oggi, che è il 10% dei contagiati (sono numeri a caso), dopo l’intervallo di tempo di cui si parla sopra, che può essere diciamo di 15-20 giorni, i contagiati saranno moltiplicati per 10 e quindi ci sarà bisogno di 5000 posti che evidentemente non abbiamo. Per fortuna il ragionamento che ho fatto fa acqua da tutte le parti: innanzitutto l’esponenziale così come lo si studia in matematica non esiste in natura. Speriamo che dopo una crescita iniziale simil-esponenziale si raggiunga un punto in cui la curva cambi di concavità e il tasso di contagi giorno dopo giorno continui a diminuire. Poi abbiamo un’arma, che è il secondo concetto che abbiamo tutti compreso: abbiamo tempo. Il tempo ci serve in questa situazione per rallentare l’avanzare dell’epidemia. È per questo che ce ne stiamo in casa tutto il tempo. Visto che il virus si trasmette per contatto, meno contatti abbiamo più speriamo di confinare il virus. Ma bloccare una nazione è difficile, penserete. Questo ci dovrebbe far riflettere un pò. Mi hanno colpito le parole del logico-matematico e scrittore Odifreddi l’altra sera a LineaNotte: notava che l’Italia fa parte del G8, è uno dei paesi più ricchi al mondo e non si può permettere di chiudere tutto per il tempo necessario affinché il virus venga debellato. Questo aprirebbe una disquisizione filosofica su cosa significhi esser ricchi ai giorni nostri se basta così poco (diciamo un mese di stop per l’attività produttiva) per rovesciare l’economia di un paese ”ricco”. A parte questa breve parentesi economica, abbozzata e buttata lì, che spero non abbia urtato i sentimenti del lettore, volevo condividere questi pensieri, che penso non abbiano aggiunto nulla di più rispetto a quello che già sapevamo. È calata la sera, qui a Milano, c’è un silenzio assordante.

Torino, 12 marzo, ore 19.00 – Giovanna Solimando
Ho lavorato tutto il giorno da casa pianificando riunioni di coordinamento per gli operatori culturali della città, non staccandomi mai dalle chat, dalle e-mail e dalle cuffie. Con il cuore a pezzi provo a mandare avanti quello che posso e cerco nelle mie ore una certa normalità. Dal balcone del salone dove ho allestito il mio studio temporaneo vedo cambiare la luce ora per ora come ancora non era successo da quando vivo in questa casa. Da dove sono seduta vedo un ciliegio già fiorito e un oleandro, anche la magnolia occhieggia dai vetri. Non riesco a concentrarmi bene, ma faccio l’esercizio di fissare la mente al qui ed ora. (Più tardi scenderò a comprare il pane e poche altre cose, faccio il giro dell’isolato e torno su). Eppure il pensiero fisso, costante, oltre la preoccupazione e l’incertezza è il per dopo. La mia lista del cosa farò dopo, degli amici che abbraccerò e della festa che voglio fare con i miei cugini è la mia ancora. Ogni tanto apro gli appunti sul cellulare e aggiungo una riga. Sono posti, sorrisi, cieli. Il pensiero del dopo mi tiene viva. Intanto chiudo gli occhi e sogno di nuotare.

Potenza, Ore 23.30 – Pino Paciello
Terzo giorno, voglio farvi una confessione: io chiuso a casa ci sto bene! Anche perché le case sono due (ma questa è un’altra storia e ve la spiego dopo). Dicevo, io chiuso a casa ci sto bene perché, anche prima, preferivo l’intimità al “logorio della vita moderna”. Già prima, per esempio, evitavo ogni impegno pomeridiano esterno per dedicarmi a quella che ho definito “la lettura militante”. Ho scoperto, infatti, che per stare al passo nel rapporto fra i libri comprati e quelli letti bisognava dedicare alla lettura uno spazio, un tempo, preciso alla lettura. E così, caschi il mondo (quasi), alle due, spengo il telefono, allontano ogni rumore proveniente dall’altra parte della casa e mi tuffo sul divano per un paio di ore con un libro in mano.
Oggi, però, era una giornata particolare, era il compleanno di Milena, il mio grande amore, non c’era ordinanza che teneva, dovevo necessariamente evadere per passare l’intera giornata con lei. Ho cercato i suoi fiori preferiti che non ho trovato, ho recuperato un semifreddo al posto della millefoglie che già pregustavo, ma per fortuna avevo con me il regalo che in maniera quasi rocambolesca mi ero fatto arrivare con un mezzo che nemmeno la protezione civile. E nella mia seconda casa, ce lo ricorderemo, abbiamo vissuto il compleanno ai tempi del coronavirus: un abbraccio, qualche sorriso, tanta gratitudine.

