CRONACA DI UNA PANDEMIA – ITALIA, 9 APRILE 2020

CRONACA DI UNA PANDEMIA – ITALIA, 9 APRILE 2020

Veronica Menchise, Vigevano, 22:00 – “Mappa di casa”

Tolve, ore 16:05 Rocco Mentissi

La Storia non si ripete mai, infatti impara, ancora una volta, chi ha sempre imparato e mai impara chi non ha mai cominciato. Chi non impara si rifugia in un passato, che mai è stato rifugio, aggrappato alla sdrucita realtà, come un dogma, copia, si cancella e incolla. Mi chiedo oggi, a voce alta, cos’è il potere, dove è il potere, non vedo invincibili. Nella febbre della fabbricità ci è rimasta solo una luce, un solo “potere”: la derisa conoscenza, la dimenticata ricerca, l’esiliato sapere, senza cui nulla, nemmeno la storta, sfigurata, disumana ECONOMARCHIA.

Potenza, ore 8:30 – Claudio Elliott

Stamattina ho capito che non si esce e allora mi metto al computer del mio capobranco e anche se non so scrivere e non conosco bene la punteggiatura premo a caso i tasti tanto qualcosa ne esce lo stesso mentre sento che lui dice a lei di un atleta lucano di grande livello che è morto ieri e poi commenta le immagini di un ponte crollato che un tecnico aveva detto che era stabile e allora penso che quel tecnico era un incompetente e un asino e che in Italia facciamo ridere tutto il mondo con i nostri ponti che una volta come dice lui ci invidiavano anche se io conosco solo un ponte sul fiume dove fino a poche settimane fa andavo per la mia passeggiata che ora a causa del virus faccio nelle vicinanze della nostra abitazione per non incorrere nelle multe che tre agenti potrebbero farci se ci beccassero ma noi siamo furbi e non ci allontaniamo però l’altro giorno sono venuti a casa a prendere il caffè mentre lui firmava i libri per uno degli agenti che lo ha ringraziato e poi sono andati via senza neanche farmi una carezza e allora ho pensato che appena lo vedo gliela faccio sui pantaloni così impara ma stamattina non usciamo e mi tocca rimandare l’operazione magari a domani se lui decide di andare a fare la spesa con me al seguito che poi è un modo di dire perché è lui che segue me anche quando inseguo i gatti e lo faccio volare oltre l’angolo mentre cerco di prendere quello antipatico col pelo bianco e nero che viene anche nel nostro giardino a mangiare i miei avanzi che in genere lascio per la merenda di metà mattinata ed ecco perché mi è antipatico e poi comunque non sopporto felini e altri animali nel mio territorio che è grande e finisce all’orizzonte come i ricci le talpe i topi e gli uccelli che hanno il difetto di volare come anche i pipistrelli che d’estate volteggiano e vorrei tanto essere Batdog per acchiapparli e gli abbaio dietro o meglio da sotto tanto quelli se ne infischiano di me e continuano la caccia agli insetti per non lasciarli a me che apprezzo tutto quello che va sotto i denti come le poltrone del salotto i tappetini della macchina le caviglie di lui o di lei ma in questo caso è solo un gesto di affetto che viene ricambiato con un ma che fai prenditi il tuo osso ma quello l’ho già spolpato tutto e per farmi perdonare mi metto a pancia all’aria e così mi consolo con le loro carezze mentre si massaggiano le caviglie malridotte e insomma oggi non si esce e mi tocca sentire di quel ponte crollato e mi viene da piangere insieme a loro quando guardo le immagini delle vittorie di quel campione morto a causa del virus e ora ci vorrebbe un punto così premo a caso e vediamo cosa ne esce, – ? .

Potenza, ore 9:36 – Amodio Parmentola

Non so se ho avuto un sogno o un incubo. Ero all’aria aperta e usavo il mio iphone come un metal detctor. Appena vibrava dovevo cambiare strada: mi stavo avvicinando troppo a qualcuno infetto.

