Fuori Fase – 01 giugno 2020

Fuori Fase – 01 giugno 2020

La Parata dei Turchi e la rivoluzione del rossetto rosso
di Evilia Di Lonardo

Quest’anno niente magia. Niente full immersion di due o tre giorni con lunghe disquisizioni storico-filosofiche in cui ci saremmo ritrovati a raccontare i piccoli aneddoti della Parata dei Turchi, i piedi doloranti e le incazzature di default.
Nessun commento sul grado di inclinazione delle ginestre, i cavalli “quell è gross’ e quell’ è piccolo”, gli sbandieratori non sono usanza nostra… E anche io non ho potuto fare la mia solita osservazione: “Nel Medioevo e nell’Ottocento non si usava il rossetto! Allora era il simbolo delle prostitute”.

La solita frase che fa di me, ormai, un’anziana spettatrice della festa. Ma se c’è una verità storica indiscutibile, altro è il simbolismo dell’emancipazione femminile cui rappresenta.

Dalle babilonesi fino ai nostri giorni questo strumento del make up ha attraversato cinquemila anni di storia con alterne fortune, capace di distaccarsi da semplice simbolo di seduzione fino a diventare fedele alleato delle suffragette e del diritto di voto delle donne. Un simbolo concreto di indipendenza e di lotta per la parità di genere che continua a mantenere intatto il suo potere rivoluzionario nelle manifestazioni delle donne sudamericane.

Volgare nell’Antica Grecia e bandito come satanico nel Medioevo, tornato in auge tra i titolati del regno della Regina Elisabetta I d’Inghilterra e forse causa della sua morte per l’alto contenuto di piombo. Osteggiato dall’accigliata Regina Vittoria (sì sempre lei…), odiato da Hitler e pertanto incentivato dagli Alleati.

Battaglie combattute sempre sul corpo delle donne e spesso con loro assenti; capelli lunghi/capelli corti, unghie lunghe/unghie corte, gonne lunghe/gonne corte. Un corpo, oggi, già fin troppo liberato mentre quello che manca davvero è farne prendere possesso realmente. Far prendere possesso del proprio valore intellettuale in qualsiasi modo lo si voglia usare (dicasi autostima). Tra un burka e un bikini california non c’è molta differenza se ciò viene usato in un’iconografia che si identifica con dettami prettamente maschili e maschilisti. Non sono i pezzi di pelle scoperti a dichiarare la propria libertà mentale ed io ancora non ho chiaro se il concetto di femminilità, di cui mi sfugge il sesso del suo fine creatore, sia rappresentato dai tacchi alti o dal multitasking.

Quindi ragazze, donne, madri, tra Coco Chanel che raccomandava: “Se siete tristi, se avete un problema d’amore, truccatevi, mettevi il rossetto rosso e attaccate!” e Patti Smith che spiegava: “Fin da bambina, sapevo quello che non volevo. Non volevo indossare il rossetto rosso”, fate quello che vi pare! Siatene però consapevoli! Perché la semplice estetica porno-chic che sdogana modi ed atteggiamenti erotici e che avalla positivamente l’essere escort o sexual addicted, non libera la donna fin quando gli uomini penseranno sempre che il potere è nelle loro mani per decidere, finanche, che per partecipare a delle serate eleganti è necessario indossare un tubino nero. E un rossetto rosso.

Spettri 2
di Antonio Califano

Ridurre quello che sta succedendo negli Usa ad una “tradizionale” rivolta raziale contro la polizia è sbagliato, le notizie e le cronache che ci giungono parlano di una trasversalità che va oltre, cordoni di manifestanti bianchi che proteggono i “neri” dalla polizia, migliaia di persone in piazza anche in città a forte presenza bianca, cito dalle cronache: “Nella notte durante gli scontri un autista newyorchese si è rifiutato di guidare l’autobus che doveva portare i fermati in questura, come ha fatto anche un suo collega di Minneapolis. Solidarietà alle manifestazioni è arrivata da soggetti inusuali come la comunità Amish, e a Minneapolis, dove tutto è partito, finora l’approccio delle autorità è stato di ascolto e comprensione”. La verità è che siamo oltre, alle spalle c’è l’America dei 40 milioni di disoccupati e dei 100.000 morti da covid, provenienti quasi tutti dai quartieri popolari, l’America logorata dal trumpismo, dalla disseminazione di odio giornaliero, con ronde di suprematisti bianchi che sparano sulla folla su incitamento del presidente. In verità, a partire da un episodio di razzismo, dilaga ciò che covava; nel resto del mondo , con modalità diverse, il clima è lo stesso, l’America Latina sta esplodendo, in Cile ed Equador sono mesi che la gente scende in piazza a prescindere dalla pandemia, l’Argentina è di nuovo in default finanziario, il Brasile alla fame, la finanziarizzazione della economia, l’ondata neoliberista presentano il conto. In Europa ci sono i primi segnali, in Italia è vero che fenomeni come i gilet rosa hanno una forte connotazione e strumentalizzazione negazionista e di destra (complottismo paranoide…. anche la malattia mentale appartiene alla crisi) ma non si può dire che le manifestazioni di Milano, Taranto, Genova Roma, le proteste operaie, le manifestazioni per la scuola non siano di ben altro segno. In Francia riprende il fenomeno dei gilet gialli, ormai carsico, ritornano sempre più attuali le pagine di “Serotonina” di Houllebecq di oltre un anno fa, dall’Europa orientale trapelano poche e confuse notizie tutte nel segno di un’accentuazione di svolte autoritarie. Il virus sta solo evidenziando le ormai insuperabili contraddizioni della globalizzazione neoliberista, agisce come acceleratore delle contraddizioni, amplifica, proprio come il covid, le debolezze preesistenti, evidenzia le ingiustizie sociali. Una volta si chiamava “lotta di classe” era ben connotata e si esprimeva con modalità per lo più prevedibili, oggi attraversa le nuove, e poco esplorate ricomposizioni di classe, si alimenta di disperazione e paura, si esprime in maniera imprevedibile. Bisogna rimettere mano “alla cassetta degli attrezzi” per cercare di capire e poi per agire: la politica riprenda il suo ruolo, gli Stati svolgano una funzione di unità e mediazione, parta subito un grande progetto di rilancio dei welfare, si intervenga subito sul reddito, si agisca sulle povertà e le ingiustizie, sono queste le priorità.

