FERMI TUTTI, POTREBBE SUCCEDERE TUTTO. O NIENTE

Antonio Califano

I teorici americani della comunicazione, McLuhan in particolare, alla fine degli anni cinquanta riflettevano sull’arretratezza della politica italiana fatta di lunghi discorsi e programmi dettagliati, mentre la politica fatta di slogan, tipica delle campagne elettorali americane, rappresentava l’inizio della modernità.

Se potessero seguire questa campagna elettorale direbbero che siamo passati direttamente alla postmodernità, non me ne vogliano, ma quanto mi manca quell’arretratezza arcaica.

Mai campagna elettorale fu più “stupida” dell’attuale, mai dibattito politico (?) più inadeguato rispetto alla situazione reale del paese.

Partiamo da questi ultimi giorni: tutti concentrati sui mancati rimborsi del Mov.5 Stelle con una polemica che lascia trasparire la pochezza culturale e politica delle leadership (?) italiane e che, anche uno sprovveduto capirebbe, non farà altro che portare voti ai cinquestellati perché ha fatto conoscere agli italiani che quel gruppo parlamentare ha versato 22 milioni di euro dei propri stipendi in un fondo per le piccole imprese. Chi se ne era accorto prima? Lo dico come esempio non essendo notoriamente un loro elettore, sperando di non essere sospettato di connivenza politica.

Ciò che in particolare mi colpisce in questa polemica è l’iperattività polemica della sinistra, il PD in particolare. E già la sinistra.  Ma quale sinistra? Il PD renziano, lo dico da tempi non sospetti, è un partito di centro in fase di completamento della sua trasformazione genetica. Per intenderci io questa trasformazione moderato/centrista la vedevo già avviata  ben prima di Renzi ed ho sempre considerato il suo attuale leader l’effetto e non la causa della attuale deriva.

Tra l’altro l’illusione di occupare il centro della scena politica non fa i conti con quello che è un fenomeno mondiale della politica e che è appunto la sua sgretolazione, come l’elezione di Trump negli USA ha dimostrato.

Per essere ancora più chiari, intrecciando sempre il livello locale e il livello globale, la crisi ha frantumato definitivamente questa idea di “centro” (che in altri tempi ha fatto la fortuna politica della Democrazia Cristiana) bloccando quell’ascensore sociale che era alla sua base e consegnando il “ceto medio” alla indigenza se non alla povertà vera e propria.

Anche  la trasformazione della politica regionale in “satrapia familista” va letta  in questo quadro e ci consegna una crisi del “centrosinistra regionale” ben precedente all’affermazione del renzismo.

A proposito ma in questa regione non erano tutti  dalemiani?

La rottura interna con la nascita di MDP non mi pare abbia cancellato tutti i dubbi e anche le vicende demenziali legate alla formazione delle liste di LeU, nazionalmente e localmente, rimandano ad una visione egemonica della politica che mal si concilia con la nuova fase.

La verità è che LeU e le altre liste a sinistra (Potere al Popolo, Partito Comunista, Partito dei Lavoratori), tutte meritevoli di rispetto, sono facce diverse della stessa crisi della sinistra e della politica a cui le elezioni, almeno in questo momento, non sono in grado di dare una risposta, in presenza, poi, di una legge elettorale cucita addosso alla “consapevole incapacità” dei partiti politici di produrre risposte a breve termine e che, quindi, delegano alla mediazione fine a se stessa ogni tipo di soluzione.

Ha ragione il direttore del “Corriere della Sera” quando dice che queste elezioni sembrano la prima convocazione di una riunione di condominio, già sapendo, che quella effettiva è la seconda convocazione ma, attenzione, non sono affatto convinto che in caso di mancata maggioranza si vada a nuove elezioni, i poteri di incarico di governo sono del Presidente della Repubblica e Dio ci guardi da presidenti affetti da “mutismo elettivo”.

Se diamo uno sguardo ai comportamenti dei maggiori operatori economici mondiali ci accorgeremmo, ed è la prima volta, che le prossime elezioni italiane non provocano nessuna fibrillazione sui mercati pur a fronte di una incertezza, mai così motivata, di un vincitore certo.

Tutti scommettono che dopo il 4 marzo, a prescindere dal voto, non ci sarà crisi politica e  l’eventuale vuoto verrà in qualche modo colmato senza alcun ricorso a nuove elezioni, la Germania insegna. In ogni caso la seconda convocazione del “condominio”,  pur rimanendo probabile, potrebbe avvenire in modi e tempi che oggi non è possibile prevedere.

Ciò che  irrita di più, infine, sono quei falsi catastrofisti   che vogliono affidare esattamente, in nome dell’emergenza, il paese a chi questo paese lo ha infilato nel baratro, dimenticando che questo ruolo non è di esclusivo appannaggio della politica e che l’uscita dalla crisi economica e i modelli politici non sempre coincidono, anzi in Europa  ci sono alcuni esempi (ricorda niente il Belgio?) che dicono il contrario.

La cosa può dispiacere, a me dispiace assai perché rimanda a quella che Crouch chiama “postdemocrazia” a cui non bisogna rassegnarsi, ma è così ed è un elemento della crisi attuale della politica di cui prendere atto.

Basta con i cortigiani di destra e sinistra, i cicisbei di corte che si alimentano del denaro pubblico, i falsi libertari dalla doppia morale.

La situazione è tragica ma non è seria (scusa maestro della citazione!). Ma nello stesso tempo è importante andare a votare perché solo dal voto potranno venire le indicazioni per i percorsi futuri, ed è importante soprattutto per la sinistra.

Ripeto, dalle elezioni non uscirà la soluzione ma dalle elezioni potrebbero uscire indicazioni sulle strade da seguire per ricostruire una sinistra in questo paese, perché di questo si tratta.

Anche io “vorrei”, come Francesco Costa, ma non c’è in Italia né Syriza né la Linke e neanche i laburisti alla Corbyn, anzi, dobbiamo fare i conti con un ceto politico autoreferenziale conservativo, forse unico in Europa, che attraversa tutti e coinvolge , purtroppo, non solo le vecchie generazioni perché intercettando la disoccupazione e la precarietà, vera piaga di questo paese, sta bloccando le giovani generazioni in un ricatto mai cosi forte, impedendo ad una serie di energie di svilupparsi.

Le elezioni serviranno a dire quanto conta la sinistra elettoralmente, da quale base ricominciare per ricostruire una “narrazione” politica che partendo dai contenuti ritorni ai suoi luoghi.

Innanzi tutto dal lavoro (ma sarà un caso che in Basilicata l’unico parlamentare uscente rappresentante di una lotta operaia non sia stato ricandidato?), dall’ambiente, dal territorio e per noi lucani dalla peste nera del petrolio, dalla istruzione, dalla creazione di un sistema universitario di eccellenza che sconfigga la marginalizzazione delle piccole università del Sud.

Aspettiamo il 4 marzo e poi cominciamo a parlare di cose serie, con buona pace di McLhuan che tra l’altro diceva: “Non c’è assolutamente nulla di inevitabile fintanto che c’è la volontà di contemplare ciò che sta accadendo.”  

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