Peccato! Ero quasi arrivato dal mio barbiere che avevo prenotato tramite il CUP dell’Ospedale o almeno così mi era sembrato dalla risposta. “Ci sono due disponibilità: preferisce alle 05:45 del 3 settembre o alle 22.45 del 5 dicembre?”

E allora dopo la pasta fatta in casa, la gestione di più video conferenze in contemporanea (basta imparare a “suonare” la tastiera del pc con accendi microfono, spegni video camera, spegni microfono, accendi videocamera, accendi cellulare – ma su questo mi riservo un post a parte), credo dovrò comprare la macchinetta per i capelli: sono già pronto con il telefono per fissare l’appuntamento per comprarla.

Parma ore 15.30 Cristina Cogoi 

Il coraggio non si elargisce  non si sottrae non si elemosina.

E’ una forza motrice, oltre tutto e tutti. 

E’ una forza antica ancestrale, e’ la somma di tante paure che si sono ribellate  alle ingiustizie, alla quotidianità alla noia al non senso di vita.

Il coraggio arriva quando meno te lo aspetti, silenzioso si espande, prende possesso di cuori indecisi, insicuri, poco temerari e come un tuono  a ciel sereno,  rimbomba ovunque.

Lo sento, In ognuno di noi, sta germogliando e mentre germoglia sta allargando le sue radici giovani ma solide in ogni singolo cuore,  in ogni singola lacrima,  in ogni singolo sguardo, in ogni singola carezza trattenuta desiderata sognata, in ogni singola solitudine.

Un mondo nuovo ci aspetta, non di ricchi, non si sbruffoni, non di codardi, non di avventurieri, non di sognatori, ma di nuovi coraggiosi. 

Bello nel mio piccolo, sapere già di farne parte.

Potenza, ore 17 – Antonio Califano

Il quotidiano è sempre più pesante, non mi va neanche di fare due “solitari” passi, camminare per non andare in nessun luogo mi pare un ossimoro insopportabile, mi estraneo dal luogo dal mio corpo e dal luogo in cui ormai “giaccio”, proprio come Darrell Standing, decido di ritornare in un posto sicuro dove non arrivano virus di alcun tipo, compresi quelli della stupidità umana che ormai sento come la vera costrizione di questo periodo. Cammino a piedi sulla strada che gira intorno al monte Athos per raggiungere, dopo una ventina di chilometri nella solitudine più assoluta, il Megisti Lavra, il Grande Laura di Sant’Atanasio il più grande e antico monastero del “sacro monte”, interdetto alle donne, occupa il primo posto nella gerarchia cenobitica. Posto all’estremo sud/ est della penisola calcidica, ti appare all’improvviso a strapiombo su un mare azzurrissimo, ha la struttura di una cittadella medievale, conservata perfettamente, austero, sacro, immobile. Appena in tempo per partecipare alla cerimonia dei vespri, quella più solenne, a cui anche i non credenti sono ammessi in una postazione defilata, in fondo alla chiesa. È come assistere ad un’opera teatrale con ingressi e passaggi continui di numerosi monaci ortodossi, un grande uso del canto e dell’incenso, una continua manifestazione di devozione sulle icone sante. L’aspersione abbondante di incenso, la scarsa illuminazione, il fioco chiarore delle candele creano una suggestione quasi lisergica, di grande fascino, Timothy avrebbe apprezzato. Niente avviene per caso, ingressi e uscite continue di monaci da cappelle secondarie rappresentano ciò che avviene nell’universo tra Dio, i Santi, gli Angeli. Aveva ragione Woody Allen “ammesso pure che Dio esista perché deve fare tutto quel casino”? Ritrovo un po’ di tranquillità, rimango un ateo ascetico ma ogni tanto un po’ di metafisico estraniamento fa bene alla mente…senza esagerare e non dimenticando che dobbiamo ritornare ad essere quello che eravamo, a intessere i sogni con la vita reale e batterci per rendere migliore il mondo che verrà.