Tolve, Ore 18:00 Rocco Mentissi
Mi piace pensare che il coronavirus può essere interpretato come la rivincita dell’ invisibile o della qualità, caratteristiche ignorate dal nostro tempo.
Il timore di essere frainteso e giudicato e la mia profonda umanità mi inducono, innanzitutto, ad esprimere la mia sentita vicinanza a chi in questo contagio ha perso persone care e a chi sta ancora combattendo.
Mai come in questi giorni, l’uomo è di fronte a se stesso, senza distrazioni, senza trucchi, senza la grande commedia umana: è di fronte all’ Essere e ai suoi tanti quesiti, alla sua infinita vastità. Non c’è ricchezza, fama, potere, certezza che tenga, solo un’àncora: gli altri uomini, nella stessa condizione di mortali; la paura e la rinnovata coscienza della nostra fragilità ci accomunano, in un grande abbraccio virtuale e necessario. Il Virus è un maestro severo, non vuole città troppo popolate, movimenti compulsivi, ci vieta l’inessenziale, ricordandoci che alzarsi la mattina senza febbre è un dono, senza la febbre dell’oro, della competizione, dell’orgoglio, dell’eroismo, della potenza.
L’invisibile maestro ci insegna ancora e ancora che l’invisibile conta, conta più dei conti, che il mondo è lo stesso paese, che gli uomini sono rami e foglie dalla e della stessa radice, che verità e felicità fioriscono nel prato del noi e non dell’io.
Respiro, penso, suono, leggo velocemente, ecco, questo
velocemente è da cancellare, il maestro vuole sospensione e contemplazione, ci chiede il coraggio di pensare e ripensarci. E credetemi, ce ne vuole tanto.
Fermi tutti, in casa, ad essere filosofi, con un sole, fuori, mai percepito così bello, così luminoso, così amico; fermi tutti, in casa, ad amarci, in silenzio, teneramente. Andrà tutto bene, si dice, e lo ripeto anche io, perché quando torneremo fuori, ci ridaremo la mano con tutti, proprio con tutti, senza paura, umanamente, religiosamente. Nessun io senza un NOI.

Genzano di Lucania – Ore:15:00- Gianrocco Guerriero
Questo giorno è sorto dopo un altro giro di torchio. Atteso. Necessario. Benvenuto. Si sarebbe potuto stringere un altro po’, ho pensato ieri sera ascoltando Conte, per sperare di raggiungere il “flesso” prima di sfiancarci: questa è una scalata e i “campi base” sono gli obiettivi intermedi sui quali occorre concentrarsi.
Sono uscito a “fare la spesa”, stamattina. Da solo. Non per negozi. Avevo provviste nel mio studio segreto. Anche il vino. Mi aspettavo di vedere qualcuno con indosso uno scafandro da astronauta o palombaro, ma forse ho sbagliato ora.
Tornato a casa non ho più messo piede fuori. Bisogna rispettare le regole. E la categoria dei “pennivendoli” (quelli come me e i miei amici, al soldo di ideali considerati marci, ultimamente) deve restare barricata. A fare quel che può dalla tastiera.
Mia figlia voleva andare a correre e mi ha tentato. In fondo, nel deserto verde… Ma le ho detto che non potevamo, e che un “pennuto” deve fare il suo dovere, essere d’esempio. Ha riso, forse perché non ho un capello. Era il mio obiettivo.
Il tempo per me è prezioso. Oltre a cazzeggiare con gli amici (e che amici!) del gruppo “Totem – Diario di una pandemia”, mi sono studiato due articoli sui fondamenti della fisica. Dunque ho vissuto per ore in spazi immensi e mi è venuto in mente Amleto: «Oh Dio, potrei essere confinato in un guscio di noce, e misurare me stesso un re dello spazio infinito».

Pignola ore 11.23, Rocco Spagnoletta
Almeno ho comprato le sigarette.
“Questa primavera anticipata ci prende in giro o ci dice addio.” Scrivo sul quaderno questo verso sperando che un giorno diventi una canzone. Spotify ha deciso di suonare un pezzo di Steve Chou e così lo vado a googolare e scopro che è un artista di Taiwan, penso subito al virus, al contagio che è un po’ come la musica. Una canzone di una band nuova la ascolto alla radio per la prima volta e la passo a un mio amico, il mio amico la fa ascoltare a 4 suoi amici e ognuno ad altri 4 e in poco tempo tutti ne veniamo contagiati.
Ho il pc in panne e non riesco a lavorare, così cerco di salvare il salvabile su un hard disk per disinfettarlo, sarebbe formattarlo ma mi piace usare i termini del momento per azioni similari, una sorta di sinestesia della psicosi.
Anna Sant mi urla “salvami le foto”, ok allora apro I-photo “seleziona tutto” e 19 mila foto, diciannovemilafoto!!!
Ma sì, tanto ho tempo, almeno ho tempo.
Esco fuori, nel mio vicolo, mi siedo sulla panchina davanti la porta e mi accendo una sigaretta. Il vicolo ci ha sempre protetto, da piccolo mia madre non voleva che superassi la linea bianca che delimitava la fine del nostro vicolo, perché oltre quella linea “passan i macchin!”.
Oggi forse passa il virus al di là della striscia bianca.
Si sta proprio bene oggi.
C’è il sole, l’ombra immobile taglia la pietra.
Almeno piovesse.