La mafia ai tempi del Covid-19
di Claudia Schettini

Oggi più che mai, nel contesto emergenziale causato dalla pandemia da Coronavirus in cui stiamo vivendo, nel panorama attuale di incertezza e precarietà, è essenziale mettere l’accento su un fenomeno spesso sottovalutato e di cui si tende a parlare poco: il fenomeno mafioso. Ma perché parlare di mafie quando, all’ordine del giorno, ci sono decine e decine di fascicoli strabordanti problemi irrisolti, interrogativi lasciati nell’oblio, senza alcuna risposta, disperate richieste di aiuto? Probabilmente da questi fascicoli, sebbene poco si sappia, emerge anche la parola mafia, scritta in rosso, a lettere cubitali ma che, a quanto pare, è una parola letta male o di sfuggita.

È una cosa nota che nei momenti di crisi, il crimine organizzato trovi nuove opportunità di crescita e di sviluppo. Storicamente le mafie sono sempre state molto presenti e attive durante le emergenze di qualunque tipo e genere, siano esse sanitarie o anche ambientali. Già dopo l’epidemia di colera del 1884 che devastò la città di Napoli si parlò di un’operazione di “alta camorra”: il Parlamento italiano approvò una legge per il risanamento della città campana, risanamento da cui guadagnarono tutti dagli appaltatori corrotti alle ditte che vincevano le gare al ribasso ai politici alleati delle famiglie di camorra. Tutti, tranne la città di Napoli. Ancora il terremoto in Irpinia nel 1980 che ha reso la camorra una sorta di “potenza nazionale” o, più recentemente, dopo il terremoto all’Aquila nel 2009, i costruttori di mafia hanno fatto una corsa per la realizzazione di cantieri. Questi eventi sono tutti accomunati da una sospensione dell’ordine sociale che permette alle mafie di infiltrarsi in maniera celata in queste situazioni straordinari e, di conseguenza, di trarne profitto. Ma, al contempo, nel nostro paese si è verificato, da sempre, una sorta di “bias cognitivo” intorno al fenomeno mafioso considerato come un’emergenza e non come una presenza strutturale che attanaglia il nostro sistema economico e politico. In effetti non si possono paragonare le mafie a delle semplici organizzazioni criminali in quanto esse concorrono a costituire un determinato ordine sociale, offrendo servizi di vario tipo e genere e influenzando, di conseguenza, il funzionamento dell’economia, della politica e delle istituzioni. Le organizzazioni mafiose hanno già da tempo investito nelle attività di prima necessità che non sono state bloccate dalle restrizioni: la filiera agro-alimentare, il settore dell’approvvigionamento di farmaci e di materiale medico-sanitario, il trasporto su gomma, i servizi funebri, le imprese di pulizia, di sanificazione e smaltimento di rifiuti.

Tuttavia gli affari non sono l’unico beneficio che le situazioni emergenziali, nella fattispecie la pandemia da coronavirus, portano alle organizzazioni criminali. Vi è un altro risvolto positivo: il silenzio. Nel momento in cui tutta l’attenzione non solo mediatica, ma anche politica ed istituzionale è incentrata unicamente sull’epidemia, i clan possono agire indisturbati. Proprio per questo motivo, poiché le mafie si stanno preparando al dopo emergenza, pronte a inquinare la ricostruzione del Bel Paese, intercettando la cascata di denaro pubblico stanziato per sostenere l’economia, è necessario portare in luce un fenomeno tanto radicato nel tessuto nazionale, quanto infido perché spesso “invisibile” ma con conseguenze che lasciano segni indelebili.