Genzano di Lucania, ore 16:27 – Gianrocco Guerriero

Il sole fuori è una grande tentazione, oggi. L’aria è ferma e gli uccelli la riempiono di impulsi, nascosti in mezzo ai rami. Potrei stare un po’ in giardino, mi son detto dopo pranzo: ho pensato alle persone (la maggior parte) stipate in loculi di condomìni, nelle città grigie di cemento, e mi è salita a galla una schiuma sporca di tristezza. Ho tirato fuori la mia reflex, ho messo su il teleobiettivo e sono uscito nel recinto che adesso è un paradiso immenso: mi son guardato intorno un po’ spaesato: in modalità “manuale” (basta, automatismi!), ho messo a fuoco su un bocciolo rosso, zoomando al massimo e sfocando tutto il resto: neanche fosse stato in orbita lunare: con la luna ci proverò stasera, appena sale l’orizzonte, pensandola vicina, per disorientarla: lei che è polvere grigiastra e da qui pare un essere di luce (basta, distinzioni: fra cielo e terra!).

Potenza, 0re 16:00 – Giampiero D’Ecclesiis

Mattinata di sole, mi aggiro per qualche minuto come un leone in gabbia sul balcone, poi mi metto alla scrivania e cerco di lavorare.

Passo la mattinata al computer, con la persiana della finestra abbassata per evitare il sole e il richiamo della giornata, termino la mia giornata di lavoro con un gran mal di testa e una voglia ruggente di uscire.

Resisto leggendo ad alta voce poesie di Ungaretti.

Ungaretti mi placa, umilia profondamente ogni mia velleità di poeta e contemporaneamente mi ispira.

ETERNO (Giuseppe Ungaretti)

Tra un fiore colto e l’altro donato
l’inesprimibile nulla.

Genzano di Lucania – ore 17,00 – Rocco Di Bono  

“Non una famiglia in cui non ci fossero malati; frequentissimi i casi in cui tutti i membri d’una famiglia erano a letto contemporaneamente. Difficile si fece l’alimentazione dei malati da quando i caprai tornando dal pascolo a sera col branco non si fermarono più, come nei primi tempi dell’epidemia, di porta in porta a mungere il latte, per paura anch’essi del contagio; bisognava perciò andare a prenderlo nelle casupole dei caprai o negli ovili fuori paese, e nelle famiglie spesso non c’era chi potesse andarci. Il tempo si mantenne bello per tutto agosto, settembre, ottobre e buona parte di novembre di quel 1918! ma proprio il bel tempo si diceva che favorisse il contagio. Le strade spopolate a tutte l’ore; solo i carri ingaggiati dal Comune le attraversavano cigolando col loro carico funebre di tre quattro casse non piallate, con due spazzini seduti l’uno sul di dietro, l’altro sul davanti del carro, a cavalcioni di una stanga a fianco al carrettiere. Solo di rado accompagnavano i feretri sei o sette persone; rarissime volte venivano i feretri trasportati a spalla. Non più uffici funebri; ma semplici benedizioni date in tutta fretta, e non sempre, dai due preti, don Antonio e don Savino, anziano l’uno, quasi decrepito l’altro…”.

La “spagnola” in Basilicata, raccontata dallo scrittore di origini genzanesi Pasquale Mainenti nel libro Nella tormenta (ed. Rebellato, 1968).

Potenza, ore 17:17 – Luca Rando

Sono uscito con la macchina dopo più di un mese (l’ultima volta era stata il 3 marzo) per un servizio urgente presso uno studio ortodontico. Riprendere la macchina in una città semi deserta comporta rapidità negli spostamenti e nel ritorno a casa. A parte un giovane che corre come se la strada fosse una pista di formula 1 niente mi ha colpito: la cosa più importante di questa giornata è il sole, caldo, luminoso, in un cielo azzurro che fa male.

Bisognerà ricordare anche questi giorni, insieme a quelli di neve e di vento, quando torneremo ad uscire, questi giorni normali che non ci lasciano segni, sogni. Bisognerà ricordarli perché fanno parte di questo mese in cui si sono alternate paure e speranze, dolore e gioie improvvisi, parole e silenzi, a cui si aggiungono questi giorni grigi in cui non c’è niente da raccontare se non questo sole forte, questa luce intensa che brucia gli occhi. 

