DIARIO DI UN’EPIDEMIA (QUASI PANDEMIA)

DIARIO DI UN’EPIDEMIA (QUASI PANDEMIA)

QUOTIDIANITA’ ITALIANE AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Potenza, – Ore 19:30, Antonio Califano

Leggo fino a tardi, dormo tanto e mi sveglio costruendomi un programma per la giornata.
La prima cosa è aggirarmi tra i 4000 volumi della mia biblioteca, comincio sempre da lì.
Stamattina decido di farmi fare compagnia da Scott Momaday. “Volevo soltanto parlare/Borbottare o gridare/Volevo soltanto vedere/Il mio nemico errante/Errante come la pallida striatura/Serale, apparsa/Sull’orizzonte invernale…”
Oggi scrivo e rifletto su questo.
Poi lavori di casa, mi è stato ordinato , dalla padrone di casa, di mettere a posto la mia incasinata scrivania. Poi video chiamata con figli e nipoti. Infine una riflessione filosofica :
ma il campionato di calcio non lo potevano fermare domenica così evitavamo l’ennesima figura di merda con l’altra squadra di Torino?
Mai una soddisfazione.

Casa mia, 18:00 Nicola Cavallo

Beh, stare a casa -anche se sono abituato a muovermi compulsivamente- non è neanche tanto male! Ho tanto da lavorare: grazie al cielo con skype si fanno anche le riunioni dei concorsi universitari senza dover viaggiare per l’Italia in lungo e largo. Ho un po’ di libri e di film da leggere e rivedere. Sto leggendo “Le mie amiche streghe” di Silvia Bencivelli; splendido esempio di come si può raccontare le “fisime” che certa gente ha nei confronti di presunti fatti scientifici, in particolare riguardanti la salute. Silvia è una brava giornalista scientifica, anche se laureata in Medicina e Chirurgia; d’altronde neanche io sono perfetto. Devo cercare di farla venire a Potenza. Ho rivisto “La corrispondenza”, la pellicola di Tornatore; una mia amica -che scrive versi stupendi- me lo ha ricordato un paio di settimane fa ed ho voluto ripercorrerne la storia. E’ un rapporto strano quello tra un professore attempato ed una giovane astrofisica. Devo meditarci su! Perché ha voluto ricordarmelo?

Vigevano, – ore 18,26, Veronica Menchise

“Non cedo, non sento, non respiro” di Veronica Menchise

Potenza, – ore 20:30, Giampiero D’Ecclesiis

Ed è finita un’altra giornata di lavoro, faccio parte del presidio che deve garantire i servizi e quindi rimarrò in servizio durante tutta la durata dell’emergenza. Poco male mi dico, meglio al lavoro.
Al lavoro hai la sensazione di essere più utile, non hai tempo di pensare, di farti bombardare da notizie e aggiornamenti.
A casa vedo il video del Sindaco di Bari che si aggira per le vie del centro, ha il volto stanco, cammina sconsolato cercando di spiegare, alla fine si commuove e con la voce rotta stringe il pugno e ripete “ce la faremo!”.
Montano le lacrime anche a me.
Ce la faremo.

Genzano di Lucania, – ore 22:35 Gianrocco Guerriero

Oggi in paese c’era un clima surreale. Ma esatto. Nel senso che era come si voleva fosse: gente ‘mascherata di mascherina’ o con sciarpa tirata fin sopra il naso nonostante il sole; negozianti con il lattice alle mani; gente intenta a tenersi a distanza vicendevolmente, ognuno per l’altro potenziale rischio di contagio; file dietro gli usci dei supermercati; panetterie svuotate.
Il fatto che mi sia apparso strano è un’altra cosa.
Non siamo abituati ai cambiamenti repentini, soprattutto se inattesi. Poi mi sono detto che la normalità è dettata da ciò che fanno tutti. E che ci s’abitua in fretta.

Villa d’Agri, – ore 19:30, Antonella Marinelli

Interno 1. La cucina.
Il primo giorno rosso. Le restrizioni rosse. Tutto ha il colore del livello di massima allerta.
La casa da questa mattina vive un vociare blando squarciato da un usignolo di sette anni. La TV ha smesso di raccontare, ok l’ho fatta smettere. La cronaca dell’angoscia, la casistica della morte non sono i giusti ingredienti per costruire una giornata che non ha un fuori e non lo avrà neanche domani. Troppo corto il mio novecento per ricordare una situazione analoga.
Oggi mi ritrovo adulta nell’era dei millennials a dover significare l’ignoto, mi serve un libretto di istruzioni. Dal momento che l’epidemia non è rimasta a Wuhan ,come con “guapparia” ho pensato per un lasso di tempo utile a convincermi del contrario, adesso mi tocca costruire il sentiero dei prossimi giorni.
Non immaginavo che il tempo avesse un ritmo lento, immersa com’ero nelle mie giornate funky jazz. Di là dal vetro scorgo attese, la stufa a pellet soffia e gracchia, credevo fosse silenziosa fino a qualche giorno fa. L’orchidea ha di nuovo la sua fioritura fiera, la luce fioca della lampada si è presa un angolo della stanza, il più comodo, le mensole sulla cucina invocano rigore. Forse dovrei invertire la scatola di corn flakes con quella dei biscotti al burro, magari spostare gli integratori e la pappa reale per lasciare spazio a dei regali manuali dell’enciclopedia della cucina italiana, copertina oro. Siamo sospesi. Lo stallo. Il blocco. Le restrizioni. Il tempo che si dilata.
I social network stridono, ma è un fragore on/off.
I nostri luoghi fisici, domestici, palliativo dei timori. Medicina naturale quell’esercito di minori che ti costringe all’allegrezza. Bambini che improvvisano campi da calcio a 5 in soggiorno. Adolescenti che dichiarano giorni e giorni di autogestione tra la cameretta e un hikikomori soft.
Il senso di indeterminatezza strazia la nostra capacità di autocontrollo ed è un continuo spontaneo arruolarsi nella Guarda Nazionale della nostra forza di volontà.
Il nostro inconscio conosce un’altra verità, il nostro nemico si chiama silenzio. Non lo conosciamo più e così ci aggrappiamo ai fragori, non sappiamo stare sospesi.

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