DIMENTICANZA

DIMENTICANZA

Dimenticanza. Strana parola. Era un po’ di tempo che non la usavo, non la sentivo, mi è tornata in testa leggendo un articolo che Roberta Luongo ha scritto per Totem qualche giorno fa.

Cerco la definizione sul vocabolario, come sempre succede con le nostre parole, se ne trovano diverse ma la prima è quella più autentica: Smarrimento della memoria storica o volontaria cancellazione di ricordi.

Mi fermo a riflettere, dimenticare a volte è utile, una sorta di igiene della mente, la necessità di ripulire la memoria per averne di disponibile ad immagazzinare nuovi ricordi.

Ma quanto è grande la memoria di un cervello umano?

Cercando su internet e incrociando varie risposte a questa domanda credo si possa dire che il cervello umano ha circa 86 miliardi di neuroni. È difficile tradurlo in bit o byte, c’è chi parla di un milione di GB c’è chi arriva a 4 milioni di GB ovvero mille o quattromila terabyte.

La grande differenza con la memoria di un computer è che il nostro cervello usa una funzione associativa dei ricordi che ne moltiplica le potenzialità, ciò detto la cosa importante è che anche il cervello umano ha un limite e che la quantità incredibile di dati che deve processare ogni istante, anche solo per far funzionare la nostra complessa macchina anatomica, non consente sprechi di memoria.

Esiste quindi una ragione utile, necessaria, per la dimenticanza.

Ci confrontiamo tutti, ogni giorno, con questa esperienza, quando non ricordiamo dove abbiamo parcheggiato l’auto, come il mio amico Claudio che non trova i suoi occhiali, o come il sottoscritto che ingaggia tragicomiche battaglie con sé stesso per cercare di non dimenticare di prendere le sue pillole.

Esiste un altro tipo di dimenticanza, una dimenticanza di comodo, di utilità, quella che talvolta in maniera inconsapevole, ma più spesso volontariamente, esercitiamo quando vogliamo orientare i ricordi, la memoria, la storia in una direzione diversa dalla verità ma più confacente ai nostri desideri nobili o meschini che siano.

A volte la dimenticanza è autodifesa, da un dolore, da un errore, una sorta di indulgenza che concediamo nei confronti di noi stessi o nei confronti degli altri, serve a darsi pace e ad andare avanti.

Recentemente, mi sono capitati sott’occhio alcuni commenti sottoscritti da conoscenti in alcune discussioni pubbliche effettuate su un social network.

Mi ha colpito la loro inutilità e la loro mancanza di verità, loro unica ragione la costruzione di una narrazione menzognera ed egocentrica utile solo ad alimentare una timida lampada di luce su persone diversamente inutili, senza spessore, talenti, competenze.

L’argomento non è importante ai fini della mia riflessione, ciò che rileva invece è l’esercizio diffuso e sfrontato, da parte di molti dei protagonisti, della dimenticanza, il vanaglorioso indulgere nell’esercizio di intestarsi meriti che non si hanno e infine la mancanza di rispetto e di ricordo degli altri.

Ho avuto un riflesso reattivo poi, saggiamente, mi è sovvenuta una cosa di cui una mia vecchia e cara amica mi ha parlato spesso nel corso degli anni e della nostra amicizia: la pratica della “damnazio memoriae”. Questa locuzione in lingua latina significa letteralmente “condanna della memoria”. Nel diritto romano indicava una pena consistente nella cancellazione di qualsiasi traccia riguardante una persona, come se essa non fosse mai esistita.

Ed ecco quindi che mi appare una ulteriore categoria di dimenticanza oltre quella incidentale e quella interessata, una dimenticanza, non punitiva ma io direi piuttosto curativa, che lenisce i guasti attenuandoli e rimette la gerarchia delle relazioni al suo posto sottraendoci dall’abbraccio interessato dei cercatori di luce e dei diffusori di menzogne.

La ricerca di equilibrio è uno degli assi portanti di ogni esistenza ben spesa ed è evidente che l’altro braccio della bilancia di cui sto parlando è la memoria.

In questo momento tragico di cambiamento l’uso della dimenticanza e della memoria possono aiutarci a orientare le nostre luci verso l’alto e a sottrarre luce ai bassifondi della mente umana.

Io voglio ricordare le tante cose buone che ho studiato, ho letto, ho appreso, voglio ricordare i volti, i nomi e le parole dei tanti che mi hanno dato qualcosa, che mi hanno fatto crescere emotivamente, culturalmente, intellettualmente; il resto è dimenticanza, inutile zavorra da lasciare per strada, come l’oro dei gonzi buona solo per chi non sa distinguere le cose preziose.

Miles

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