E poi vennero le serie TV

E poi vennero le serie TV

Una volta c’erano i telefilm. Episodi perlopiù autoconclusivi. Storie per tutta la famiglia con personaggi che, in alcuni casi, diventavano iconici. Come non ricordare Happy Days, con il suo Fonzie (Henry Winkler), giubbotto di pelle, aria da duro e tanti buoni sentimenti. Uno spaccato della vita di un’America che non esiste più e, forse, non è mai esistita.
Durante tanti pomeriggi ci hanno fatto compagnia: Supercar, con Kitt macchina intelligente e ciarliera; l’universo sterminato e misterioso di Spazio 1999 e Star Trek; la storia dei due poveri orfani di colore adottati da un uomo facoltoso de Il mio amico Arnold.
Negli anni Novanta, arrivò X-files con i suoi enigmi. Un altro grandissimo successo, anche qui gli episodi avevano una loro autonomia, sebbene esistesse un filo conduttore che si dipanava a partire da alcuni di essi per formare una trama generale più ampia.  L’elenco da sciorinare sarebbe lunghissimo e, sperando di non far torto a nessuno, ve lo risparmio. Qualcosa iniziò a cambiare, con un prodotto davvero innovativo per il tempo, I segreti di Twin Peaks. Tra gli ideatori figura il genio di David Lynch. Nulla è più rassicurante. Le atmosfere sono a tratti oniriche, non immediate e digeribili. È un successo e al contempo un punto di svolta. Pur costituendo un tassello unico, le atmosfere torbide iniziano a scivolare, in modo diluito, in moltissime serie successive. Anche in alcune del filone “adolescenziale” come Beverly Hills 90210 e Dawson’s Creek, compaiono tematiche scomode: droga, sesso, violenza. Sebbene siano edulcorate e, in molti casi, stereotipate, sono un aspetto di novità che riflette un cambiamento intervenuto nei tempi e negli spettatori. Senza dilungarmi oltre su un terreno davvero sconfinato, arriviamo all’avvento delle serie TV vere e proprie. Una serie figura come un film spezzato in episodi. Trama complessa, articolata. Personaggi non più bidimensionali, ma costruiti con chiaroscuri tali da renderli realistici. Recitazione di livello elevato, tanto che ormai da anni anche attori di stampo hollywoodiano hanno deciso di partecipare a produzioni seriali. Un primo segnale importante, in tal senso, si ebbe, a mio avviso, con la recitazione di Al Pacino e Marilyn Streep nella miniserie Angels in America, produzione di inizio anni Novanta; una storia  su omosessualità e AIDS in chiave mistica.
La prima serie per importanza e impatto è però, senza dubbio, Lost. I sopravvissuti confinati su un’isola sperduta, alle prese con misteri ed enigmi, passano attraverso peripezie particolarmente arzigogolate e avvincenti. Il pubblico, proprio per la gestione seriale degli eventi narrati, non può dedicarsi a una visione distratta, come per i telefilm. È necessario seguire con attenzione la trama. Si resta affascinati dall’evoluzione dei personaggi. Si prova a indovinare gli sviluppi, discutendone con gli amici. Tutto è cambiato. Sono, come anticipato, i personaggi ad essere la vera novità. Sono tridimensionali, fanno scelte e cambiano in conseguenza di queste. Oscillano tra il Bene e il Male. Spesso affogano nel mezzo. Sono in altri termini più umani. Con il passare degli anni l’asticella del limite consentito si è alzata sempre di più. Una serie poco nota, Oz, di ambientazione carceraria, presenta le vicende di alcuni detenuti di una struttura di massima sicurezza americana. La lotta per la sopravvivenza di questi uomini, perduti nei loro drammi personali, è costellata da violenza, stupri, omicidi, uso di droghe, scene di nudo integrale; tutto è presentato con crudezza e in modo estremamente credibile. Un prodotto che ha anticipato, per certi versi alcuni aspetti una delle serie più rappresentative del panorama internazionale degli ultimi anni: Il trono di spade. L’ambientazione