Villa d’Agri, ore 16:04– Nuario Fortunato

SORELLE D’ITALIA

Sono l’unico maschio di quattro figli. Per i più una figata! In effetti mi sono sempre sentito un galletto, particolarmente coccolato e protetto. Non è una frettolosa, semplicistica e banale esternazione da maschilista 3.0, sia chiaro. E’ che le donne, per genetica e indole, sanno ovattarti il mondo, sanno sgravarti di responsabilità e pensieri, sanno aggiungere humus alla tua linfa vitale. Le mie sorelle le vedo poco da anni. O almeno non riesco a godermele come vorrei. Partire per loro è stata una necessità e le necessità, in questo tempo, diventano scelte di vita.

Io sono il secondogenito dopo Linda. Linda è un condensato di vitalità. Un ‘melting pot’ di sfumature e sfaccettature affascinanti come la sua brillante e generosa intelligente. La sua chioma rosso fuoco è lo spot più bello della sua carica umana ed emotiva. Linda è stata una ‘mammina’ da piccola, con la sua faccia da adulta e i suoi comportamenti da governante rigorosa ma comprensiva. Non la riesco a ricordare da bambina perché bambina, probabilmente, non lo è mai stata. Se potessi le regalerei la spensieratezza dell’infanzia. Ha la capacità di attirare gli altri nella sua orbita e di avere dei radar sparati sui bisogni del prossimo. Non so come faccia ma riesce a cercarti proprio quando ne senti il bisogno incalzante. Linda, brillante laureata in giurisprudenza, vive a Firenze, dove ha un bel lavoro, una casa, tanti amici, un cane, una vita che costruisce di giorno in giorno. Non ha mai voluto fare l’avvocato probabilmente perché è una maestra nell’arringa ma non è giocatrice di poker.

Dopo di me, a distanza di 8 anni, è arrivata Fernanda. Laureatasi in medicina a Firenze, Fernanda vive a Ferrara. E’ una genetista con tanti sogni nel cassetto, un futuro roseo davanti e un vissuto tanto intenso quanto faticoso. Ha l’argento vivo addosso Fernanda. Medico per passione, per vocazione e ‘per chiamata’, cura e segue progetti sperimentali di ricerca riguardanti malattie genetiche rare in età infantile. Fernanda ha gli occhi spalancati sul mondo, è superba e ingorda nell’accezione positiva dei termini. Il nostro orgoglio gira con lei per meeting e congressi lungo l’Italia e l’Europa. Fernanda è quel dizionario sfogliato a 5 anni per ‘noia di aspettare cha mamma tornasse da scuola per il pranzo’.

Poi c’è Licia, la più piccola. La più piccola per mera cronologia anagrafica, ma la più grande per personalità, carattere e spessore umano. Licia, a dispetto della sua corporatura esile, è una gigante. Una gigante con l’ossessione positiva e costruttiva degli ultimi e degli altri. Vive a Roma, in una città che la frastorna e la schiaccia ma che le ha spalancato le porte dell’introspezione sociologica e antropologica. Specializzata in etnoantropologia, Licia è uno scrigno di cultura. Parlerei per ore con lei di filosofia, psicologia, musica, cinema, sociologia, scrittura. Il classico esempio di come, con umiltà, si possa apprendere anche dai più piccoli. Quei piccoli diventati grandi. Grandi come il mondo che li circonda, li rapisce e li requisisce. Per me è l’icona del diritto per eccellenza. Quel diritto più grande di tutti gli altri: il diritto alla felicità.

In questo periodo avvertire la loro lontananza è fisiologico. Ma cos’è poi la lontananza? Un alibi? Un’attenuante? Se ripercorro la nostra vita vedo tante cadute silenziose ma tanta fortuna e tanta felicità. E allora sono contento così. I miei genitori le hanno lasciate libere. Libere di andare perché per i miei genitori i figli sono figli del mondo, un investimento per il futuro dell’umanità. L’Italia, questo meraviglioso Paese, cammina anche sulle gambe di ragazze andate via di casa per se stesse e per la nostra società.