Potenza,Ore 17:00 – Giampiero D’Ecclesiis
Stamattina c’è il sole, mi affaccio al balcone della mia casa e mi godo la veduta, ho tutta la valle del Basento sotto di me, illuminata dal sole, ci sono alberi in fiore e le piante del balcone sono un tripudio di colori, di fiori, tutto intorno a me grida la parola primavera.
Faccio un respirone e mi riempio i polmoni di quella meravigliosa aria fine e profumata che è una delle belle caratteristiche della mia città, alzo lo sguardo: il cielo è vuoto, un grande azzurro infinito su cui ancora non sfrecciano le scie nere delle rondini. E’ presto, non sono ancora arrivate.
Abbasso lo sguardo e sotto di me vedo il quartiere di Chianchetta, le strade sono vuote.
Normalmente a quest’ora sono piene di ragazzi, di bambini che si affrettano per andare a scuola.
Mi sorprendo a pensare che torneranno anche loro, torneranno come le rondini, rientro in casa per preparami ed andare al lavoro.
Esco e mi avvio, camminando per la strada mi sento come una di quelle rondini che arrivano per prime, volo prudente, faccio strada, aspetto che torni lo stormo.

Potenza, Ore 17,00 – Paride Leporace

SONO STATO FUORI – Reportage da Potenza zona rossa
Da 13 anni che vivo a Potenza mai visto una primavera così bella a marzo. Io che al mio concittadino che mi ammorbava con “Ma Potenza è fredda” ho sempre risposto: “Cosenza non mi sembrano i Caraibi. Certo la primavera tarda ad arrivare. Se non esce San Gerardo a fine maggio con il cappotto devi convivere”. Maledetta primavera affetta da Coronavirus.
Al netto delle mie meteoropatie, fedele al vecchio Plinio che andò a vedere con i propri occhi l’eruzione di Pompei, (ci fu anche però lo spirito solidale di salvare degli amici nella sua tragica morte come tramanda il nipote omonimo a Tacito) prendo il mio sdrucito tesserino per eventualmente giustificare la presenza come inviato di Totem. L’unica zona rossa che ho affrontato nella mia vita professionale è stata quella del G8 di Genova. Senza accredito trovandomi sulla linea degli scontri più cruciali e seguendo le devastazioni dei black block grazie al mio look ma fortunato ad evitare gli appassionati di macelleria messicana.
Ma adesso è zona Rossa l’Italia intera e anche Potenza dove risiedo che voglio raccontare.
Davanti al mio sguardo due signore anziane in due palazzi di via Fabio Filzi distanti 500 metri separati da un parcheggio privato. Una sta ad un primo piano, l’altra al quinto. Provano a dialogare per darsi compagnia e coraggio. Nonostante il traffico inesistente, le parole non riescono ad arrivare in verticale. Sembra un dialogo tra sorde. Lo sguardo esilarante diventa tenero al saluto a distanza con un’alzata di braccio. A Potenza non avevo mai visto persone che parlano dai balconi o dalle finestre.
La sera m’impressiona che intere facciate di palazzi non abbiano luci alle finestre. Saranno i lati delle zone notte. O i molti anziani del mio quartiere ,vanno a letto presto?
Esce un signore da un portone e si mette al sole. Da un balcone gli si chiede:“Sei uscito?”. “Ami puru respirà? E si accende una sigaretta. Tra i pochi umani che s’incontrano ci sono molte persone che fumano, sono molti più gli anziani che i giovani, molti cani al guinzaglio. Quasi tutti hanno  mascherine e sciarpe al viso come gli ultrà del calcio. Solcano il Francioso una ragazza bianca e un giannizzero di colore. Non rispettano il metro di distanza. Una coppia, il caso, o la primavera del deserto urbano ha favorito un incontro per l’amore ai tempi del Coronavirus?
Le farmacie concentrano fuori la porta persone che si distanziano. Cartello d’ordinanza “Mascherine terminate”. I giornalai cibano ancora gli ultimi lettori mohicani dai capelli grigi. Gli alimentari di prossimità si prendono la loro rivincita contro gl’ipermercati. A “Distinti sapori”, una sorta di Fouchon locale, consegnano a domicilio molte spese ai clienti anziani. Preziosa anche l’opera del Comune predisposta in tal senso.