fantasy di questa serie, tratta dai romanzi di George R.R. Martin, non deve trarre in inganno. I personaggi si muovono in un mondo oscuro. Non esiste pietà. Si muore brutalmente. Sono ormai sdoganate le scene di nudo, maschile e femminile, di sesso, violenza, incesto. Tra le tante serie degne di nota, merita poi una menzione a parte Breaking Bad, entrata nell’Olimpo dei  miti seriali. Walter White, il protagonista, è un professore di Chimica malato di tumore che decide di produrre metanfetamina. Da molti è considerata per il suo standard qualitativo stratosferico la migliore serie in assoluto. Abbiamo anche serie nostrane di altissimo livello come Romanzo criminale, sulla banda della Magliana; la famosissima Gomorra che ha avuto un successo strepitoso, tanto da penetrare nel tessuto sociale con modi di dire e atteggiamenti mutuati dai protagonisti e Suburra, ambientata a Roma, che racconta gli intrighi tra malavita, clero e politica nella Capitale. Sono tutte e tre produzioni che dimostrano come si possa dar vita, anche da noi, a serie televisive di livello internazionale. Unico limite, a cercarne uno, è questa spinta a vendere un’immagine del Bel Paese come luogo della criminalità organizzata. Esistono però delle eccezioni. Parliamo, ad esempio, di un’altra serie italiana, di altissima qualità e di indubbio valore artistico. Young Pope di Paolo Sorrentino. Il racconto di un Papa giovane ed eccentrico. Una fotografia meravigliosa e un cast perfetto. Ricordiamo tra gli attori il protagonista Jude Law e Silvio Orlando.
Negli ultimi anni si sta riproponendo il discorso delle serie antologiche, ne esistono due varianti: quelle auto-conclusive a livello di stagione, come Fargo, ispirata all’omonimo film dei fratelli Coen; al momento quattro stagioni, ognuna con un suo cast e una sua storia indipendente. Ci sono alcuni rimandi tra le stagioni, ma i percorsi delle trame sono perfettamente autonomi. Abbiamo poi la serie a episodi indipendenti, come Black Mirror. Quest’ultima riflette, attraverso una lettura distopica della realtà, sull’impiego delle nuove tecnologie e sui loro effetti devastanti sull’individuo e la società. Una serie molto forte, disturbante. Ricorda per certi aspetti Ai confini della realtà, ma ciò che turba non è l’elemento fantascientifico, quanto la realtà stessa raccontata nei suoi toni più cupi. Lo schermo nero del titolo è anche un riferimento al nuovo modo in cui noi fruiamo dei programmi. Non più il tubo catodico che fa danzare sullo schermo le immagini, ma uno display piatto, nero come la notte. Quello di un televisore o di un cellulare. Perché oggi è cambiata la modalità con cui guardiamo. Assistere a una serie o un programma non è più il momento collettivo della visione famigliare, almeno non sempre.  È quello dell’individualità, della solitudine riflessiva.

Un ulteriore elemento di novità, legato alle serie TV, è stato introdotto dalle piattaforme on-line e riguarda la modalità di fruizione. Sto parlando del binge watching. In pratica si “bevono” di un fiato tutti gli episodi di una stagione, proposti nella loro completezza dalla casa di produzione già il giorno del lancio. Viene meno quell’attesa spasmodica del nuovo episodio, che aveva un suo fascino, a vantaggio della possibilità di seguire lo sviluppo della trama (parliamo di storie il più delle volte molto complesse) in modo più costante e lineare. Questo viaggio attraverso il processo di evoluzione che ha portato dai telefilm alle serie contemporanee rivela quanto più complessa e meno rassicurante sia diventata la realtà.
Gli ideali collassando hanno lasciato le loro macerie e su queste (e con queste) stiamo ricostruendo le nostre identità frammentate.
Davanti alla solitudine di uno schermo nero.

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