Potenza, ore 7:17 – Ida Leone

LE COSE CHE HO IMPARATO

6. “Se stai attraversando l’inferno, non smettere di camminare.”

Ho imparato a vivere qui e ora, unico modo per scacciare o almeno attutire l’angoscia e l’ansia. Una cosa alla volta, mettendoci tutta l’attenzione possibile. Impastare la pasta frolla. Somministrare medicine. Mandare una mail. Riordinare un cassetto. Fare una telefonata di lavoro. Uscire sul balcone e prendere il sole. Una cosa, una sola, fatta al meglio. Quello che succede subito dopo non ha importanza. Un passo alla volta. Per attraversare l’inferno e uscirne. 

7. l’etimologia di “orientarsi” tiene in sé la radice di oriente, il lato da cui sorge il sole. Il lato da cui viene la luce. Perchè per gli uomini primitivi la luce era salvezza, aumento delle possibilità di sfuggire alla morte. E parimenti “disorientarsi” vuol dire precipitare nel buio, perdere la possibilità di sapere cosa fare. La luce più lunga della primavera che va incontro all’estate ci rasserena, stare al sole è salvifico. Ricarica le batterie chimiche e ci permette di tenere a bada le belve che ci circondano


Angela Menchise, ore 20:00 – Bergamo

Diario di pandemia dal Convitto “Caterina Cittadini” di Bergamo

Tra le lacrime, le polemiche, le canzoni sui balconi e qualche dose di buon umore determinata dai post satirici che si susseguono come sirene sui cellulari, prosegue la quarantena da Covid-19 per gli italiani. Un mio stimato collega giornalista afferma: “Se un batterio avesse le dimensioni di un elefante, un virus avrebbe la stazza di una jena. La differenza non si ferma qui. Un batterio è autosufficiente…Un virus necessita di un ospite per potersi nutrire e riprodurre….Il covid-19 non fa eccezione. Il suo nome deriva da “co” che sta per “corona”, “vi” che sta per “virus” e “d” che sta per “desease” ovvero “malattia”. Il numero “19”, evidentemente, denota l’anno della sua comparsa nella storia della specie umana”.

Forse presa da un istinto protettivo verso la mia madre adottiva, la città di Bergamo, in cui ho esordito nella mia carriera d’insegnante, mi chiedo come mai il nemico invisibile abbia deciso di dimorare tra le sue mura. Le immagini strazianti, trasmesse dai media, dell’esercito che portava via le sue vittime da corona virus per condurle nei forni crematori di Modena e Bologna, sullo sfondo di una città silente hanno toccato il cuore di milioni di italiani che cercano risposte. Dal canto mio vi riferisco le voci accorate delle coinquiline del Convitto “Caterina Cittadini”, gestito dalle Suore Orsoline in Città Alta, in cui alloggiano lavoratrici fuori sede che hanno avuto la forza di non scappare e di resistere.

Lory, di origine siciliana, insegnante di Scuola per l’Infanzia

“Come tutti ho paura e avverto quegli sguardi addosso quando decido di andare a fare la spesa. Ma anche tu fai la stessa cosa appena senti un colpo di tosse che fino a poco tempo fa era normalissimo. Le mie giornate sono al momento piene. La didattica a distanza è molto impegnativa. La richiesta di videoconferenze a scuola è all’ordine del giorno.. A pranzo mangio da sola o al massimo con un’altra coinquilina. Non c’è più la gioia della vita di comunità. C’è quella tristezza di non veder sorridere e di non poter sorridere, non ne hai più voglia. Cerchi di tenere i nervi saldi, ma a furia di sentir parlare, ogni giorno, di questo brutto periodo, fai fatica a stare bene e a darti coraggio. Ma dobbiamo resistere. Io vivo nella speranza che finirà presto, in modo tale che io possa riabbracciare i miei cari. Ho deciso di restare qui a Bergamo e ogni tanto penso che sia stata la decisione giusta. Ho paura, in particolare, di non rivedere in tempo un mio caro. Ogni giorno prego che niente di devastante possa succedere prima del mio ritorno a casa. Non potrò mai perdonarmelo. Quello che ci chiedono è positività. Come si fa se non riusciamo a far niente? Dobbiamo comunque riuscirci, ma nulla potrà, in futuro, cancellare queste cicatrici”.

