E POI COS’E’ SUCCESSO IN BASILICATA?

E POI COS’E’ SUCCESSO IN BASILICATA?

Pur non volendo trattare di sociologia, pur lasciando agli esperti, agli studiosi, ai ricercatori, le cause che hanno portato all’imbarbarimento della nostra regione, è giusto chiedersi “cos’è successo nei nostri piccoli paesi negli ultimi 30 anni”?
Quando eravamo bambini subito dopo la sopravvivenza la prima cosa fondamentale era la scuola, senza distinzioni di ceto sociale. Era vitale per tutti: per l’alta borghesia manteneva lo status quo, i figli della media borghesia non volevano “fare brutta figura” e per chi proveniva dai ceti più bassi lo studio era l’unico modo per elevarsi. Mio padre, che laureato non era, voleva il figlio dottore, e, attenti, non era una questione di soldi, per nessuno, era per tutti una questione di prestigio, di onore, di bellezza.
All’uscita di scuola c’erano la politica, l’azione cattolica, le associazioni, i gruppi folk, lo sport. Decine di uomini e decine di donne si preoccupavano di continuare la formazione di noi bambini dopo la scuola e oltre la famiglia.
Così noi nati sul finire degli anni ‘70 abbiamo: letto i giornali nelle sezioni di partito, imparato a suonare nei gruppi folk, scritto sui giornali locali, viaggiato per scambi culturali, imparato le lingue, imparato la convivenza, seguito le regole, inseguito la sana competizione, frequentato i campi sportivi e vissuto di accesissime rivalità. Abbiamo imparato ad essere gentili. Abbiamo imparato ad essere educati e non per paura ma per rispetto di chi ci insegnava qualcosa. Abbiamo dormito nelle palestre in Francia, in uno spogliatoio di un campo sportivo in Germania, ospiti a casa di ragazzi ungheresi e polacchi, ragazzi brasiliani, africani, greci, albanesi, tailandesi hanno dormito e mangiato ogni estate a casa nostra. Abbiamo discusso di politica con i nostri insegnanti grazie a quello che ascoltavamo nelle sezioni e discusso nelle sezioni grazie a quello che apprendevamo a scuola. Abbiamo discusso di sesso, di droga e di diversità nella canonica di sabato pomeriggio. Abbiamo cantato a Mosca e cambiato i soldi al cambio nero, abbiamo comprato le birre di nascosto ad Algeri. Siamo andati a scuola a passaggi, ad allenarci a passaggi, a scuola-calcio o a scuola-tennis a piedi. Siamo andati al mare in autobus e in campeggio in 10 in una tenda. Abbiamo organizzato concerti, montato palchi di notte, inventato impianti audio improvvisati, abbiamo guidato senza patente, abbiamo viaggiato in autobus per 40 ore di seguito. I nostri “controllori” ci sono venuti a cercare nelle discoteche di Budapest, nelle feste della birra a Monaco di Baviera, nelle piazze di Madrid e noi, con rispetto e un pizzico di vergogna, abbiamo chiesto scusa e siamo tornati a fare il nostro dovere di essere giovani.
In un mondo dove le distanze sembravano incolmabili abbiamo sempre vissuto insieme agli altri.
Non abbiamo mai pensato alla violenza come soluzione, come mezzo, come fine. Non abbiamo mai pensato alla violenza come passatempo, avevamo troppe altre cose da fare. Non abbiamo mai pensato alla violenza in genere, mai. Eravamo di opinioni politiche diverse, spesso avevamo toni accesi nelle discussioni ma non abbiamo mai considerato la violenza, non ci è mai passato per la testa che la violenza potesse essere una strada percorribile.
E poi ci siamo distratti un attimo.
E cos’è successo?

  1. Ci siamo distratti e continuiamo ad esser distratti…poco impegnati…come se ciò che succede intorno a noi non fosse affar nostro…

    1. E’ vero, siamo diventati dei commentatori, trattiamo queste cose come se succedessero dall’altra parte del mondo e, se ci va, commentiamo sui social.

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