Esami 2020 – Famolo strano
di Antonio Di Stefano

Sono poco più di 5000 i Basilicata i ragazzi e le ragazze che sosterranno nelle prossime settimane l’esame di terza media. Chiuderanno il loro primo ciclo di istruzione davanti ad un pc, magari in un pomeriggio con fuori il sole di giugno che entra nella loro cameretta, parlando ad una videocamera che li proietta verso una commissione in remoto. Con i loro genitori forse obbligati a stare dietro una porta chiusa oppure, se più zelanti e apprensivi (e non parrà loro vero) dall’altra parte del pc, invisibili alla videocamera, a trepidare per l’esito della prova dell’erede e forse anche a suggerire, come se fossero al quiz televisivo preserale.

Quest’anno va così, il covid ha annichilito tra le tante cose anche l’esame di terza media, uno dei pochi riti che ancora accomuna genitori e figli, nativi analogici e digitali. I quattordicenni non potranno dare saluto a compagni, scuola e professori nel modo canonico, consumando la consueta cerimonia di passaggio dell’esame finale, esame che smorza la sua eccezionalità e finisce anch’esso risucchiato nella strana routine della DAD, la didattica a distanza, che ha scandito le giornate adolescenziali negli ultimi tre mesi.

Diversa la sorte per i loro fratelli maggiori impegnati nell’esame di maturità: ad essi è concessa, per atto ministeriale, la presenza fisica nella scuola in sede di prova d’esame, naturalmente nel rispetto delle distanze regolamentate e dell’uso degli appositi DPI (dimenticate le precedenti carriere di allenatori di calcio e dismesse di fresco le vesti di virologi adesso ormai parliamo tutti come preposti alla sicurezza).

Una differenza di trattamento tra quattordicenni e diciannovenni che logicamente sfugge all’uomo di strada, argomentata con ragioni di passaggio al mondo degli adulti che avranno fondamenta psicologiche e sociologiche, ma che suonano meno solide in termini di rischio sanitario.

A dire il vero la viceministra all’istruzione Ascani ci aveva provato ad organizzare un saluto in presenza per tutti gli alunni all’ultimo anno di un percorso (quindi quinta elementare, terza media e maturità), ma si riferiva all’ultimo giorno di scuola, proposta che oltre a contrastare con il DPCM del 17 maggio che vieta attività didattiche in presenza fino al 14 giugno, è stata anche mazzolata dal comitato tecnico scientifico governativo. In molti comuni ci stanno pensando i sindaci, soprattutto nelle realtà più piccole, immaginando una giornata di saluto all’aperto, magari al parco, con tanto di genitori e su base volontaria.

Ma per l’esame di terza media nulla da fare, ormai la macchina è partita, le procedure per la consegna degli elaborati sono scandite, fortunatamente il buonsenso ha evitato l’uso esclusivo delle PEC e ha consentito l’invio per posta elettronica ordinaria, e dunque tutto è pronto. Soluzioni diverse, magari su basi di accettazione volontaria del coefficiente di rischio, avrebbero probabilmente necessitato un accordo tra MIUR, sindacati dei docenti e genitori, un’operazione che al confronto il patto tra i governi europei per il varo del Recovery fund è un’intesa bonaria tra amici compagnoni.

Ad ogni modo per chi si appresta a lasciare la scuola media non è detto che sia l’esame il commiato finale. Nossignore. Successivamente può essere previsto che il coordinatore di classe incontri, a data ed orario prestabiliti, genitori e studenti per una spiegazione degli esiti finali ed un commiato un po’ più umano. Il tutto naturalmente sulla medesima piattaforma on line adoperata per la DAD e in condizioni di ligia sicurezza. Poi, spenti i pc, potremmo andare tutti finalmente ad assembrarci per un gelato, spensierati verso un’estate che si approssima e chissà, magari incontriamo anche il prof, proprio in carne ed ossa, anche lui in libera uscita dallo schermo.

LE STORIE DEL MARESCIALLO NUNZIOGALLO
Il video racconto di TOTEM Magazine, Giampiero D’Ecclesiis & Fabio Pappacena vi propongono “LA MANO DEL DIAVOLO” della serie “Le storie del Maresciallo Nunziogallo”, un intreccio misterioso si svolge tra le strade del centro storico di Potenza, tra Via Pretoria e la Chiesa di San Michele si muovono ombre inquietanti, si sentono rumori, voci. Presenze oscure? Intrighi di provincia?
Ci penserà il Maresciallo Nunziogallo a svelare gli intrighi.
Chi sono i personaggi che si agitano nella storia? Demoni? Fantasmi? Sogni? Che succede nelle case di campagna dei potenti? Notai, avvocati, politici.
Un giro di ragazze squillo?
Un video racconto a puntate da seguire con calma e vedere quando vi va.


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