Dany, di origine albanese, un’infermiera

“Mi alzo alle 5.00 per andare a lavorare. La corsa mattutina dell’autobus, alle ore 6:00, non sempre è prevista, per cui talvolta sono costretta a recarmi presso la sede di lavoro a piedi. Io lavoro anche di domenica. La sera termino di lavorare alle ore 21:00. L’ultimo autobus è alle ore 20:00, per cui sono costretta ancora una volta a percorrere a piedi la strada di ritorno. Impiego quasi 50 minuti per salire in Città Alta dalla zona Malpensata. Di giorno gli autobus sono vuoti, ma fortunatamente non tutte le corse sono state cancellate. Il disagio lavorativo e la paura aumentano. Ieri sera, un gruppo di ragazzi di colore, ubriachi, litigavano in Via Paglia mentre ritornavo a piedi. Oggi, durante l’ora di pranzo, un altro gruppo di ragazzi di colore litigava per 10 euro alla fermata dell’autobus presso i Propilei. Stava per volare una bottiglia di birra. Io lavoro in una struttura sanitaria ma un tampone costa. Ho avuto l’influenza ma non conosco l’esatta patologia. Penso che una struttura sanitaria sia obbligata a farmi un tampone. Avverto il disagio nel lavoro e nella mia vita personale. Non so se vi siano morti di covid 19 nella mia struttura perché non è stata accertata la causa del decesso di coloro che si presume siano morti di vecchiaia. Il marito di una mia collega aveva la febbre a 39 ½. Ha telefonato i numeri d’emergenza e le hanno detto di chiamare il medico di base. Ha dovuto somministrargli la tachipirina ogni 3 ore senza sapere se il marito avesse una normale influenza o fosse afflitto da corona virus. Purtroppo l’eccessivo numero di casi d’emergenza rende sature le richieste d’aiuto.”

Ma c’è anche chi dal Convitto è ritornata al sud perché non ha un lavoro…

Sara da Soverato

“La mia quarantena obbligatoria sta per terminare. Domani sarà l’ultimo giorno. Sono una neo-laureata. Vengo da una zona rossa: la città di Bergamo. Ho deciso di tornare a casa, in Calabria, perché temevo che la ricerca del lavoro e i conseguenti colloqui avrebbero subito uno stop data la situazione. Finite queste settimane, quello che cambierà, dopo, sarà soltanto dovuto al fatto che potrò uscire per fare la spesa, andare in farmacia o sbrigare faccende urgenti. Per fortuna, questi giorni sono passati. Il tempo, che negli ultimi anni, sembrava scorrere veloce, mai come ora vorrei che passasse. Vorrei solo che questo periodo, in cui ci siamo ritrovati come popolo, finisca. Queste due settimane sono passate, certo…Ma come? Con la paura, venendo da una zona rossa, che potessero comparire i sintomi da un momento all’altro…E così qualche colpo di tosse mi mette ansia, una stretta alla gola mi fa temere il peggio…Il tempo passa con notizie che si susseguono, notizie terribili dalla mia Bergamo….in cui persone che conosco hanno perso una persona cara. Altre persone sono sotto antibiotici a casa per polmonite o chissà cosa…Passa con la paura dei numeri che aumentano, con la preoccupazione per le persone care che vivono in questa città o che accada qualcosa di ingestibile in Calabria, con l’angoscia che colpisce i miei cari consapevoli che mio fratello è a Milano, lontano da noi. Mi sono isolata dai miei genitori in questi 14 giorni, ma il timore di stargli vicina una volta terminato il periodo di isolamento è tanto…Perché se la certezza che la quarantena sia finita c’è, l’incertezza di quello che ci attende è ancora viva.