Un vigilantes presiede l’Unibas chiusa. Prendo l’auto e vado alle Twin Towers Mancusi di via Nazario Sauro falansterio di studi professionali e qualche famiglia. L’umanità varia, che ne frequenta la piazza tra un caffè al bar Mediterraneo e un atto da sbrigare, scomparsa. Mi viene incontro l’avvocato Antonio Casalaro . “Avvocà non lavorate da casa?” “Non riesco, per me lo studio è il mio mondo. Ho le carte, i miei spazi. Gli altri colleghi ho visto che non vengono. Io non riesco. Mi sembra di stare in un film”. L’avvocato ha il talento della scrittura. Ha pubblicata una godibile raccolta di racconti alla Cassola ispirati al suo paese, Gallicchio, intitolata “Palcoscenico”. Vado di rimando “Magari a casa potete dedicarvi a qualche nuovo lavoro di scrittura?” “No anche per quello scrivo allo studio. Nei week end venivo qui. Ci vuole l’ispirazione. Certo la scrittura è terapeutica e può essere un antidoto a questo brutto momento”. Non mi sembra casuale che in esergo ai suoi racconti abbia messo la citazione del mio amato Salgari: “Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”.
Da cronista flaneur a cronista ufficiale. Vado a cercare notizie al Comando dei vigili urbani. Passano due sceriffi con mascherina: “Non possiamo dire nulla. Bussate al piantone dal citofono”. Cortese ma fermo il piantone mi ritorna che il comandante è in Prefettura per una riunione sull’ordine pubblico. Meglio andare a vedere. Prima di infilarmi nel mio macchinino saluto l’addetto alla Scala Mobile Sud direzione Stazione. Inutile chiedere del movimento umano. Non c’è mai quasi nessuno nei giorni normali.
Via Marconi è deserta nell’ora che di solito i torpedoni dei paesi ostruiscono la strada. Qualche presenza umana al mercatino del Viviani. Micro fila all’esterno dei negozi che garantiscono cibo ai pochi travet che lavorano in ufficio. Un corriere in bici e mascherina turbo ricorda Coppi in fuga al Sestriere. Piazza XVIII agosto vuota sembra un quadro di De Chirico. Un anziano con il bastone fissa il Leone sul piedistallo. Come in un sogno felliniano sarebbe bello scendesse e si andasse a sedere sulla panchina.
Attraverso Porta Salza e percorro via del Popolo illuminata dal sole. Parcheggio facilmente per l’assenza di giovanili motocicli carrozzati. Un fornitore per distributori automatizzati garantisce ricambio di snack. Un impiegato in auto mi sembra faccia pausa pranzo. A distanza vedo due volanti della Polizia presidiare il budello vuoto di via Pretoria.
La Prefettura sembra sbarrata ma trovo un pertugio rettangolare nel portone. Trovo un gentile vigilantes. Chiedo della riunione. “C’è solo una persona. Forse non sono ancora arrivati. Inutile che chiamo non vi fanno entrare”. Lascio perdere, ritorno cronista flaneur.
Su piazza Mario Pagano la pista di pattinaggio sul ghiaccio è come una scultura razionalista di marmo che sostituisce i lampioni di Gae Aulenti. Sotto il sole, anche qui sulla panchina, un anziano ieratico con la barba. Mi avvicino e mi presento nella mia funzione di rompiscatole. Lui farfuglia parole senza senso, filologicamente scomposte. Lo smemorato di piazza Mario Pagano forse è un senza tetto né legge, Mi sembra giusto lasciarlo alla sua beata incoscienza.
Una signora con tortiera incartata con il nastro va a pranzo da qualche parte. Una gioielleria chiusa sulla vetrata ha lasciato un cartello con numero di telefono “per eventuali richieste”. Ad un bar avevano esposto il tricolore e un cartello “andrà tutto bene”. Incontro Mario Restaino capo dell’Ansa regionale. Chiedo news fresche. Se i medici combattono il fottuto virus i giornalisti smontano fake news come quella di chi si è inventato la morte di un potentino contaminato.
In piazza Duca della verdura” un padre con due figli maschio e femmina giocano con un Supersantos una di quelle partite come facevamo da ragazzini. Mi verrebbe da fare il quarto, ma lascio perdere. Il vecchio ieratico di piazza Pagano è scomparso. Spero di non averlo spaventato.
Torno a scrivere nella mia ligia quarantena di via Fabio Filzi.

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