Anche la direttrice del Convitto “Caterina Cittadina”, Suor Elena, esprime le sue emozioni e il suo cordoglio. “Sono commossa: tutto il mondo si è mosso per noi, per sapere come stiamo. Dalla Nuova Zelanda, dall’Australia, dall’America, dal nord al sud Italia, le ex coinquiline del Convitto Caterina Cittadini hanno alzato la cornetta”. Chi entra in quel Convitto avverte una pace mistica in armonia con la bellezza del creato sullo sfondo fiabesco di Città Alta. È impossibile dimenticarlo.

“Abbiamo riascoltato la voce di ragazze che sono state qui anche vent’anni fa –commenta suor Elena. Io sono giunta in Convitto nel 1981. La casa stava per chiudere. Io e le consorelle l’abbiamo rimessa in piedi. Dal 1984 il Convitto si è risvegliato. Da allora abbiamo trasformato questa casa in un’esperienza di grande amore, accogliendo ragazze dalla strada. Il riascoltare queste voci ha dato un senso alla nostra missione secondo l’insegnamento di Caterina Cittadini”.

La commozione di Suor Elena è spezzata da un groppo alla gola per le vittime da corona virus. “La presenza dei carri militari a Bergamo hanno risvegliato in me un ricordo doloroso della mia fanciullezza: la seconda guerra mondiale. Questa nuova guerra si è portata via con sé 4 consorelle di Via Broseta nel giro di un giorno, tra cui anche la direttrice della Scuola Elementare, Suor Leonilde. Sono venute a mancare anche 11 suore dell’Ordine Poverelle di Beato Palazzolo e 23 sacerdoti bergamaschi.”

In questa vita sospesa “si sta come d’autunno sugli alberi le foglie” affermava il grande Ungaretti.

Potenza, ore 21:30, Annamaria

Abbiamo fatto e faremo in modo ancora

che i pensieri siano i nostri migliori alleati.

Dobbiamo farci l’amore con i pensieri.

Teniamoci nei pensieri:

lì possiamo tutto quello che adesso non possiamo.

Matera, ore 19:45 – Doreen Hagemeister

“A tempi migliori!”

Oggi per i ragazzi è stata la prima giornata delle vacanze di Pasqua. Si sono alzati tardi e messi sul balcone a prendere il sole. Avrei voluto mettermi anch’io con loro, ma ero impegnata al computer. Ovviamente ogni videoconferenza si concludeva con gli auguri di Buona Pasqua. “Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi” – e noi chiusi in casa.

A pranzo parlavamo della scuola. Mio figlio dovrebbe fare gli esami di terza media, mentre mia figlia non ha esami. Oramai tutto fa presagire che quest’anno scolastico non si torni più a scuola. Ci saranno gli esami in video collegamento.

Per i ragazzi l’impatto è probabilmente molto più grande di quanto noi adulti possiamo immaginare. Non è una mera questione di insegnamento e esami, di interrogazioni e voti. Per loro la scuola rappresenta il fulcro della vita sociale, importantissima soprattutto per gli adolescenti.

Non andando a scuola si sono rilassati molto. Mio figlio gioca spesso a Fortnite, insieme agli amici, ognuno collegato dal pc di casa propria. Mia figlia, quando non sta in videochiamata, sta vedendo la quarta serie di “La casa di carta”, anzi, mi ha appena detto che ora ha iniziato una nuova serie tv.

Ma tutte queste “libertà”, in aggiunta alle lezioni on-line, non riescono a sopperire al loro bisogno di vedere gli amici e i compagni di scuola. Scherzavamo a pranzo con mio figlio sul fatto che non farà la gita di fine della Scuola Media. Dovevano andare a Vienna. Sinceramente mi dispiace. Credo che tutti noi ci ricordiamo le gite più importanti e la fine della scuola, che sia elementare, media o superiore. Erano momenti intensi. Mia figlia diceva: “Ti perderai i gavettoni al Boschetto” (un piccolo parco nel cuore di Matera con un fontanino). Lui rispondeva: “Ma li abbiamo fatto anche alla fine della seconda Media”. Ma lei insisteva: “Non è la stessa cosa!”

Spero che si possa tornare presto a una quasi normalità. Sarebbe bello pensare che i ragazzi avranno modo di recuperare almeno alcuni momenti belli. La gita certamente è persa, ma un gavettone di gruppo si può sempre organizzare. E anche una pizza di fine anno.

Oggi è giovedì santo, Gründonnerstag in tedesco (giovedì verde) e, anche se questa non è l’etimologia della parola, voglio associare la giornata di oggi al “verde” della speranza!

Non voglio cancellare questo periodo che sicuramente ci ha (in)segnato molto. Tuttavia, mi auguro che certe cose siano semplicemente rimandate “a tempi migliori”.

Potenza, ore 3:30 – Katia Genovese

È troppo tardi anche stasera, mi sento una mina vagante, per questo provo a fare, o meglio metter (perché tento di farlo scavando e andando realmente a fondo) chiarezza dentro me digitando velocemente qualcosa di sensato, che magari possa placare e mettere a tacere tutti i pensieri urlanti. 

Durante questi giorni è giunto con una puntualità disarmante più volte il momento dell’esame di coscienza, il quale mi ha letteralmente imposto al suo arrivo,in  ogni occasione, di fermarmi. 

Credo che avendo a disposizione molto più tempo ho più frequentemente sbattuto il naso contro il mio “io” e vi assicuro di non aver mai avuto di fronte alcuno specchio, quando ciò è accaduto. 

Sento dentro di me fluttuare una grande onda, che se potessi fotografarla ne uscirebbe qualcosa di molto simile alla straordinaria opera di Katsushika; il quale ha improntato molti suoi lavori sul dualismo imPERFETTO che coesiste tra forza della natura e fragilità dell’uomo. 

È curioso che mi si riproponga quest’immagine imponente, esuberante e virulenta proprio questa sera, sembra non volermi abbandonare, ma al contrario prende ogni parte di me e si ostina a far la cernita di ogni minuscola e dettagliata idea. 

Ho ripercorso il mio passato velocemente e sono naturalmente tornata alla congettura che l’uomo e la natura sono molto simili tra loro e che probabilmente le nostre cellule non sono molto diverse dalle cellule che compongono l’universo. Mi verrebbe spontaneamente da dire  che: “siamo polvere di stelle”! 

I nostri ingranaggi sono regolati da un perfetto equilibrio, nato dal caos. 

Ora mi chiedo: tutto questo caos sarà forse generato dal fatto che siamo umani e quindi dotati di ragione e sentimento, ergo la forza e la fragilità sono da considerare come doti imprescindibilmente coesistenti e strettamente legate ad esso? 

Ma è anche vero, ora più che mai, che siamo sottoposti alle leggi fisico-chimiche della natura in tutta la sua forza, ad un omeostasi che spesso ci sfugge e ad una fragilità che è caratteristica intrinseca dell’uomo dalla sua venuta al mondo, quando per riempire i suoi polmoni affida la sua nascita ad un pianto liberatorio.

LE STORIE DEL MARESCIALLO NUNZIOGALLO : LA MANO DEL DIAVOLO

Parte il primo esperimento di video racconto di TOTEM Magazine, Giampiero D’Ecclesiis & Fabio Pappacena vi propongono “LA MANO DEL DIAVOLO” della serie “Le storie del Maresciallo Nunziogallo”, per voi le prime cinque puntate, da ascoltare e vedere con calma, un intreccio misterioso si svolge tra le strade del centro storico di Potenza, tra Via Pretoria e la Chiesa di San Michele si muovono ombre inquietanti, si sentono rumori, voci. Presenze oscure? Intrighi di provincia?
Ci penserà il Maresciallo Nunziogallo a svelare gli intrighi.
Chi sono i personaggi che si agitano nella storia? Demoni? Fantasmi? Sogni? Che succede nelle case di campagna dei potenti? Notai, avvocati, politici.
Un giro di ragazze squillo?
Da stasera per voi, su TOTEM Magazine. SEGUITECI , IL MARESCIALLO VI SVELERÀ OGNI SEGRETO

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